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giovedì 24 aprile 2025

E così bruciamo

 
Blanche vive per la danza classica. Balla da quando aveva 4 annie non ha mai avuto paura della ferrea disciplina, del dover ripetere, a volte, lo stesso esercizio per ore e ore, della perfezione alla quale aspirava, dei sacrifici da fare per raggiungerla.
 
Tutta la sua vita ruota intorno alla danza classica fino a quando non inizierà a frequentare il liceo coreutico di Marsiglia, fino a quando non incontrerà Ada che le sconvolgerà la vita con la sua libertà, il suo non seguire le regole, il suo dolore nascosto e così pericoloso.
 
E così bruciamo di Lisa Balavoine è un romanzo in versi sciolti emotivamente travolgente, da leggere tutto d'un fiato, con voracità, per arrivare alle pagine finali e lasciare scorrere la commozione e il sollievo.
 
E così bruciamo -  Lisa Balavoine, traduzione di Eleonora Armaroli - Terre di Mezzo

 

venerdì 13 dicembre 2024

Amicizie bestiali

 

Chi ha adottato un cane, un gatto, un canarino, un cavallo, un pesciolino o qualsiasi altro animale adottabile sa che si crea un legame unico e ndissolubile tra l'Uomo e il suo amico animale.

E Amicizie Bestiali, testo di Anna Gallo, illustrazioni di Katherine Quinn, traduzione di Alessandro Catani, edito da Settenove, ci racconta proprio la potenza di questo legame, ad esempio anche tra Frida Kalho e il suo cervo Granizo, o tra Charles Dickens e il suo corvo Grip, o tra ALbert Einstein e il pappagallo Bibo, amicizie importanti, quelle bestiali, dense si amore e fiducia, rispetto e positività.

Amicizie Bestiali, testo di Anna Gallo, illustrazioni di Katherine Quinn, traduzione di Alessandro Catani, Settenova


mercoledì 25 settembre 2024

Giorni senza nuvole

 

Non è facile lasciare andare via ciò che amiamo, un amico, un gioco, un momento.

E quando accade dobbiamo tenere a mente che i momenti vissuti rimarranno indelebili nei nostri ricordi, le emozioni provate resteranno scolpite nei nostri cuori.

Giorni senza nuvole di Tim Fischer, traduzione di Davide Musso, Terre di Mezzo editore, racconta con infinita tenerezza l'incontro tra un soffice grande gufo e un bambino, le giornate estive vissute lentamente, le esperienze fatte, i tramonti, i giochi, l'affetto che piano piano riempie i loro cuori, e il momento dell'inevitabile separazione.

Una separazione che sarà solo fisica, perché ciò che i due amici hanno vissuto e provato non potrà mai essere cancellato.

Giorni senza nuvole - Tim Fischer, traduzione di Davide Musso - Terre di Mezzo editore

lunedì 15 aprile 2024

Il mare ci aspettava

 


Mi è sempre piaciuta la cifra stilistica di Antonio Ferrara, la sua scrittura lineare, precisa, mai banale, i capitoli brevi quel tanto che basta per incorniciare nel giusto modo un momento o un sentimento. 

Il suo ultimo romanzo, Il mare ci aspettava, mi ha letteralmente ammaliata, forse perché anche io, come il giovane protagonista Rocco e la sua inaspettata compagna di viaggio Rosa,  in questo momento vorrei trasgredire le regole e andare al mare, simbolo di libertà, autonomia, riscatto, ma anche e soprattutto per la tenerezza che ho trovato per questi due giovani ragazzi, che decidono di allontanarsi da due famiglie difficili da subire, a bordo della loro bicicletta, in un viaggio che non è solo tra borghi e boschi, ma è anche e soprattutto un viaggio interiore, alla ricerca della realizzazione di un sogno.

Il mare ci aspettava - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi di Oggi

venerdì 5 maggio 2023

Come inchiostro nell'acqua



 "Buio.

Non un buio normale. Anomalo.

Intanto, è assolutamente certa di avere gli occhi aperti, eppure non vede nulla, anzi, sembra che l'oscurità vi prema contro come qualcosa di solido, quasi volesse entrarle dentro. Perciò li serra, spaventata, e si concentra sugli altri sensi."

Inizia così, tra le pagine nere e inchiostro bianco, il nuovo romanzo di Sara Allegrini, Come inchiostro nell'Acqua, edito da Il Castoro, per la collana Hot Spot.

E' una storia potente, forte, quella di Io, è così che ha deciso di chiamarsi la protagonista di questo romanzo. una storia che prende l'avvio nel momento in cui Io non ricorda il suo nome, non riconosce il luogo nel quale si trova, non sa per quale motivo sia li.

E' in quel momento di sospensione e smarrimento il buio, a volte, si dirada e Io incontra Mel, un'adolescente goffa e arruffata nei suoi vestiti larghi con una vita complicata e dolorosa alle spalle, e Julian, un ragazzo dolce e gentile, e Flo una bambina senza voce, più una serie di altri personaggi, tutti apparentemente distanti, scollegati, sconnessi tra loro ma che in realtà costruiscono, tutti insieme, la trama di un romanzo che fa riflettere, emozionare, piangere, sobbalzare il cuore pagina dopo pagina.

Sara ci aveva abituato alla sua scrittura schietta e senza fronzoli, in passato ci aveva raccontato storie "forti" di adolescenze difficili, ma con questo suo ultimo romanzo ha davvero scavato nelle buie profondità di anime belle ma piene di dolore e solitudine, prendendole per mano e accompagnandole verso la luce.

