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mercoledì 28 ottobre 2020

Tutta colpa del bosco


 

I libri delicati.

Che paiono scritti in punta di piedi.

Che ti fanno udire il crepitio dei pensieri.

Dicono sia colpa del bosco, ma voi ci credete?

Che colpa ne ha il bosco se i ragazzi si amano?

Alle volte basta uno sguardo.

I carteggi.

Sembra una parola antica da associare soltanto alla scrittura su carta, ai tempi lenti dei ragazzi di ieri.

Ma siamo sicuri che sia così?

Che non ci si possa imbambolare ancora oggi, ai tempi degli sms, di facebook, di whatsapp, di spotify?

Se le parole ti muoiono in gola, che fai?

L'uomo sarà anche capace di andare sulla luna, ma come si pianta per paura di un "NO".

Sguardi, pensieri, poesie, canzoni, battiti, paure desideri, tremori, impressioni. Il bosco, la neve.

Secondo voi, tra questi due, come andrà a finire?

Mica posso dirvelo io, altrimenti il libro che ci sta a fare?

"Tutta colpa del bosco" - Laura Bonalumi - Edizioni San Paolo


sabato 30 dicembre 2017

Hamelin, la città del silenzio


Verso la fine del 1300 ad Hamelin, Hameln in Germania, 130 bambini sparirono nel nulla. La leggenda, quella poi ripresa dai fratelli Grimm, narra che si allontanarono dalla città seguendo un magico pifferaio. Nessuno è mai riuscito a scoprire la causa vera della sparizione. Forse la peste, forse l'emigrazione, forse un'inondazione, forse la Crociata dei fanciulli. Della vicenda, però, si hanno testimonianze. Nel museo della città è esposta ancora oggi la riproduzione di un'antica vetrata della chiesa che raffigura un pifferaio seguito dai bambini. La finestra originaria risaliva al 1300. La stessa storia racconta un'iscrizione su di un antico palazzo, da tutti chiamato Rattenfängerhaus, la casa del cacciatore di topi. Ancora oggi ad Hamelin, in Bungelosenstraße, la via senza tamburi, è vietato cantare e suonare.


( .. accendo una candela e spengo la luce in camera. Poi mi dirigo verso lo stereo e metto un po' di musica. Parte un giro di chitarra dal vago sapore medievale, presto accompagnato dal sibilo di un flauto dolce. Siamo io, il buio e la luce, la musica e un libro. Che inizio a sfogliare ..)  



Le strade di Hamelin. Deserte e silenziose. Pochi, e frettolosi passanti la percorrono. Nemmeno un bambino. A noi ragazzine e ragazzini è vietato scendere per strada. Chiusi nelle nostre stanze, non possiamo giocare con gli altri bambini. Ci si consola con i giocattoli che il nonno costruisce per noi. E' il più vecchio del  paese, e ben conosce il motivo di quel divieto. Un tempo le vie e le piazze di Hamelin erano piene dello scorrazzare e del vociare di bambine e bambini. Ma disturbavano i grandi e così fu loro vietato di scendere in strada. Tristi, rimasero chiusi tra le quattro mura di casa fino a quando, una notte, sentirono la dolce e allegra voce di un piffero. Scesero tutti. Tutti seguirono il pifferaio. Tutti scomparvero. Tutti tranne il nonno. Era zoppo, e non riuscì a seguirli. Da allora anche la musica fu vietata, e Hamelin divenne la città del silenzio. Da allora non più una nota è risuonata in città. Spesso, prima di dormire, ripenso al racconto del nonno. Anche stasera. Ma ecco, attraverso una finestra, giungere dalla strada la dolce e allegra melodia di un organetto ...



