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mercoledì 29 agosto 2018

In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi


La prima volta che visitai la casa di Giacomo Leopardi fu con la mia mia amica Eva, studentessa di letteratura alla Sapienza di Roma, e grande appassionata del poeta recanatese. Avevamo entrambi 21 anni, e una domenica mattina di aprile del 1994 partimmo da Terni con l'Intercity delle 7:00 per Ancona, dove cambiammo con un altro treno per Porto Recanati. Da li imboccammo la strada per il paese di Recanati, che distava la bellezza di 12,5 km, quasi tutti in salita. E la domenica, all'epoca, non circolavano bus. Prima dell'avvento di internet funzionava così, all'avventura, senza saper bene cosa si trovava, all'occorrenza ci si arrangiava. Noi due ci arrangiammo facendo l'autostop a salire e a scendere, risparmiandoci 25 km di scarpinata.


Due cose mi colpirono, e accaddero entrambe dopo la visita della casa. Per lunghi tratti, girando dentro il borgo, non incontrammo anima viva. Sarà stata la domenica che non si lavorava, sarà stato il tempo del giorno, simile all'autunno inoltrato e ventoso che prometteva pioggia, così poco incline a una giornata primaverile. Ma sembrò ad entrambi di stare fuori dal mondo. Lì, per la prima volta capii intimamente e profondamente gli stati d'animo dell'uomo Leopardi, il suo desiderio di uscire dal borgo per abbracciare dal mondo. Eravamo quasi alle soglie del nuovo millennio, eppure mi sentivo di stare dentro la storia, ma completamente fuori dal tempo.

La seconda impressione la ebbi andando a visitare il celebre Colle dell'Infinito. Non so cosa mi aspettassi all'epoca, ma rimasi perplesso. C'era un bel paesaggio aperto, collinare, come pure avrei potuto trovare da qualsiasi altra parte. Ma quel mare in cui naufragare? Leopardi il mare lo aveva dentro, e poi lui non guardava, mirava, che era un osservare e pensare insieme, quindi un guardare oltre attingendo nel profondo del proprio inchiostro interiore. Nel 1819, l'anno dell'Infinito, Giacomo aveva 21 anni, gli stessi che avevamo io ed Eva quel giorno. Ma noi eravamo distanti anni luce da una tale capacità di elaborazione e sintesi. D'altro canto, chi altri sarebbe stato in grado di inscenare un "Naufragio senza spettatore, né Dio né uomo", per usare le parole di Cesare Luporini?


La bellezza di questo libro scritto da Silvia Vecchini, e illustrato da Emanuela Orciari, sta nell'aver idealmente aperto le stanze di Palazzo Leopardi consentendo a noi lettori di camminarci dentro, passeggiando compiutamente attraverso quei luoghi in cui sono germogliati i pensieri, poi tramutati in versi, dal grande poeta recanatese. Basta sedersi un attimo in giardino:

"Le cose che non sapeva, le immaginava. La sua fantasia era senza freni, instancabile e libera, faceva grandi le piccole cose, illuminava quelle oscure, abbelliva le disadorne. Niente era senza senso. Ragionava con le nubi, interrogava alberi e fiori. Accarezzava sassi e legni. Alle lucciole era affezionato in modo particolare. Al loro volo lento, leggero, intermittente. Alla vita breve".

Servendosi della voce discreta e intima della sorella Paolina, Silvia Vecchini ci accompagna nella testa e nel cuore di Giacomo, dove tutto è nato e si è compiuto. Il giardino, la biblioteca, la stanza degli scacchi, la stanza dei sogni, gli specchi e le finestre, diventano luoghi dell'animo, in cui assistiamo all'aprirsi di scorci e spiragli su una storia che, strano a dirsi, in buona sostanza non conosciamo.