Sara Allegrini - Come inchiostro nell'acqua - Il Castoro

lunedì 23 agosto 2021

Le parole possono tutto


 In questo tramonto incastonato tra Ionio e Pollino, mi concedo uno scorcio d'Umbria.

Una graphic novel dagli echi profondamente autobiografici (gli studi sull'alfabeto ebraico di Silvia, le esperienze come operatore di servizio civile di Antonio), dalla dinamica interessante.

Il lirismo ascetico impresso da Silvia innesca un moto verticale che sembra ripercorrere la storia dell'umanità; i disegni di Antonio, ricchi di sguardi d'intorno, discreti mulinano sottotraccia scorci di geografia vissuta, impossibili da ignorare.


Prendiamo Sara che vola con lo skate sulla diramazione tripla della stazione di Perugia Ponte San Giovanni. A sinistra, linea FCU per Perugia S.Anna (in forte ascesa); al centro linea FS per Terontola (anch'essa in evidente salita); a destra, in piana, linea FCU per Terni. Che chicca ragazzi.

"Le parole possono tutto" - Silvia Vecchini, Antonio "Sualzo" Vincenti - Il Castoro

venerdì 13 novembre 2020

Tu sei il più bel colore del mondo

 



Il primo fine settimana di ottobre passeggiavo con mia figlia nel centro di Piombino, quando passiamo davanti alla Libreria Coop locale. Decidiamo di entrare. Ad un certo punto Eleonora si lancia verso una pila di libri, entusiasta, rapita, quasi avesse individuato quello che stava cercando. E inizia a sfogliarlo.

E' una graphic novel monumentale. La vuole. Memorizzo il titolo, l'editore (più facili da tenere a mente del nme dell'autore, cinese), prometto di ordinargliene una copia al ritorno. Che poi le copie ordinate saranno in realtà due, una per lei, una per la libreria, che non si sa mai ...

Adoro il modo che hanno gli orientali di toccare (sfiorando) i grandi temi della vita (che sia adulta o adolescente poco cambia), leggero e fresco come una brezza di vento, colorato e profumato come il pesco in fiore (la graphic esordisce con i particolari dei fiori sui rami di un albero) così distante dal nostro comune sentire, eppure così illuminato e, oserei dire, nell'apparente semplicità, raffinato. Questa graphic novel potrei equipararla ad un romanzo di formazione (del resto, in 576 pagine, ne accadono di cose); ambientato in una scuola, una terza media, un anno di svolta.

L'ultimo anno delle medie è psicologicamente intenso, in Cina, perché gli esami finali determinano la qualità delle scuole superiori cui si potrà accedere. Un primo passo verso la vita adulta che può avere conseguenze fondamentali, per una persona. I protagonisti si trovano a vivere le classiche esperienze della loro età. C'è la bella di turno che piace a tutti i ragazzi della scuola (tranne a te, che hai occhi solo per un'altra), c'è il ragazzo perfetto, agile, sportivo, cui riesce bene tutto, con le ragazze che gli muoiono dietro (con una  famiglia agiata alle spalle, sempre sul pezzo con gli ultimi ritrovati alla moda, siano scarpe, racchette, lettori musicali), ci sono gli amici (fondamentali a tutte le età, figurarsi nel bel pieno della crescita), c'è il bullo che non manca in nessuna scuola che si rispetti. L'apparenza, che spesso inganna.

E poi ci sono quei valori immateriali che danno il senso alla vita: gli sguardi, i silenzi, le parole che muoiono in bocca, i voli pindarici, gli amori, la ricerca del proprio ruolo e del proprio spazio, del proprio talento, in una vita in costruzione. Molte di queste esperienze si iniziano a fare, e a vivere, proprio in questi anni. Di prima emancipazione. 

Per chi sogna di disegnare, diventa fondamentale saper leggere la luce e saper interpretare i colori. Ma certi colori, te li mostra solo l'amore.

"Tu sei il più bel colore del mondo" è una splendida, autentica, dichiarazione d'amore.

Questo libro è un bel regalo per i vostri ragazzi; in questi giorni di didattica a distanza, di emozioni filtrate attraverso uno schermo, è come tornare ad immergersi tra i banchi di scuola, con tutte quelle dinamiche che possono vivere soltanto lì. Io però lo consiglio anche a quei giovani adulti che sono i loro genitori, perché, sparsi qua e là, ci sono dei piccoli cammei tecnologici che appartengono alla loro giovinezza.

"Tu sei il più bel colore del mondo" - Golo Zhao - BAO Publishing

mercoledì 28 ottobre 2020

Non è colpa della pioggia

 


"So che me lo domanderò. Mi domando sempre come sarebbe stato crescere con mia madre. Ma so anche che non cambierei mai, per nessun motivo, mia nonna e la nostra vita insieme per qualsiasi cosa si possa trovare dietro la porta numero due".


Se "c'è famiglia dove c'è amore", indipendentemente dai legami di sangue, quella di Delsie è una famiglia allargata; oltre alla nonna materna, infatti, c'è un intero vicinato che l'ha adottata, e non le fa mai mancare, in ogni occasione, amore, conforto, presenza.


"Non è colpa della pioggia" di Lynda Mullaly Hunt è un libro sulla crescita alla ricerca della propria identità, sull'amicizia; quella vera, sempre presente nei momenti di necessità, e quella finta, di comodo, pronta a scaricarti alla prima nuova opportunità. Ma è anche una storia preziosa sull'importanza dei legami comunitari che diventano, a loro volta identitari. Perché esistono persone capaci di riempire i tuoi vuoi esistenziali del loro amore, inserendo le tessere mancanti del puzzle, inghiottite dai buchi neri del passato. Come un albero che protegge.


