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mercoledì 28 ottobre 2020

Bianco


 "Se il mondo dovesse finire resterebbero le parole dei libri; le parole e i pensieri scritti nei libri."


Sono mesi che giro intorno a questo libro. Ricordo quando, alcuni mesi fa, arrivò in libreria la bozza spedita dall'editore in anteprima. Avevo timore ad aprirlo, così ammantato di bianco candore, quasi avessi paura di sporcarlo. Ed è rimasto lì sul tavolo, anche lui bianco, in silenzio. Poi arriva l'estate, un viaggio in treno sulla via del ritorno, ho rotto gli indugi e l'ho letto. Finalmente è stato pubblicato, ed è arrivato in libreria. 

Non starò a parlarvi della storia, voglio però darvi tre validi motivi per leggerlo.


Il primo.

L'autrice esordisce chiedendo "scusa" (sebbene le presunte colpe non siano sue personali, semmai dell'intera umanità considerata in quanto tale).

Un pentimento sincero, un gesto umile che disegna un intro potente, sebbene cada labile come un fiocco di neve. Una richiesta di perdono indirizzata alla natura, dall'uomo brutalmente martoriata, che tuttavia è implicitamente diretta alla nuove generazioni, cui stiamo consegnando un mondo oggettivamente brutto, di cui ci sarebbe molto di cui vergognarsi.

Il secondo.

I personaggi.

Prendete ad esempio i frammenti di vetri colorati con cui comporre le vetrate artistiche. Singolarmente esprimono il loro microcosmo, sapientemente combinati ambiscono a disegnare il rosone di una cattedrale. I personaggi di questo romanzo brillano quando funzionano in sincrono, splendono nell'atto di dedicarsi all'altro. Un piccolo messaggio di amore evangelico, che infonde speranza

E vengo al terzo motivo.

Mentre seguivo la stimolante e aspra querelle tra Isabella e il giovane sacerdote, mentre mi comparivano davanti agli occhi le pagine delle Sacre Scritture, pensavo, tra me e me, a quanta (e quale) domanda di spiritualità da parte dei nostri ragazzi resti, ad oggi, totalmente inevasa. Dovremmo seriamente iniziare a pensarci, a questa cosa qui. E dotarci di strumenti nuovi, e utili.

Regalatevi una buona lettura, e donate un momento di raccoglimento prezioso, regalando a qualcuno questo libro.

"Bianco" - Laura Bonalumi - Edizioni Piemme - Il battello a vapore

Atlantis

 


Questo bel libro è passato quasi inosservato, probabilmente per il fatto di essere uscito nei giorni immediatamente precedenti al lockdown. Giunto nelle librerie ad inizio marzo, pochi giorni prima del blocco totale delle attività, li è poi rimasto, nel buio degli scaffali per oltre un mese, con i vari librai intenti ad ingegnarsi su come riorganizzare le proprie attività in vista della ripresa. Nel marasma delle uscite cadenzate alla riapertura, ha finito per perdersi, cadendo nel dimenticatoio.


"Atlantis" di Andrea Micalone, edito da Piemme, è un romanzo distopico ricco di avventura, dal ritmo serrato e avvincente, dalla scrittura estremamente godibile. E non manca il colpo di scena finale. Racconta uno scenario futuristico (futuribile?) chissà ...) che, per una serie di inattese quanto imprevedibili coincidenze, proietta i giovani protagonisti in una situazione simile a quella vissuta dai nostri ragazzi nei mesi precedenti (distanziamento sociale, pareti in plexiglass, comunicazioni virtuali, assenza totale di contatti fisici). 


Da buon romanzo distopico che strizza l'occhio alla fantascienza, il plot narrativo stimola il lettore a lanciarsi in riflessioni sui sistemi di gestione del potere, di controllo del pensiero, sullo spazio sociale, individuale, vitale del singolo.


Tra i tanti aspetti, ho particolarmente apprezzato il processo di alfabetizzazione emotiva che investe i giovani protagonisti, intenti a interrogarsi sula loro relazionalità fatta di sguardi a distanza ed oleogrammi, quel desiderio di conoscersi, avvicinarsi sull'onda di pensieri ignoti, apparentemente indecifrabili, che a poco a poco si fanno strada. Cosa sono queste emozioni che vivo? Perché le provo? Sono davvero sbagliate? Devo capire, conoscere, comprendere, le devo provare.


In tal senso, Atlantis, per dirla con Kurt Cobain, "smells like teen spirit", sa di spirito adolescente. L'adolescenza è quell'età in cui l'evoluzione degli orizzonti mentali va di pari passo con la scoperta del corpo, in un bisogno di fisicità, di contatto, di sguardi, turbamenti, che nella nostra relazionalità moderna vien sempre più a mancare. Con risultati spesso disarmanti.

"Atlantis" - Andrea Micalone - Edizioni Piemme - Il battello a vapore

venerdì 4 settembre 2020

Un altro me

 


Come suggerisce il titolo, l'autore che figura nelle pagine di questo libro è una persona profondamente diversa dal Bernard Friot istrionico, brillante, esuberante, qualità tali da renderlo così profondamente amato anche dal pubblico italiano.

Nello spazio temporale di una settimana che intercorre dalla domenica (giorno della partenza per Parigi) al sabato successivo (giorno del rientro in famiglia), lo scrittore francese ripercorre la sua problematica adolescenza di studente collegiale fuori sede; tra le righe emerge una personalità profondamente sola (anche perché refrattaria ad uniformarsi al pensiero dominante dei suoi coetanei), inquieta, a tratti aspra e cupa. Sicuramente ricca di interrogativi destinati a non trovare una rapida, quanto consolante, risposta. 


Basterebbe già questo a testimoniare la lungimiranza di un progetto, quello della collana "Gli anni in tasca" che vede un ribaltamento dei ruoli per cui, alcuni scrittori per ragazzi ormai adulti raccontano la loro infanzia e adolescenza di ieri ai ragazzi di oggi (ma l'esperienza non è assolutamente vietata agli adulti che anzi troveranno facilmente familiarità e similitudini con le loro esperienze di gioventù). 

