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giovedì 15 maggio 2025

Mal di nebbia


Albertina vive in un paese avvolto da dicerie e maldicenze, nate dopo che un gruppo di 12 disertori, durante la prima guerra mondiale, preferirono buttarsi nel fiume piuttosto che andare in guerra. Da allora, ogni notte, i fantasmi dei 12 disertori riemergono dalle acque del fiume portando sconpiglio e terrore tra gli abitanti, e il paese viene avvolto da una fitta e filamentosa nebbia che causa la morte di tutti quei bambini che sono soliti giocare vicino alla riva del fiume.

Ma Albertina è una bambina coraggiosa, forte e temeraria, e farà di tutto per scoprire cosa si cela dietro quella nebbia filamentosa e cosa si nasconde a ridosso del fiume, a volte mettendo a repentaglio anche la sua vita, ma la voglia di riportare pace e serenità tra la gente del suo paese è più forte di qualsiasi paura.

Mal di Nebbia di Nicoletta Gramantieri, Emons Raga, è uno di quei romanzi che leggi tutto d'un fiato, che ti tiene incollato alle pagine grazie alla narrazione in prima persona della diretta protagonista, che racconta con semplicità e dinamismo le vicende, utilizzando un linguaggio immediato e puntuale, permettendo al lettore di immaginarsi in quei luoghi, tra quelle vie, accanto ai protagonisti.

Mal di nebbia - Nicoletta Gramantieri - Emons Raga

 

giovedì 17 febbraio 2022

Chiedi ai sogni di fare rumore

 


Cosmo brilla per la sua siderale assenza, sembra quasi uno sfondo estrapolato da "2001: Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick; nel silenzio dell'universo, restituisce l'eco delle voci interiori di Arianna che fluttuano, galleggiano, nel vuoto della deriva.

Arianna, una e trina, Viva, Morta, Assassina. Quando il peso della coscienza ti schiaccia trascinandoti a fondo, dove non filtra la luce, nell'arcana speranza di sfuggire al ricordo che assume le sembianze di un terribile incubo.

Béla, una bicicletta in prestito e uno zaino vuoto, e l'ostinata missione di portare fortuna alle persone, con un sorriso e un battito di mani.

Manar, il dolore muto e fiero di una terra abbandonata a sé stessa, martoriata dalla guerra.

E l'ultima strofa di una canzone di Lucio Dalla che suona come un mantra:

"Anna avrebbe voluto morire

Marco voleva andarsene lontano,

Qualcuno li ha visti tornare

Tenendosi per mano".

Se il significato della parola "Kosmos" era ordine, armonia, anziché l'attuale universo, comprendiamo quanto la presenza di Cosmo sia essenziale per bilanciare il disordine interiore di Arianna, per squarciare questa cappa i sogni devono far rumore. E riportare alla luce termini e significati di una bellezza arcana, come "lampisteria", un autentico lampo di poesia.


Ci sono ragazzi che si caricano sulle proprie spalle fardelli troppo pesanti per la loro giovane età, e lo fanno in silenzio, in modo quasi invisibile allo sguardo adulto, spesso incapace di guardare lontano nel così vicino.

C'è tanto rumore entro l'apparente ovattato silenzio a cui dar voce. Certi libri di Alessandro Q Ferrari sono come microfoni nel silenzio dell'universo, certi suoi personaggi, così vicini, sembrano affondare la propria anima in quel pulviscolo cosmico da cui si è generato il mondo. Ordine e disordine sono come un Tao celeste, come Cosmo e Arianna sono espressione di un disegno più grande delle loro brevi e fragili vite.

"Chiedi ai sogni di fare rumore" - Alessandro Q Ferrari - Mondadori

lunedì 9 novembre 2020

La notte delle malombre


"Quando perdi le radici, il vento ci mette un attimo a portarti via".

Nino cammina clandestinamente sul binario per tornare a casa, a Potenza, dalla sua amata Maria. Si è lasciato alle spalle, da circa un'ora, la stazione di Balvano, esce dall'ennesimo tunnel quando si trova di fronte ad una scena surreale. C'è un treno fermo sul ponte che immette alla galleria successiva. E' un treno merci, conficcato nel foro della montagna, con tre vagoni che sbucano fuori. Da lontano si sente il borbottio della locomotiva ancora accesa, e del fumo nero esce dal tunnel, Quando dalla galleria sbuca una sagoma viva che urla: "Sono tutti morti là dentro".

Cosa  è successo?