"Come sono fortunata.

Non sono mai stata abbandonata.

Sono stata amata ogni giorno della mia vita."


"Non è colpa della pioggia" - Lynda Mullaly Hunt - Uovonero 

Traduzione di Sante Bandirali

giovedì 23 maggio 2019

Lampo il cane ferroviere



E il vecchio diceva, guardando lontano:
"Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde, 
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell'uomo e delle stagioni ..."
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"

Francesco Guccini - Il vecchio e il bambino



Stazione di Campiglia Marittima (LI). Un ragazzo osserva assorto la statua di un cane posta nel giardino prospicente il primo binario e perde il treno sul quale sono saliti i suoi genitori. Non resta che attendere il loro ritorno. E tutto per colpa di quello "stupido cane". Un anziano assiste alla scena, lui quel cane sembra conoscerlo piuttosto bene. Chi è, perché ha la paletta e un berretto da ferroviere? Tanto vale fare amicizia e ascoltare la sua storia, tanto in stazione non c'è altro da fare, a parte aspettare.

Ancora un vecchio e un bambino. Quale storia ci racconteranno?



La storia di Lampo, il cane vissuto nella stazione di Campiglia Marittima tra l'estete del 1953 e quella del 1961, all'epoca stupi e commosse l'Italia. Le sue vicende furono raccolte in un libro che appassionò generazioni di studenti; l'autore, Elvio Barlettani, raccontò per filo e per segno tutte le  avventure che si trovò a vivere in compagnia del suo amico a quattro zampe. Una parte di quella storia, tuttavia, resta ancora oggi avvolta nell'oscurità. Poiché non tutti gradivano questo cane che saliva e scendeva a suo piacimento dalle carrozze dei treni, il personale ferroviario fu costretto ad allontanarlo. Cinque lunghi mesi trascorsi in un luogo non definito del sud Italia, in cui il cane fece perdere le sue tracce, suo malgrado.



Il libro di Daniele Nicastro si inserisce in questa finestra temporale. E' una storia nella storia (ovviamente, di pura fantasia), in quanto tale è anche un'altra storia, dotata di propria autonomia narrativa. Uno dei pregi del libro è proprio quello di non appiattirsi sulle peripezie di Lampo, nel tentando di ricalcare la struttura del testo originario; così che il cane resta si uno degli attori principali del racconto ma non è più l'unico, e la narrazione si muove in una cornice dal respiro molto più ampio. Provando ad immaginare una tra le tante possibili sorti che possano essere toccate all'animale, l'autore ci offre alcuni scorci su quell'Italia popolare, sopravvissuta si ad una Guerra Mondiale, ma ancora avvolta, per larghi strati, nella polvere della miseria; sono scorci che aprono potenti squarci sul nostro recente passat che, dopo pochi decenni di benessere, appare oggi irrimediabilmente lontano, frettolosamente dimenticato. La miseria dei campi e le rivendicazioni per un salario dignitoso (che ciclicamente ritornano, basti pensare ai recenti fatti di cronaca sul "caporalato"), i tumulti e le sommosse, l'arte di vivere arrangiandosi, facendo di necessità virtù, la strada come grande "maestra" di vita; soprattutto, quel darsi reciprocamente una mano anche a costo di togliersi il pane di bocca. In questa cornice si muovono Lampo e il suo nuovo compagno di avventure, nell'inconsapevole viaggio di ritorno verso Campiglia, alla ricerca di un nuovo, possibile, futuro.

Altro non vi svelo, per non provarvi del piacere della lettura.


Certo è che Daniele Nicastro ha scritto un romanzo fortemente ritmato, dotato di piglio incisivo. A questo libro, a me particolarmente caro, auguro personalmente un lungo e radioso viaggio.

"Lampo il cane ferroviere" - Daniele Nicastro (con illustrazioni di Sara Ugolotti) - Il battello a vapore

Per chi volesse approfondire la storia originaria di Lampo, nel libro scritto da Elvio Barlettani nel 1962, rimando a questo link:
Lampo il cane viaggiatore

venerdì 23 novembre 2018

Tutto il mio mondo sei tu


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre 
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. 

Ho appena finito di sfogliare l'ultimo albo di Jimmy Liao quando, in preda ad una forte emozione, mi alzo a prendere il libro dei Canti di Giacomo Leopardi.


Perché Leopardi?

Perché ha saputo descrivere il dolore con taglio nitido, cristallino, rappresentando i propri sentimenti in modo liquido, in quanto tale fluido, vivo. Leggere i versi di Leopardi è come immergersi nell'acqua gelida, e nuotare sotto una crosta di ghiaccio trasparente, da cui scorgi la luce, i riflessi, i passi di chi si muove in superficie, incapace di percepire e ascoltare il tuo malessere.


Perché le "Ricordanze"?

Perché il motivo centrale del libro è il "ricordo", nel vuoto devastante della perdita, e, come conseguenza diretta, la paura di rimuovere dalla propria memoria, ogni traccia di quanto, in un dato momento della nostra esistenza, ha significato tutto per noi. Nell'albo, tuttavia, il tema è esposto in modo armonioso, melodico, musicale, come un ricordo che danza; così quando il cuore si appesantisce e gli occhi si liquefano in un mare di lacrime, è ancora possibile respirare e ambire a vedere la luce. 


Perché questi versi?

Perché l'azione si svolge idealmente in una stanza d'albergo dove avvengono gli incontri che sortiscono rimandi. Anche se Leopardi nella sua poesia per "albergo" intende la propria casa, l'albergo di Liao, ormai abbandonato, è anch'esso la casa dalla piccola protagonista. E di stelle, giardini, soprattutto finestre, è cosparso il racconto.



