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venerdì 12 aprile 2024

Il posto magico


 

Questo romanzo di Chris Wormell regala la possibilità di ridere, commuoversi, gioire, allarmarsi, entusiasmarsi, insomma di provare una vasta gamma di emozioni durante lo svolgimento della trama, grazie ad una scrittura coinvolgente, avvincente e pulita, alle illustrazioni  che consentono al giovane lettore di immaginare perfettamente le dinamiche dei personaggi e delle loro azioni.

In una Grande Città Nera fatta di tetti e comignoli, di grigiume e fuliggine, vivono Clementine e i suoi due zii, due tiranni, due persone terribili di una cattiveria sconfinata, che ricordano alcuni personaggi di Roald Dahl, che riservano alla bambina solo cattiverie e torture. Clementine sogna una vita diversa, un posto magico, lontano dalla camera umida e buia nella quale è costretta a vivere, sogna verdi montagne, rigogliosi fiumiciattoli, odori e profumi della natura, un posto che sia davvero "casa" dove sentirsi al sicuro e protetta, e solo grazie all'innata forza che possiede, alla vlontà, alla sua positività, a Gilbert (il gattone bianco che vive con lei e con gli zii) riuscirà a fuggire dalla sua progionia e raggiungere il suo posto magico, la sua vera casa. 

La prima cosa che mi ha colpito è stata l'illustrazione di copertina, l'ho trovata potente e accattivante. E poi la forza di Clementine, la sua capacità di riuscire a sperare anche nei momenti più bui, di aggrapparsi alla vita e alle poche possibilità avute per fuggire dagli zii tiranni, al messaggio di positività e speranza che mi ha accompagnato durante la lettura. Poi mi ha colpito l'ultima illustrazione contenuta nel romanzo, l'unica a colori in mezzo ad una serie di tavole in bianco e nero, proprio a voler sottolineare (senza l'uso delle parole) la realizzazione del sogno, l'avere trovato il posto magico dai colori sgargianti, fatto di montagne e fiumi, come Clementine lo aveva sempre immaginato.

 Il posto magico - Chris Wormell, traduzione di Elena Dorenti, Rizzoli

 

martedì 12 dicembre 2017

Hachiko, il cane che aspettava


"Questa era la routine settimanale del professor Eisaburo: andava ogni mattina alla stazione accompagnato da Hachiko, passava la giornata alla Todai, tornava in treno, lo trovava alla stazione di Shibuya e nei fine settimana passeggiavano insieme, finché le gambe lo reggevano. E quand'era di nuovo lunedi, prendeva il treno di buon mattino mentre Hachiko tornava a casa e passava la giornata a poltrire e a dormicchiare finché l'orologio svizzero che aveva dentro lo avvisava che stava arrivando il treno da Tokyo. E allora, come se qualcuno avesse acceso la miccia di quel razzo supersonico, galoppava verso la stazione per aspettare il professore, quasi ne andasse della sua vita."


La storia di Hachiko è nota, ha commosso generazioni di persone sparse in tutto il mondo, vale la pena spendere due parole per ricordarla. Hachiko era un cane di razza akita che visse 11 anni (10 marzo1923 - 8 marzo 1935). Aveva pochi mesi di vita quando andò a vivere nella casa del Professor Eisaburo Ueno, nel quartiere di Shibuya, sostenendo un viaggio di 500 km in treno. Il professor Ueno era pendolare per esigenze di lavoro (era professore presso il Dipartimento Agricolo dell'Università Imperiale di Tokyo), quindi ogni mattina si recava in stazione a prendere il treno, e il cane lo accompagnava ogni mattina; e ogni pomeriggio, quando il professore tornava dalla giornata lavorativa, tornava in stazione ad attenderlo. 