Un procedimento umano e letterario, questo, destinato a caricarsi di suggestioni proprie, perché se è vero che nei decenni evolvono, formalmente, i tempi e i modi del relazionarsi con il mondo esterno, nella sostanza, i grandi dubbi esistenziali che ogni giovane affronta durante la crescita alla scoperta di sé, sono destinati a rimanere i medesimi.

"Un altro me" - Bernard Friot - Traduzione di Giovanna Zoboli

Collana "Gli anni in tasca"  

martedì 15 ottobre 2019

Stalker


Subire una violenza, essere oggetto delle sgradevoli attenzioni di un uomo, essere vittima di una stalker, tutto ciò è qualcosa di abominevole e spaventoso.

"Stalker" d Daniele Nicastro si legge tutto d'un fiato e con avidità, ci si immedesima in Floriana, e insieme alla protagonista si vivono una serie di emozioni e sensazioni che poi ti restano aggrappate addosso per un po', dalla paura alla rabbia, alla speranza, passando attraverso atavici sensi di colpa e al dolore dei ricordi che lentamente svaniranno. La storia è potente perché contiene tutti quegli aspetti, soprattutto psicologici, che appartengono a chi purtroppo è vittima di stalking e che bisognerebbe imparare a conoscere e riconoscere; e leggerlo potrebbe essere d'aiuto a tante ragazze, a tante donne.

La forza di "Stalker" è proprio questa esta nell'immediatezza con cui un tema spinoso e assolutamente attuale viene trattato, e raccontato con gli occhi di un'adolescente.

E' un bel libro, una storia narrata col il giusto garbo e delicatezza, un libro da consigliare, da leggere e da regalare.

"Stalker" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi

giovedì 5 luglio 2018

La stanza del lupo




Le nuvole

Vanno
Vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

(Fabrizio De André - Le nuvole)

Così Nico si sdraia a terra, e gioca con Claudia a lasciar sfilare le nuvole con lo sguardo. E gli sembra di toccare il cielo con un dito.  La vita odora di sogno, d'amore, profuma di limone. Forse è solo un'illusione. Nico conosce un altro tipo di nubi, invisibili all'occhio umano; cupe e minacciose, offuscano l'animo. Sono quelle nuvole lì che, "quando si fermano", scatenano violenti temporali interiori; braccano il cuore, lo azzannano come farebbe un lupo, togliendo il respiro.    


Attraverso la figura di Nico conosciamo la rabbia ferina, violenta, che colpisce come una furia cieca. Un sentimento primordiale, che sembra riportare l'uomo allo stato brado, animale. Capace di far saltare per aria ogni tentativo relazionale, da quello iniziale tra genitore e figlio. E' un istinto che si antepone ad ogni lettura logica, è una forza che sovrasta, non puoi prenderla di petto perché ti schiaccia. Allora devi aprire finestre per respirare, e costruire ponti, per attraversarla indenne. E, se sei fortunato, trovare qualcuno che ti ascolta e riesce ad apprezzarti per quello che sei, come Claudia. E magari persino capace di stanare dal buio i colori che albergano in te, come il professor Dalì.

Poi c'è la storia di Leo che, seppur profondamente intrecciata a quella dell'amico protagonista, vive di una propria autonomia narrativa. Attraversa il romanzo come una meteora che marchia il cielo, lo infiamma, per andare a schiantarsi, seguendo, imperturbabile, la sua traiettoria. C'è una feroce coerenza narrativa nella parabola tracciata intorno a questo ragazzo,"cazzone" per indole e per vocazione, dall'inizio alla fine. Leo perde il contatto con la realtà, confonde il coraggio con l'incoscienza, scommette con la vita. In cambio di cosa? Non ci è dato saperlo, ma quante giovani meteore si bruciano con leggerezza per un briciolo di visibilità? 



"La stanza del Lupo" di Gabriele Clima colpisce il lettore con la potenza di un tornado, mandando i suoi pensieri in frantumi. Lasciandolo sbigottito, attonito. Sopravvissuto. E' un libro che attraversa la selva oscura dell'animo umano per piantarvi un fiore; quel fiore, pregiato, è la scrittura del suo autore. Delicata, emotiva, intensa. Empatica. In una parola, preziosa.

"La stanza del lupo" - Gabriele Clima - San Paolo

Coda (senza pianoforte)

Ricordo un pomeriggio della mia tardo-adolescenza, vivevo spesso rintanato in camera; in un periodo di profonda solitudine scrissi una poesia sulla "rabbia". Allora la immaginai come un vino, un sentimento liquido che sorseggi a poco a poco; qualcosa di mutevole, capace di avvolgere e impastare l'animo. Uno stato d'animo che seduce e inebria infine ubriaca, offuscando la lucidità. Ma la rabbia, in fondo, è anche un rimedio, seppur parziale e fallace, contro l'apatia, quel devastante senso d'inedia che ogni tanto si impossessa della mente e la fiacca. Una forma di resistenza per restare in vita, quando un feroce senso di incompiutezza ti bracca.


Rabbia

Sgorga...
sversata
precipita...
colma...
ondeggia...
...si posa.
Ancora oggi
nelle serate
rosso rubino
l'unico modo
che ho
per ubriacarmi
di vita.


lunedì 16 aprile 2018

Ultraviolet


"Vorrei così tanto essere altrove. (Mi vengono le lacrime agli occhi e io le caccio via, devono andarsene nelle parole, perché solo così la loro acqua salata si farà inchiostro sulla pagina invece di perdersi sul mio collo disegnano rivoli sulla polvere). Non riesco a credere che sia la mia unica e vera vita quella che si compie in questo momento, giorno dopo giorno. Ogni minuto è un tormento di noia, caldo e inedia (è una parola che ho imparato di recente e che mi piace molto: viene da inanire, vuotare, ma assomiglia a inanimato, morto). "


Canada, Stato dell'Alberta, 1936, nel bel mezzo della Grande Depressione. Siccità, carestia, crisi economica. In questo scenario torrido sboccia la storia di Lucy, figlia del reverendo Larson, una ragazza in procinto di diventare donna. Per i suoi 13 anni riceve in regalo un diario, che elegge a personale rifugio: "una sorta di piccolo paradiso dove vorrei mettere, poco alla volta, tutto quello che mi manca sulla Terra". Il diario diventa suo amico e complice, confidente; qui la ragazza, attraverso la scrittura, esprime senza filtri e senza remore, tutti i suoi pensieri, mettendo a nudo le proprie emozioni. Il desiderio di vivere altrove, i contrasti con la propria famiglia che la considera una bambina a cui imporre una visione ristretta delle cose della vita; i dubbi sull'esistenza e la presenza di un Dio un po' lontano, un po' astratto, forse anche un po' cinico. Ma certi pensieri la figlia di un pastore non può esprimerli ad alta voce ai suoi genitori; deve tenerseli per sé.