Liao la tocca forte in questo albo, non la manda  a dire. A partire dalla prima illustrazione, dove la piccola protagonista cammina davanti le lapidi di un cimitero stringendo un cagnolino di pezza che la madre gli ha regalato. Ma è la seconda scena a svelarci l'intensità del viaggio che il lettore si appresta ad affrontare. E' un campo, con un albero in primo piano e un cielo minaccioso sullo sfondo. Soprattutto è un disegno interamente in bianco e nero, eccezion fatta per un paio di particolari, i capelli rossicci della protagonista ripresa di spalle, ormai allontanatasi sullo sfondo, e il cagnolino di pezza, appoggiato su  un ramo dell'albero. Nel linguaggio dei colori di Liao il bianco e nero rappresenta il dolore allo stato acuto e profondo, come ricordano i suoi primi libri scritti dopo la malattia. Mentre il colore del cane di pezza probabilmente ci suggerisce che questi avrà un ruolo centrale nell'economia del racconto. 


Il colore ritorna a partire dal fotogramma successivo, ma è un bosco cupo e claustrofobico quello che si stringe a voler cingere la solitudine della protagonista, per andare a stemperarsi nelle pagine successive, dal candore del bianco che apre all'azzurro del cielo dietro la finestra a centro pagina, per poi accendersi a seguire nella consueta esplosione di colori e prospettive a cui l'autore taiwanese ci ha ormai abituato. Ma è ancora presto per stemperare gli animi.


"La strada dove andavamo a passeggiare ora è colpita da spaventosi uragani".

Seguono scenari di desolazione e abbandono, la piscina vuota nel cui fondale è cresciuta rigogliosa l'erba, o la stazione dei treni che sta per essere demolita. 



"Nessuno va più alla fontana in cima alla montagna. Solo io vado ad esprimere i miei desideri".

Sono parole nette, nel loro incedere onirico, che disegnano lo smarrimento interiore, oltre la magniloquenza delle illustrazioni. 


Salendo le scale e camminando lungo i corridoi cupi, su cui si affacciano le porte chiuse di stanze in cui si narra si celino fantasmi, si giunge alla stanza dei ricordi, dei sogni, delle visioni, delle speranze che producono lussureggianti allucinazioni. In quella stanza, ogni notte, la piccola protagonista incontra qualcuno che ha soggiornato li in un momento cruciale della sua vita. Un giardiniere, una suonatrice di tamburi, un mostro che profuma di citazione letteraria di un noto e celebrato classico dell'infanzia, un traslocatore. Una donna in barca il cui volto e sguardo somigliano a quelli della protagonista.


"Le stelle non sospireranno per nessuno. E per nessuno il tempo si ferma." 

Infine un angelo su una nuvola, che sembra  voler premiare questa bambina che non si è mai arresa, e ha saputo aspettare. E finalmente si inverte il moto delle cose, non è più lei a dover inseguire i ricordi aggrappandosi ad ogni segno lasciato lungo il cammino; nell'abbandono del sogno è l'agognato ricordo a tornare da lei, la pesantezza lascia lo spazio alla leggerezza, con un'immagine iconica, il cagnolino che rientra dalla finestra sospeso in volo, legato ad un palloncino. Ed è finalmente abbraccio, nel calore di un pianto liberatorio, e finalmente di nuovo insieme, in volo.


Poi c'è la luna che restituisce la magia della sospensione. E io ripenso a Leopardi, al suo Canto Notturno:

Che fai Tu, luna,in ciel? dimmi che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai
Contemplando i deserti; indi ti posi.


Domande fanciulle quelle che Leopardi rivolge alla luna, in quanto tali profondamente autentiche. Come quelle che Liao mette in bocca alla sua bambina quando, nella fase del ricordo, interroga idealmente il suo cane:

"Dove sei adesso?"
"Puoi sentire la mia voce?"
"Hai ricevuto le mie lettere?"

Domande bambine per risposte adulte che non sanno arrivare.


La solitudine si può popolare, e dal dolore si può riemergere. Con tenacia e con grazia, con poesia e musica. E la vita si può colorare, sempre.

Lungo il sentiero del ritorno alla consapevolezza, il campo, l'albero e il cielo sono nuovamente a colori. E sulle lapidi, lei torna a portare i fiori.

"Lo so, sei sempre al mio fianco. Non mi hai mai lasciato".


E con questa consapevolezza che si diventa grandi. 

"Solo tu sai che tutto quello che immagino è reale. Tutto il mio mondo sei tu".



Io so che un giorno, spero lontano, avrò tanto bisogno di questo libro. Grazie per averlo scritto, Jimmy Liao.

"Tutto il mio mondo sei tu" - Jimmy Liao - Camelozampa

 Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

giovedì 5 luglio 2018

La stanza del lupo




Le nuvole

Vanno
Vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

(Fabrizio De André - Le nuvole)

Così Nico si sdraia a terra, e gioca con Claudia a lasciar sfilare le nuvole con lo sguardo. E gli sembra di toccare il cielo con un dito.  La vita odora di sogno, d'amore, profuma di limone. Forse è solo un'illusione. Nico conosce un altro tipo di nubi, invisibili all'occhio umano; cupe e minacciose, offuscano l'animo. Sono quelle nuvole lì che, "quando si fermano", scatenano violenti temporali interiori; braccano il cuore, lo azzannano come farebbe un lupo, togliendo il respiro.    


