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mercoledì 17 maggio 2017

La corsa giusta



"Io continuavo ad allenarmi. D'estate mi facevo certe salite di campagna da tagliarti il fiato. Mi facevo quelle salite nell'aria ferma, senza vento, e pedalata dopo pedalata mi arrampicavo ancora.

Mentre andavo sentivo le cicale che chiamavano, Gino, Gino, e allora mi ricordavo quelle fughe tra gli ulivi con gli ebrei nascosti sotto il culo, e sorridevo. E poi pensavo che la guerra s'era presa gli anni più belli, ma lo stesso ero contento di tutto quello che ero riuscito a combinare."

A volte le "grandi storie" non bastano da sole, c'è bisogno di qualcuno che le sappia raccontare. Facendoci appassionare dell'uomo che si cela dietro il personaggio storico.




Di Gino Bartali sappiamo molte cose. Fu uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi. Vinse molto, anche se avrebbe potuto vincere ancora di più se alcune contingenze storiche più grandi di lui (il Fascismo, le leggi razziali, la Seconda Guerra Mondiale) non lo avessero spesso fermato nei suoi anni migliori, salvo poi trovarsi di fronte, quando tutto sembrò normalizzarsi, il grande rivale di sempre, Fausto Coppi. Sappiamo anche che alcune sue vittorie ebbero un'importanza tale da valicare i confini sportivi, come quella del Tour de France del 1948, quando l'Italia era sui piedi di una insurrezione civile, per l'attentato a Palmiro Togliatti. Sappiamo infine, che la sua più grande impresa ciclistica fu extra-sportiva, profondamente umanitaria, quando, facendo la spola tra la Toscana e l'Umbria (Assisi) portando documenti segreti tenuti nascosti nella canna della bicicletta sotto la sella, riuscì a salvare qualcosa come 800 ebrei, negli anni delle persecuzioni naziste. Per questo ricevette nel 2013 il riconoscimento di "Giusto tra le Nazioni", la massima onoreficenza concessa dallo Stato di Israele per i non ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare la vita anche di un solo ebreo, oltre alla Medaglia d'Oro al Merito Civile, consegnata postuma alla moglie Adriana.

Questo è un aspetto che non tutti conoscono, perché

«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca ».



Ma dell'uomo Bartali cosa sappiamo, a parte il suo leggendario carattere burbero e schivo, che non disdegnava la querelle?

Bartali ebbe tanto dalla vita (nulla che non si sia sudato, beninteso), fu anche messo a dura da essa: quando gli morì il fratello Giulio, falciato da un auto proprio mentre stava disputando una gara ciclistica; oppure quando perse il secondogenito, nato morto. 

E' sulla vita del ginettaccio nazionale che Antonio Ferrara imbastisce un bel romanzo che alterna ritmo e contemplazione, ironia e commozione. E tanta, tanta poesia, soprattutto quando descrive il rapporto con la compagnia di una vita, la sua amata Adriana. Un rapporto fatto di silenzi, sguardi, pazienti attese. Questa è una qualità propria dello scrittore Ferrara, che ho avuto già modo di apprezzare leggendo "Harry", là dove descrive il rapporto di Houdini con la moglie Bess. 

Poi ci sono alcuni "siparietti", al limite del dissacrante, che danno brio al racconto che piace e diverte:

"In sacrestia c'era già quello con la faccia bianca, che s'infilava la mano nelle mutande, rimestava un po' per cercare la chiave, poi la trovava, la tirava fuori, guardava a destra e a sinistra, furtivo, apriva la credenza delle reliquie sante, ci nascondeva dentro i documenti, richiudeva e s'infilava di nuovo la chiave nelle mutande, rimestando ancora un po' per sistemarla bene. Soltanto a quel punto facciabianca mi sorrideva e mi tendeva la mano per stringere la mia.
Ora io non è che non volessi stringergliela la mano, solo che pensavo che un uomo, anche se frate, prima di stringerti la mano dovrebbe evitare di ravanare tra gli zebedei, perché non è che sia una cosa tanto fine
".

e ancora:

"Seduto al tavolo lungo di legno, là sotto il crocefisso, con la tazza in mano, mi sentivo sempre un po' a disagio, devo dire, perché ogni volta da là sopra Gesù diceva cose sconce che non mi aspettavo.
Una volta disse lo so che è strano, facciabianca, Gino, devi avere pazienza, ma guarda che è uno coraggioso, è uno con le palle.
Ma io già lo sapevo, questo, perché lo vedevo che facciabianca la chiave la nascondeva proprio là
".

Ma in fondo scrivere per ragazzi è anche e soprattutto questo, senso del ritmo e tanto equilibrio, come quando cammini su un muretto, basta sbilanciarsi di poco e si cade a terra. Solo che Antonio Ferrara sul muretto ci palleggia anche. Come accidenti faccia, lo sa solo lui. Ma è solo così che le storie di un tempo arrivano fresche e intatte ai giorni nostri.



Antonio Ferrara - La corsa giusta - Coccole books

Copertina con elaborazione grafica su foto storiche di Sandro Natalini

mercoledì 8 marzo 2017

Più veloce del vento


"Quando Icaro precipitò verso il mare dopo avere tentato di volare fino al sole, aveva un solo rimpianto: quello di non poter più domare il vento. L’essere sfuggito al Minotauro non gli importava. L’essere arrivato più in alto di qualsiasi uomo non contava. L’unica cosa che desiderava era volare di nuovo a quell’altezza impossibile, irraggiungibile, solo sua".