Il 21 maggio del 1925, il Professore Ueno morì improvvisamente e inaspettatamente, colto da ictus mentre teneva una conferenza all'Università di Tokyo. Hachiko trascorse i rimanenti 10 anni della sua vita ad attendere il suo ritorno, in stazione. Ogni giorno, alla stessa ora, si metteva nella piazza della stazione per vederlo scendere dal treno. Gli abitanti del quartiere incaricarono lo scultore Teru Andu di fargli una statua, che fu inaugurata nel 1934, alla cui inaugurazione assistette il cane stesso. Hachiko morì di filariosi l'8 marzo del 1935, nella stessa piazza dove aspettò invano, per anni, il professor Ueno. La statua di Hachiko venne fusa durante la Seconda guerra mondiale; nel 1948, Takeshi Andu, figlio di Teru, ricevette la commissione di realizzare una nuova statua raffigurante il cane, da posizionarsi nello stesso posto della precedente. Ogni 8 marzo, anniversario della sua morte, si si rende omaggio ad Hachiko nella piazza di Shibuya, e la statua si riempie di fiori, Hachiko venne seppellito in una casetta di pietra costruita ai piedi della tomba del professore, nel cimitero di Aoyama, dove permangono alcune sue ossa. Anni dopo venne imbalsamato, e lo si può vedere al Museo Nazionale di natura e Scienza di Tokyo. La storia di Hachiko fu presa a spunto per alcuni racconti per bambino, e sulla sua vita sono stati realizzati due film: "Hackiko monogatari" (1987) e l'adattamento nordamericano che ebbe come protagonista l'attore Richard Gere, "Hachiko, il tuo migliore amico".


La struggente storia di Hachiko si riempie di nuove suggestioni in questo romanzo scritto dall'autore  catalano  Lluis Prats Martinez, illustrato dall'artista polacca Zuzanna Celej, edito in Italia da Albe Edizioni. Organizzato sotto forma di un ipotetico diario, il racconto è diviso in due parti: la prima si svolge a partire dal Gennaio del 1924 fino al Maggio del 1925, e ripercorre il breve ma intenso periodo di convivenza tra il cane e il professore, fino al momento della sua morte; un anno e mezzo ricco di spunti poetici, in cui i due costruiscono il loro simbiotico rapporto, scandito attraverso le lunghe passeggiate nel parco, i discorsi fatti dal professore al cane, e che lui sembra intimamente comprendere, rispondendo con gli sguardi.

".. il professore Ueno uscì in giardino, dove Hachiko guardava le stelle. Si sedette accanto a lui e lo accarezzò. La notte era nera e fresca, ma talmente limpida che si potevano vedere migliaia di stelle tremanti al buio.

"Vedi le Pleiadi che illuminano il cielo?" disse il professore indicando in alto. "Questo vuol dire che si avvicina il momento di affilare le falci. E quando si spengono, bisogna usare l'aratro, perché staranno lontane circa quaranta giorni; le viti si devono potare quando Arturo sorge dal mare, e la vendemmia inizia quando Orione e Sirio arrivano a metà del cielo".

Hachiko girava la testa all'insù e poi l'abbassava per guardarlo, come se capisse i suoi discorsi. Forse non capiva niente, ma gli bastava la voce grave del suo padrone che lo coinvolgeva e gli raccontava tutto quelle cose".

La narrazione si fa strada attraverso suggestivi scorsi poetici in cui respira il battito della natura, nell'alternarsi delle stazioni; il racconto è impreziosito dagli acquerelli vividi, toccanti, soavi. Il cane, quell'ultimo giorno, respira il presagio dell'imminente morte, e tenta di trattenere il proprio padrone nel tentativo di impedirgli di uscire.


La seconda parte del racconto, dalla morte del professore alla morte del cane, ripercorre i dieci anni in cui Hachiko si reca puntualmente in stazione ad aspettare il ritorno del proprio padrone. La vedova di Ueno si trasferisce, e il cane viene dato in affidamento, a persone insensibili che lo maltrattano, e da cui fugge, tornando in stazione, sotto in vagone ferroviario che elegge a rifugio. Ogni giorno, alla stessa ora, per dieci anni, il cane attende il fatidico treno. Hachiko viene idealmente adottato dalla comunità che, commossa da tanta amorevole ostinata fedeltà, gli dona qualcosa per sfamarsi, lo intrattiene con alcune carezze, opponendosi al tentativo di trasferirlo al canile. Se la prima prima parte del libro scorre più ipnotica e circolare, la seconda procede più lineare e scossa, fino all'atto finale, di una poesia musicale, che come neve al sole si scioglie in lacrime. Per me è come una sinfonia; o la esegui integralmente, o niente. 