Attraverso la figura di Nico conosciamo la rabbia ferina, violenta, che colpisce come una furia cieca. Un sentimento primordiale, che sembra riportare l'uomo allo stato brado, animale. Capace di far saltare per aria ogni tentativo relazionale, da quello iniziale tra genitore e figlio. E' un istinto che si antepone ad ogni lettura logica, è una forza che sovrasta, non puoi prenderla di petto perché ti schiaccia. Allora devi aprire finestre per respirare, e costruire ponti, per attraversarla indenne. E, se sei fortunato, trovare qualcuno che ti ascolta e riesce ad apprezzarti per quello che sei, come Claudia. E magari persino capace di stanare dal buio i colori che albergano in te, come il professor Dalì.

Poi c'è la storia di Leo che, seppur profondamente intrecciata a quella dell'amico protagonista, vive di una propria autonomia narrativa. Attraversa il romanzo come una meteora che marchia il cielo, lo infiamma, per andare a schiantarsi, seguendo, imperturbabile, la sua traiettoria. C'è una feroce coerenza narrativa nella parabola tracciata intorno a questo ragazzo,"cazzone" per indole e per vocazione, dall'inizio alla fine. Leo perde il contatto con la realtà, confonde il coraggio con l'incoscienza, scommette con la vita. In cambio di cosa? Non ci è dato saperlo, ma quante giovani meteore si bruciano con leggerezza per un briciolo di visibilità? 



"La stanza del Lupo" di Gabriele Clima colpisce il lettore con la potenza di un tornado, mandando i suoi pensieri in frantumi. Lasciandolo sbigottito, attonito. Sopravvissuto. E' un libro che attraversa la selva oscura dell'animo umano per piantarvi un fiore; quel fiore, pregiato, è la scrittura del suo autore. Delicata, emotiva, intensa. Empatica. In una parola, preziosa.

"La stanza del lupo" - Gabriele Clima - San Paolo

Coda (senza pianoforte)

Ricordo un pomeriggio della mia tardo-adolescenza, vivevo spesso rintanato in camera; in un periodo di profonda solitudine scrissi una poesia sulla "rabbia". Allora la immaginai come un vino, un sentimento liquido che sorseggi a poco a poco; qualcosa di mutevole, capace di avvolgere e impastare l'animo. Uno stato d'animo che seduce e inebria infine ubriaca, offuscando la lucidità. Ma la rabbia, in fondo, è anche un rimedio, seppur parziale e fallace, contro l'apatia, quel devastante senso d'inedia che ogni tanto si impossessa della mente e la fiacca. Una forma di resistenza per restare in vita, quando un feroce senso di incompiutezza ti bracca.


Rabbia

Sgorga...
sversata
precipita...
colma...
ondeggia...
...si posa.
Ancora oggi
nelle serate
rosso rubino
l'unico modo
che ho
per ubriacarmi
di vita.


giovedì 12 aprile 2018

Léonie si sposa


Una bambina scruta il cielo, assorta. Cosa avrà visto? Sappiamo solo che dall'alto piovono piccoli fogli di carta.


E' questa l'immagine scelta per la copertina di "Léonie si sposa", scritto da Isabelle Wlodarczyk e illustrato da Sonia Maria Luce Possentini. Il libro, edito in Francia nel 2016 da Lirabelle, è stato portato in Italia da Corsiero editore, con il contributo dell'ISTORECO (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea) di Reggio Emilia.


E' tempo di guerra, c'è l'occupazione tedesca, ma l'incubo sta per finire, gli aerei alleati lanciano volantini in cui annunciano l'imminente liberazione. Questo è lo sfondo storico. Poi c'è una bambina che vola sulla sua bici costeggiando i campi di grano, attraverso le violette. Oggi un buon giorno per essere felici, è il primo invito che riceve, si sposa la sua amica Léonie.


"Mia madre dice che non ci si deve sposare durante la guerra, non è un buon periodo per amarsi".


Poggia a terra la bici e si piega verso le spighe a raccogliere uno di quei volantini avvolti nella carta stagnola. In mezzo al mare ondeggiante di frumento affiora un elmetto. E' un soldato tedesco, nascosto. E' un attimo, uno sguardo che dura un lampo. Un soldato e il suo fucile, una bambina e il suo sorriso, la paura di entrambi che congela un attimo e taglia emotivamente la scena in due.

"Le nostre due mani si toccano intorno al pezzo di carta".

E nelle scene del matrimonio, dal monocromo virato affiorano, come una liberazione, le prime note di colore.


C'è una qualità vagamente eterea in questa storia incisiva come un cortometraggio, della grazia pari all'indimenticabile  "Intervallo" RAI di tanti anni fa, quando non esisteva ancora la pubblicità. C'è il sapore buono delle storie che le nonne un tempo amavano raccontare.

Come la nonna di Isabelle, che questa storia ha vissuto, e la raccontava sempre con tanta emozione. Come la nonna di Sonia, che le ha insegnato a correre nel grano a braccia aperte.




Un libro bello come un sogno.
Leggiadro come un canto leopardiano.

"Léonie si sposa" - Isabelle Wlodarczyk, Sonia Maria Luce Possentini - Corsiero editore (traduzione dal francese di Andrea Casoli)

giovedì 11 gennaio 2018

La figlia del guardiano


"Nessuna madre è seppellita davvero finché suo figlio non riesce a tirarsi fuori dalla sua tomba".