Se questo libro si fosse limitato ad un semplice tributo alla vita e alle imprese di una grande “Donna”, probabilmente non staremmo a parlarne con tanto trasporto; perché le commemorazioni sono si sacrosante, spesso doverose, ma la “letteratura” è un’altra cosa. “Più veloce del vento” di Tommaso Percivale, edito da Einaudi, è invece un grande “romanzo”, che noi di Storie a Colori abbiamo inserito nella terzina dei candidati al Premio Orbil 2016, indetto dall'ALIR, per la sezione narrativa 10-14. Perché l’autore, partendo da una scrupolosa ricerca sulle poche notizie storiche a disposizione, ha imbastito intorno alla figura di Alfonsina Morini, coniugata Strada, la prima donna ciclista a partecipare al “Giro d’Italia”, la propria epica narrativa. Tre epopee si incrociano in questo libro. Quello dell’Italia contadina di inizio secolo scorso, e di fatto sopravvissuta fino al secondo dopoguerra, di una vita aspra e dura a spezzarsi la schiena sulle campagne, dove i maschi coltivavano i campi e governavano le bestie, e le ragazze stavano dietro gli animalI da cortile, ai lavori di casa, e chi era brava dava una mano all’economia domestica e arrotondava con i lavori di sartoria; una vita frugale legata ai valori semplici, familiari, eppure così carica di poesia ora che a guardarla appare lontana anni luce. A questa si lega a doppio filo l’epopea tutta femminile della protagonista, circa il diritto di scegliere cosa fare della propria vita, al pari dei maschi, assecondando le proprie passioni e inclinazioni, indipendentemente, anzi contro i dogmi, le consuetudini e imposizioni allora in voga, che vedevano (perché così volevano) la donna inadatta a intraprendere certe strade. Qui l’autore risulta particolarmente abile e dotato di singolare garbo nel descrivere le diatribe dialettiche sostenute da Alfonsina Strada con la propria madre, in un confronto agli antipodi di esigenze e visioni; nel mostrare il rispetto della protagonista nei confronti della propria famiglia, impegnandosi strenuamente negli studi, e contribuendo in modo importante all’economia domestica nelle difficili condizioni in cui essa versava, distinguendosi nella sua abilità al ricamo, sebbene la sua vocazione seguisse ben altri lidi. Salvo poi coltivare in segreto i propri sogni quando la notte calava e il mondo andava a dormire; allora di nascosto, furtivamente si recava al fienile prendendo la bicicletta facendo lunghe pedalate di notte, per tornare poco prima dell’alba, prima che la sua famiglia si destasse. Sfidando anche le cinturate del padre il giorno che se ne accorse. Ma per Alfonsina nulla era più doloroso dell’idea di rinunciare volutamente al proprio sogno, di una vita diversa, se non necessariamente migliore, almeno scelta. Perché

"Quando un desiderio non si avvera, il tempo non scorre più".

Ma questo romanzo celebra anche e soprattutto l’epopea di Percivale scrittore di razza, con una storia che viaggia su ritmi pazzeschi, tutta in piedi sui pedali; non c’è pagina che mostri un cedimento, non c’è pagina in cui l’autore non mostri uno spunto, uno scatto di fervore narrativo, che lasci il lettore di sasso, meravigliato e attonito. Magistrale la descrizione della nebbia emiliana il giorno in cui nacque ‘Fonsina; memorabile l’avvicendarsi dei registri narrativi, dal poetico al comico, con un’ilarità talvolta spiazzante ai limiti della gag; come quando Iacopo mostra ad Alfonsina come si va a salire al volo sulla bicicletta in corsa, con la “grazia di una vacca che si tuffa nel fango”; o come quanto lo stesso Iacopo, allo scatto dell’amica Alfonsina che gli lancia la sfida “rimane fermo come un camposanto". Si vede che l’autore si diverte ad immaginare le scene, ci ride sopra, e fa a sua volta divertire il lettore. In una storia dal sapore vivo, mai stereotipato. Impossibile non affezionarsi alle sorti di Alfonsina Morini, che corre “più veloce del vento”, con “i capelli pettinati con la polvere da sparo”. Alfonsina che la domenica finge di andare a messa, e di nascosto va a fare le gare in bicicletta e poi viene scoperta; e la madre la pone di fronte alla scelta tra tornare a fare la brava ragazza di famiglia o seguire le proprie inclinazioni andando a vivere altrove. Alfonsina che fa i suoi primi allenamenti ufficiali al Parco della Montagnola a Bologna; Alfonsina che gareggia al Parco del Valentino a Torino con la celebre, nonché più allenata ed esperta, Giuseppina Carignano, facendole mordere la polvere. E soffriamo con lei quando la Grande Guerra mette in crisi lei e la sua famiglia, con il marito Luigi Strada che da di matto perché gli soffiano il brevetto della macchina del caffè, cade in depressione e finisce internato al manicomio; Alfonsina dovette ricominciare tutto da capo, e ancora una volta se la cavò da sola. Il Giro di Lombardia, il Giro d’Italia del 1924, prima e unica donna a competere in gare per soli uomini. Combattendo contro l’avversario più duro rappresentato dallo scherno e la diffidenza. Ma niente può più fermare questa donna, "con i capelli a bebè", ormai giunta ad un passo dal coronare il proprio sogno.

"Quando ogni singolo respiro è dedicato a un sogno, e il sogno è quello di volare, il respiro diventa vento".

Quando finisci di leggere questo libro ti senti orfano. Una grande malinconia ti assale. Non vorresti mai arrivare alla fine. Quando il vento si alza, vorresti che non smettesse più di soffiare. 

"Più veloce del vento" - Tommaso Percivale - Einaudi Ragazzi