Alice Barberini ha un dono straordinario: con le sue tavole riesce a fermare il tempo. Ti lascia li, sospeso, come un bambino alla finestra, nell'attesa che si compia qualcosa di straordinario. La mia sospensione è iniziata due anni fa, la libreria aperta da poco, e io giravo per gli scaffali a studiarmi i libri. Quando presi in mano "Il cane e la luna", un albo, all'epoca, appena edito. Ne rimasi totalmente invischiato. Quella tavola, il muso del cane raccolto tra le mani del bambino. Sono rimasto orfano di quegli occhi, e quello sguardo, per due anni. Fino a quando non è uscito "Hamelin". Che di occhi e sguardi, trabocca, come una fonte benedetta. Se la narrazione non è fatta di sole parole, ma anche di sguardi, e gesti, questo libro è il più bel dono che un albo illustrato ci abbia portato in dote in questo 2017.



(... mentre sfoglio il libro, la canzone prosegue, quando ascolto cantare queste parole..)




And it's whispered that soon, If we all call the tune,
Then the piper will lead us to reason
 And a new day will dawn  
For those who stand long
And the forest will echo with laughter.



"Hamelin" è un albo straordinario, in cui trovi di tutto; la luce e il buio, la musica e il silenzio, la solitudine e il gioco; la tristezza che esplode in gioia; la potenza arcana del fiabesco; la cura in ogni dettaglio. Le parole, poche, ingegnose, illuminano e scaldano mentre sgattaiolano lungo le strade deserte; alcune restano impresse sui muri, come targhe, o penzolano sulle insegne. 


Un mirabile gioco di inquadrature che si alternano: il quadro, la fotografia e il cortometraggio. C'è, soprattutto, la poetica degli occhi e degli sguardi, in tutta la sua eloquenza narrativa: il tempo che si arresta e cristallizza ogni ricordo; la solitudine e il divieto che li velano di tristezza e mestizia; il guizzo esplosivo della felicità, i sorrisi e la corsa in strada, in un piccolo paese che torna a popolarsi di giochi, musica e voci.


( ... entra la batteria, il canto prosegue, ascolto queste parole.....)


Your head is humming and it won't go
In case you don't know
The piper's calling you to join him
Dear lady, can you hear the wind blow
And did you know
Your stairway lies on the whispering wind.



In "Hamelin" respira il mondo delle piccole cose che rendono triste, o felice, un bambino. La potenza di questo albo, a ben vedere, sta proprio in questo. Perché Hamelin alberga nel fondo dei nostri animi. Nei rifiuti ricevuti, nelle concessioni accordate, nei giochi condivisi, negli spazi conquistati, in tutto questo e altro, i ricordi si arrestano, o tornano a correre lungo le strade del pensiero. In "Hamelin" si rinnova e si tramanda il nostro spirito fanciullo. 



Per questo è una straordinaria finestra per osservare, e comprendere, il meraviglioso mondo dell'infanzia. Il tutto impreziosito da alcuni dettagli che segnano la finezza interpretativa dell'animo, nella mano di chi l'ha disegnato. Il cane che appoggia la zampa sulla schiena del bambino, mentre questi osserva la luce esterna filtrare dalla finestra; il cane che osserva la luna piena, nel mezzo della strada deserta; il ranocchio giocattolo, che dalla finestra osserva, anch'esso, la luna, mentre nel letto dorme la bambina. 



(.. la canzone è finita, e io lascio parlare il libro ..)

Poi un giorno, l'uomo con la macchina che suonava mi venne vicino. Suonò per me, e io scoprii di non avere paura. La sua musica mi rendeva felice. Ma dalla finestra, il nonno sentì la melodia di molti anni prima. Scese in strada e con il bastone fece a pezzi la macchina che suonava.

"Perché quella notte non mi hai portato con te?" gridò.

L'uomo rispose: "Per far giocare ancora i bambini che sarebbero nati in questa città".

"E i bambini di quella notte, dove sono andati?", chiesi io.

"In tutta la musica del mondo", mi rispose l'uomo.



C'era una volta, e c'è ancora, una città di nome Hamelin. A ricordarci che la vita concede a tutti una seconda possibilità. E nella proibizione non passa la strada per la felicità. 