Forse è per questo che io ancora non riesco a farmene una ragione. Cinque anni fa, in questi giorni, mia madre si stava consumando come un fiammifero, divorata dalla malattia. E io ero li, che assistevo impotente. E l'impotenza alimenta un senso interiore di ingiustizia che si tramuta in rabbia. Ma la rabbia, da sola, non basta, ti da l'illusione di essere vivo, ma intanto ricaccia dentro il dolore, in gola, fino in fondo allo stomaco. E come fiele ti avvelena la vita. La rabbia è un carcere, ti imprigiona nella  sua cella, e ogni spiraglio  che mostra lo osservi attraverso le sbarre.

Il 20 gennaio ricorre il quinto anniversario della morte di mia madre, e io mi trovo, per puro caso a leggere questo libro. Un libro che inizia in modo plumbeo, all'interno di una voliera per farfalle che un tempo fu la "Stanza della Quiete" di un cercere. Il libro è ambientato nel 1959, e ha un avvio scoppiettante grazie alla sua protagonista, "Cammie" O' Reilly, soprannominata "Tornado" per la sua indomita esuberanza, perché è oggettivamente difficile spuntarla con lei, e dove passa, soprattutto quando è infuriata, lascia tangibili segni. Cammie è figlia del direttore del carcere di Two Mills, e trascorre le sue giornate d'estate a briglia sciolta, usce liberamente, oppure trascorre parte del tempo in penitenziario stando a contatto con le detenute donne, quando sono in cortile. Il padre gli concede molta libertà, perché la sua posizione di responsabilità lo tiene spesso impegnato, un poco forse perché lo ritiene il modo migliore per farla crescere, evitando che si crogioli nel dolore. Cammie ha perso la madre che era ancora in fasce. Stava attraversando la strada quando un furgoncino l'ha falciata, lasciandole giusto il tempo di lanciare il passeggino dall'altra lato e salvargli la vita. Cammie non ha conosciuto sua madre, ma la cerca ovunque. Nei gesti delle madri degli altri, che osserva, ma la cerca, soprattutto, tra le detenute del carcere. Una di loro, Eloda Pupko, gode di un regime di libertà speciale all'interno del penitenziario, è una detenuta "fidata" che fa i servizi nell'appartamento di Cammie e di suo padre, le prepara da mangiare, prova a farle la treccia, anche se i capelli sono ancora troppo corti; è dall'intimità di questo gesto, molto materno, che Cammie si mette in testa che Eloda "deve" diventare sua madre. Impresa tutt'altro che facile, perché Eloda, nella sua condotta irreprensibile, appare glaciale, in grado di camuffare ogni emozione. Scatenando spesso la rabbia di Cammie che la provoca, talvolta a parole la umilia, senza risultato alcuno. 

Il romanzo procede scoppiettante per due buoni terzi dietro le peripezie di Cammie, poi accade qualcosa che ti stringe un nodo in gola. Boo Boo, una detenuta di colore "grossa", dalle lunghe unghie laccate rosse, piena di vita, che le racconta storie strampalate sui furti e sull'amore, che la fanno ridere, un giorno si impicca con un tappeto verde. A Cammie viene a mancare anche quel poco di ossigeno rimasto ad arieggiare le sue giornate, resta solo la rabbia, e il livore verso una vita dal disegno incomprensibile che puntualmente le toglie quel poco d'amore che le piove addosso. Diventa intrattabile con tutti, puntualmente distrugge quel poco di buono che riesce a creare. Con l'amica Reggie, con suo padre, con Eloda, con chiunque la circonda e si trova, per caso, a sbarrarle la strada. La misura ormai è colma, e Cammie soffoca. La rabbia ristagna, là dove sgorga.

"E' ora che tu vada li, Cammie".

"Lo devi fare adesso. Avresti già dovuto farlo da tempo. Non aspettare un altro minuto. Per favore. Fallo. Vai."

Glielo dice così, con una voce dolce come il latte. Ecco a cosa serve Eloda. Ad indicarti la strada per sputare fuori il dolore, perché nessuno è stato così a stretto contatto nella tua vita da riuscire a insegnartelo, quando hai vissuto una vita in "isolamento", dove "non esiste il tempo, non esistono le storie. E' dove i momenti vanno a morire."

"Aveva ragione. Era passato troppo tempo. Mi fiondai alla porta, poi giù per le scale. Delle voci mi chiamarono  mentre sfrecciavo attraverso la Reception. Il traffico ruggiva. Alla fine dell'isolato, mi misi a correre. Oh, Dio, aveva così ragione, non c'era un momento da perdere. Non avevo altri guantoni da seppellire, o bici da affondare. Corsi giù per Airy Streer e poi per la Swede e a ogni passo dipanavo i giorni della mia vita; corsi giù  per la Cherry finché non incrociai la Oak e finalmente, finalmente trovai me stessa all'Angolo e mi gettai a terra, sull'asfalto, in quel punto - oh, sapevo bene qual era - faccia a faccia sull'asfalto che era caldo e scuro e finalmente, finalmente piansi ad alta voce: "Mammaaa!" E' l'unica parola che ricordo. Quali furono le altre e se avessero senso o per quanto tempo continuai a pronunciarle, non lo ricordo. Tredici anni stavano straripando, inondando la strada, scorrendo negli scoli."

Mentre Cammie corre all'Angolo incontro alla strada io getto il libro sul letto, interrompo la lettura e inizio a singhiozzare. Fa bene piangere insieme. Ho anche io un dolore che chiama e mi inchioda, e lo sputo fuori come Cammie. E penso alle parole di Fabrizio De André nel suo "Cantico dei Drogati":

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Finito il diluvio, la narrazione si stempera, ed escono fuori, candide, come nuvole bianche, le sorprese, che l'autore ha lasciato alla fine della storia. Come un cerchio che si chiude, su una famiglia che si ricompone, e fa luce su gesti e comportamenti invisibili da parte di chi, nell'ombra e in silenzio, ha seminato amore. 


