Visualizzazione post con etichetta Mare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mare. Mostra tutti i post

lunedì 15 aprile 2024

Il mare ci aspettava

 


Mi è sempre piaciuta la cifra stilistica di Antonio Ferrara, la sua scrittura lineare, precisa, mai banale, i capitoli brevi quel tanto che basta per incorniciare nel giusto modo un momento o un sentimento. 

Il suo ultimo romanzo, Il mare ci aspettava, mi ha letteralmente ammaliata, forse perché anche io, come il giovane protagonista Rocco e la sua inaspettata compagna di viaggio Rosa,  in questo momento vorrei trasgredire le regole e andare al mare, simbolo di libertà, autonomia, riscatto, ma anche e soprattutto per la tenerezza che ho trovato per questi due giovani ragazzi, che decidono di allontanarsi da due famiglie difficili da subire, a bordo della loro bicicletta, in un viaggio che non è solo tra borghi e boschi, ma è anche e soprattutto un viaggio interiore, alla ricerca della realizzazione di un sogno.

Il mare ci aspettava - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi di Oggi

venerdì 20 aprile 2018

Poesie naturali



Conchiglia

Memoria minerale di animale
fluttuata lentamente
sul liquido silenzio del fondale.

E trascinata via dalla corrente
in tumultuose erranze
migrante per azzurre lontananze.

Per chi all'orecchio adesso ti avvicina - 
raccolta sulla sabbia una mattina - 
hai solo una canzone da cantare:

la nostalgia del mare.





La poesia è minerale.

Sedimenta nell'inconscio, stratifica nella memoria, fino a quando qualcosa o qualcuno non inizia a smuoverla.

La poesia è animale.

Felina e sinuosa si nutre nelle oscurità dell'anima, dove istintiva alberga, e rapida si dilegua.

La poesia è personale.

Viaggi e percorsi emotivi disegnano mappe interiori. Siamo storie nelle geografie.

La poesia è naturale.

Sgorga come nasce, e tale soffia, incessante. 


Di queste e altre qualità trabocca la poesia di Alessandra Berardi Arrigoni. Una voce increspata, carica di riverberi e ricca di odori, canta l'alternanza degli elementi naturali che ci circondano, talvolta sovrastano, più spesso ci interrogano e coinvolgono; esortandoci ad una contemplazione assorta e prospettica, persino magica, della nostra esistenza.



In questa tela onirica si innesta, in modo superbo, l'acquerello di Marina Marcolin. Il suo tratto poetico ha la dinamicità circolare del vortice che invita al raccoglimento interiore, mentre fuori, il mondo delle parole, sibila i suoi tumulti; in quelle tinte tenui, ai limiti del monocromatico, sembra celarsi il mistero di un pennello intriso della polvere di roccia, immerso nelle onde del mare. Quando l'acqua si asciuga, della vita resta il sale.


"Come ogni isola io non so stare
senza l'abbraccio fra terra e mare."

"Poesie naturali" - Alessandra Berardi Arrigoni, Marina Marcolin - Topipittori

sabato 20 gennaio 2018

Casa Lampedusa


"Casa Lampedusa" l'ho letto questa estate, sulla spiaggia, di fronte all'immensità del Mar Ionio, accarezzato dalla musica placida delle onde. Ma il mare non è sempre messaggero di bellezza e poesia, le sue acque raccontano quotidianamente storie di spavento e morte. Così Lev Tolstoj, nel primo dei suoi "Quattro libri di lettura", descrive il mare:

"Il mare è vasto e profondo; del mare non si vede mai la fine. Nel mare il sole sorge, e nel mare tramonta. Il fondo del mare, nessuno l'ha mai raggiunto, e nessuno lo conosce. Quando il vento non c'è, il mare è azzurro e liscio; quando soffia il vento, subito il mare si agita e scroscia. Si sollevano, là nel mare, le onde; un'onda corre dietro l'altra; si uniscono insieme, si urtano, e sprizzano una schiuma bianca. Allora i bastimenti vengono sbattuti di qua e di là dalle onde, come se fossero schegge di legno. Chi non si è mai trovato in mezzo al mare, non può sapere che cosa vuol dire raccomandarsi a Dio".