Il diario diventa anche terreno fertile di un'esperienza sensoriale e fisica, talvolta olfattiva e tattile, dove la ragazza riflette sui gusti, oltre che sul significato e l'etimologia delle parole.

"Scrivo la parola cioccolato e mi vien voglia di leccarla, ma farei solo sbavare l'inchiostro sulla pagina e quindi mi trattengo. Guardo la parola, la pronuncio a voce bassa, chiudo gli occhi ed evoco il gusto del cioccolato, mentre con l'immaginazione mordicchio un pezzo piccolissimo di brownie. Sembra che funzioni. Riesco quasi a sentirne il gusto allo stesso tempo dolce e un po' amaro, di un bruno intenso e vellutato, di un brownie; lo inforniamo intero, enorme, nelle nostre chimeriche fauci, mastichiamo tenendo la bocca aperta e rumoreggiando in maniera del tutto sconveniente ... Mmm, questo si che è trattarsi bene!"

Poi l'incontro, fulminante e inaspettato. Suo padre, da buon pastore, ospita in casa un uomo; però stavolta non è il solito derelitto bisognoso, è un giovane distinto, elegante e bello, un medico dal nome profetico: Beauchemin, "bel cammino".


Tra i due si si instaura un dialogo serrato e contagioso; lei è piena di curiosità e domande che vengono prontamente soddisfatte, perché lui la tratta coma una donna sua pari, come tale, libera di esprimersi. Alla curiosità intellettuale si accompagna la scoperta sentimentale, sospesa tra reale e ideale, tra voli pindarici degni di un amore platonico e i sussurri ormonali di un corpo che sta per sbocciare.

Ultraviolet è un meraviglioso viaggio tra i sentimenti e le parole sui sentieri incontaminati dell'adolescenza. Dove non esistono certezze, solo rivelazioni e scoperte. 

"Ultraviolet" - Nancy Houston - Camelozampa

giovedì 11 gennaio 2018

La figlia del guardiano


"Nessuna madre è seppellita davvero finché suo figlio non riesce a tirarsi fuori dalla sua tomba".

Forse è per questo che io ancora non riesco a farmene una ragione. Cinque anni fa, in questi giorni, mia madre si stava consumando come un fiammifero, divorata dalla malattia. E io ero li, che assistevo impotente. E l'impotenza alimenta un senso interiore di ingiustizia che si tramuta in rabbia. Ma la rabbia, da sola, non basta, ti da l'illusione di essere vivo, ma intanto ricaccia dentro il dolore, in gola, fino in fondo allo stomaco. E come fiele ti avvelena la vita. La rabbia è un carcere, ti imprigiona nella  sua cella, e ogni spiraglio  che mostra lo osservi attraverso le sbarre.

Il 20 gennaio ricorre il quinto anniversario della morte di mia madre, e io mi trovo, per puro caso a leggere questo libro. Un libro che inizia in modo plumbeo, all'interno di una voliera per farfalle che un tempo fu la "Stanza della Quiete" di un cercere. Il libro è ambientato nel 1959, e ha un avvio scoppiettante grazie alla sua protagonista, "Cammie" O' Reilly, soprannominata "Tornado" per la sua indomita esuberanza, perché è oggettivamente difficile spuntarla con lei, e dove passa, soprattutto quando è infuriata, lascia tangibili segni. Cammie è figlia del direttore del carcere di Two Mills, e trascorre le sue giornate d'estate a briglia sciolta, usce liberamente, oppure trascorre parte del tempo in penitenziario stando a contatto con le detenute donne, quando sono in cortile. Il padre gli concede molta libertà, perché la sua posizione di responsabilità lo tiene spesso impegnato, un poco forse perché lo ritiene il modo migliore per farla crescere, evitando che si crogioli nel dolore. Cammie ha perso la madre che era ancora in fasce. Stava attraversando la strada quando un furgoncino l'ha falciata, lasciandole giusto il tempo di lanciare il passeggino dall'altra lato e salvargli la vita. Cammie non ha conosciuto sua madre, ma la cerca ovunque. Nei gesti delle madri degli altri, che osserva, ma la cerca, soprattutto, tra le detenute del carcere. Una di loro, Eloda Pupko, gode di un regime di libertà speciale all'interno del penitenziario, è una detenuta "fidata" che fa i servizi nell'appartamento di Cammie e di suo padre, le prepara da mangiare, prova a farle la treccia, anche se i capelli sono ancora troppo corti; è dall'intimità di questo gesto, molto materno, che Cammie si mette in testa che Eloda "deve" diventare sua madre. Impresa tutt'altro che facile, perché Eloda, nella sua condotta irreprensibile, appare glaciale, in grado di camuffare ogni emozione. Scatenando spesso la rabbia di Cammie che la provoca, talvolta a parole la umilia, senza risultato alcuno. 

Il romanzo procede scoppiettante per due buoni terzi dietro le peripezie di Cammie, poi accade qualcosa che ti stringe un nodo in gola. Boo Boo, una detenuta di colore "grossa", dalle lunghe unghie laccate rosse, piena di vita, che le racconta storie strampalate sui furti e sull'amore, che la fanno ridere, un giorno si impicca con un tappeto verde. A Cammie viene a mancare anche quel poco di ossigeno rimasto ad arieggiare le sue giornate, resta solo la rabbia, e il livore verso una vita dal disegno incomprensibile che puntualmente le toglie quel poco d'amore che le piove addosso. Diventa intrattabile con tutti, puntualmente distrugge quel poco di buono che riesce a creare. Con l'amica Reggie, con suo padre, con Eloda, con chiunque la circonda e si trova, per caso, a sbarrarle la strada. La misura ormai è colma, e Cammie soffoca. La rabbia ristagna, là dove sgorga.