"Nel 1819, dopo aver incontrato una ragazza di Recanati, la notte stessa la vide in sogno. Parlò con lei, le baciò la mano. Provò una felicità intensa. Si svegliò emozionato, come se quell'immagine fosse vera e anni dopo la trasformò nella poesia Il Sogno. Un'altra volta sognò la luna che cadeva nel nostro giardino. La vide proprio precipitare, colpire il terreno in una nebbia di scintille, e stridere e fumare come un carbone buttato in acqua. Anche questa immagine finì in un'altra poesia. Quando lascìò Recanati non gli capitò più di sognare. Fuori da questa casa non sognò mai. La sua stanza di ragazzo imprigionò le sue visioni notturne".



Il testo, così agile eppure intenso, e lieve seppur vissuto, è superbamente illustrato da Emanuela Orciari; i suoi disegni, così interiorizzanti, rendono bene quel fitto carteggio tra "pensiero poetante" e "poesia pensante" che, per dirla con Antonio Prete, costituiscono uno dei principali lasciti del poeta recanatese. Le illustrazioni di Emanuela Orciari sono sguardi sospesi che sollevano venti velati di incanti.

Venti e naufragi. Ecco, noi pensiamo spesso alla musica limpida e cristallina dei Canti, in una visione idillica della vita che si frantuma a contatto con la realtà circostante. Nel triste infrangersi della Storia di un'anima. Ma Giacomo Leopardi fu randagio assai.

Io nacqui nel 1973, Walter Binni allora scriveva:

"Leopardi può toccare e rivelare, sull'onda della sua delusione storica ed esistenziale, i più profondi motivi del nulla, della noia-angoscia, della vita come morte, ma mai manca di dare a questi stessi motivi, pur così potentemente individuati ed espressi, un valore di stimolo all'energia virile dell'uomo, alla nobiltà del suo coraggio di verità e di resistenza ribelle. E i suoi veri avversari non sono gli uomini, ma le loro immagini degradate dalla viltà, dalle menzogne interessate o sciocche, dalle ideologie spiritualistiche, religiose, reazionarie, e, dietro quelle, l'ordine naturale della realtà sbagliata e corruttrice".

"La protesta di Leopardi", solitaria e tenace come quel fiore nel deserto.

E allora sediamoci un attimo ad ascoltare come soffia il vento.

"Giacomo scrisse la sua ultima canzone a Torre del Greco, Napoli. La dedicò ad un fiore senza giardino, selvaggio, che intristisce se costretto in vaso. La ginestra. Un fiore capace di crescere in quel luogo desolato, inospitale che sono le pendici del Vesuvio. Un fiore che resiste, tenace e flessibile. Né sottomesso dalla natura, né insensatamente orgoglioso. Come un uomo che ha il coraggio di guardare al proprio destino senza nulla togliere alla verità di ciò che vede, così la ginestra è pronta a piegare il capo al sopraggiungere della lava ma nello stesso tempo è piena di dignità di fronte alla propria condizione. E soprattutto resta un fiore. In mezzo a un luogo deserto, dove non cresce nient'altro, la ginestra porta la sua bellezza e spande il suo profumo. Offre i suoi colori. Come un uccello solitario il suo canto. Non è questa la poesia di mio fratello?"



E soprattutto ricordiamoci che:

"Quando scriveva Giacomo era felice."

"Amava comporre, trasformare in musica i colori, la luce, le ombre, le increspature del mare, il vento tra i rami, le siepi. Amava tradurre il pensiero, in versi."

"Giacomo sentiva e pensava  il mondo dentro questo ritmo, lo catturava tra le maglie di una rete fatta di suoni che si richiamavano, si cercavano di stanza in stanza, aggiungevano bellezza alla bellezza".

"Per Giacomo il tempo passato a scrivere fu in assoluto il migliore della sua vita".


"In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi" - Silvia Vecchini, Emanuela Orciari - rueBallu

giovedì 18 gennaio 2018

La prima cosa fu l'odore del ferro


La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro.

Poi ci furono le ore e i giorni a farmi compagnia. E quel ferro che non se ne andava dalla mia pelle, come un tatuaggio. Un segno di riconoscimento.

Mansueta.
Innocua.
Accartocciata e sottile senza far rumore. Curva nelle stanze umide dell'officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana. Come tutta la classe operaia.
Timbravo all'entrata. Timbravo all'uscita. Ritmi lenti. Uguali.

Cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza.


In principio fu il buio, poi venne la luce, che pertinace e ostinata iniziò a filtrare nei spiragli dei pensieri e dei giorni, tramutando la polvere in scintille, luccicanti come stelle. Sonia Possentini in questo albo, compie un prodigio: mette in ombra la sua arte, per donare luce al nostro sguardo sul mondo. L'illustratrice, fresca vincitrice del Premio Andersen, pone le sue tavole al servizio della parola, che splende, infine abbaglia. Come quando sfogli un album di famiglia, osservi curioso le foto ingiallite dal tempo, ma in cuor tuo sei li che pendi ad aspettare il racconto di quello che fu, da parte di chi lo ha vissuto. Intendiamoci, le illustrazioni di Sonia, anche in questo libro, hanno il consueto pregio artistico, ma si pongono come elemento di contrasto, un fondo scuro teso a far risaltare quel piglio inedito di scrittrice, che brilla della forza incorruttibile dei suoi sogni, poiché forgiati nel rigore e nella perseveranza. 

      
Ora voi immaginate che io mi metta qui a parlarvi del ferro, della fabbrica, del sudore, della classe operaia che va in paradiso, dell'importanza dell'impegno e del sacrificio per ottenere qualcosa nella vita, e invece no. Questa cose ve le ha già raccontate Sonia. Io voglio parlarvi di poesia, che questo racconto ne è intriso fino alle ossa, dalla prima all'ultima riga. Allora sollevo la patina del tempo con un soffio, e controluce anche la polvere risplende. In paradiso vi ci porto lo stesso, ma a modo mio.


Il viaggio interiore alla ricerca di sé stessi, alternando ambientazioni reali a mete fantastiche,  ha alimentato la poesia di ogni tempo e luogo. Settecento anni fa un sommo poeta intraprese il suo viaggio, camminando ai confini della conoscenza, attraversando lande piene di dubbi esistenziali. Non mancarono le richieste di aiuto e conforto, anche ai propri avi, come fa Sonia con la sua amata nonna, che per consolarla diceva:"Impara. Impara a fare tutto, anche quello che è brutto." Conoscendo la fatica, te la saresti sempre cavata.


Sfido la cabala, e percorro via del Paradiso,  numero 17, qui mi fermo. E leggo:

"La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende"


I fatti contingenti, che non hanno luogo al di fuori del mondo materiale, sono tutti e sempre presenti nella mente divina; non per questo assumono carattere di necessità, così come il movimento di una nave che discende il fiume non dipende dallo sguardo che la osserva.

Sonia era si mossa dalla fame, ma alimentata dalla necessità di capire: una sete di conoscenza, da soddisfare. Poiché tuttavia le parole, oltre al loro intrinseco significato, hanno la capacità di evocare immagini, non posso non soffermarmi sul "quaderno" e sul "dipinta"; e immaginarmi Sonia in fabbrica, negli scampoli di luce dei pochi momenti d'aria,  china a disegnare i suoi sogni per animarli e dargli vita.

"Ma, nonna, vivere o sopravvivere"? Non ha mai risposto.


Io la risposta la cerco qualche verso più in basso.

"Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta."

Lascerai tutto ciò che ami maggiormente, e questo è il dolore che per prima cosa ti infliggerà l'esilio. L'esilio di Sonia è puramente spirituale. Si sposta ogni giorno da un paese dal quale vorrebbe fuggire, e ogni sera, stanca, dopo una giornata di duro lavoro, puntualmente e inevitabilmente ritorna. Donna e forestiera, in un ambiente di soli uomini, tutta manovalanza locale.


"Tu proverai sì come sa di sale
 lo pane altrui, e come è duro calle
 lo scendere e 'l salir per l'altrui scale."

Tu proverai quanto è amaro il pane degli altri, e quanto è faticoso salire e scendere le scale delle abitazioni altrui. Proverai com'è lavorare per gli altri. Già, il pane. Una fetta la mattina prima di mettersi un'ora in auto per recarsi al lavoro. E una fetta la sera tardi.