Riavvolgiamo un attimo il nastro. E' la seconda metà del 1943, l'Italia è un paese in guerra e allo sbando, senza guida politica ne militare. Ha firmato l'armistizio con le forze Alleate, mentre i precedenti alleati, i tedeschi, furiosi per il tradimento, si trasformano in forza occupante e vendono cara la pelle. Nel sud Italia, da cui parte la controffensiva alleata, si scatena una feroce guerra. In Campania non si trova più cibo, nemmeno al mercato nero. Nella vicina Lucania, è ancora possibile andare a barattare i propri oggetti per compare un po' di farina e qualche alimento per garantirsi la sopravvivenza. Così i treni merci in partenza da Napoli per Potenza e Taranto vengono presi d'assalto da orde di clandestini in un autentico viaggio sospeso tra disperazione e speranza per barattare i propri averi in cambio di cibo. In questo scenario apocalittico si innesta il "Disastro ferroviario di Balvano", avvenuto la notte del 3 marzo 1944; il treno merci 8017, partito da Napoli e diretto a Potenza, trainato da due locomotive a vapore che si tiravano dietro la bellezza di 47 carri e oltre 500 tonnellate di peso, con 700 clandestini a bordo, rimane bloccato all'interno della Galleria delle Armi, tra le stazioni di Balvano e Bella Muro. A nulla valgono i disperati tentativi dei macchinisti di tirar fuori il convoglio, che di lì a poco svengono per le esalazioni da monossido di carbonio. Gran parte dei passeggeri, in preda al sonno, dopo un viaggio sfiancante durato ore, passano dalla vita alla morte senza nemmeno rendersene conto. La sciagura di Balvano si chiude con un olocausto di 600 vittime, molte delle quali resteranno senza nome. Vengono realizzate delle fosse comuni per seppellirli, perché nel cimitero del paese non c'è posto per tutti.


"Balvano" è una sorta di Titanic ferroviario; una sciagura civile in tempi di guerra, per questo rimossa in fretta, forse perché "gli stivali del diavolo non fanno rumore, e invece la guerra fa un fragore assordante". Manlio Castagna, come avvenuto per Marco Paolini con il Vajont, riporta alla luce questa tragedia sconosciuta ai più, ricostruendo tutti i retroscena che hanno condotto al disastro; solo che al posto del teatro, usa il romanzo. Si affida alla voce narrante di tre ragazzi, diversi per estrazione sociale, ognuno dei quali, per ragioni diverse, si troverà a salire su quel maledetto treno.

C'è Brando Carenza, un ragazzo di un paesino del salernitano, che ha perso il padre in guerra, con la madre incapace di riprendersi dalla batosta, Brando ha due sorelle minori, a lui l'onere di portare a casa da mangiare. 

Rocco Saturno è un "mariuolo" di Napoli che vive di espedienti; ripudiato dalla famiglia che non approva il suo modo di guadagnarsi da vivere, dorme nel sottoscala di un albergo. Rocco quel viaggio della disperazione lo conosce bene, lo ha fatto più volte per ragioni diametralmente opposte, Lui è uno dei "borsari", quelli che salgono per rubare gli averi che i poveri disgraziati dovrebbero andare a barattare in Lucania in cambio di cibo. Poiché, tuttavia, il Bene e il Male non stanno mai da una parte sola, sovrastato da eventi più grandi di lui, si troverà suo malgrado a fare delle scelte.

E poi c'è Nora Moscati, il cameo di questo romanzo, una ragazzina salernitana benestante, figlia di un dottore. Nora ha un fratello, Pietro, a cui è molto legata; arruolato nella Regia Marina, di stanza a Taranto, ad un certio punto non manda più suo notizie. Per questa ragione, i coniugi Moscati con la figlia al seguito, saliranno su quel treno, alla ricerca del figlio perduto. Ma Nora riveste un ruolo speciale nell'economia della narrazione; è il trait d'union che tramuta un romanzo storico in autentico thriller noir.

Nora la notte riceve delle visite, delle ombre scure che si materializzano in stanza e le salgono sul petto impedendole di respirare. Sono le "Malombre", anime in pena, dannate, perse, che le portano in dote premonizioni. Nora sogna quel treno e sa come andrà a finire. Nora sente delle voci che le raccomandano di non salirvi, perché la sua sorte è segnata, e "chi si addormenta muore". Ma chi è disposto a credere ad una ragazzina di 12 anni in preda alle allucinazioni?

Manlio Castagna si conferma narratore di razza quando scendono in campo le forze oscure del Male; ne aveva dato ampia dimostrazione nella trilogia di "Petrademone", e un altro sfizioso assaggio in "Le Belve", scritto a quattro mani con Guido Sgardoli. Ne "La notte delle malombre" ci dona qualcosa in più, vuoi per la commistione speciale che viene a crearsi tra i personaggi, vuoi perché la base narrativa su cui si sostanzia il romanzo è solida, autentica, profondamente vissuta, e anche il Male quando affonda le sue radici nel "vero", assume tutta un'altra connotazione.


Perché la Notte delle Malombre, "la notte in cui la Morte saccheggia il mondo", è realmente esistita. E si è portata via 600 vittime, senza spargere sangue. Siamo liberi di credere che il mondo parallelo a Petrademone sia una finzione, ma la Galleria delle Armi è ancora lì a ricordarci la notte del 3 marzo 1944, in cui si è inghiottita un treno con 600 persone.

Quando, anche nel romanzo, il treno 8017 ha lasciato la stazione di Balvano, mi sono sentito mancare. Sapevo che il treno andava incontro alla morte, anche se ignoravo quali parole avesse scelto l'autore per accompagnarci sulle soglie dell'Ade. Sono parole, immagini, suggestioni, cariche di poesia, quasi allucinazioni, quasi respirassimo per un attimo quel veleno che si sprigionato in galleria, perdendo il contatto con la terra e con la realtà, per essere adagiati in un altrove di difficile collocazione.

E poi c'è il senso di colpa, per chi sopravvive a certe tragedie, perdendo, in una notte, tutto quello che aveva.