"E' ora che tu vada li, Cammie".

"Lo devi fare adesso. Avresti già dovuto farlo da tempo. Non aspettare un altro minuto. Per favore. Fallo. Vai."

Glielo dice così, con una voce dolce come il latte. Ecco a cosa serve Eloda. Ad indicarti la strada per sputare fuori il dolore, perché nessuno è stato così a stretto contatto nella tua vita da riuscire a insegnartelo, quando hai vissuto una vita in "isolamento", dove "non esiste il tempo, non esistono le storie. E' dove i momenti vanno a morire."

"Aveva ragione. Era passato troppo tempo. Mi fiondai alla porta, poi giù per le scale. Delle voci mi chiamarono  mentre sfrecciavo attraverso la Reception. Il traffico ruggiva. Alla fine dell'isolato, mi misi a correre. Oh, Dio, aveva così ragione, non c'era un momento da perdere. Non avevo altri guantoni da seppellire, o bici da affondare. Corsi giù per Airy Streer e poi per la Swede e a ogni passo dipanavo i giorni della mia vita; corsi giù  per la Cherry finché non incrociai la Oak e finalmente, finalmente trovai me stessa all'Angolo e mi gettai a terra, sull'asfalto, in quel punto - oh, sapevo bene qual era - faccia a faccia sull'asfalto che era caldo e scuro e finalmente, finalmente piansi ad alta voce: "Mammaaa!" E' l'unica parola che ricordo. Quali furono le altre e se avessero senso o per quanto tempo continuai a pronunciarle, non lo ricordo. Tredici anni stavano straripando, inondando la strada, scorrendo negli scoli."

Mentre Cammie corre all'Angolo incontro alla strada io getto il libro sul letto, interrompo la lettura e inizio a singhiozzare. Fa bene piangere insieme. Ho anche io un dolore che chiama e mi inchioda, e lo sputo fuori come Cammie. E penso alle parole di Fabrizio De André nel suo "Cantico dei Drogati":

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Finito il diluvio, la narrazione si stempera, ed escono fuori, candide, come nuvole bianche, le sorprese, che l'autore ha lasciato alla fine della storia. Come un cerchio che si chiude, su una famiglia che si ricompone, e fa luce su gesti e comportamenti invisibili da parte di chi, nell'ombra e in silenzio, ha seminato amore. 


"La figlia del guardiano" è uno splendido romanzo di formazione ricco di colpi di scena, dai registri narrativi vibranti, che talvolta colpiscono alla stomaco e ti lasciano lì, piegato, senza fiato, poi ti carezzano e ti adagiano sul letto. Quanto dolore provoca la morte improvvisa di una madre? Quanto amore, in silenzio, può provare un padre, che ti lascia libera di correre e sbagliare?  Quante persone si mettono li come chiocce a covare i tuoi voti interiori? Quanto è importante saper chiedere aiuto, e accettare una mano? Eppure, a ben guardare, questo romanzo non è solo una originale e avvincente storia sull'amore e il dolore, sul senso di perdita difficile da colmare; c'è anche una suggestiva panoramica sul mondo del carcere, sul regime di pena e il profondo rispetto per la dignità delle persone. In quella "Stanza della Quiete" con la cupola, le panchine e la cascata d'acqua, dove potersi sedere a pensare e riflettere, in uno spazio armonico che sussurra al bello; nei momenti di ilarità tra la piccola Cammie e le detenute, si riflettono, mirabili e luminosi, scorci di umanità, come le nubi e i cieli tersi quando si specchiano nelle pozzanghere, dopo un violento temporale.

"Lungo la strada cominciai a sentirmi così leggera che mi sembrava di potermi sollevare in volo con i fiocchi. Capii in quel momento che cosa stessi cercando e come mai non lo trovassi. Si trattava, ovviamente, della Tristezza. La Tristezza e la Rabbia mi avevano rinchiusa tutta la vita dietro mura che nessuno poteva scalfire e al di sopra delle quali nessuna palla di corda poteva volare. L'unica casa, l'unica vita che conoscevo. Ora capivo che quando Eloda mi ha mandata all'Angolo, mi aveva liberato della mia stessa prigione." 

"La figlia del guardiano" - Jerry Spinelli - Mondadori

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

lunedì 13 novembre 2017

Pusher


"Cominciai a leggere, si, ma non riuscii, perché mi vennero le lacrime. Le lacrime facevano ballare sul foglio le parole e mica le vedevo, le vedevo tutte mosse, sfocate come dietro a un fumo. Mi asciugai gli occhi con la manica della maglietta, e allora i miei compagni fecero un altro applauso forte. Tirai su col naso. Feci un respiro profondo. E mica era facile. Presi a leggere, finalmente, a leggere il mio sogno, il sogno che volevo realizzare e che a casa non potevo dire, e a leggerlo il mio sogno era il più strano e il più pazzo e bello di tutti i sogni che si potessero sognare. Parlava di me che volevo fare il giornalista, che volevo scrivere sul giornale com'era bella Napoli e i napoletani, e che bei dolci si potevano mangiare a Napoli, e che belle canzoni si cantavano, e che squadra forte di calcio avevamo, e come i ragazzini avevano diritto di giocare e divertirsi invece di lavorare, di rubare e di spacciare. Leggevo ormai senza fermarmi, ché il respiro quasi mi mancava, e mentre leggevo, sembrava che, visto che lo avevo scritto bene, con le parole tutte giuste, prima o poi davvero forse poteva capitare. Ma, leggendo leggendo, pensavo alla testardaggine e alla forza e alla volontà che ci volevano per far succedere una cosa così, così difficile, e io mica ce l'avevo, quella forza. E avevo contro mio padre, mia madre e pure gli amici. Ma poi, alla fine, in mezzo all'applauso che mi arrivava in faccia e nelle orecchie, guardai il prof che sorrideva e faceva sì sì con la testa e pensai alle parole che diceva sempre; che, se hai una passione forte, la disciplina poi ti viene".

E' un capitolo, questo, che mi piace riportare per intero, perché affiora così, nel bel mezzo del romanzo,  come una "Spaccanapoli", a separare due ipotetiche vite che vi si affacciano.  Anche se la visuale ariosa e panoramica che restituisce sembra più quella di un affaccio sul mare a Posillipo. 

