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lunedì 13 maggio 2019

AFK




“AFK” segna il ritorno di Alice Keller presso l’editore Camelozampa, dopo il felice esordio rappresentato da “Nella pancia della balena”. La nuova sfida consiste nello spingersi un gradino oltre,  dove gli “Arcobaleni” si tramutano in  Spore”, in pieno territorio Young Adult.  Alice è pienamente consapevole che,  più ci si immerge nelle turbe dell’adolescenza contemporanea, con i suoi ritmi serrati, talvolta schizofrenici , tanto più diventa necessario lavorare sulla scrittura e la sua musicalità. Non sempre bastano, da sole, le buone storie (per quanto esse costituiscano , ora e sempre, l’ingrediente primario di ogni buon libro), talvolta occorrono narrazioni agili e millimetriche che consentano loro di respirare. AFK ne è una compiuta dimostrazione.


La storia è solida, e di quelle toste, già il titolo mira alla sintesi (AFK è l’acronimo di “away from keyboard”, letteralmente “lontano dalla tastiera”, ovvero il problema e la sua cura) ma l’autrice pare sfrondarla di ogni elemento superfluo, quasi che ogni dettaglio meramente e vanamente descrittivo possa minare il moto su cui si avviluppa il racconto. Gio vive rinchiuso in camera, dove passa le giornate giocando ai videogame, scambiando il giorno con la notte, muovendosi come un animale abitudinario ai suoi orari biologici; la sua tana è un fortino inespugnabile, soprattutto per quel mondo adulto sempre più incapace, non dico di avere il polso della situazione, quantomeno di instaurare un minimo di dialogo con la controparte adolescenziale. In tal senso Afk segna la Caporetto dell’esperienza genitoriale.  Gio è un ragazzo che pone in essere un atteggiamento autistico (probabilmente senza esserlo davvero), scatenato da subiti tentativi di bullismo; egli trova la propria dimensione espressiva isolandosi nel mondo dei videogame con una immedesimazione tale da non aver più una propria vita reale. I genitori, seppur coadiuvati dagli specialisti medici (psicologi e psicanalisti) sembrano incapaci di mettere a fuoco il problema,  lasciando il ragazzo rinchiuso nel suo non mondo.  In questo vorticare schizofrenico di esperienze destinate ad implodere, su cui si struttura la prima parte del romanzo, la Keller ha il pregio di dare vita a quel ticchettare sequenziale di tasti, così simile allo shreddare di certo thrash – metal, convulso, iperveloce,  reiterato.  Non è più il rock dei riff e dei soli de “la pancia della balena”, qui è piena e martellante ritmica, assordante e claustrofobica.



Lo spiraglio di Gio è costituito da sua sorella Emilia, così discreta e perfetta, una  presenza in punta di piedi; lei che c’è senza invadere,  apre la porta e non parla, saluta con uno sguardo e se ne va in silenzio. Lei, unica presenza reale in un mondo virtuale. Lei che pare avulsa da ogni problema,  è anche colei che spacca in due il romanzo,  sottraendolo allo stallo narrativo e ritmico cui pare geneticamente lanciato. Emilia, il cui nome sembra farsi geografia perché questa ragazza minuta e compita l’Emilia te la ricorda davvero; perché tu pensi a quella regione operosa, fatta di gente aperta, gaudente e cordiale, da sembrare perfetta e immune da ogni problema. Eppure anche li si annida quel “cielo padano plumbeo, denso incantato incredulo” capace di renderla malinconica. E paranoica.
Emilia il suo problema lo condivide con il fratello, che si tira letteralmente dietro, facendolo fuoriuscire suo malgrado dal guscio che si era costruito. Visto da fuori, e con l’aiuto di qualcuno che ti parla e sa ascoltarti, anche nei tuoi silenzi, forse il problema non è più insormontabile, ma risolvibile.

Con Emilia così malinconica, a tratti “paranoica”, cambia anche la musica della narrazione, più lenta e simile ad un respiro dell’animo carico di riverberi, pause e slanci, pensieri che saturano l'aria, e tornano le parole di quella celebre canzone:

"Emilia di notti agitate per riempire la vita
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità
E non sei tu, e non sei tu, e non sei tu
Emilia paranoica
Aspetto un'emozione sempre più indefinibile".

La scrittura di Alice Keller è un fiume che non conosce secche, e le coraggiose collane di narrativa della giovane casa editrice Camelozampa costituiscono il richiamo di un mare in cui è ammaliante tuffarsi.