"Per la prima volta nella sua vita sperimenta la solitudine. Si sente come l'unica parola scritta su un libro di pagine tutte bianche. Una parola senza significato"

"La notte delle malombre" - Manlio Castagna - Mondadori


mercoledì 21 febbraio 2018

Il buon viaggio


Uno ti dice buon viaggio
quando ti vede andar via
pronto per un lungo cammino
per stare solo
per vedere cose e posti
e persone che non avevi mai visto
per scoprire tesori che ancora non sai.
Tu dici grazie e poi parti
e non ci pensi più
perché pensi soltanto al tuo viaggio
che sta per cominciare
ed è la cosa più importante di tutte.
O almeno così sembra.
Ma quand'è che un viaggio è buono?


Sono tavole eteree che si perdono negli spazi sconfinati inseguendo dubbi esistenziali. Scorci che aprono squarci amletici, pieni di interrogativi. Sono cieli e mari, ai confini del sogno. Sfoglio l'albo e dileguo i miei sguardi nei carteggi di blu e azzurro, e intuisco, nella contemplazione smarrita e incantata del mondo, il senso autentico di un buon viaggio.




"Capii che era un punto al limite del continente, sentì che era un niente, l'Atlantico immenso di fronte", cantava Francesco Guccini.

"Naufragio senza spettatore, né Dio né Uomo",  commentava Cesare Luporini, a proposito dell'Infinito leopardiano.

La vita è un viaggio, noi siamo in transito, verso mete vaghe che immaginiamo, mentre facciamo altro. 


Pochi mesi prima, Beatrice Masini e Gianni De Conno, conseguono il Premio Rodari 2016, nella sezione Fiabe e Filastrocche, con "Il viaggio della Regina"; una bellissima fiaba sul viaggio metaforico che intraprendono i genitori ammalati di cancro; un viaggio sospeso, carico di speranze e paure, ricco di insidie e difficoltà; un viaggio da cui alcuni, purtroppo, loro malgrado, non faranno più ritorno.  


A fine agosto del 2017, improvvisamente, viene a mancare Gianni De Conno. Carthusia pubblica un nuovo albo, con le tavole inedite dell'artista; i suoi ultimi sguardi, sulla vita e sul mondo, un prezioso inestimabile lascito. A tessere le fila della narrazione è ancora una volta lei, Beatrice Masini. Io mi immagino Beatrice come una bambina che corre a piedi scalzi sull'erba, tendendo fili di parole; come aquiloni, i disegni di Gianni svolazzano liberi al vento, lassù, nelle celesti praterie.  



A voi tutti, auguri di buon viaggio.

Il buon viaggio - Beatrice Masini, Gianni De Conno - Carthusia

sabato 23 dicembre 2017

Tutta colpa delle meduse


Tu

Le parole non dette.
Le parole temute.
Le parole perdute.
Sul foglio bianco
piovono occhi scuri
che il fondo allagano.

Alessandro Moscetti - La fatalità in braccio

Una manciata di versi che scrissi nel 1994, confluita in una raccolta dieci anni dopo. Per parlare di quella difficoltà nel comunicare che genera incomprensione, che sia dovuta a timidezza o timore, paura o vergogna, poco importa, è l'effetto che conta; quelle parole non dette, trattenute, che ti trascinano a fondo, creando una zona di oscurità che ti risucchia come un buco nero da cui è impossibile risalire. Non ti resta che contemplare un foglio di carta e innaffiarlo di lacrime. E puoi scriverci qualunque cosa su quel foglio, pensieri, poesie, persino una ricerca sulle meduse, se questo serve a fornirti una "ragione" di quanto accaduto, perché tu non puoi rassegnarti al fatto che "a voltele cose succedono e basta". Non puoi accontentarti di questa risposta.


Mentre leggevo questo libro ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro un acquario, dove osservi il mondo vivere e respirare, da dietro un vetro. E mi sembrava straordinario pensare che, quando coli a picco, tutte le cause che ti hanno portato al punto di non ritorno, trascinandoti a fondo, d'improvviso ti appaiono davanti in tutta la loro leggerezza,  sospese e fluttuanti, liquide, limpide e chiare, come pesci che danzano mentre nuotano. Le parole non dette, i gesti abortiti, tutto quello che sembrava difficile, pesante, impossibile da esternare, è li che galleggia, evidente, accompagnandoti dolcemente verso il baratro che ti sei scavato.


"Tutta colpa delle meduse" coniuga le oscurità alle trasparenze, come una ferrovia a doppio binario, dove un treno sale e contemporaneamente l'altro scende, nel senso opposto. Ed è scritto di pari passo, i capitoli della ricerca, della motivazione, dell'analisi, che procedono avanti, dritti e ostinati, si alternano a quelli del ricordo, della memoria, di quanto accaduto, che procedono in senso inverso, e tornano indietro. Ogni fase ha la sua scrittura distinta. E' un libro di una feroce coerenza, anche nella costruzione tipografica. La narrazione è divisa in blocchi, seguendo lo schema di una ricerca scientifica, che è poi quella che l'insegnante di scienze. sig.ra Turton, assegna alla classe della protagonista Suzy Swanson: Obiettivo, Ipotesi, Contesto, Variabili, Metodo, Risultati. Conclusione. Una ricerca che Suzy decide di svolgere sulle meduse, perché deve darsi una spiegazione plausibile alla morte della sua amica Franny. Perché lei era un'esperta nuotatrice, non può essere annegata; qualcosa o qualcuno, deve averci messo lo zampino, o il tentacolo. Magari una Irukandij.