N.B. La canzone citata, di cui sono riportati alcuni versi, è la celebre "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin. 

Hamelin, la città del silenzio - Alice Barberini - Orecchio Acerbo

mercoledì 26 luglio 2017

Un'estate da cani


".. i suoi occhi verdi erano gentili e ci trovai comprensione e un sorriso d'incoraggiamento. Si può trovare un sorriso negli occhi di qualcuno? Credo di si. Accade quando non c'è motivo di sorridere con le labbra, non c'è motivo di sorridere a un mondo spietato ma si vuole sorridere all'animo di qualcuno per dargli speranza".

Un fresco ruscello che attraversa questa estate torrida. Così mi sento di definire "Un'estate da cani", l'ultimo romanzo di Giuliana Facchini edito da Notes. Un racconto che carezza lasciandoti una gradevole sensazione addosso.

Ginevra, detta "Ginni", è una ragazza di quattordici anni (meravigliosi, detto con "ironia"), che si trova a passare l'estate in un piccolo paese con i suoi nonni. E qui sembrano maturare tutti i presupposti per annoiarsi, sebbene i nonni di Ginevra siano delle persone "sui generis", lettori incalliti, amanti di gialli, che ogni mese organizzano a casa loro, con i propri amici, delle "Cene con delitto" ricche di indizi, interrogatori e presunti colpevoli.  Intendiamoci, Ginni adora i suoi nonni che l'hanno cresciuta, essendo figlia di una ragazza madre a soli 17 anni, e che oggi, alle porte dei "trenta" è nel pieno della sua carriera giornalistica. Soprattutto con nonna Marisol ha un rapporto speciale; ma una ragazza di 14 anni anni vorrebbe legittimamente stare con i suoi coetanei, a condividere esperienze e tormenti consoni alla propria età.


Un giorno, passeggiando per il paese ("delizioso", sempre detto con ironia), nota qualcosa di strano. C'è un accalcamento di persone intorno al piccolo fiume che lo attraversa, persone che si danno la mano calandosi in acqua per recuperare.... qualcosa, forse qualcuno. Un cane, malridotto e spaventato, dalle zampe sanguinanti. Tra la folla che si è venuta a creare nota qualcuno, un ragazzo, con le "mani da musicista", la custodia rigida di una "chitarra", uno zainetto e un sacco a pelo, che si toglie la felpa per asciugare e accarezzare il povero cane. Ginevra non può fare a meno di notare quei gesti, e attribuirgli un significato intimo e profondo, ancorché indefinito. Arriva il vigile, soprannominato "Stappo" che si fa carico della situazione chiamando Pietro, il gestore di un rifugio per animali abbandonati, chiamato "Canile Paradiso". Pietro è nipote di Anteo, un anziano signore che fu cacciatore e un giorno decise di mollare tutto, trasformando la propria cascina in un canile, cui si dedicò per anni con grande amore, arrivando a diventare un punto di riferimento per la comunità del luogo. Poi Anteo si ammalò di cancro, e sottoposto a cicli di terapie dolorose non fu più in grado di gestire la struttura, che passò nelle mani del nipote.

Intanto Ginevra perde di vista il ragazzo, e tutto sembra finire li, quando un giorno, passeggiando, vede un cartello che indica il "Paradiso". Anche se lei non sa nulla di cani e non prova un particolare trasporto per essi, la curiosità la porta a seguire l'indicazione e andare a vedere quel cane salvato il giorno prima. Sarà l'istinto da segugio ereditato dai nonni "giallisti"? Sarà che quel cane è l'unico indizio che può ricondurlo al misterioso ragazzo? Fatto sta che nulla è come sembra, e Ginevra scopre che il "paradiso è in realtà un inferno", un "canile lager" dove gli animali sono abbandonati a se stessi senza cibo, in un ambiente che odora di morte. Pietro si intascava i contributi pubblici fingendo di prendersi cura degli animali, poi lasciati abbandonati a sé stessi. Questo fatto la sconvolge. Tornando in paese, trova il misterioso ragazzo suonare per strada racimolando le elemosine, e lo invita a mangiare qualcosa in un'osteria locale. 