La citazione "cielo padano plumbeo denso incantato incredulo" è tratta dal brano "Linea gotica" dei CSI. 
Gli altri versi virgolettatti sono tratti dal brano "Emilia Paranoica" dei CCCP.


AFK - Alice Keller - Camelozampa - Copertina di Alessandro Baronciani

venerdì 29 dicembre 2017

Tartarughe all'infinito


"Ma stavo cominciando a imparare che la vita è una storia che si racconta di te, non una storia che racconti tu. Ovvio, tu fai finta di essere l'autore. Devi. Pensi: Adesso decido di andare a pranzo, quando quel bip monotono risuona dall'alto alle 12:37. Ma in verità è la campanella a decidere. Tu credi di essere il pittore, invece sei la tela".


"Tartarughe all'infinito" di John Green, edito in Italia da Rizzoli, con la traduzione di Beatrice Masini, è un romanzo che mette le sue ragioni nero su bianco, fin dall'inizio; ma è anche un chiaro esempio di come la "scrittura", talvolta, surclassi la "storia", che resta sullo sfondo.

"Così ho provato a farlo, ma la spirale di pensiero ha continuato a stringersi. Ho sentito il dottor Singh dire che non dovevo prendere il telefono, che non dovevo continuare a cercare le stesse domande, ma l'ho preso lo stesso, e ho riletto l'articolo su Wikipedia dedicato ai microbioti umani. Il problema di una spirale è che se la segui dall'interno non finisce mai. Continua a stringersi, all'infinito".

Esiste un vortice che fagocita tutto, il resto è solo polvere agli occhi. Il vortice è la mente di Aza Holmes, la protagonista sedicenne, che soffre di disturbo ossessivo - compulsivo, un disturbo mentale che la induce a ripetere in modo ossessivo certi comportamenti. Nella fattispecie, Aza si è inflitta con l'unghia una ferita a una mano, che riapre e disinfetta in continuazione. E' ossessionata dall'idea di prendere infezioni, causate dal prolificarsi di batteri; questo pensiero la induce a controllarsi continuamente la ferita, disinfettarla, addirittura ingerire direttamente dalla bocca il disinfettante nei momenti di crisi nervosa acuta. Aza è in cura da una specialista, ma non sembra trarre giovamento dalle sedute cui si sottopone. Nella storia ideata da Green, Aza viene convinta dall'amica Daisy ad indagare sulla scomparsa del miliardario  Russell Pickett, in quanto è stata offerta una ricompensa di 100 mila dollari a chi saprà fornire indizi utili al suo ritrovamento. Russell Pickett è il padre di Davis, amico d'infanzia di Aza, fino a quando le vicende della vita non hanno portato le due famiglie ad allontanarsi. Aza e Davis, due caratteri affini, introversi, nascondono voragini interiori. Già da bambini parlavano poco, ma si capivano.

"Le avrei detto che io e Davis non avevamo parlato molto, nemmeno ci guardavamo, ma non importava, perché guardavamo lo stesso cielo insieme, che comunque è forse più intimo del contatto visivo. Chiunque può guardarti. E' raro trovare qualcuno che vede lo stesso mondo che vedi tu."


Davis ha la passione per l'astronomia. Le contemplazioni all'aperto della volta celeste, che i due ragazzi condividono, disegnano i momenti di maggior intensità lirica ed onirica del romanzo.  Attraverso l'osservazione dei corpi celesti, Davis insegna ad Aza a guardare con sereno distacco al proprio passato; perché se quelle costellazioni distano anni luce, quello che vedono, è solo un riflesso di qualcosa che è già accaduto.

"Ho pensato a quando mi aveva chiesto se ero mai stata innamorata. E' un'espressione strana in inglese, in love, come se l'amore fosse un mare in cui anneghi o una città in cui vivi. Non sei in nient'altro; in amicizia, in rabbia, in speranza. Non si dice così. Puoi solo essere in love. E volevo dirgli che se anche non ero mai stata in love, sapevo che cosa si prova ad essere in un sentimento, non esserne solo circondata ma anche intrisa, come quando mia nonna diceva che Dio è dappertutto. Quando i miei pensieri prendevano la spirale, io ero nella spirale e della spirale. E volevo dirgli che l'idea di essere in un sentimento dava linguaggio a qualcosa che prima non sapevo descrivere, creava una forma per questa cosa, ma non riuscivo ad immaginarmi come fare a dire queste cose ad alta voce."