Per Suzy la ricerca sulle meduse diventa una ragione di vita, perché tra lei e Franny il rapporto è ormai incrinato; e lei non può andarsene così senza preavviso, prima che si siano chiarite, una volta per tutte. Il viaggio nella oscurità per Suzy inizia molto prima della morte della sua amica; coincide con il momento in cui diventa trasparente ai suoi occhi. Da bambini si fanno grandi promesse, "saremo amiche per sempre". Poi si entra nell'adolescenza con i suoi turbini, e ci vuol poco a scompaginare rapporti cristallizzati. Basta invaghirsi di un ragazzo, cambiare scuola, frequentare amiche fighe e trendy, e vengono a galla tutte le differenze di carattere. Suzy, così analitica da apparire fin troppo meticolosa, vive nel regno delle proporzioni e delle equivalenze, dove tutto ha un peso e un'unità di misura, compresi i battiti del cuore, da tramutare in secondi, minuti, anni. Invece Franny, sembra ormai curarsi solo di gonne, trucchi, acconciature e scarpe. Ci prova Suzy a star vicino alla sua amica, anche se le costa fatica, ma ogni tentativo sembra goffo e vano, finendo per l'allontanarla sempre di più. "Uccidimi se mai dovessi diventare così", "Mandami un segnale. Tipo un messaggio segreto", "Qualcosa di eclatante. Qualcosa che attiri veramente la mia attenzione". E lo compie Suzy Swanson il gesto eclatante. Poi cala il silenzio. Un giorno, due, poi più niente. Se n'è andata Franny Jackson, per sempre. Nulla sarà più come prima. Suzy perde la parola, le resta un carteggio interiore con sé stessa.


"Tutta colpa delle Meduse", per dirla con Battiato, è "un soffio al cuore di natura elettrica". Con un incipit memorabile, che lascia a bocca aperta.

"Una medusa, se la guardi abbastanza a lungo, comincia a sembrarti un cuore che batte. Non importa a quale specie appartenga: l’Atolla rosso sangue con le sue luci lampeggianti a fare da richiamo, la varietà con l’ombrello a decorazioni floreali o la medusa lunare quasi trasparente, l’Aurelia aurita. È il fatto che pulsano, il modo in cui si contraggono rapidamente per poi rilasciarsi. Come un cuore fantasma: un cuore attraverso cui riesci a vedere dritto in un altro mondo dove ciò che hai perduto – qualunque cosa sia – è andato a nascondersi.
Le meduse non ce l’hanno nemmeno un cuore, certo; non hanno cervello, ossa, sangue. Ma osservatele per qualche istante.E le vedrete pulsare.
La signora Turton Dice che, se una persona vive fino a ottant’anni, il suo cuore batte tre miliardi di volte. Ci stavo pensando, cercando di immaginarmi un numero così grande. Fate il conto alla rovescia di tre miliardi di ore, gli esseri umani  moderni non esistono: solo uomini dalle caverne dagli occhi infossati, tutti peluria e grugniti. Tre miliardi di anni, e la vita stessa a malapena esiste. Eppure eccolo qui, il tuo cuore, che fa il suo lavoro incessante, un battito dopo l’altro, tutta la strada fino a 3 miliardi di battiti. Solo se vivi così a lungo, però."

Si sta in apnea con un avvio del genere. L'evidenza scientifica sposa l'eloquenza narrativa che si traduce in musica, allora i pensieri fluttuano, parole e immagini danzano in acqua in un nuoto sincronizzato. Poi emergi e riprendi fiato.

"Tua madre è da qualche parte accanto a te; sta scattando una foto, e tu sai che dovresti voltarti e sorriderle. Invece non lo fai. Non ti volti, non sorridi, continui solo a guardare il mare, e nessuna di voi due ha idea di cosa conti in questo momento o di cosa stia per succedere (e come potreste?).
E per tutto questo tempo il tuo cuore continua semplicemente a battere. Fa quello di cui hai bisogno, un battito dopo l’altro, finché non riceve il messaggio che è tempo di fermarsi, che potrebbe essere fra pochi minuti e tu nemmeno lo sai.
Perché certi cuori battono solo circa 412 milioni di volte.
Che potrebbe sembrare un numero enorme.
Ma la verità è  che questo ti fa arrivare malapena ai dodici anni."

E allora capisci che il tempo speso a inseguire un rimorso, a rimpiangere quello che non è stato, è tutta vita che getti nel fondo del tuo mare interiore. Un mare bramoso e oscuro. Ma è dal fondo del mare che si anela la luce. E i libri potenti, prima o poi, vengono sempre a galla. 

"Tutta colpa delle meduse" - Ali Benjamin - Il castoro

martedì 12 dicembre 2017

Hachiko, il cane che aspettava


"Questa era la routine settimanale del professor Eisaburo: andava ogni mattina alla stazione accompagnato da Hachiko, passava la giornata alla Todai, tornava in treno, lo trovava alla stazione di Shibuya e nei fine settimana passeggiavano insieme, finché le gambe lo reggevano. E quand'era di nuovo lunedi, prendeva il treno di buon mattino mentre Hachiko tornava a casa e passava la giornata a poltrire e a dormicchiare finché l'orologio svizzero che aveva dentro lo avvisava che stava arrivando il treno da Tokyo. E allora, come se qualcuno avesse acceso la miccia di quel razzo supersonico, galoppava verso la stazione per aspettare il professore, quasi ne andasse della sua vita."