E quel che più ti graverà le spalle, 
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Non si può certo dire che la compagnia di quegli anni fosse selezionata, ma era tutta gente onesta, sana, temprata dalla vita dura e, tra le donne nude in calendario e qualche colorita bestemmia, si poteva parlare, ridere, scherzare insieme. La cosa che più mi ha colpito di questo libro, che racconta molto dell'etica e dell'onesta intellettuale di Sonia, è racchiusa in una semplice frase:

"Per me la crisi c'è sempre stata".

Ciclicamente l'uomo attraversa fasi di povertà, indigenza, ristrettezza economica; ma quello che spaventa, di oggi, è la crisi squisitamente interiore, dell'impoverimento dei valori, che ci spinge sul baratro di un imbrutimento spirituale, che genera cattiveria, odio, violenza; che scarica la colpa dei propri insuccessi sugli altri. E' sempre colpa di qualcun altro se le cose non vanno. Sono loro che ci rubano il futuro.


E invece no, oggi, come ieri, il futuro devi costruirtelo con le tue mani. Solo che non sai più usarle, le tue mani, ti sei illuso di avere tutte le risposte a portata di mano, da non saper più cosa e dove cercare, intorno, ma soprattutto, dentro di te. Questa incapacità di relazionarsi, con noi stessi e con l'ambiente circostante, ci fa sentire perennemente in crisi, anche quando, in verità, materialmente parlando, delle cose essenziali, non ci manca niente.


Manca, invece, quell'empatia che nasce dall'istinto, che oggi fatichiamo a trovare nei rapporti con i nostri simili; la troviamo, invece, nelle relazioni disinteressate con il regno animale. Come quel cane, che un giorno irrompe in fabbrica, e siederà ai piedi di Sonia. Sarà lui a mostrargli il confine tra il vivere e il sopravvivere, che la nonna non ha saputo spiegargli.

"La sua coda si mosse lenta.
La sua coda era la sua voce.
Iniziai a capire il silenzio."

Gli parlavo.
Ci parlavamo.

Lui con la coda, io con le parole.
Ci fondevamo.
Leghe diverse.
Fuse.
Come il ferro."

"Qual'è l'Atlante dei tuoi occhi? Fin dove arriva il tuo sguardo?
Iridi luminescenti nella notte i tuoi occhi che vedono l'Oltre.
Raccontami la tua storia. Una storia a cui io possa credere. Una storia dove io possa mettere le ali. Ali che viaggino da sole, magari controvento."

Empatia, voglia di parlarsi, ascoltarsi, raccontarsi, viaggiare insieme. Guardare nella stessa direzione. Questo è.

Credevamo di essere liberi, ci risvegliamo prigionieri di modelli di vita e stereotipi, che qualcun altro detta per noi. Per secoli ci siamo evoluti, poi ci siamo illusi, sentiti arrivati. Abbandonate le buone pratiche, il gusto della ricerca e il piacere della conquista, la saggezza della parsimonia, il sudore della fatica, cosa è rimasto? Il massimo risultato con il minimo sforzo, quel che conviene, in barba a ciò che conta. Due decenni, e siamo fortemente involuti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, tutti, ragazzi e adulti. Senza rigore e perseveranza non sboccia alcun sogno. Astio e rancore avvelenano il futuro. 

Cantava De André, in Amico Fragile:

"Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero,
potevo assumere un cannibale al giorno 
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle,
potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci"


Così fece Sonia, salì in auto con il cane, salutò la fabbrica e se ne andò per sempre.


"La prima cosa fu l'odore del ferro" è un libro che vola alto, sebbene nasca dalla polvere, impastando ferro, sudore e cemento. Affiora dal sudicio e brilla d'incanto, che lo sporco si può lavare, ma che tu faccia il carpentiere, l'impiegato o l'illustratore, nella vita, per andare avanti, ci vuole tanta passione. Devi forgiare il tuo mondo interiore, nei sogni e nell'amore. Un albo in cui la disciplina della donna stringe il rigore dell'artista in un abbraccio onirico, come farebbe l'estate con l'inverno, creando quelle meravigliose stagioni di mezzo, che sono la primavera e l'autunno.