I due iniziano a parlare, sebbene Oscar (il ragazzo) sia molto restio a raccontarsi. Ad ogni modo comprende che lui vive suonando per strada, si arrangia dormendo all'aperto all'addiaccio, pur ignorandone la ragione, così decide di ospitarlo di nascosto nel fienile dei nonni. Gli racconta del canile lager, ed entrambi escogitano un piano per far fuggire il cane salvato il giorno prima, medicarlo, pensando nel frattempo ad un escamotage per denunciare la situazione alle autorità senza andarci di mezzo. I due ragazzi riescono nell'intento e salvano il cane (Gandalf), poi ne salvano altri due (una levriera maltrattata che chiameranno Legolas e un piccolo cucciolo che chiameranno Frodo); nel frattempo va avanti il confronto emotivo e conoscitivo tra i due ragazzi e alla fine Oscar rivela la natura del suo peregrinare, nata da un dissidio con suo padre, che gli ha imposto gli studi facendogli passare in secondo piano la sua passione per la sua musica, da lui considerata come passeggera e veniale. Così Oscar, con l'aiuto e la copertura di un suoi amico, fingeva di andare in vacanza da lui e invece finiva con l'andare in giro per strada a suonare, assecondando la propria passione. Finché un giorno a causa di un furto, perde il cellulare e i documenti. Alla fine i genitori scoprono l'inganno e vanno alla ricerca del figlio disperso. 

Ginni e Oscar finalmente escogitano il loro piano. Lei va da Anteo a prendere le chiavi del canile, dicendo che gliele ha chieste suo nipote Pietro. Lui va da Luisa (un'amica di Anteo, volontaria in diverse associazioni animaliste) con la scusa che Pietro la vuole su al canile che deve parlarle. Quando Luisa arriva al "Paradiso" trova il cancello aperto e l'orrendo spettacolo davanti, e chiama la Municipale. E sopraggiunge Stappo, ancora una volta, a risolvere la situazione.



Mentre il racconto sembra avvallarsi verso un tranquillo finale, avviene il colpo di scena, con le sirene spiegate della Polizia che irrompe a casa dei nonni di Ginevra, nel bel mezzo di una "Cena con delitto", dall'auto esce infuriato il padre di Oscar che chiede di sapere dove la nipote tiene nascosto sui foglio. Perbacco, che giallo! E' successo che Oscar, rimasto senza cellulare a causa del furto, aveva chiesto a Ginevra di prestargli il suo per contattare l'amico che lo teneva nascosto (ma nel frattempo era stato smascherato); così il padre ha chiamato il numero, costringendo Ginevra a rivelargli tutto, finendo per ricomporre il quadro. Perché il padre di Oscar è veterinario (di qui le attitudini del figlio a prendersi cura degli animali feriti e maltrattati), e una volta scoperto che lui si era preso cura di quegli animali indifesi, svanisce la rabbia e monta l'orgoglio di famiglia, per l'ottimo lavoro fatto seguendo le proprie orme.

"Scappi per suonare la tua musica e ti ritrovo a curare bestie ferite!", disse compiaciuto, convinto di aver ragione. 

Alla fine Ginevra svelerà il motivo che l'ha condotta a scrivere la storia, ma questo non ve lo svelo, se volete saperlo dovete leggervi il libro che io ho già indugiato troppo a svelarne la trama e i suoi protagonisti.

Io faccio un passo indietro, quando Ginni alza lo sguardo verso l'amico, trovandolo assente.

"Si era rifugiato in quel mondo dove spesso noi ragazzi scappiamo quando gli adulti ci mettono alle strette. E' un mondo statico, una camera di decompressione per quelli di noi che non spaccano tutto a calci per superare una difficoltà. Ci chiudiamo in noi stessi, abbiamo bisogno di un luogo dove riprendere fiato o smaltire la rabbia. Da quel mondo si esce pronti per nuove battaglie o piegati al volere degli adulti. Oscar avrebbe continuato a lottare per diventare un musicista oppure avrebbe accontentato i suoi genitori?