La storia di Hachiko è nota, ha commosso generazioni di persone sparse in tutto il mondo, vale la pena spendere due parole per ricordarla. Hachiko era un cane di razza akita che visse 11 anni (10 marzo1923 - 8 marzo 1935). Aveva pochi mesi di vita quando andò a vivere nella casa del Professor Eisaburo Ueno, nel quartiere di Shibuya, sostenendo un viaggio di 500 km in treno. Il professor Ueno era pendolare per esigenze di lavoro (era professore presso il Dipartimento Agricolo dell'Università Imperiale di Tokyo), quindi ogni mattina si recava in stazione a prendere il treno, e il cane lo accompagnava ogni mattina; e ogni pomeriggio, quando il professore tornava dalla giornata lavorativa, tornava in stazione ad attenderlo. 


Il 21 maggio del 1925, il Professore Ueno morì improvvisamente e inaspettatamente, colto da ictus mentre teneva una conferenza all'Università di Tokyo. Hachiko trascorse i rimanenti 10 anni della sua vita ad attendere il suo ritorno, in stazione. Ogni giorno, alla stessa ora, si metteva nella piazza della stazione per vederlo scendere dal treno. Gli abitanti del quartiere incaricarono lo scultore Teru Andu di fargli una statua, che fu inaugurata nel 1934, alla cui inaugurazione assistette il cane stesso. Hachiko morì di filariosi l'8 marzo del 1935, nella stessa piazza dove aspettò invano, per anni, il professor Ueno. La statua di Hachiko venne fusa durante la Seconda guerra mondiale; nel 1948, Takeshi Andu, figlio di Teru, ricevette la commissione di realizzare una nuova statua raffigurante il cane, da posizionarsi nello stesso posto della precedente. Ogni 8 marzo, anniversario della sua morte, si si rende omaggio ad Hachiko nella piazza di Shibuya, e la statua si riempie di fiori, Hachiko venne seppellito in una casetta di pietra costruita ai piedi della tomba del professore, nel cimitero di Aoyama, dove permangono alcune sue ossa. Anni dopo venne imbalsamato, e lo si può vedere al Museo Nazionale di natura e Scienza di Tokyo. La storia di Hachiko fu presa a spunto per alcuni racconti per bambino, e sulla sua vita sono stati realizzati due film: "Hackiko monogatari" (1987) e l'adattamento nordamericano che ebbe come protagonista l'attore Richard Gere, "Hachiko, il tuo migliore amico".


La struggente storia di Hachiko si riempie di nuove suggestioni in questo romanzo scritto dall'autore  catalano  Lluis Prats Martinez, illustrato dall'artista polacca Zuzanna Celej, edito in Italia da Albe Edizioni. Organizzato sotto forma di un ipotetico diario, il racconto è diviso in due parti: la prima si svolge a partire dal Gennaio del 1924 fino al Maggio del 1925, e ripercorre il breve ma intenso periodo di convivenza tra il cane e il professore, fino al momento della sua morte; un anno e mezzo ricco di spunti poetici, in cui i due costruiscono il loro simbiotico rapporto, scandito attraverso le lunghe passeggiate nel parco, i discorsi fatti dal professore al cane, e che lui sembra intimamente comprendere, rispondendo con gli sguardi.

".. il professore Ueno uscì in giardino, dove Hachiko guardava le stelle. Si sedette accanto a lui e lo accarezzò. La notte era nera e fresca, ma talmente limpida che si potevano vedere migliaia di stelle tremanti al buio.

"Vedi le Pleiadi che illuminano il cielo?" disse il professore indicando in alto. "Questo vuol dire che si avvicina il momento di affilare le falci. E quando si spengono, bisogna usare l'aratro, perché staranno lontane circa quaranta giorni; le viti si devono potare quando Arturo sorge dal mare, e la vendemmia inizia quando Orione e Sirio arrivano a metà del cielo".

Hachiko girava la testa all'insù e poi l'abbassava per guardarlo, come se capisse i suoi discorsi. Forse non capiva niente, ma gli bastava la voce grave del suo padrone che lo coinvolgeva e gli raccontava tutto quelle cose".

La narrazione si fa strada attraverso suggestivi scorsi poetici in cui respira il battito della natura, nell'alternarsi delle stazioni; il racconto è impreziosito dagli acquerelli vividi, toccanti, soavi. Il cane, quell'ultimo giorno, respira il presagio dell'imminente morte, e tenta di trattenere il proprio padrone nel tentativo di impedirgli di uscire.


La seconda parte del racconto, dalla morte del professore alla morte del cane, ripercorre i dieci anni in cui Hachiko si reca puntualmente in stazione ad aspettare il ritorno del proprio padrone. La vedova di Ueno si trasferisce, e il cane viene dato in affidamento, a persone insensibili che lo maltrattano, e da cui fugge, tornando in stazione, sotto in vagone ferroviario che elegge a rifugio. Ogni giorno, alla stessa ora, per dieci anni, il cane attende il fatidico treno. Hachiko viene idealmente adottato dalla comunità che, commossa da tanta amorevole ostinata fedeltà, gli dona qualcosa per sfamarsi, lo intrattiene con alcune carezze, opponendosi al tentativo di trasferirlo al canile. Se la prima prima parte del libro scorre più ipnotica e circolare, la seconda procede più lineare e scossa, fino all'atto finale, di una poesia musicale, che come neve al sole si scioglie in lacrime. Per me è come una sinfonia; o la esegui integralmente, o niente. 