In un'isola come Lampedusa, il mare è un elemento imprescindibile. Ti cinge e ti abbraccia, ti assedia e ti circonda, ti bracca, ti da lavoro e ti sfama, non ultimo, riversa sulle tue coste le problematiche di chi, a torto o a ragione, spesso a rischio della propria vita, si affida alle sue acque in cerca di fortuna. Che spesso, la vera fortuna, consiste nella sopravvivenza stessa. La storia di questo libro inizia da qui, dal'accoglienza nei confronti di chi questo mare ha attraversato a suo rischio e pericolo, per garantire un futuro alla propria famiglia, quel futuro che la terra d'origine non era più in grado di dargli.

Ammetto di aver letto con grande curiosità questo libro che parla di una problematica di stretta attualità, che, neanche a dirlo, spacca letteralmente in due le opinioni della gente. Ma Antonio Ferrara ci si è tuffato con la consueta naturalezza, non si è fatto mettere il sale sulla coda dal buonismo, tanto meno dalla retorica spicciola. Antonio non nasconde le difficoltà che nascono dalla paura della diversità, tutt'altro, mostra come l'accoglienza e l'integrazione non possono prescindere da una forte dose di volontà. Di comprendere e capire, per poter davvero aiutare. Khalid non fa nulla per rendersi simpatico, anzi a tratti appare agli occhi del lettore piuttosto irritante nelle sue esternazioni. Che paiono davvero inopportune, nei confronti di chi ti prende in casa.

"Nel mio paese le brave donne non si truccano".

"Nel mio paese le donne stanno a casa a preparare, non vanno a lavorare".

Ci vuole senso pratico nel maneggiare le questioni spinose, la prima volta si abbozza, la seconda si risponde con calma e fermezza: "da noi le donne lavorano". E fine della discussione.

Salvatore fa davvero fatica a comprendere:

"Non era bello mangiare con uno che a tavola diceva sempre no", oppure

"Non lo sopportavo quando faceva così. Era antipatico. Si vedeva che se ne fregava, delle persone. Non era facile vivere con lui, voglio dire, non era mai contento. E poi anche di notte mi dava fastidio, per tutto il gran russare che faceva. Per non parlare di tutto lo spazio che prendeva. Non riuscivo proprio a capire perché dovessimo tenerci in casa un tipo così".

Questo il tenore dei pensieri di Salvatore, per dire che chi scrive non indora la pillola, e non presenta le cose più facili di quanto in realtà siano.

Come sempre accade in questi casi, è tra "pari" che ci si comprende, e ci si aiuta. Salvatore è animato dal desiderio di comprendere gli atteggiamenti di Khalid, e le ragioni della sua fuga, dei suoi silenzi, dei suoi rifiuti.

"Perché sei fuggito dal tuo paese, Khalid?"

"Davvero vuoi saperlo Salvatore?" "Si.".

"Sei sicuro?" "Si."

E lui solleva la maglia, con le sue ferite non rimarginate, da cui si vede la carne viva, le atroci sofferenze e le torture inflittegli dai soldati, nel tentativo di estorcergli  dove teneva nascosti i suoi familiari. E Salvatore comprende anche perché Khalid non mangia il pesce. No, non è un precetto religioso, sua moglie e sua figlia sono morte cadendo in acqua dal barcone, e a quest'ora se le saranno sicuramente mangiate i pesci del mare. Per questo lui non mangia pesce. Così, quella sera stessa, Salvatore rifiuta di mangiare il polpo col sugo, il suo piatto preferito.

Dalla conoscenza scatta l'amicizia e l'aiuto reciproco, cosi Khalid prova ad insegnare a Salvatore a nuotare, anche se non è facile vincere la paura del mare; strano ma vero, lui è l'unico isolano che non è ancora capace, e questo pensiero lo tormenta. Khalid lavora sulla testa, prima ancora che sulle braccia, e spiega a Salvatore che non puoi dire di non essere capace a fare una cosa se non provi, e il coraggio uno lo misura quando il pericolo gli capita davvero.

Tra colpi di ironia e situazioni reali da fronteggiare, la narrazione procede che è una bellezza, avvincente e spedita, ci si diverte e ci si ferma un poco ad osservare le complessità e le stratificazioni di un mondo iniquo che da un lato si intreccia, dall'altro si sfilaccia. C'è il solito Ferrara delle battute che fanno ridere, come quando Salvatore fa cadere a terra un bicchiere di vetro al buio, Khalid lo calpesta e si infila le schegge sul piede, e saltella e urla:

"Minchia! Minchia! Minchia!" e

"anche se non era il caso a me scappò da ridere, perché pensavo che il tipo era proprio bravo e veloce a imparare le lingue, sia l'italiano che il siciliano, voglio dire".