Non è facile parlare dell'ennesimo libro di Antonio Ferrara scritto in modo superbo ed empatico; eppure questo racconto l'ho sentito, e vissuto, in modo diverso, non appena ho iniziato a leggerlo. Solitamente la scrittura di Antonio mi mette le ali, è una tale sequela di carezze e risate, bravate e lacrime, abbracci e ceffoni, che quando abbasso lo sguardo per iniziare un suo libro, difficilmente lo alzo prima di averlo finito. 

Ma Tonino è un ragazzo di 13 anni con la pistola in tasca, il pomeriggio ha la fila sul portone di casa, la notte le dosi le spaccia in piazza. Con Tonino sei fortunato se l'amico  sveglio ti para il culo quando lo stronzo di turno ti mette le mani al collo, per strapparti la dose senza pagare. Tonino, mandato a sparare dal padre per appianare uno sgarro. Difficile immaginare un orizzonte con Tonino. Difficile voler scappare con lui da qualche parte.

Però non è solo questo. "Pusher" scorre meno lineare di altre storie, si propaga lento e inaspettato a macchia d'olio, ogni capitolo, nella sua sintesi, tra densità e ritmo, contiene la luce e il buio; crea, più che altrove, uno spaccato autonomo. Un sipario. C'è, più che altrove, il teatro di Antonio, la sua commedia, un proiettarsi di scorci, di tanti piccoli presepi. E allora questo libro me lo sono sorseggiato, come tante piccole "tazzulelle 'e cafe' ". Perché sembra non conceda scampo, e invece ti lascia spazio per pensare. A quello che sei, a cosa diventerai.

Attraverso i racconti del nonno malato Tonino comprende che c'è un tempo per vivere e un tempo per morire; quando sei potente la gente ti rispetta e ti teme, ti serve e ti riverisce; ma quando sei vecchio e stai male, quando non conti più niente, la gente si dimentica di te, e resti solo come un cane. E allora i soldi e il potere non servono a niente. Cosa gli racconta il nonno a Tonino? di quando sparava? di quando spacciava? di quando si spartiva Napoli? No, gli racconta la storia di quando era ragazzo e per far colpo sulla nonna le regalò una gallina (che nel dopoguerra era una dote preziosa), e quella disgraziata le scacacciò sulla camicia bianca. Una storia di amore e gioventù, che ogni volta arricchisce di un particolare, che affiora dalle nebbie della memoria. Perché quando invecchi ricordi l'età più bella, che è la gioventù e le sue follie. E allora a 13 anni devi giocare, devi studiare, non spacciare, Tonino. La figura del nonno apre uno squarcio ironico - iconico agli occhi del ragazzo. Sono pagine di luce e amore, risate e commozione. 

Poi c'è il professore, che per prima cosa ti insegna a ridere. "Tu ridi troppo poco Toni'. Ricordati che sei ancora nu' guaglione, e devi ridere di più!'". "Si può anche imparare mentre ridi, no?" - Bisogna essere felici di imparare". Con il sorriso puoi smontare i problemi a poco a poco, mettere in fila i pensieri, e darti una disciplina. Il professore che aiuta a guardarti dentro, a separare le luci dalle ombre. 

"Avevo sempre avuto una bella calligrafia, mi piaceva scrivere chiaro. Mi piaceva che le parole si capissero bene e dicessero bene le cose che uno pensava, pure quelle brutte. Quando uno pensa può anche pensare male, disordinato e senza capo né coda, pensavo, ma quando scrive le cose le deve mettere a posto, le deve dire bene". 
   

Non puoi sapere in anticipo quale direzione prenderà la tua vita, però è importante saper riconoscere da quali mani farti impastare. 

"Ogni volta che tiravo fuori il pane dallo scuro del forno mi veniva in mente che ero io, quel pane, ero io che uscivo dallo scuro e mi presentavo fresco fresco al mondo. Ma era Carmine che mi aveva impastato e messo al forno a crescere e a cuocere fino al punto giusto, lo sapevo, era lui che mi aveva dato un'altra forma."

Pane e basilico.

"Mangiavo di gusto e pensavo che eravamo così, Carmine e io: lui era il caldo del pane e io il basilico, lui era il caldo che faceva uscire tutto il profumo che avevo dentro io e non si sentiva".

Già, ma chi è Carmine, e chi è Tiziana? Chi sono queste persone che nel buio diffondono luce? Dacci oggi il nostro "pane" "quotidiano". Pane e quotidiano. Che di notte non lavorano solo i pusher, lavorano anche i panettieri, e i giornalisti. 

"Pusher" è un po' così. Schizza via come una pallottola di rimbalzo e non sai bene quale parte di te andrà a colpire. Ma ti ricorda anche che dentro la sfogliatella c'è la crema, e se sei un ragazzo di 13 anni, ed hai una vita davanti, te la devi saper giocare. E qualunque cosa accada, fattela una risata.

Pochi autori sanno spacciare gioie e dolori, sorrisi e lacrime, abbracci e carezze, come Antonio Ferrara. Ogni suo libro è un viaggio, uno spaccato, della complessità di questo mondo contemporaneo, interconnesso eppure così slegato, costituito da una somma di solitudini e tante sottrazioni di responsabilità.

Antonio sa che alle volte serve qualcuno che ti dia la spinta, o ti indichi la strada. E lui tra le righe ti incoraggia e ti spinge, che le storie servono anche un poco a questo, a seminare le difficoltà  e ritrovare quella fiducia in sé stessi. Quella fiducia di cui tutti, adulti e ragazzi, abbiamo in fondo un grande bisogno.

"Pusher" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

venerdì 20 ottobre 2017

Io sono il cielo che nevica azzurro


"Appena un passo dietro di lei, le vedevo le ginocchia, l'incavo tondo, dietro, bianco come un bucaneve, con i due tendini tesi a tenerlo lì sicuro e protetto, quel tondo vuoto e nudo, scoperto e indifeso. L'unica cosa in lei scoperta e indifesa. Quelle ginocchia nude erano della mia mamma, ed erano così belle che mi veniva da piangere. Era lei la mia mamma, era lei la mamma che volevo, mi consolasse o no quando cadevo, mi lasciasse andare a giocare  sul sagrato infinite volte di meno di quanto desiderassi e anche di quanto sarebbe stato giusto. Era lei, con quelle ginocchia lì, che me la restituivano bambina come me, con la voglia di correre via, e di andare a giocare. Potevo fidarmi di lei, era stata bambina, quelle ginocchia ne erano la prova,e poi lei era bella, e forse allora anch'io, chissà."