"A mezzanotte la neve incominciò ad ammucchiarsi intorno a lui, ma Hachiko rimase disteso davanti alla porta. Il silenzio che accompagna la solitudine era tagliato da un vento affilato come un coltello, che gli penetrava nel petto magro come un ago di sarta. Aveva gli occhi mezzi chiusi perché le raffiche di neve gli impedivano di vedere la porta, ma stava lì, nel caso quella fosse la sera scelta dal professore per ritornare. Aveva il naso ghiacciato e tremava. Era l'unico a non saperlo, ma la sua vita stava finendo, come una candela o come un bastoncino d'incenso che ha profumato il tempio e del quale restano solo le ceneri.


Ad un tratto, fra la nebbia invernale che avvolgeva i binari, sentì un fischio lontano. Era una locomotiva che avanzava lentamente in mezzo alla neve. Una cosa strana, perché l'ultimo treno era arrivato a Shibuya più di tre ore prima e alla stazione non c'era più nessuno, neanche il capostazione Sato, né la signora Shuto, né Ibuki, che se n'era andato maledicendo il freddo. Hachiko tentò di alzare un orecchio, ma il cuore gli batteva appena. La vita che ancora gli restava fuggiva al ritmo del treno che entrava in stazione sferragliando. Ma quello era un treno come mai se n'erano visti a Shibuya, perché era bianco e dorato. La locomotiva sembrava d'oro, i finestrini erano talmente luminosi da abbagliare e se qualcuno l'avesse visto avrebbe detto che le sue ruote erano fatte di cristallo. Neanche Hachiko lo vide, perché aveva già chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Per qualche secondo non accadde nulla. Solo si sentirono i fischi del vapore che sfuggiva dalla locomotiva mentre frenava sul binario. Sembrava che da quel treno non fosse sceso nessuno, ma poi le nubi e la nebbia si dissolsero e si vide che il cielo era pieno di stelle, come macchioline sospese, azzurre e bianche. Nel preciso momento in cui Hachiko chiudeva gli occhi per non aprirli mai più, la porta della stazione si aprì lentamente e un bastone col puntale d'argento incominciò a battere sul selciato.

"Sei ancora qui Hachiko?" gli sorrise il nuovo arrivato. "Me lo aspettavo. Bravo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettarmi un po' più del solito, oggi, ma ho perso il treno".


Hachiko aprì gli occhi e non credette a ciò che aveva davanti. Aveva aspettato dieci anni per ritrovarsi con lui, ma finalmente era lì, alla stazione. Il professor Eisaburo Ueno, Hachiko lo sapeva già, non si era dimenticato di lui. Ed eccoli lì, appena sceso da quel treno che aspettava da dieci anni. Hachiko tentò di guaire, ma non osò emettere alcun suono quando sentì una mano familiare che gli accarezzava il pelo.

"Su, andiamo", sussurrò il professore Ueno. "Oggi si che potrai accompagnarmi e salire sul treno. Ti avevo promesso che un giorno l'avresti preso, ricordi? E le promesse solenni si mantengono".

Hachiko si alzò tremando e lo seguì, incollato ai suoi pantaloni. Entrambi salirono passo passo sugli scalini della vecchia stazione di Shibuya, arrivarono sulla banchina e allora Hachiko vide per la prima volta il treno. Ma prima di salire, il professore si volse un attimo, perché da una casa vicina gli giunse una voce chiara, limpida e vibrante di una geisha che cantava una canzone popolare:

I fiocchi di neve cadono lentamente.
Cadono senza fine e si accumulano.
Tutte le montagne e i campi sono coperti
da candidi batuffoli di cotone.

"Senti la canzone, Hachiko? E' la signora Sasaki. Canta ancora molto bene. No, non fermati qui. Oggi vieni con me. Ricordi che un giorno ti ho promesso che saremmo tornati al mare? Quel giorno è arrivato. Era una promessa solenne, e queste non si rompono. Mai".

Hachiko guardò il padrone e con un saltello salì sul vagone dorato e si acciambellò in braccio a lui come aveva fatto quando aveva pochi mesi, e un'altra volta sentì il calore delle sue mani sul dorso. Ebbe paura per un attimo, perché quello era il primo ricordo del professore, un ricordo che veniva da un'epoca incerta, ma cosa importava? Il calore lo riempiva di nuovo da dentro.Il professore sorrise e Hachiko si addormentò all'istante mentre quelle mani lo accarezzavano. La locomotiva fischiò pigramente, annunciando che usciva dalla stazione diretta a sud, e il suo fumo riempì tutto il quartiere, mentre dense colonne bianche come la neve tingevano il cielo nerissimo di Tokyo.