E poi ci sono i libri che aprono gli occhi e lo sguardo sul mondo, per questo servono le biblioteche per ragazzi e le librerie, sull'isola non ne avete nemmeno una, "ma come fate senza i libri?"

Abbiamo i libri di scuola, che sono anche troppi. Eh no, Salvatore, quelli non c'entrano niente, servono i libri che uno legge per amore, mica per dovere.

Lodevole l'impegno dei volontari, che seminano bellezza con passione, e costruiscono la biblioteca.

Lo sai cosa sono i "silent book" Salvatore?

Cosa sono i "libri silenziosi"? Io non li ho mai sentiti parlare i libri!

"I silent book sono i libri senza parole, solo con le figure!"

"E a cosa servono?"

"Ad essere letti da tutti, qualunque sia la lingua che parlano quelli che leggono! E vanno bene anche per i piccoli che non sanno leggere!"

E con le cassette di frutta si costruisce una biblioteca colorata, e i libri iniziano a profumare, di mele, fragole e banane.

E' bello leggere certe storie, quando a scriverle sono autori come Antonio Ferrara. Con quella scrittura che avvolge come un'onda:

"Sulla sabbia arrivai stremato, mi tirai su a fatica, presi in braccio la bambina, la consegnai a quelli della capitaneria e poi crollai per terra. Mi stesi a faccia in su sulla sabbia senza forze, col fiato grosso, coi vestiti zuppi, e a braccia larghe, sorridendo, ammirai le stelle alte e tremolanti sopra Lampedusa. Mi guardavano e dicevano: "Bravo Salvatore, Bravo". E pensai che aveva ragione Khalid; il coraggio te lo misuri quando c'è il pericolo. Pensai che adesso i miei compagni a scuola, avrebbero fatto a gara a sedersi nel banco accanto al mio. Pensai che avevo Annarita. E poi pensai una cosa strana, dolce, bella e nuova: che, per cercare di aiutare un altro che aveva bisogno ed era spaventato, ti dimenticavi di aver paura tu, e come niente diventavi coraggioso".

"Casa Lampedusa" - Antonio Ferrara - Einaudi

venerdì 25 agosto 2017

Per fare il ritratto di un pesce


"Tuttavia, se più tardi ancora,
dopo aver a  lungo atteso,
vedete arrivare due cigni bianchi,
allora si, francamente,
la questione è molto inquietante".


Potrebbe essere una costola alla deriva del romanzo "Oceanomare" di Alessandro Baricco, per la sua improbabile visionarietà e la contemporanea presenza di alcuni elementi di contorno; si pensi al mare, alla tela, al pittore, al tentativo di rappresentare quel che non si vede, dove nulla è come appare: ricordate Plasson, che dipinge usando l'acqua marina, raffigurando vedute oceaniche su tele che restano ostinatamente bianche?


Potrebbe essere un dichiarato omaggio al genio pittorico di René Magritte, per il suo elogio al surreale,  per quel fitto e appassionante carteggio tra realtà e illusione, sogno e mistero, capace di instillare dubbi tra il vero e la sua rappresentazione, e interpretazione.


Potrerbbe essere una tra le tante, possibili, trasposizioni illustrate di un ipotetico dialogo concettuale tra "l'insostenibile leggerezza dell'essere" e "la vita è altrove", di kunderiana memoria. 


Potrebbe essere tante cose, insieme, al contempo diverse; certo è che "Per fare il ritratto di un pesce" di Pascale Petit, illustrato da Maja Celija, edito da Orecchio Acerbo, è un gran bel libro, che insegna a guardare le cose da un altro punto di vista, ma anche, da più punti di vista, contemporaneamente.



A partire dalla sua disposizione narrativa, composta di due storie che si susseguono inseguendosi, mescolandosi, in parte anche confondendosi. Dove l'una presta spunti all'altra  e viceversa, finendo con l'ispirarla, indirizzarla, certo contaminarla.



C'è la storia con parole e immagini e quella contenente solo immagini.