"A mezzanotte la neve incominciò ad ammucchiarsi intorno a lui, ma Hachiko rimase disteso davanti alla porta. Il silenzio che accompagna la solitudine era tagliato da un vento affilato come un coltello, che gli penetrava nel petto magro come un ago di sarta. Aveva gli occhi mezzi chiusi perché le raffiche di neve gli impedivano di vedere la porta, ma stava lì, nel caso quella fosse la sera scelta dal professore per ritornare. Aveva il naso ghiacciato e tremava. Era l'unico a non saperlo, ma la sua vita stava finendo, come una candela o come un bastoncino d'incenso che ha profumato il tempio e del quale restano solo le ceneri.


Ad un tratto, fra la nebbia invernale che avvolgeva i binari, sentì un fischio lontano. Era una locomotiva che avanzava lentamente in mezzo alla neve. Una cosa strana, perché l'ultimo treno era arrivato a Shibuya più di tre ore prima e alla stazione non c'era più nessuno, neanche il capostazione Sato, né la signora Shuto, né Ibuki, che se n'era andato maledicendo il freddo. Hachiko tentò di alzare un orecchio, ma il cuore gli batteva appena. La vita che ancora gli restava fuggiva al ritmo del treno che entrava in stazione sferragliando. Ma quello era un treno come mai se n'erano visti a Shibuya, perché era bianco e dorato. La locomotiva sembrava d'oro, i finestrini erano talmente luminosi da abbagliare e se qualcuno l'avesse visto avrebbe detto che le sue ruote erano fatte di cristallo. Neanche Hachiko lo vide, perché aveva già chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Per qualche secondo non accadde nulla. Solo si sentirono i fischi del vapore che sfuggiva dalla locomotiva mentre frenava sul binario. Sembrava che da quel treno non fosse sceso nessuno, ma poi le nubi e la nebbia si dissolsero e si vide che il cielo era pieno di stelle, come macchioline sospese, azzurre e bianche. Nel preciso momento in cui Hachiko chiudeva gli occhi per non aprirli mai più, la porta della stazione si aprì lentamente e un bastone col puntale d'argento incominciò a battere sul selciato.

"Sei ancora qui Hachiko?" gli sorrise il nuovo arrivato. "Me lo aspettavo. Bravo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettarmi un po' più del solito, oggi, ma ho perso il treno".


Hachiko aprì gli occhi e non credette a ciò che aveva davanti. Aveva aspettato dieci anni per ritrovarsi con lui, ma finalmente era lì, alla stazione. Il professor Eisaburo Ueno, Hachiko lo sapeva già, non si era dimenticato di lui. Ed eccoli lì, appena sceso da quel treno che aspettava da dieci anni. Hachiko tentò di guaire, ma non osò emettere alcun suono quando sentì una mano familiare che gli accarezzava il pelo.

"Su, andiamo", sussurrò il professore Ueno. "Oggi si che potrai accompagnarmi e salire sul treno. Ti avevo promesso che un giorno l'avresti preso, ricordi? E le promesse solenni si mantengono".

Hachiko si alzò tremando e lo seguì, incollato ai suoi pantaloni. Entrambi salirono passo passo sugli scalini della vecchia stazione di Shibuya, arrivarono sulla banchina e allora Hachiko vide per la prima volta il treno. Ma prima di salire, il professore si volse un attimo, perché da una casa vicina gli giunse una voce chiara, limpida e vibrante di una geisha che cantava una canzone popolare:

I fiocchi di neve cadono lentamente.
Cadono senza fine e si accumulano.
Tutte le montagne e i campi sono coperti
da candidi batuffoli di cotone.

"Senti la canzone, Hachiko? E' la signora Sasaki. Canta ancora molto bene. No, non fermati qui. Oggi vieni con me. Ricordi che un giorno ti ho promesso che saremmo tornati al mare? Quel giorno è arrivato. Era una promessa solenne, e queste non si rompono. Mai".

Hachiko guardò il padrone e con un saltello salì sul vagone dorato e si acciambellò in braccio a lui come aveva fatto quando aveva pochi mesi, e un'altra volta sentì il calore delle sue mani sul dorso. Ebbe paura per un attimo, perché quello era il primo ricordo del professore, un ricordo che veniva da un'epoca incerta, ma cosa importava? Il calore lo riempiva di nuovo da dentro.Il professore sorrise e Hachiko si addormentò all'istante mentre quelle mani lo accarezzavano. La locomotiva fischiò pigramente, annunciando che usciva dalla stazione diretta a sud, e il suo fumo riempì tutto il quartiere, mentre dense colonne bianche come la neve tingevano il cielo nerissimo di Tokyo.