In una parola: "Potente". Inutile sprecare superlativi friabili per questo libro "essenziale", nella sua scrittura asciutta e fresca, da sembrar scavato e intagliato nella roccia, poi levigata dall'acqua. Tanto è fresco. Sa di montagna, e non perché sia ambientato là; della montagna racconta l'essenza, nella frugalità rude dei gesti, nei confini terrestri e celesti certi, a loro modo angusti, per quanto aperti e ariosi. Perché valli e fiumi non delimitano solo gli sguardi, separano il noto dall'ignoto. Dove finisce la strada e si chiude la valle, il confine mentale trova un appiglio reale. Eppure tra quelle viuzze e piazze, si respira una gran libertà di apprendere e sperimentare. La montagna è una scuola a cielo aperto, dai molteplici suoni e dalle mille lingue, dove anche un semplice sasso, un ruscello o un campo d'erba, hanno mille storie da raccontare. Basta solo fermarsi un attimo, e volerle ascoltare.


Questo è un libro che va aperto con garbo, e lasciato decantare. Va letto piano, senza fretta, lasciando i pensieri a macerare al ritmo infallibile della natura. Perché ci respira dentro un mondo e ci canta un'epoca, messa in disparte con eccessiva fretta. Tutto parte lento, cadenzato, con le "boasce", "quelle grandi torte marroni che le mucche lasciano cadere a terra in una lunga sequenza e intermittente, tenendo alta la coda e guardando il mondo dritto negli occhi, con calma sovrana".  Attraverso questi animali che procedono lenti, seminando sterco lungo le strade e i campi, prendi confidenza con il mondo che ti circonda, e i suoi ritmi. Le mucche portate in altura sui pascoli e poi ricondotte al paese scandivano le stagioni, meglio dei calendari. L'autrice divide i capitoli usando "parole" e "concetti" simbolici in cui avviluppare e dipanare i fili della narrazione.


Ma è dal secondo capitolo, con le "ginocchia" che il racconto si impenna e si apre, e acquista spessore. Per quanto l'autrice privilegi sempre un linguaggio asciutto, scevro di artifici letterari, chiamando le cose con il loro nome. Ma il racconto sembra benedetto dalla luce di montagna, quella luce vivida che restituisce agli oggetti i loro colori, e ai gesti i propri significati. Autentici perché originari. Attraverso le ginocchia si entra a contatto con il mondo e le sue infinite possibilità, esplorandone incanti e insidie. E la narrazione acquista fisicità, sa di cadute e sbucciature, lascia i segni, come l'elastico dei calzini alle gambe. Lì si nasconde l'anima dei bambini, ma anche l'anima del libro stesso. 

"Non sapevo dove fosse l'anima, in quale parte del corpo albergasse, ne ho sentite così tante  che non me lo chiedo nemmeno più. Ma quella dei bambini, almeno negli anni in cui imparano a camminare, a correre e saltare, credo soggiorni nelle ginocchia. E quando dormono, anche lei tira il fiato e si riposa".


Ma nell'incavo delle ginocchia Giusi Quarenghi scava un carteggio esistenziale con la propria madre di un tale nitore che profuma di poesia e suscita commozione. Ci leggi tutto il respiro di un'epoca giunta sulla via del tramonto, di quando i genitori sapevano controllare i propri figli a distanza, con un semplice sguardo, senza mai perderli d'occhio, anche se affaccendati in altro;  evitando di stargli costantemente addosso, con il fiato sul collo. Lasciandoli così  liberi di provare, sperimentare, conoscere, persino sbagliare, a costo di pagarne le conseguenze. Ci sono un paio di pagine indimenticabili, di luce e spessore, parole e pensieri che scavano, come avrebbe fatto Michelangelo su un blocco di marmo. E' qualcosa che resta dentro, scolpito in eterno. E allora le rubi dal libro e le infili in tasca, perché sai che un domani ti serviranno.

"Ma il pensiero che c'è qualcosa di indifeso e di fragile in ogni creatura, e la tenerezza che lo origina e che ne viene, credo proprio di averlo fatto guardando l'incavo delle ginocchia della mia mamma dove il sole si appoggiava appena, senza che lei lo sapesse. E lo tenevo dentro di me, quel luogo della tenerezza, suo eppure a lei sconosciuto, mio di lei a sua insaputa. Lo tenevo accanto alla voce che concludeva sgridate apocalittiche alla bambina disubbidiente e caparbia che ero con la formula:

"E non farti vedere da me che vieni a piangere sulla mia tomba, dopo che sarò morta!"

"Dio ti vede", era scritto sul catechismo mai quanto la mia mamma, pensavo io. Intanto che mi affidavo alla tenerezza per tenere a bada  la paura, alla paura per arginare la tenerezza, nella speranza che le voci tornassero normali, e venisse sera, e la carezza della buonanotte."


Libro "potente" e di "spessore", a dispetto delle sue poche pagine. Due aggettivi semplici e inequivocabili per misurare la bontà di una storia, questa di Giusi Quarenghi, ma che rende giustizia anche alla bontà del  progetto editoriale messo in piedi da Topipittori. Perché "gli anni in tasca" rappresentano una sfida non solo per chi legge, ma anche e soprattutto per chi scrive. Descrivere la propria infanzia, e farne materia narrativa, romanzesca, è quanto di più difficile un autore si trovi a dover affrontare. Una scommessa vinta: nel 2010 "Gli anni in tasca"  hanno vinto il Premio Andersen come miglior collana di narrativa, "per aver proposto con sagace rigore, in un momento editorialmente non facile, un'idea nuova di collana. Per essersi affidata a una pluralità di voci, di esperienze, di eco, di generazioni capaci di rendere al meglio l'avventura faticosa ed esaltante, stupefacente talvolta, della crescita, della scoperta di sé e degli altri".