Davis è amore e poesia. Scrive su un blog. I post dedicati ad  Aza sono introdotti con delle citazioni tratte da "La Tempesta" di William Shakespeare. Davis è una spirale che si apre verso l'esterno, e dona ossigeno alla mente di Aza. Anche se dura poco. Poi sprofonda di nuovo.

"Ma la cosa veramente spaventosa non è girarsi e rigirarsi nella spira che si espande; è girarsi e rigirarsi nella spira che si stringe. E' venire risucchiati da un mulinello che riduce e riduce il tuo mondo finché ti ritrovi a girare senza muoverti, bloccato come dentro una cella di prigione che è grande esattamente come te, finché alla fine non capisci che non sei davvero in una cella. La cella sei tu".


Il pregio del libro sta nella qualità della scrittura di Green, nella reiterata capacità di simulare i movimenti di quella spirale che attanaglia la mente di Aza, facendo calare il lettore nelle sue tormentate vicende psichiche. Mentre leggi, senti lo spazio stringersi e il respiro affannarsi. In una parola, provi "empatia". Aza, un nome conciso che percorre tutto l'alfabeto, andata e ritorno, richiama la forma di un triangolo equilatero, che si staglia verso il cielo. E noi ci incamminiamo sul solco del suo cammino interiore fatto di Inferno, Purgatorio, e piccoli scampoli di Paradiso, verso l'ultimo atto del romanzo, che ci riserva un poderoso trittico, dall'accento cosmico. E penso a Dante, alla volontà caparbia nell'alzar la testa a cercar le stelle.

"E quindi uscimmo a riveder le stelle" - Inferno, Canto XXXIV, verso 139

"Ci siamo fatti un nido di silenzio, e io ho avvertito la vastità del cielo sopra di me, l'inimmaginabile enormità di tutto: guardare Polaris e capire che la luce che vedevo aveva 425 anni, e poi guardare Giove, a meno di un'ora di luce da noi. Nel buio senza luna eravamo solo testimoni della luce, e ho sentito una scheggia di ciò che doveva aver avvicinato Davis all'astronomia. Si prova una sorta di sollievo nell'avere davanti a sé la propria piccolezza pura e semplice, e ho capito una cosa che Davis doveva già sapere: che una spirale diventa infinitamente stretta via via che la segui verso l'interno, ma diventa anche infinitamente larga via via che la segui verso l'esterno. E sapevo che avrei ricordato quella sensazione, sotto il cielo diviso, allora, prima che i meccanismi del destino ci frantumassero per ridurci a una cosa o l'altra, prima, quando potevamo ancora essere tutto. Stando li distesa ho pensato che avrei potuto amarlo per il resto della vita. Ci amavamo - forse non l'avevamo mai detto, e forse non eravamo mai stati innamorati, però era una cosa che sentivo. Io lo amavo, e ho pensato forse non lo rivedrò mai più, e mi mancherà per sempre, e non è terribile?"

"puro e disposto a salire a le stelle" - Purgatorio, Canto XXX, verso 145

"Ma alla fine non è terribile, perché conosco il segreto che la me  distesa sotto quel cielo non poteva immaginare: so che quella ragazza sarebbe andata avanti, che sarebbe cresciuta, che avrebbe avuto dei figli e li avrebbe amati, che nonostante l'amore sarebbe stata troppo male per occuparsi di loro, che sarebbe finita in ospedale, sarebbe migliorata, e poi sarebbe stata male di nuovo. So che uno strizzacervelli direbbe "Scrivilo come sei arrivata fin qui". Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l'amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono. Ti ricordi il primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne che l'amore, che l'amore è come diventi una persona e perché."

"l'amor che move il sole e l'altre stelle" - Paradiso, Canto XXXIII, verso 145

"Ma sotto quei cieli, la tua mano - no, la mia mano - no, la nostra mano - nella sua, non lo sai ancora. Non sai che il quadro della spirale è dentro quella scatola sul tuo tavolo da pranzo con un post-it appiccicato sul retro della cornice: "L'ho rubato ad una lucertola per te. D". Non puoi sapere che quel quadro ti seguirà da un appartamento all'altro e poi alla fine in una casa più grande, né che decenni dopo sarai così fiera che Daisy continui ad essere la tua migliore amica, che crescere dentro vite diverse vi renderà solo ancora più accanitamente fedeli l'una all'altra. Non sai che andrai al college, ti troverai un lavoro, ti farai una vita, la vedrai disfatta e ricostruita. Io, nome proprio singolare, sarei andata avanti, seppure sempre al condizionale. Ma tu non sai ancora niente di tutto questo. Noi stringiamo la sua mano. Lui risponde alla stretta. Voi fissate lo stesso cielo insieme, e dopo un po' lui dice "Devo andare", e tu dici "Addio", e lui dice "Addio, Aza", e nessuno dice mai addio a meno che non voglia rivederti."