Cosa mi porto dentro di questo libro?

Sicuramente il personaggio di Ginevra, fresco, limpido, dirompente e preciso come una goccia che scava la roccia, pur nella sua adolescenziale inesperienza. Questo è un racconto che tratta in modo dichiarato e aperto il tema del "prendersi le proprie responsabilità". Ginevra se le prende tutte, senza tentennamenti e senza colpo ferire. Dona ospitalità ad un suo coetaneo, fuggito dalla sua famiglia, perché si trova solo in mezzo ad una strada. Sottrae di nascosto dei cani da un lager, con tutti i rischi che questo comporta, perché sono maltrattati e hanno bisogno di cure, meditando sul modo migliore per denunciare l'accaduto. Arriva a calpestare i propri sentimenti svelando ai genitori di Oscar il suo nascondiglio, perché la famiglia possa ricomporsi, e lui finalmente smetterla di fuggire,  per tornare a difendere le proprie ragioni. Ginevra combatte a viso aperto per quel che le sembra giusto, senza sconti e senza alibi, eppure ha solo 14 anni, sebbene in cuor suo si senta "una gregaria, una poco coraggiosa".

Un'altra cosa che mi è piaciuta è il carteggio generazionale che emerge dalle riflessioni che Ginni elabora ascoltando e vivendo l'esperienza di Oscar.

"Pensai che Oscar fosse un poeta, oltre a esser un bravo musicista. Era dotato di una sensibilità tutta sua che lo rendeva fragile e forte. Quello che forse gli adulti non capiranno mai è che noi ragazzi possiamo credere in qualcosa e questo ci dà la forza di realizzarla. Gli adulti sono spesso depressi, parlano male del loro Paese, della società, della politica, ma a noi ragazzi non interessano queste cose perché abbiamo i nostri sogni. Non so se un giorno sarò madre: mi spaventerebbe  avere una figlia come me o un figlio come Oscar. E se dovessi dimenticare quello che ero? E se non sapessi più leggere negli occhi dei ragazzi perché ragazza non sarò più?"

E a me ritornano in mente le fatidiche parole che Giuliana scrisse, all'indomani del Bologna Children's Book Fair, sul suo blog:

"Un altro mio sguardo sugli adolescenti, ancora la mia voglia di raccontarli senza mettermi al loro posto, anche se un po’ vorrei starci nonostante tutto."

In tutto questo l'autrice ci mette il suo solito stile elegante e scorrevole, che crea storie nelle storie, tasche narrative all'interno del romanzo stesso (le "Cene con delitto" hanno una loro piccola autonomia letteraria nell'economia del racconto come la ebbe lo sviluppo del racconto noir di Orma Rossa e le seguenti vicissitudini di Tessa  in "Io e te sull'isola che non c'è"); c'è la consueta commistione di stili, la passione per il "giallo" e il gioco dei riferimenti letterari più svariati (in "Io e Te" le fiabe di Andersen e un certo ascendente dickensiano, qui il fantasy del Signore degli Anelli mescolato a Sherlock Holmes), e un certo modo di osservare i ragazzi che trae spunto dall'osservazione diretta nel loro habitat naturale.

E' un libro che esorta ad avere fiducia nei nostri ragazzi.

"La fiducia. Ah! La esigono, ma non te la danno, te la devi conquistare con le unghie e con i denti. Per i nostri genitori rimaniamo sempre bambini e nn è facile dimostrare loro che siamo pronti a camminare da soli".

Forse Ginevra dei cani non sa nulla, ma ha imparato presto e a proprie spese a fare i conti con la vita. E allora grazie a Ginevra, e grazie a Giuliana, per avercela fatta incontrare.

"Un'estate da cani" - Giuliana Facchini - Notes - Illustrazione in copertina di Cinzia Ghigliano