Qualche ora più tardi, quando il sole cominciò a fare capolino tra la nebbia di quel nuovo giorno di marzo del 1935, quando i primi boccioli dei mandorli avevano incominciato a fiorire e le nevi del Fuji scintillavano nel crepuscolo, il capostazione Sato trovò Hachiko disteso davanti alla porta della stazione. Aveva trascorso lì la notte aspettando il professor Ueno; l'ultima cosa che aveva fatto in vita sua. Poi arrivò Ibuki, che rimase di sasso alla vista della scena. Insieme lo presero in braccio e si misero a piangere singhiozzando, perché Hachiko era freddo come un fiocco di neve. Quando lo deposero dentro alla stazione, il capostazione Sato si soffiò il naso e lo stesso fecero Ibuki, la signora Shuto, quando arrivò per aprire il suo negozio, la geisha Mio Sasaki, che tornava a casa, il padrone del negozio di alimentari Matsumoto e la pescivendola Fujiwara, perché li avevano informati di aver trovato Hachiko morto. A poco a poco si radunarono intorno al cane decine di viaggiatori. Molti, quel giorno, persero il treno. 

"Ha finito di aspettare", disse la signora Shuto, asciugandosi le lacrime. "L'attesa è terminata, Hachiko".

Ciò che nessuno di loro sapeva è che a molti, moltissimi chilometri dalla stazione di Shibuya, sulle sabbie dorate di una spiaggia infinita, passeggiava un vecchio professore di agricoltura, e al suo fianco, come il padrone gli aveva solennemente promesso, un cane correva allegro fra le onde, creando figurine di spuma e sale." 

Qui termina il viaggio di Hachiko nella vita terrena, e ne inizia un altro, tra le braccia dell'eternità.

"Hachiko, il cane che aspettava" - Lluis Prats, Zuzanne Celej - Traduzione di Alberto Cristofori - Albe Edizioni

mercoledì 26 luglio 2017

Un'estate da cani


".. i suoi occhi verdi erano gentili e ci trovai comprensione e un sorriso d'incoraggiamento. Si può trovare un sorriso negli occhi di qualcuno? Credo di si. Accade quando non c'è motivo di sorridere con le labbra, non c'è motivo di sorridere a un mondo spietato ma si vuole sorridere all'animo di qualcuno per dargli speranza".

Un fresco ruscello che attraversa questa estate torrida. Così mi sento di definire "Un'estate da cani", l'ultimo romanzo di Giuliana Facchini edito da Notes. Un racconto che carezza lasciandoti una gradevole sensazione addosso.

Ginevra, detta "Ginni", è una ragazza di quattordici anni (meravigliosi, detto con "ironia"), che si trova a passare l'estate in un piccolo paese con i suoi nonni. E qui sembrano maturare tutti i presupposti per annoiarsi, sebbene i nonni di Ginevra siano delle persone "sui generis", lettori incalliti, amanti di gialli, che ogni mese organizzano a casa loro, con i propri amici, delle "Cene con delitto" ricche di indizi, interrogatori e presunti colpevoli.  Intendiamoci, Ginni adora i suoi nonni che l'hanno cresciuta, essendo figlia di una ragazza madre a soli 17 anni, e che oggi, alle porte dei "trenta" è nel pieno della sua carriera giornalistica. Soprattutto con nonna Marisol ha un rapporto speciale; ma una ragazza di 14 anni anni vorrebbe legittimamente stare con i suoi coetanei, a condividere esperienze e tormenti consoni alla propria età.


Un giorno, passeggiando per il paese ("delizioso", sempre detto con ironia), nota qualcosa di strano. C'è un accalcamento di persone intorno al piccolo fiume che lo attraversa, persone che si danno la mano calandosi in acqua per recuperare.... qualcosa, forse qualcuno. Un cane, malridotto e spaventato, dalle zampe sanguinanti. Tra la folla che si è venuta a creare nota qualcuno, un ragazzo, con le "mani da musicista", la custodia rigida di una "chitarra", uno zainetto e un sacco a pelo, che si toglie la felpa per asciugare e accarezzare il povero cane. Ginevra non può fare a meno di notare quei gesti, e attribuirgli un significato intimo e profondo, ancorché indefinito. Arriva il vigile, soprannominato "Stappo" che si fa carico della situazione chiamando Pietro, il gestore di un rifugio per animali abbandonati, chiamato "Canile Paradiso". Pietro è nipote di Anteo, un anziano signore che fu cacciatore e un giorno decise di mollare tutto, trasformando la propria cascina in un canile, cui si dedicò per anni con grande amore, arrivando a diventare un punto di riferimento per la comunità del luogo. Poi Anteo si ammalò di cancro, e sottoposto a cicli di terapie dolorose non fu più in grado di gestire la struttura, che passò nelle mani del nipote.