Sai che c'è Aza? Non importa che tu sappia baciare o meno. Tu sai vedere attraverso le  nuvole.

"Tartarughe all'infinito" - John Green, traduzione di Beatrice Masini - Rizzoli

giovedì 2 novembre 2017

La figlia del Dottor Baudoin



“Lunedi era una terra promessa. Era dopo, dopo la nausea, dopo il dolore, dopo l’angoscia e il dispiacere. Veniva da domandarsi se il lunedi esistesse.”

Sono le ultime tre righe, a pagina 153, quando i miei occhi si velano di lacrime. Inaspettatamente. Perché per tre quarti questo romanzo, dal tono leggero, dissacrante e ironico, per quanto fitto e denso, mi aveva divertito. Ma per Violaine il tempo è ormai scaduto. Non è una scelta facile, la sua, soprattutto in rapporto alla sua giovane età. E’ una decisione che avrà, in ogni caso, ripercussioni sulla sua vita futura. Ci sono dei momenti in cui la vita ti porta a un bivio, e non hai tempo e modo  di stabilire in anticipo la bontà della direzione da prendere, puoi soltanto scegliere dove svoltare. Violaine decide di interrompere la sua gravidanza. Non sa se è la scelta giusta, ma è la sua. Forse il segreto di certi snodi esistenziali sta nei versi di Boris Cyrulnik che la Murail mette ad incipit del suo romanzo:
 
La felicità dà solo pagine bianche


Ma trionfare su una prova

Varrà bene un capitolo




Violaine affronta la prova con sé stessa, e scrive un capitolo cruciale nel suo passaggio da ragazza a donna. Forse il destino di Violaine è nel nome che richiama un colore, il Viola, enigmatico, fondo, di difficile interpretazione. Ma che suona simile a qualcosa che viene” violato”, suo malgrado. 

“La figlia del Dottor Baudoin” di Marie – Aude Murail inaugura “Le Spore”, la nuova collanza di Camelozampa dedicata alla narrativa Young Adult. E’ un romanzo denso di argomenti, dall’interruzione volontaria di gravidanza alla deontologia medica, dalla famiglia all’amicizia, dalla fiducia al tradimento all’incomprensione, dai tumori alle prevenzioni, fino a toccare una delle piaghe striscianti della nostra epoca: la solitudine che nasce dalla mancanza di dialogo, e di ascolto. Tanti personaggi si alternano sul palcoscenico, ognuno con le proprie virtù e debolezze, luci e ombre; tutto si muove in modo concatenato e senza battute d’arresto. Come valvole in un motore da corsa che si alzano e abbassano continuamente, in modo sincronico, senza dispersione. L’autrice francese, in questo, si conferma meccanico formidabile, la narrazione non picchia mai in testa, e non perde un colpo. Ma è un motore a geometria variabile, dove ogni personaggio, anche il più marginale, acquista il suo momento di centralità, anche se chiamato in causa una volta sola. Si pensi alla D.ssa Nina Broyard, così cinica nella sua lucidità, quando sferza Violaine per essersi presentata con l’amica a pianificare l’interruzione di gravidanza, all’insaputa dei suoi genitori; sebbene in alcuni passaggi appaia acida, ai limiti dell’insensibile, si fa portatrice, a sua volta, di una logica incontrovertibile.

Pensi di parlare di tutto questo con tua madre?
Non so”, singhiozzò Violaine.
Sarebbe bene che veniste qui insieme. Questa faccenda non riguarda Adelaide, capisci? Non è lei che può aiutarti in questo momento della tua vita.