"La figlia del guardiano" è uno splendido romanzo di formazione ricco di colpi di scena, dai registri narrativi vibranti, che talvolta colpiscono alla stomaco e ti lasciano lì, piegato, senza fiato, poi ti carezzano e ti adagiano sul letto. Quanto dolore provoca la morte improvvisa di una madre? Quanto amore, in silenzio, può provare un padre, che ti lascia libera di correre e sbagliare?  Quante persone si mettono li come chiocce a covare i tuoi voti interiori? Quanto è importante saper chiedere aiuto, e accettare una mano? Eppure, a ben guardare, questo romanzo non è solo una originale e avvincente storia sull'amore e il dolore, sul senso di perdita difficile da colmare; c'è anche una suggestiva panoramica sul mondo del carcere, sul regime di pena e il profondo rispetto per la dignità delle persone. In quella "Stanza della Quiete" con la cupola, le panchine e la cascata d'acqua, dove potersi sedere a pensare e riflettere, in uno spazio armonico che sussurra al bello; nei momenti di ilarità tra la piccola Cammie e le detenute, si riflettono, mirabili e luminosi, scorci di umanità, come le nubi e i cieli tersi quando si specchiano nelle pozzanghere, dopo un violento temporale.

"Lungo la strada cominciai a sentirmi così leggera che mi sembrava di potermi sollevare in volo con i fiocchi. Capii in quel momento che cosa stessi cercando e come mai non lo trovassi. Si trattava, ovviamente, della Tristezza. La Tristezza e la Rabbia mi avevano rinchiusa tutta la vita dietro mura che nessuno poteva scalfire e al di sopra delle quali nessuna palla di corda poteva volare. L'unica casa, l'unica vita che conoscevo. Ora capivo che quando Eloda mi ha mandata all'Angolo, mi aveva liberato della mia stessa prigione." 

"La figlia del guardiano" - Jerry Spinelli - Mondadori

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

venerdì 29 dicembre 2017

Tartarughe all'infinito


"Ma stavo cominciando a imparare che la vita è una storia che si racconta di te, non una storia che racconti tu. Ovvio, tu fai finta di essere l'autore. Devi. Pensi: Adesso decido di andare a pranzo, quando quel bip monotono risuona dall'alto alle 12:37. Ma in verità è la campanella a decidere. Tu credi di essere il pittore, invece sei la tela".


"Tartarughe all'infinito" di John Green, edito in Italia da Rizzoli, con la traduzione di Beatrice Masini, è un romanzo che mette le sue ragioni nero su bianco, fin dall'inizio; ma è anche un chiaro esempio di come la "scrittura", talvolta, surclassi la "storia", che resta sullo sfondo.

"Così ho provato a farlo, ma la spirale di pensiero ha continuato a stringersi. Ho sentito il dottor Singh dire che non dovevo prendere il telefono, che non dovevo continuare a cercare le stesse domande, ma l'ho preso lo stesso, e ho riletto l'articolo su Wikipedia dedicato ai microbioti umani. Il problema di una spirale è che se la segui dall'interno non finisce mai. Continua a stringersi, all'infinito".

Esiste un vortice che fagocita tutto, il resto è solo polvere agli occhi. Il vortice è la mente di Aza Holmes, la protagonista sedicenne, che soffre di disturbo ossessivo - compulsivo, un disturbo mentale che la induce a ripetere in modo ossessivo certi comportamenti. Nella fattispecie, Aza si è inflitta con l'unghia una ferita a una mano, che riapre e disinfetta in continuazione. E' ossessionata dall'idea di prendere infezioni, causate dal prolificarsi di batteri; questo pensiero la induce a controllarsi continuamente la ferita, disinfettarla, addirittura ingerire direttamente dalla bocca il disinfettante nei momenti di crisi nervosa acuta. Aza è in cura da una specialista, ma non sembra trarre giovamento dalle sedute cui si sottopone. Nella storia ideata da Green, Aza viene convinta dall'amica Daisy ad indagare sulla scomparsa del miliardario  Russell Pickett, in quanto è stata offerta una ricompensa di 100 mila dollari a chi saprà fornire indizi utili al suo ritrovamento. Russell Pickett è il padre di Davis, amico d'infanzia di Aza, fino a quando le vicende della vita non hanno portato le due famiglie ad allontanarsi. Aza e Davis, due caratteri affini, introversi, nascondono voragini interiori. Già da bambini parlavano poco, ma si capivano.

"Le avrei detto che io e Davis non avevamo parlato molto, nemmeno ci guardavamo, ma non importava, perché guardavamo lo stesso cielo insieme, che comunque è forse più intimo del contatto visivo. Chiunque può guardarti. E' raro trovare qualcuno che vede lo stesso mondo che vedi tu."


Davis ha la passione per l'astronomia. Le contemplazioni all'aperto della volta celeste, che i due ragazzi condividono, disegnano i momenti di maggior intensità lirica ed onirica del romanzo.  Attraverso l'osservazione dei corpi celesti, Davis insegna ad Aza a guardare con sereno distacco al proprio passato; perché se quelle costellazioni distano anni luce, quello che vedono, è solo un riflesso di qualcosa che è già accaduto.