Il protagonista della prima è un un uomo che vuole dipingere sul suo quadro un pesce. La seconda ha come protagonisti dei ragazzini che il pesce invece lo vogliono vero.



L'uomo va con la sua tela sulla spiaggia in cerca di ispirazione ma poi si addormenta e la sua tela va alla deriva, galleggiando.



I bambini vanno sulla medesima spiaggia con il loro vaso cercando di catturare un pesce nel mare. E ci riescono, ma trovano anche la tela del pittore addormentato.



E così cominciano a dipingerci sopra tanti animali che nello stesso momento entrano nei sogni di quel signore. Al suo risveglio, il pesce che doveva essere solo disegnato è diventato vero e nuota nel vaso che i bambini hanno abbandonato lì accanto a lui.



Cosa è accaduto davvero, cosa ha invece sognato, o solo immaginato? Difficile stabilirlo. Qui lo stupore e l'incanto inscenato dal racconto. Stratificato e fluido. L'orecchio sarà anche acerbo, ma ti allena l'occhio. A guardare altrove, e lontano.



Pascale Petit racconta la poesia del surreale, Maja Celija ne illustra la magia. Da questo onirico e visionario incontro artistico, Orecchio Acerbo confeziona un magnifico albo illustrato, carico di suggestioni. Dove finisce la realtà e inizia il sogno, sta a voi stabilirlo.


"Per fare il ritratto di un pesce" - Pascale Petit, Maja Celija - Orecchio Acerbo

venerdì 14 luglio 2017

La conchiglia


A ben guardare si tratta di un gesto semplice, che tuttavia impone di relazionarsi con il mondo circostante e il proprio interiore. 


"La conchiglia" di Alex Nogués Otero, illustrato da Silvia Cabestany, edito da Coccole Books, richiama il sapore dei giochi di una volta, quando bastava la curiosità epidermica ad innescare avventure e storie. 


La protagonista, Pamela, è una bambina che passeggia lungo la spiaggia, quando avvista una grande conchiglia che solleva e appoggia all'orecchio, ponendosi la fatidica domanda: "Sarà vero che si sente il mare?"


Da questo gesto, apparentemente innocuo, si innesca un grande viaggio immaginifico ambientato in mare, che vede coinvolti  pirati e sirene, tempeste, capodogli e sottomarini; in una storia circolare che ritorna lì dove tutto ha avuto inizio: nella fervida spiaggia dell'immaginazione, dove ogni fantasia è libera di salpare in mare aperto.

 
Così dal periscopio del sottomarino, si avvista una bambina seduta sulla spiaggia, che aveva una grande conchiglia poggiata all'orecchio ..



Immersi in un mondo che fa rumore, è importante ascoltare la voce della propria marea interiore. Esiste forse musica migliore?

"La conchiglia" - Alex Nogués Otero, Silvia Cabestany - CoccoleBooks

domenica 9 luglio 2017

Il sogno di Youssef



"Se la luna avrà i tuoi occhi
allora il mare si alzerà a guardarla
piangendo lacrime di stelle
".

(Anonimo)


Il mare e la luna, quante volte si incontrano sulla linea del nostro orizzonte, arrivando a sfiorarsi, a lambirsi.



Il mare e la luna segnano lo spartiacque tra sogno e realtà, storia e favola, di un bellissimo libro, scritto da Isabella Paglia e illustrato da Sonia Maria Luce Possentini, edito da Camelozampa.



Chiudiamo un attimo gli occhi, e lasciamoci trasportare dal flusso ondoso della narrazione:

"... Quando i passi dei vecchi del villaggio si fecero pesanti di silenzio e le famiglie partirono senza fare ritorno, fu allora che Youssef e Maryam videro per la prima volta il mare...".
"..Aveva il ritmo della ninna nanna, e quel giorno li separò per sempre..."


Riapriamo gli occhi. Youssef disegna sul muro di calce bianca della propria casa una grande caravella "con vele enormi che si gonfiavano alla brezza del mare, prendendo il volo".

 
Perché la caravella, "è la nave delle scoperte. Me l'hanno raccontato a scuola. E io voglio scoprire dove si trova ora, la mia amica Maryam". Così risponde Youssef alla madre che gli chiede le ragioni di quel disegno. 


Youssef saluta la sua amica che vede allontanarsi a bordo di un barcone, in braccio alla mamma. Tiene in mano una ciabattina che Maryam ha perso sulla sabbia. 