Sebbene questo romanzo metta un dramma tutto femminile (l’interruzione volontaria di gravidanza) al centro della narrazione, anche le figure maschili contribuiscono in misura rilevante alla sua ricchezza, oserei dire alla piena riuscita. Si pensi al Dott. Jean Baudoin. Relegarlo a semplice uomo in carriera in crisi di mezza età, scarsamente recettivo alle istanze mosse dai suoi familiari, non rende giustizia al grande lavoro di screziate sfumature fatto dall’autrice intorno a questa figura, che ha un peso centrale nell’economia del racconto. A partire dalle sue battute fulminanti, dissacranti, sempre precise e puntuali, spesso dotate di grande acume, soprattutto quando si tratta di mettere alla berlina alcuni vizi e nevrosi delle contemporanee relazionalità familiari. Lo si intuisce fin dall'inizio, dal primo capitolo, di ritorno a casa dopo una dura giornata di lavoro. Cerise, la piccola di 8 anni, alleva maiali in una Farmville su internet; Jean – Paul che gli  chiede la carta di credito per comprare un vestito costoso; Violaine, sul divano, stretta sul cuscino, fa zapping ad alto volume rispondendo a monosillabi contraddittori: “Si ma no”. Ce n’è a sufficienza per mandare fuori di testa la più posata delle persone. Baudoin ha le sue buone responsabilità, avendo perso slancio e passione per la sua professione; visita con l’orologio in mano, prescrive alcune medicine senza prima visitare, oppure analisi inutili al laboratorio della moglie, per arrotondare;  eppure è a un uomo che, al netto della sua scientificità, vive di presagi oscuri, che a poco a poco si assiepano come nubi minacciose, minando le sue certezze. 

Ma restò con lo sguardo vuoto prima di posarlo su una foto incorniciata. Una foto che aveva scattato lui stesso a Deauville. Rappresentava Stéphanie tutta carina in un vestitino corto, tra Violaine e Pilou. Un’ondata di nostalgia sommerse il dottor Baudoin. Quel giorno, il giorno della foto, erano felici. Cos’era successo dopo?

e ancora:

Era nervoso come gli animali all’approssimarsi di un cataclisma. Gli sembrava che tutto quello che aveva rappresentato la sua vita fino a quel momento, tutto ciò che contava per lui, sarebbe andato in frantumi. Ma non sapeva da dove sarebbe arrivato il fulmine, né chi avrebbe colpito”.

Pensieri che ce lo restituiscono nella sua umana fragilità. Prima di capitolare, divorato dalle ansie, riesce a vedere sua figlia Violaine con occhi nuovi, pieni di ammirazione: perché lei è ormai una "donna", che si è fatta da sola.
  
Menzione di merito al Dottor Vianney Chasseloup. Uno che sembra muoversi a ruota, sulla scorta degli altri protagonisti, destinato a vivere di luce riflessa, emerge poco a poco, alla distanza; in questo infernale Acheronte di convulsa schizofrenia, si fa traghettatore di umanità. Onorando quel giuramento di Ippocrate appeso allo studio, che legge e ripete ogni mattina, prima di iniziare le visite. Lui che ascolta le magagne familiari dei pazienti sfiduciati e stanchi, inascoltate da Baudoin; loro, che hanno bisogno di conforto e comprensione, più che di medicine. Finendo, suo malgrado per sottrarre i pazienti all’illustre collega. Lui che fa la spola tra lo studio di medicina generale e il centro di pianificazione familiare. Chasseloup “occhi d’asino” c’è sempre nei momenti che contano. Che si tratti di operare d’urgenza Violaine, colpita da emorragia; o salvare la vita al collega Baudoin, colto da infarto, rianimandolo con un massaggio cardiaco, chiamando tempestivamente i soccorsi per il ricovero in ospedale. Saprà trasformare un  si ma no” in un “no ma si”?

La bravura di Marie-Aude Murail, in fondo, sta in questo; non ci sono vincitori né vinti, comparse e protagonisti assoluti. Ognuno è portatore sano di istanze, che per giungere a compimento, richiedono il contributo decisivo di qualcun altro. Sono vite che si incrociano, cammini paralleli che si intersecano. Esperienze che si incastrano. Un romanzo “corale” a tutti gli effetti, anche nella declinazione delle emozioni. Dal riso al pianto in un batter di ciglio. Talvolta col ghigno beffardo di chi, dalla vita, non si fa mettere spalle al muro, ma sa opporvi, sempre e comunque, un sorriso.  

Degna di nota la traduzione di Sara Saorin; a lei il difficile compito di restituire la musicalità dell’originale. Direi che l'ardua impresa è riuscita alla perfezione.

La figlia del Dottor Baudoin” – Marie-Aude Murail - Camelozampa