Questo libro è una "festa". Ma cosa significa, oggi, la parola "festa"? Forse ce lo siamo dimenticati. E allora ascoltate come ce la racconta questa bambina di cinquanta anni fa. La festa è qualcosa che ti solleva da terra.

"Esco da chiesa, non mi fermo a parlare con nessuno, che si accontentino di guardarmi oggi. Sulla strada dalla chiesa a casa incrocio la Santina, la mia vecchia preferita, che mi dice:

"La tua mamma è ancora dalla nonna, vero?"

Non le rispondo neanche. Io oggi sono il cielo che nevica azzurro e ghiaccio. Se solo potessi camminare con i piedi in mano. Ma oggi io solo la regina, faccio quello che voglio e il cielo è con me. E la neve. La neve già mi piaceva, ma da quel giorno siamo complici. Lei può fare come vuole, e anche io. Non me la prendo mai con la neve. Anche quando sembra complicarmi la vita, so che è solo apparenza color ghiaccio, dal cuore celeste. E preferisco patire freddo che caldo. Forse nemmeno lo patisco, da allora".


"Io sono il cielo che nevica azzurro" - Giusi Quarenghi - Topipittori

martedì 3 ottobre 2017

Continua a camminare


"Da non crederci. Sono sola, di notte, nel deserto, e cammino insieme ad uno sciacallo. Da piccola Khalid mi diceva che gli occidentali sono un po' come gli sciacalli; creature subdole che arrivano in silenzio, dal deserto, e non li vedi perché aspettano nel buio il momento giusto per saltarti alla gola; e come i caproni, perché non conoscono la bellezza di Dio. Un po' sciacalli e un po' caproni, come gli occidentali, mi diceva. E io me li immaginavo come creature con le zanne, gli zoccoli e le corna, che uscivano di notte dal deserto senza far rumore e ti saltavano alla gola. Mi giro, guardo lo sciacallo. Io non la penso come mio fratello, vorrei dirgli, non la penso come lui. Non sei affatto una creatura subdola, lo vedo, stiamo camminando insieme, stiamo anche respirando insieme, e questo ci rende un po' fratelli, no? Lui intanto saltella con quelle zampe lunghe.  Sento nelle orecchie la voce di Khalid: "Continua a camminare". "Cammino", dico. "Lo sto facendo, non lo vedi?". Ma mi accorgo che la voce di Khalid è cambiata, è piccola, sottile, come quella di un bambino. "Continua a camminare", mi ripete. Ma non è più la voce di Khalid. E' la mia, E' la mia voce quella che sento adesso, la stessa che ha chiesto allo sciacallo di camminare insieme, la stessa che gli ha detto fammi compagnia. E' quella voce, adesso. La mia."
  


Continua a camminare. Incontro alla vita o in braccio alla morte. Continua a camminare. Verso una strada inghiottita dal deserto, che c'è ma non si vede. Continua a camminare. Dov'è lo spartiacque tra il bene e il male, bellezza e distruzione?

L'autore sembra intravederlo in quel gesto umano chiamato "sorriso". Che è qualcosa di epidermico, spontaneo. Non puoi bleffare con il sorriso. Eppure esistono due tipi di sorrisi. Quello autentico, che sprizza gioia sempre e ovunque, anche quando sei li a rischiare la vita. E' il sorriso di Abèd, fratello di Salìm, che schiva bombe e fucilate, aggirandosi tra le rovine dei palazzi distrutti, per salvare "libri" da raccogliere un domani, finita la guerra, in una biblioteca. Perché attraverso i libri è possibile tramandare le conoscenze, le abitudini, le culture di un popolo; attraverso i libri passano vite; con i libri "si possono fermare i kalashnikov". Abèd che cerca in tutti i modi di proteggere il fratello, tenerlo al riparo, lontano dalla strada. Abèd che cerca le fondamenta della vita mentre la città ti crolla addosso. Abèd che, prima di morire, lascia a Salìm un libro di poesie.


Poi c'è il sorriso di Khalid, fratello di Fatma, che diventa presto opaco, spento. Un sorriso sprezzante, di circostanza, il sorriso beffardo di chi inganna. Khalid che regala alla sorella una cintura esplosiva per il suo compleanno. Khalid che pronuncia a Fatma parole strane, a cui lei, nonostante tutto, e andando oltre ogni evidenza, si sforza tuttavia di credere; perché lei quel fratello lo ama, è sangue del suo sangue, non farebbe mai una cosa del genere. Mandarla a morire, facendola saltare in aria al primo check-point.

Attraverso gli occhi di Salìm e Fatma, due giovanni tredicenni, il lettore attraversa scenari di guerra e di sabbia, di paura; entrambi sono in cammino verso mete che non hanno scelto, e a cui cercano di dare un volto, e un senso. Sono due percorsi agli antipodi, che nella narrazione si srotolano paralleli. Sullo sfondo c'è l'Islam, con le sue ricchezze e le sue contraddizioni, tra chi predica amore e misericordia, e chi invece semina morte e distruzione. Tra chi ti salva, e chi ti manda  a morire.

"Che odore aveva il tuo regalo, Khalid?"
 "L'odore di una cosa bella Fatma. E grande. Di una cosa fatta per la gloria del Signore".
"Davvero Khalid? Perché io non ne sono più tanto sicura".
 "Ma certo Fatma, è scritto nel Corano. E il Corano non sbaglia mai."
"Conosco il Corano, Khalid, forse lo conosco più di te adesso. Ma quello che dici tu nel Corano non lo trovo. Lo cerco, Khalid, ma non lo trovo. E allora, mi dico, se non è dentro al Corano, allora è qualcosa che è dentro di te, Khalid, e nel Corano ci finisce perché ce lo metti dentro tu. E se è così allora cambia tutto. Cambiano le parole, cambia il loro suono, il loro senso, cambia anche il loro odore, e si trasforma in qualche cosa che fa scappare perfino uno sciacallo".