Intanto Ginevra perde di vista il ragazzo, e tutto sembra finire li, quando un giorno, passeggiando, vede un cartello che indica il "Paradiso". Anche se lei non sa nulla di cani e non prova un particolare trasporto per essi, la curiosità la porta a seguire l'indicazione e andare a vedere quel cane salvato il giorno prima. Sarà l'istinto da segugio ereditato dai nonni "giallisti"? Sarà che quel cane è l'unico indizio che può ricondurlo al misterioso ragazzo? Fatto sta che nulla è come sembra, e Ginevra scopre che il "paradiso è in realtà un inferno", un "canile lager" dove gli animali sono abbandonati a se stessi senza cibo, in un ambiente che odora di morte. Pietro si intascava i contributi pubblici fingendo di prendersi cura degli animali, poi lasciati abbandonati a sé stessi. Questo fatto la sconvolge. Tornando in paese, trova il misterioso ragazzo suonare per strada racimolando le elemosine, e lo invita a mangiare qualcosa in un'osteria locale. 


I due iniziano a parlare, sebbene Oscar (il ragazzo) sia molto restio a raccontarsi. Ad ogni modo comprende che lui vive suonando per strada, si arrangia dormendo all'aperto all'addiaccio, pur ignorandone la ragione, così decide di ospitarlo di nascosto nel fienile dei nonni. Gli racconta del canile lager, ed entrambi escogitano un piano per far fuggire il cane salvato il giorno prima, medicarlo, pensando nel frattempo ad un escamotage per denunciare la situazione alle autorità senza andarci di mezzo. I due ragazzi riescono nell'intento e salvano il cane (Gandalf), poi ne salvano altri due (una levriera maltrattata che chiameranno Legolas e un piccolo cucciolo che chiameranno Frodo); nel frattempo va avanti il confronto emotivo e conoscitivo tra i due ragazzi e alla fine Oscar rivela la natura del suo peregrinare, nata da un dissidio con suo padre, che gli ha imposto gli studi facendogli passare in secondo piano la sua passione per la sua musica, da lui considerata come passeggera e veniale. Così Oscar, con l'aiuto e la copertura di un suoi amico, fingeva di andare in vacanza da lui e invece finiva con l'andare in giro per strada a suonare, assecondando la propria passione. Finché un giorno a causa di un furto, perde il cellulare e i documenti. Alla fine i genitori scoprono l'inganno e vanno alla ricerca del figlio disperso. 

Ginni e Oscar finalmente escogitano il loro piano. Lei va da Anteo a prendere le chiavi del canile, dicendo che gliele ha chieste suo nipote Pietro. Lui va da Luisa (un'amica di Anteo, volontaria in diverse associazioni animaliste) con la scusa che Pietro la vuole su al canile che deve parlarle. Quando Luisa arriva al "Paradiso" trova il cancello aperto e l'orrendo spettacolo davanti, e chiama la Municipale. E sopraggiunge Stappo, ancora una volta, a risolvere la situazione.



Mentre il racconto sembra avvallarsi verso un tranquillo finale, avviene il colpo di scena, con le sirene spiegate della Polizia che irrompe a casa dei nonni di Ginevra, nel bel mezzo di una "Cena con delitto", dall'auto esce infuriato il padre di Oscar che chiede di sapere dove la nipote tiene nascosto sui foglio. Perbacco, che giallo! E' successo che Oscar, rimasto senza cellulare a causa del furto, aveva chiesto a Ginevra di prestargli il suo per contattare l'amico che lo teneva nascosto (ma nel frattempo era stato smascherato); così il padre ha chiamato il numero, costringendo Ginevra a rivelargli tutto, finendo per ricomporre il quadro. Perché il padre di Oscar è veterinario (di qui le attitudini del figlio a prendersi cura degli animali feriti e maltrattati), e una volta scoperto che lui si era preso cura di quegli animali indifesi, svanisce la rabbia e monta l'orgoglio di famiglia, per l'ottimo lavoro fatto seguendo le proprie orme.