Anche nel leggere la Commedia in classe, però, ci vuol passione. La "Buona scuola" non è nelle riforme o nei dettami didattici, è nella poesia e nell'entusiasmo che alberga dentro di noi, nella voglia di trasmettere e condividere.

E io vi lascio con questi versi che sembrano scritti apposta per spingere lontano il libro di Sonia;

"Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote
e ciò non fa d'onor poco argomento."

Queste tue parole, Sonia, saranno come il vento, che sferza con maggior forza le cime più alte, e ciò costituirà, per te, motivo di grande onore. Per me è una certezza, che possa esserti di buon auspicio.

"Hai inseguito di certo un Aliseo che ti ha segnato il sentiero fin qui.
Mi guardi e rincorri una nuvola che ad ogni passo si sposta più in là.
Abbai ed io per la prima volta sento la tua voce.
La nuvola si trasforma in un gioco senza fine, tra figure di draghi e mari lontani. Sei arrivato inseguendo una nuvola? Una nuvola grande con la forma di una balena? O la forma di un prato bianco? Un mondo senza strada. Imprendibile.
Oppure hai inseguito la tua ombra?
Ti avvicini, mi allunghi una zampa e io ti stringo forte. Il pelo caldo, il respiro calmo. Come il mio, adesso. 
Poi ti allunghi e ti ritiri come le maree. Mi giri intorno. Annusi l'aria. Alzi gli occhi verso il nulla. Due occhi grandi, profondi come la verità.
Adesso i miei occhi e i tuoi s'incontrano.

Il mio limite e il tuo universo. Trasformavo il guardare. Imparavo a vedere."

"La prima cosa fu l'odore del ferro" - Sonia Maria Luce Possentini - Rrose Sélavy - Introduzione di Maurizio Landini

mercoledì 13 settembre 2017

Una gatta in fuga


Una gatta vive accoccolata alla mamma e ai suoi fratellini nella casa di un  vecchio saggio, a Damasco.  Poi accade qualcosa di strano. Un boato assordante, i muri di casa che si sbriciolano, tutti fuggono all'impazzata, spaventati. Così la piccola Samra si trova di colpo in mezzo alla strada. Inizia così "Una gatta in fuga", scritto da Vanna Cercenà (Premio Andersen 2015 come miglior scrittrice) edito da Giunti, nella collana Colibrì. Attraverso gli occhi di una piccola gatta educata dalla madre a "comprendere il linguaggio degli uomini" viene descritto il conflitto che da alcuni anni sta dilaniando la Siria.

Nella fuga per le strade di Damasco, Samra incontra una bambina di nome Ayla, che vedendo la piccola gatta a ridosso di un muro, spaventata, decide di raccoglierla e portarla con sé, a casa. Ayla chiama la gatta "Jamyla". L'assonanza tra Ayla e Jamyla non è solo nel nome, diventa emotiva. Sono entrambe due "cuccioli" increduli di fronte all'orrore che impazza per le strade, a cui sanno dare un nome (la "Guerra"), ma non un significato. 

Cos'è la guerra?

È una cosa terribile che fanno gli uomini per far morire tutti, anche i gatti”.

Agli occhi incantati dei bambini non esiste una ragione plausibile per spiegare tale orrore.

 “Io gli uomini proprio non li capisco. Perché si buttano addosso delle cose che scoppiano e fanno una gran fiamma?”.

La situazione a Damasco si è fatta troppo pericolosa, così la famiglia di Jamyla decide a malincuore di lasciare la Siria cercando rifugio presso alcuni parenti, in Europa. Sono decisioni sofferte, che lacerano, perché una parte di te resta ancorata lì. Perché non sono solo giardini, muri e giochi, sono anche nonni, troppo anziani e malati per seguirti.

Inizia così la fuga per le strade del deserto, attraverso le "scatole di ferro con le ruote" dimorando in alcune "specie di città fatta di case di ferro o di tela tutte uguali", correndo rischi e schivando paure, fino ad arrivare, per la prima volta nella vita, a vedere il mare. Già il mare, quella distesa azzurra che pare infinita, di fronte al quale lo sguardo si perde. Quel mare che suscita curiosità, e incute timore.