"Ho pensato a quando mi aveva chiesto se ero mai stata innamorata. E' un'espressione strana in inglese, in love, come se l'amore fosse un mare in cui anneghi o una città in cui vivi. Non sei in nient'altro; in amicizia, in rabbia, in speranza. Non si dice così. Puoi solo essere in love. E volevo dirgli che se anche non ero mai stata in love, sapevo che cosa si prova ad essere in un sentimento, non esserne solo circondata ma anche intrisa, come quando mia nonna diceva che Dio è dappertutto. Quando i miei pensieri prendevano la spirale, io ero nella spirale e della spirale. E volevo dirgli che l'idea di essere in un sentimento dava linguaggio a qualcosa che prima non sapevo descrivere, creava una forma per questa cosa, ma non riuscivo ad immaginarmi come fare a dire queste cose ad alta voce."

Davis è amore e poesia. Scrive su un blog. I post dedicati ad  Aza sono introdotti con delle citazioni tratte da "La Tempesta" di William Shakespeare. Davis è una spirale che si apre verso l'esterno, e dona ossigeno alla mente di Aza. Anche se dura poco. Poi sprofonda di nuovo.

"Ma la cosa veramente spaventosa non è girarsi e rigirarsi nella spira che si espande; è girarsi e rigirarsi nella spira che si stringe. E' venire risucchiati da un mulinello che riduce e riduce il tuo mondo finché ti ritrovi a girare senza muoverti, bloccato come dentro una cella di prigione che è grande esattamente come te, finché alla fine non capisci che non sei davvero in una cella. La cella sei tu".


Il pregio del libro sta nella qualità della scrittura di Green, nella reiterata capacità di simulare i movimenti di quella spirale che attanaglia la mente di Aza, facendo calare il lettore nelle sue tormentate vicende psichiche. Mentre leggi, senti lo spazio stringersi e il respiro affannarsi. In una parola, provi "empatia". Aza, un nome conciso che percorre tutto l'alfabeto, andata e ritorno, richiama la forma di un triangolo equilatero, che si staglia verso il cielo. E noi ci incamminiamo sul solco del suo cammino interiore fatto di Inferno, Purgatorio, e piccoli scampoli di Paradiso, verso l'ultimo atto del romanzo, che ci riserva un poderoso trittico, dall'accento cosmico. E penso a Dante, alla volontà caparbia nell'alzar la testa a cercar le stelle.

"E quindi uscimmo a riveder le stelle" - Inferno, Canto XXXIV, verso 139

"Ci siamo fatti un nido di silenzio, e io ho avvertito la vastità del cielo sopra di me, l'inimmaginabile enormità di tutto: guardare Polaris e capire che la luce che vedevo aveva 425 anni, e poi guardare Giove, a meno di un'ora di luce da noi. Nel buio senza luna eravamo solo testimoni della luce, e ho sentito una scheggia di ciò che doveva aver avvicinato Davis all'astronomia. Si prova una sorta di sollievo nell'avere davanti a sé la propria piccolezza pura e semplice, e ho capito una cosa che Davis doveva già sapere: che una spirale diventa infinitamente stretta via via che la segui verso l'interno, ma diventa anche infinitamente larga via via che la segui verso l'esterno. E sapevo che avrei ricordato quella sensazione, sotto il cielo diviso, allora, prima che i meccanismi del destino ci frantumassero per ridurci a una cosa o l'altra, prima, quando potevamo ancora essere tutto. Stando li distesa ho pensato che avrei potuto amarlo per il resto della vita. Ci amavamo - forse non l'avevamo mai detto, e forse non eravamo mai stati innamorati, però era una cosa che sentivo. Io lo amavo, e ho pensato forse non lo rivedrò mai più, e mi mancherà per sempre, e non è terribile?"

"puro e disposto a salire a le stelle" - Purgatorio, Canto XXX, verso 145

"Ma alla fine non è terribile, perché conosco il segreto che la me  distesa sotto quel cielo non poteva immaginare: so che quella ragazza sarebbe andata avanti, che sarebbe cresciuta, che avrebbe avuto dei figli e li avrebbe amati, che nonostante l'amore sarebbe stata troppo male per occuparsi di loro, che sarebbe finita in ospedale, sarebbe migliorata, e poi sarebbe stata male di nuovo. So che uno strizzacervelli direbbe "Scrivilo come sei arrivata fin qui". Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l'amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono. Ti ricordi il primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne che l'amore, che l'amore è come diventi una persona e perché."

"l'amor che move il sole e l'altre stelle" - Paradiso, Canto XXXIII, verso 145

"Ma sotto quei cieli, la tua mano - no, la mia mano - no, la nostra mano - nella sua, non lo sai ancora. Non sai che il quadro della spirale è dentro quella scatola sul tuo tavolo da pranzo con un post-it appiccicato sul retro della cornice: "L'ho rubato ad una lucertola per te. D". Non puoi sapere che quel quadro ti seguirà da un appartamento all'altro e poi alla fine in una casa più grande, né che decenni dopo sarai così fiera che Daisy continui ad essere la tua migliore amica, che crescere dentro vite diverse vi renderà solo ancora più accanitamente fedeli l'una all'altra. Non sai che andrai al college, ti troverai un lavoro, ti farai una vita, la vedrai disfatta e ricostruita. Io, nome proprio singolare, sarei andata avanti, seppure sempre al condizionale. Ma tu non sai ancora niente di tutto questo. Noi stringiamo la sua mano. Lui risponde alla stretta. Voi fissate lo stesso cielo insieme, e dopo un po' lui dice "Devo andare", e tu dici "Addio", e lui dice "Addio, Aza", e nessuno dice mai addio a meno che non voglia rivederti."

Sai che c'è Aza? Non importa che tu sappia baciare o meno. Tu sai vedere attraverso le  nuvole.

"Tartarughe all'infinito" - John Green, traduzione di Beatrice Masini - Rizzoli