"Scappi per suonare la tua musica e ti ritrovo a curare bestie ferite!", disse compiaciuto, convinto di aver ragione. 

Alla fine Ginevra svelerà il motivo che l'ha condotta a scrivere la storia, ma questo non ve lo svelo, se volete saperlo dovete leggervi il libro che io ho già indugiato troppo a svelarne la trama e i suoi protagonisti.

Io faccio un passo indietro, quando Ginni alza lo sguardo verso l'amico, trovandolo assente.

"Si era rifugiato in quel mondo dove spesso noi ragazzi scappiamo quando gli adulti ci mettono alle strette. E' un mondo statico, una camera di decompressione per quelli di noi che non spaccano tutto a calci per superare una difficoltà. Ci chiudiamo in noi stessi, abbiamo bisogno di un luogo dove riprendere fiato o smaltire la rabbia. Da quel mondo si esce pronti per nuove battaglie o piegati al volere degli adulti. Oscar avrebbe continuato a lottare per diventare un musicista oppure avrebbe accontentato i suoi genitori?

Cosa mi porto dentro di questo libro?

Sicuramente il personaggio di Ginevra, fresco, limpido, dirompente e preciso come una goccia che scava la roccia, pur nella sua adolescenziale inesperienza. Questo è un racconto che tratta in modo dichiarato e aperto il tema del "prendersi le proprie responsabilità". Ginevra se le prende tutte, senza tentennamenti e senza colpo ferire. Dona ospitalità ad un suo coetaneo, fuggito dalla sua famiglia, perché si trova solo in mezzo ad una strada. Sottrae di nascosto dei cani da un lager, con tutti i rischi che questo comporta, perché sono maltrattati e hanno bisogno di cure, meditando sul modo migliore per denunciare l'accaduto. Arriva a calpestare i propri sentimenti svelando ai genitori di Oscar il suo nascondiglio, perché la famiglia possa ricomporsi, e lui finalmente smetterla di fuggire,  per tornare a difendere le proprie ragioni. Ginevra combatte a viso aperto per quel che le sembra giusto, senza sconti e senza alibi, eppure ha solo 14 anni, sebbene in cuor suo si senta "una gregaria, una poco coraggiosa".

Un'altra cosa che mi è piaciuta è il carteggio generazionale che emerge dalle riflessioni che Ginni elabora ascoltando e vivendo l'esperienza di Oscar.

"Pensai che Oscar fosse un poeta, oltre a esser un bravo musicista. Era dotato di una sensibilità tutta sua che lo rendeva fragile e forte. Quello che forse gli adulti non capiranno mai è che noi ragazzi possiamo credere in qualcosa e questo ci dà la forza di realizzarla. Gli adulti sono spesso depressi, parlano male del loro Paese, della società, della politica, ma a noi ragazzi non interessano queste cose perché abbiamo i nostri sogni. Non so se un giorno sarò madre: mi spaventerebbe  avere una figlia come me o un figlio come Oscar. E se dovessi dimenticare quello che ero? E se non sapessi più leggere negli occhi dei ragazzi perché ragazza non sarò più?"

E a me ritornano in mente le fatidiche parole che Giuliana scrisse, all'indomani del Bologna Children's Book Fair, sul suo blog:

"Un altro mio sguardo sugli adolescenti, ancora la mia voglia di raccontarli senza mettermi al loro posto, anche se un po’ vorrei starci nonostante tutto."

In tutto questo l'autrice ci mette il suo solito stile elegante e scorrevole, che crea storie nelle storie, tasche narrative all'interno del romanzo stesso (le "Cene con delitto" hanno una loro piccola autonomia letteraria nell'economia del racconto come la ebbe lo sviluppo del racconto noir di Orma Rossa e le seguenti vicissitudini di Tessa  in "Io e te sull'isola che non c'è"); c'è la consueta commistione di stili, la passione per il "giallo" e il gioco dei riferimenti letterari più svariati (in "Io e Te" le fiabe di Andersen e un certo ascendente dickensiano, qui il fantasy del Signore degli Anelli mescolato a Sherlock Holmes), e un certo modo di osservare i ragazzi che trae spunto dall'osservazione diretta nel loro habitat naturale.