E' l'unica cosa che gli resta di lei, e lui gliela riporterà. Sulla "splendida caravella a vele spiegate che aveva disegnato, e che presto si alzerà in volo. Perché porta dentro il suo sogno".


Chiudiamo un'altra volta gli occhi.

"Le bombe però, presero a morsi le case e le speranze di chi era rimasto. Anche la casa bianca di Youssef crollò, assieme alla sua caravella. Non c'erano più muri per disegnare un'altro veliero."

 

Riapriamoli.

Intorno non è rimasto niente. "I buchi neri delle guerre dei grandi" ingoiano tutto.
Restano i sogni dei bambini, "appesi tra cielo, terra e mare".




E se nella terra intorno non è rimasto in piedi nulla, non resta altro che alzare gli occhi al cielo. In cielo c'è lei, la luna. 

Youssef alza le braccia alla luna, e gli chiede le ali per raggiungere Maryam. 

"I sogni dei bambini trovano sempre un modo per sopravvivere".
 

Fu così che, nel cuore della notte, la luna prese nelle sue braccia Youssef, e come una grande caravella navigò in cielo, sorvolando le colline e il mare. Quando "la ciabattina di Maryam divenne d'argento e sgusciò dalle mani del bambino, cadendo dentro l'acqua d'inchiostro che si riempì di luce". 



La notte non sapeva più di sale, intorno il profumo degli aranci in fiore. Youssef si tuffò.
"I due bambini si abbracciarono, di nuovo insieme. Per sempre".

Così, come dovrebbe finire qualunque storia che azzera quelle diversità prese a pretesto per scatenare le guerre.


Questo è l'inchiostro di Isabella Paglia. Poi ci sono le matite oniriche di Sonia M.L. Possentini che illustrano la storia ai confini del sogno. Un'aurora di blu che allaga la scena legando mare e cielo, e screziature di bianco luce là dove la narrazione impone di squarciare il nero delle tenebre. Un boreale sinfonico di visioni e pulviscoli di stelle, con punte di colore là dove serve, tra gli aranci e le foglie, o su una ciabattina che funge da testimone.

 
Questo libro è una dedica a tutti coloro che non hanno smarrito la voglia di sognare, e a tutti coloro che hanno ancora la forza di commuoversi. Pura poesia. 

"Il sogno di Youssef" - Isabella Paglia, Sonia Maria Luce Possentini 

mercoledì 5 luglio 2017

Il mistero del faro



"Ma ciò che lo impressionò furono le ampie vetrate che consentivano di spaziare a trecentosessanta gradi, fin dove lo sguardo poteva giungere. Restò a bocca aperta e sgranò gli occhi per la sorpresa, ammutolito da quanto accadeva la fuori.
L'oceano era in burrasca. Le creste bianche delle onde correvano veloci sulla distesa d'acqua come vascelli pirati lanciati all'arrembaggio, prima di spezzarsi con furia contro la scogliera. Il fragore dell'impatto era così tremendo da coprire, a tratti, il rimbombo dei tuoni, mentre lampi improvvisi saettavano nella matassanera delle nuvole. Nuvole che si aggrovigliavano le une sulle altre sotto l'infuriare del vento sferzante che ululava spaventoso come un branco di lupi affamati.
-Neanche i videogiochi arrivano a questi livelli, - bisbigliò intimorito, mentre le gocce di pioggia scivolavano sulla superficie dei vetri, simili a graffi disegnati da una mano invisibile. Solo allora si accorse di tremare. Aveva la pelle d'oca."



Un faro abbandonato, un binocolo, un cane randagio di nome e di fatto che non vede l'ora di farsi addomesticare. Una bella amicizia nata per caso durante le vacanze, un mistero da svelare. Giocare ai detective... il gioco più antico del mondo trasformerà una vacanza noiosa in una estate indimenticabile. Computer, internet, videogames, saranno solo un lontano ricordo.

Da 10 anni.