Qualche ora più tardi, quando il sole cominciò a fare capolino tra la nebbia di quel nuovo giorno di marzo del 1935, quando i primi boccioli dei mandorli avevano incominciato a fiorire e le nevi del Fuji scintillavano nel crepuscolo, il capostazione Sato trovò Hachiko disteso davanti alla porta della stazione. Aveva trascorso lì la notte aspettando il professor Ueno; l'ultima cosa che aveva fatto in vita sua. Poi arrivò Ibuki, che rimase di sasso alla vista della scena. Insieme lo presero in braccio e si misero a piangere singhiozzando, perché Hachiko era freddo come un fiocco di neve. Quando lo deposero dentro alla stazione, il capostazione Sato si soffiò il naso e lo stesso fecero Ibuki, la signora Shuto, quando arrivò per aprire il suo negozio, la geisha Mio Sasaki, che tornava a casa, il padrone del negozio di alimentari Matsumoto e la pescivendola Fujiwara, perché li avevano informati di aver trovato Hachiko morto. A poco a poco si radunarono intorno al cane decine di viaggiatori. Molti, quel giorno, persero il treno. 

"Ha finito di aspettare", disse la signora Shuto, asciugandosi le lacrime. "L'attesa è terminata, Hachiko".

Ciò che nessuno di loro sapeva è che a molti, moltissimi chilometri dalla stazione di Shibuya, sulle sabbie dorate di una spiaggia infinita, passeggiava un vecchio professore di agricoltura, e al suo fianco, come il padrone gli aveva solennemente promesso, un cane correva allegro fra le onde, creando figurine di spuma e sale." 

Qui termina il viaggio di Hachiko nella vita terrena, e ne inizia un altro, tra le braccia dell'eternità.

"Hachiko, il cane che aspettava" - Lluis Prats, Zuzanne Celej - Traduzione di Alberto Cristofori - Albe Edizioni

mercoledì 6 dicembre 2017

Un bacio e addio


Si dice spesso, a proposito di Jimmy Liao, che i suoi libri dicano molte più cose di quante, in apparenza, ne mostrino in superficie. Questo è sicuramente vero, anche a proposito di questo libro. Se penso alla frase "Un bacio e addio", già immagino e sento il treno, sebbene né in copertina, tanto meno nel titolo, se ne ravvisi traccia alcuna. Eppure quelle quattro parole, apparentemente innocue, mi fanno pensare alle innumerevoli situazioni in cui ci si saluta in stazione, ogniqualvolta si parte per un lungo viaggio, dall'esito incerto. Scene intense che vorrebbero fermare il tempo, il bacio è qualcosa che cattura e trattiene, illusoriamente sospende: "resta qui", "vieni via con me", "non andare". Sono pensieri, sono emozioni, sono lacrime. Ci si fa il pieno dell'altro per portarselo dietro e dentro, oppure lasciarlo lì con noi sulla banchina, una volta partito il treno. Ma un bacio è solo un bacio, e quando il treno parte, ci si saluta definitivamente, tutto diviene lontano, distante, talvolta persino effimero, ed è "addio".


Ecco, io in questo titolo e in questo pensiero ci vedo tanto della poetica di Jimmy Liao, della sua commossa compostezza che tocca e trapassa, per attraversare indenni le varie stazioni della vita; perché ogni viaggio ha un senso e un significato, un origine e una destinazione, e sta a noi cercare di viverlo nel miglior modo possibile, facendo scorta di quello che resta, raccogliendo per strada quello che serve, facendo tesoro degli incontri e delle esperienze.


Il treno è un elemento fondamentale di questo albo, e non solo perché campeggia nella quasi totalità delle sue tavole. E' un elemento reale, nel viaggio del piccolo orfano e del suo cane, fino alla casa del nonno; è un elemento ideale, nel ripercorrere tappe emotive, sogni, incubi e paure, paesaggi e scenari interiori. Il treno è come la navetta di un telaio nel grande ordito della vita, dove Liao intesse la sua pregiata trama. Scorre dentro e fuori, avanti e indietro (avanti perché procede verso la sua meta, indietro perché ripercorre momenti di vita del protagonista).


Il treno che penetra il paesaggio si fa compenetrare al suo interno da momenti di riflessione ed elaborazione di quanto è accaduto, in un viaggio che segna la crescita del piccolo protagonista verso la propria consapevolezza. I paesaggi mescolano elementi reali a tratti immaginifici; si riconoscono campi olandesi e scorci da monte Fuji, che si alternano ad elementi favolistici e fiabeschi.


Animali rassicuranti come giraffe, gufi ed elefanti, vegliano sui sogni del piccolo Woody, lasciano il posto ai coccodrilli che ingoiano il treno, come oscure gallerie che spaventano, segnando il passaggio dal sogno all'incubo: Perché "avevo sentito dire che, una volta entrati  molti treni scomparivano misteriosamente". Ma è proprio nelle gallerie, nel suo alternarsi di fasci luminosi, di buio e luci, che il piccolo Woody scopre che la paura si può attraversare e lasciare alle spalle, lanciandosi in meravigliose cavalcate.


Il treno che solca i binari della memoria diventa un elemento rassicurante, all'interno delle carrozze si schiudono elementi di suggestione, barchette di carta che si spera arrivino in mare, perché "papà amava tanto il mare". Si sta caldi e al sicuro in quelle vetture, protetti, come dentro al grembo materno, al riparo dalle insidie della vita; tutto arriva filtrato, e rarefatto. E allora si viaggia attraverso gli arcobaleni e fin dentro le nuvole, dove mi chiedo se "potrò mai trovare il mio papà e la mia mamma".