"Cosa sarà il mare? Anch'io vorrei saperlo. Per ora sento solo un rumore lontano, come quando stavo sulla pancia della mia mamma e lei respirava con un suono dolce".


Vanna Cercenà imbastisce una storia incisiva, che saltella veloce e sinuosa come una gatta in fuga attraverso alcune scottanti problematiche di attualità. In cui decide di schivare il dolore, perché la storia è destinata a lettori in erba, ma non alcune domande che è lecito porsi sin dalla tenera età. Attraverso sguardi increduli in cui si miscela dolcezza e sgomento, viene mostrata ai giovani lettori di oggi l'assurdità di alcune scelte umane compiute dagli adulti, e le loro più immediate e pratiche conseguenze.
Il libro è impreziosito dalle illustrazioni di Giulia Dragone, che si fanno circolari e avvolgenti, disegnano  mondi affettivi, abbracci in cui perdersi, tratteggiando orizzonti di pace e itinerari salvifici. Accompagnano la lettura sottolineandone alcuni momenti topici, che sono quelli che poi restano impressi agli occhi speranzosi dei bambini.

"Una gatta in fuga" - Vanna Cercenà, illustrazioni di Giulia Dragone - Giunti Kids e Junior , Collana Colibrì

sabato 8 luglio 2017

All'ombra delle Piramidi, Storie nelle storie



"All'ombra delle Piramidi" e "Storie nelle storie". Prime letture e Narrativa. Racconti ambientati sullo sfondo della Mitologia egizia, greca e romana. O sul solco dei grandi capolavori della letteratura mondiale, come il Milione o l'Orlando Furioso, Le Mille e una Notte, la Sacra Bibbia o le tragedie di William Shakespeare.


 All'ombra delle piramidi:

Collana di narrativa rivolta a bambini a partire dai 6 anni, pensata per essere facilmente apprezzata dal pubblico di "lettori in erba".
Tre bambini, un gatto e un coccodrillo ne combinano di tutti i colori nel meraviglioso Egitto del Faraone, tra inseguimenti, tranelli, dispetti e contromosse ingegnose.
I testi sono facilmente fruibili grazie a una serie di scelte grafiche che tengono conto delle abilità di lettura dei bambini di 6-7 anni.



Storie nelle storie:


Nelle grandi storie, quelle che hanno segnato l’arte e la letteratura – i grandi miti, le Sacre Scritture, i romanzi carolingi… - ci sono personaggi e racconti che hanno una forza e una nitidezza assolute: la bellissima principessa, il guerriero senza paura, il mostro spaventoso, il gigante crudele, la maga potente. Molte delle storie che vengono raccontate oggi ai bambini trovano la loro ispirazione in questi archetipi.
La collana Storie nelle storie recupera quei personaggi e quei racconti, li estrapola dal fitto intreccio in cui sono incastonate, e li presenta ai piccoli lettori nella forma di brevi romanzi illustrati.
Tra fiaba e racconto, questi libri restituiscono ai lettori il fascino e la potenza di storie che hanno tenuto col fiato sospeso e divertito generazioni di adulti e di bambini. Non è necessario conoscere né Ariosto né la sua opera per seguire le avventure del bellissimo e svagato Astolfo, o dell’affascinante e pestifera Angelica: con umorismo e leggerezza i racconti – assolutamente fedeli all’originale – trasportano i bambini dentro un mondo di mostri e magie, dame e castelli, viaggi e conquiste.

All'ombra delle Piramidi - Janna Carioli, Luisa Mattia, Barbara Bongini - Lapis

Storie nelle storie - Sara Marconi, Simone Frasca, Giovanni Nucci, Manuela Nerolini, Silvia Roncaglia, Desideria Guicciardini, Elisa Rocchi, Silvia Vecchini, Sualzo, Nicola Cinquetti, Alfredo Belli, Valeria Conti, Fabiano Fiorin - Lapis