Questo è un libro che attraversa la morte cantando la vita, e non si scompagina di una sola riga. Sibila e non fa una piega. Ha la bellezza ostinata di certi fiori appesi ai costoni di montagna, che bucano la roccia, prendono schiaffi dal vento e dalla pioggia, si piegano, ma nulla li sradica; e sorridono a qualcosa di più alto che sta lassù, nel cielo. Non stupisce allora che Gabriele Clima abbia appena vinto il Premio Andersen 2017 (miglior libro oltre i 15 anni) con "Il sole tra le dita", "per la capacità di affrontare tematiche e situazioni delicate senza scivolare nel didascalico. Per la volontà di non indugiare tra sentimentalismi, ma di inseguire la concretezza dei legami."

Non stupisce allora il finale "biblico" di Fatma, la "Rosa di Damasco", una creatura preziosa oltre ogni misura, perché ama e perdona; quel fiume che affiora dal deserto e la porta in salvo, ricorda tanto il mar Rosso che si apre per consentire il passaggio del popolo ebraico, perseguitato e in fuga nel deserto; questo fiume, come quel mare, separa bene e male, decide della vita e della morte. Se Dio esiste, sia fatta davvero la sua volontà. Certo è che Fatma, nella sua traversata, ci ha fatto davvero vedere le stelle.

Dobbiamo ringraziare Gabriele Clima due volte. La prima, per aver scritto questo fantastico romanzo che ti si impasta addosso. La seconda, per averci fatto arrivare la voce di alcuni poeti siriani, le cui liriche aprono ogni capitolo del libro. Restituendoci la voce del deserto, "quella voce silenziosa che alla repressione contrappone sempre  e comunque la bellezza"


E tu che leggi, continua a camminare. Sempre.

"Continua a camminare" - Gabriele Clima - Feltrinelli

lunedì 3 luglio 2017

Quaderni Quadroni, Cartoni e Ready Made



Quando, l'altro pomeriggio, ho scartato il pacco di Rrose Sélavy, ho subito pensato che questo è il genere di libro che va mostrato e messo in evidenza, e non lasciato morire nell'indifferenza tra gli scaffali.
  

Io ho passato una vita sui libri, non solo per leggerli e studiarne il contenuto, ma per farne, a loro volta, materia e oggetto di studio. Dopo la laurea in lettere ho studiato Archivistica, Biblioteconomia, e lo scorso anno, proprio mentre frequentavo il corso della Scuola Librai in "Gestione delle librerie" a Roma, avrei dovuto (anche voluto, in verità) frequentare anche il corso di "Restauro e conservazione del libro" a Spoleto, a cui ero stata ammessa.


Cosa voglio dire con questo. Che per me il "libro" va oltre la storia che racconta, è un mondo che si apre, in cui passeggiare con curiosa avidità tra le righe e le illustrazioni come si fa per le vie di una città nuova che ancora non si conosce. Quindi non solo la storia, anche l'aspetto cartotecnico ha la sua importanza, perché può diventare, a sua volta, un veicolo di significato, uno strumento di narrazione. E proprio l'aspetto cartotecnico a dare spesso quel valore narrativo aggiunto che nessuna tecnologia potrà mai scalzare.



Uno dei piaceri della mia nuova attività di libraia non è solo quello di suggerire belle storie, ma anche di suggerire bei libri, curati sotto l'aspetto realizzativo, che facciano la differenza. Mi piace confrontarmi con i nuovi giovani editori perché spesso sono quelli che hanno le idee più fertili e innovative. In grado di stupire.


Quando ho preso in mano i "Quaderni quadroni" della Rrose Sélavy e ho iniziato a sfogliarli, mi sono detta: "ma che bei libri!". Ma cosa vuol dire "Quaderno quadrone"?
 


Ce lo spiega Massimo De Nardo in un'intervista realizzata da Francesca Sensini tre anni fa:

"Quadrone è l’anagramma di quaderno. Grande quadro, dunque, perché in questo quaderno, come in altri auspicabili futuri quaderni, le immagini hanno un ruolo fondamentale. Non commentano, si affiancano al testo. Vanno insieme. Si fanno compagnia, e speriamo che siano – testo e immagini – di buona compagnia anche per il lettore.
(...)

L’intenzione del “Quaderno quadrone” è di cogliere la parte più malleabile delle parole per trasformarle, senza tuttavia alterarle, ma prendendo ciò che hanno già dentro o trovando parole nuove dalla combinazione con altre parole. Gli anagrammi sono l’esempio più semplice di quello che sto dicendo. La parola che contiene un’altra parola, bè, questo non solo meraviglia, ma è un modo per iniziare a raccontare. Ad esempio, anagrammando la parola “bibliotecario” viene fuori “beato coi libri”. Non è straordinario? È già l’inizio di una piccola storia: abbiamo un personaggio, uno stato d’animo, un luogo. Raccontare è, ne sono convinto, un’azione sociale, perché si fa insieme a qualcun altro. Io racconto, tu ascolti e intervieni con altre parole e io ascolto, e così di seguito."



Rrose Sélavy editore porta avanti anche un altro interessante progetto, il "quaderno cartone"; ha le stesse caratteristiche del “quadrone”, ed è rivolto ai più piccoli (con storie più brevi e temi più per l’infanzia, anche se non è una regola ferrea), che se non sanno leggere amano comunque ascoltare (una qualità). La parola “cartone” dovrebbe far pensare al “cartonato” (libri tipici per l’infanzia, in genere), anche se questa collana non è cartonata, e al “cartone animato”.




Ci sono, infine, i "Quaderni Ready Made". Che non sono illustrati. Sono libri, in senso classico, per il formato (cm 14x21) e per il numero di pagine (minimo 80). Romanzi brevi o racconti lunghi.  Il nome è ancora una volta un omaggio a Marcel Duchamp: suoi, infatti, i famosi “oggetti belli e pronti”, i Ready Made. Combinazione, nella parola Ready c’è la parola read, che vuol dire leggere.



Questo è quello che intendo, questo è quello che devono saper fare i libri, oltre a raccontare "storie"; questa è l'attenzione e l'amore che devono mettono gli editori quando concepiscono le loro creature di carta. Non estetica e packaging, ma essenza e anima.

Rrose Sélavy

Quaderni Quadroni. (Per lettori dai 9 anni in su).
Quaderni Cartoni. (Per lettori (o ascoltatori) da 4 anni in su).
Quaderni Ready Made. Per lettori da 12 anni in su.