"Il mistero del faro" - Riccardo Davico - Einaudi Ragazzi (Collana Storie & Rime)

venerdì 30 giugno 2017

Il segreto del manoscritto


"La luna formava un cerchio perfetto nel cielo e illuminava nella notte estiva una casa d'altri tempi con i muri bianchi coperti di rampicanti fioriti, adorna di balaustre e statue di marmo, circondata da un giardino curato con una fontana, una vasca in cui nuotavano dei pesci rossi e un gazebo di ferro battuto.
Un grosso gatto bianco si mosse elegantemente dal balcone del primo piano e con un agile balzo raggiunse il tronco di un albero. Senza esitare, dopo una ripida discesa, atterrò sulla balaustra di marmo delle scale che portavano in giardino. Si concesse un attimo di pausa prima di raggiungere con un ultimo balzo la vasca e restarsene appollaiato sul bordo in un nodo di zampe, coda e pelo. La luce della luna disegnava la sua figura sull'acqua.
Il gatto protese il muso per annusare un soffio di vento e socchiuse gli occhi, concentrato a decifrare quel lieve messaggio nell'aria.



Un raggio di luna che bacia le onde, screziandole quel tanto che basta, per arrivare a lambire la spiaggia. Questa, in estrema sintesi, la scrittura di Giuliana Facchini. Sinuosa, elegante, equidistante, tanto dalle vicende dei protagonisti dei suoi racconti che dalle intime istanze di cui si fanno sani portatori.

Recentemente l'autrice, reduce dalla Bologna Children's Book Fair 2017, ha così scritto sul suo blog, 
( https://ilgiovanebrik.com ) a proposito del suo ultimo libro, appena edito:

"Un altro mio sguardo sugli adolescenti, ancora la mia voglia di raccontarli senza mettermi al loro posto, anche se un po’ vorrei starci nonostante tutto."

Perché "la distanza è profondità". Così si esprimeva James Patrick "Jimmy" Page, fondatore, chitarrista e guida dei Led Zeppelin; lui che in sala d'incisione curava personalmente la posizione e la distanza dei microfoni dagli strumenti, perché alcuni dischi sembravano "registrati ad una festa".

C'è chi si tuffa con tutte le scarpe nelle vicende dei protagonisti, finendo spesso con l'immedesimarsi in essi, amplificando il battito delle emozioni, spostando la visuale in presa diretta come una telecamera che scorre sul binario quel tanto che basta per vedere cosa c'è davanti. E c'è chi osserva dall'alto, come un aquila in volo, fosse anche solo un gatto sul muretto; allora le voci e i rumori del mondo giungono più attutiti, ma con una visuale panoramica. E allora osservi i movimenti e le interconnessioni, i sincronismi, nelle vicende dei protagonisti, come un reticolo viario che non si perde all'angolo ma prosegue in qualcosa d'altro. E allora emerge la "trama", in ossequio ad una più classica tradizione romanzesca. 



I romanzi di Giuliana sono ben scritti, mescolano tanti ingredienti, accennati e sapientemente miscelati, in modo che nessun sapore prevalga sull'altro. "Il segreto del manoscritto" non fa eccezione, c'è il giallo, l'avventura e anche quel tanto d'azione, con un vago sapore da romanzo storico, seguendo i lasciti di quel "Ludovico Bardo" così ben delineato nei tratti e nelle opere, da sembrare uno scrittore realmente esistito. E' lui il convitato di pietra intorno al quale si impernia il racconto. C'è l'eterna, tanto fiabesca quanto romanzesca, lotta tra il bene e il male, certo rapportata alle spalle delle vicende di alcuni ragazzi di dodici anni. Perché Giuliana ci tiene a raccontare i ragazzi osservandoli nella loro quotidianità, da cui li estrapola aggiungendoci la scossa data da qualche accadimento speciale. Ci sono i caratteri diametralmente opposti, in Susi e Cecilia, che le vicende porteranno a permearsi e venirsi incontro, fino a comprendersi, oltre le apparenze che ingannano. E c'è anche un bell'espediente narrativo in quel gatto che appare quando serve, e si muove puntuale a sbloccare i meccanismi della narrazione quando sembrano inevitabilmente volgere ad un vicolo cieco.

Un libro estremamente godibile, senza battute d'arresto o cadute di stile.Di più non vi racconto, perché questo libro dovete leggerlo. Giacché la trama è uno dei suoi elementi di fascino. 

Il libro, recentemente giunto alla sua prima ristampa. ha conseguito nel 2015 il Premio Righini Ricci come miglior romanzo inedito.

Impreziosito in copertina da una illustrazione di Cinzia Ghigliano (Premio Andersen 2016)