Cantava De André, in Hotel Supramonte:

"Passera  anche questa stazione senza far male,
 passerà questa gioia sottile come passa il dolore"



Un albo formidabile che è un'esplosione di colori nella sinfonia delle emozioni, tra i "dimenticai", i "posso" e i "chissà, forse". Superando i paesaggi innevati di dubbi, il treno attraversa scaffali di libri, quadri di Mondrian, pianeti e cosmi, fino alla definitiva certezza di un abbraccio. Del nonno. 



Resta sul treno, la valigia dei ricordi. Ma il piccolo Woody è ormai cresciuto, e arrivato a destinazione; non ha più bisogno di tirarsi dietro il pesante fardello dei tristi ricordi.

"Nessuno può riportare sull'albero le foglie cadute. Soltanto la primavera può".

Nell'autunno della vita ci si spoglia delle certezze infrante, si aspetta che passi il rigido inverno, pensando ad una nuova primavera. Un bacio, e addio.


Una volta la mamma mi disse: "Se avrai la fortuna di viaggiare su un treno vuoto, un miracolo accadrà". Che i treni servono anche a questo. Talvolta è una scusa quella di raggiungere un luogo. Spesso sono un espediente per guardarci dentro, affacciati alla vita che ci scorre dinanzi gli occhi, dal finestrino. Perché in fondo, in questa vita, siamo soltanto persone in transito verso qualcosa, qualcuno, forse verso un altrove.

"Un bacio e addio" - Jimmy Liao - Camelozampa

Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

giovedì 2 novembre 2017

E non hai visto ancora niente



L’oro nasce dall’argento,
il rosso dal bianco, il sole dalla luna,
una coscienza più chiara dalla follia.

James Hillman


Mino invece sembra provenire dalla notte dei tempi, che è poi l’alba di tutte le letterature. Un personaggio a tratti surreale, onirico, sospeso tra la radiosità della sua bontà d’animo, e il buio di certi scatti d’ira, che non si capisce da dove provengano, violenti sferzano come folate, poi passano. Mino che vive con la nonna, parla con la natura, capisce il linguaggio dei fiori e dei pesci. Mino che ogni giorno si reca al ponte sospeso, lungo 227 metri, alto 36, un ponte che spaventa molti. Lui ci corre sopra, lo attraversa ad occhi chiusi, lo fa ondeggiare, spaventando le persone che vi si trovano a transitare sopra; spaventa tutti, tranne i bambini, che giocano a passargli tra le gambe. Sul ponte Mino sente le “voci”, soprattutto la voce della Luna che gli dice cosa fare. Mino che ha un sogno: apparecchiare una tavolino in mezzo al ponte, con tovaglia e fiori, e due sedie, per invitare  una ragazza coi lustrini, luminosa come una stella, e fare merenda insieme. Mino ha anche una visione, suggerita dalle voci interiori, che suona come una missione: attraversare il ponte camminando ad occhi chiusi sul parapetto, sospeso come un funambolo,  fino all’altra parte, dove è celato il suo tesoro.

“Che fossi un sogno, che tutto attorno a me fosse irreale, lo immaginavo a volte, ma solo di notte, quando ripensavo alla voce della luna che mi parlava di giorno, e mi chiedevo come fosse possibile, e allora quasi non ci credevo. Così di notte, se la luna era piena e silenziosa, la osservavo a lungo con il naso schiacciato sul vetro della finestra della mia camera, nella speranza che lei mi parlasse. Ma le voci che giungevano dalla luna e dagli altri astri si facevano udire chiare e squillanti solo alla luce del sole.”
 

Il ponte sospeso e il baratro sono metafore forti e suggestive, per esplorare le fasi della crescita e  i suoi momenti di transizione;  ma per costruire un romanzo ci vuole ben altro. Qui sta l’abilità di Emanuela Nava, che dall’infanzia conosce stupore e incanto, e sa trasporlo, intatto, nelle turbe dell’adolescenza che potente si dispiega. Questo è un libro denso, ma contrariamente a quanto si pensi, non è un libro lento; semmai una storia che invita il lettore a non avere fretta, e coltivare il proprio tempo. Per osservare il mondo che respira intorno; per gettare un ponte verso l'interiore, trovando anche il coraggio di attraversarlo. Un testo pieno di riverberi fondamentali. E personaggi indimenticabili. Come il guardiano delle oche:

Vedo che sei molto preciso, ragazzo. Ma non hai  visto ancora niente. Le oche quando volano non contano i metri.”

Alle volte occorre rovesciare la morte per tornare alla vita, e spiccare il volo.

"E non hai visto ancora niente" è un libro carico di suggestioni, scoperte e misteri. Un libro per chi non cerca risposte, ma si pone domande. Per lettori che non hanno fretta di arrivare. Perché attraversare il proprio interiore impone di fermarsi ad ascoltare. Un libro che già a partire dal titolo sembra gettare un guanto di sfida. Il migliore dono che potete farvi è raccoglierla, e attraversare le vostre paure, sospese nel vuoto, sotto un cielo stellato di sogni, sopra un fiume gorgogliante di voci.

 "E non hai visto ancora niente" - Emanuela Nava - Tralerighe