E' un libro che esorta ad avere fiducia nei nostri ragazzi.

"La fiducia. Ah! La esigono, ma non te la danno, te la devi conquistare con le unghie e con i denti. Per i nostri genitori rimaniamo sempre bambini e nn è facile dimostrare loro che siamo pronti a camminare da soli".

Forse Ginevra dei cani non sa nulla, ma ha imparato presto e a proprie spese a fare i conti con la vita. E allora grazie a Ginevra, e grazie a Giuliana, per avercela fatta incontrare.

"Un'estate da cani" - Giuliana Facchini - Notes - Illustrazione in copertina di Cinzia Ghigliano

martedì 13 giugno 2017

Harry



Da piccolo non riuscivano a tenermi. Mio padre mi correva dietro per tutto il cortile, mia madre m’inseguiva con la scopa in mano e, quando mi beccavano, mi chiudevano sempre nel pollaio. Cioè, mio padre mi rinchiudeva. Ma io ogni volta scappavo, e quando venivano a cercarmi nel pollaio c’erano solo le galline. Scappavo da ogni posto: dall’armadio, dal gabinetto, dal ripostiglio, dalla legnaia. Quando mio padre mi chiudeva da qualche parte, i miei fratelli accorrevano e si mettevano a contare: non arrivavano a cento che ero già saltato fuori.
Dopo un po’ i miei cinque fratelli cominciarono a invitare i ragazzi dalle case vicine – li chiamavano con un fischio: appena combinavo qualcosa, loro gridavano e attaccavano a fischiare. Intanto mio padre arrivava e cercava di abbrancarmi, ma io me la filavo. Mio padre era il rabbino della sinagoga di Appleton, nel Wisconsin, e aveva pazienza da vendere, con gli altri, ma con me, non so perché, la pazienza gli durava molto poco: ogni volta mi correva dietro e prima o poi mi beccava, me ne dava un bel po’ e m’infilava nel pollaio. Allora arrivavano i ragazzi dalle case vicine e, quando arrivavano, i miei fratelli accettavano le scommesse. Prendevano le puntate. Si giocavano le biglie. All’inizio nessuno ci credeva, che ci avrei messo meno di dieci minuti a scappare da là dentro: erano tutti lí a scommettere, a puntare le loro biglie migliori, quelle grosse di vetro verdi e azzurre, per dire. Invece io di minuti ce ne mettevo solo sette, a scappare, e a volte addirittura cinque, ce ne mettevo, e dopo, coi miei fratelli, dietro casa, ci dividevamo le biglie guadagnate. Ne avevamo ognuno un barattolo di vetro pieno quasi fino all’orlo, e quello piú pieno era quello di Leo.
Eravamo da poco arrivati dall’Ungheria, da Budapest; eravamo poveri, eravamo felici. La mattina, i miei fratelli e io tiravamo su i barattoli, in alto, davanti alla finestra, per vedere la luce che passava nel vetro delle biglie, e sospiravamo,e dicevamo che sembrava il mare. Dopo un po’,però, la voce girò e nessuno volle piú scommettere. Tanto lo sapevano tutti che avrebbero perso.

Certe storie dovrebbero sempre iniziare così. Come un baccanale, una baldoria dove si ride e si scherza provocando la vita; ci si ferma quel tanto che basta a gettare uno sguardo commosso, appassionatamente poetico; e poco importa se dura giusto un battito di ciglio. Scrivere per ragazzi impone di alzare il ritmo, cambiare continuamente registro e sguardo, e perché no, infilar in mezzo una smargiassata ogni tanto che fa buon sangue e tiene allegro lo spirito.

Ma di cosa parla “Harry” di Antonio Ferrara?

Narra la storia romanzata di Ehrich Weisz, in arte “Harry Houdini", grande illusionista e impareggiabile escapologo, il “Mago delle fughe impossibili”. 


Solo che questa storia mi si è appiccicata addosso come sudore quando ho iniziato a leggerla; l’ho trangugiata tutta d’un sorso come un thè ghiacciato nel deserto; eppure il suo sapore è ancora qui ad impastarmi la bocca. Perché a me racconta molto altro.

Della necessità di cercare sempre una via di fuga per restare in vita.
Della magia che ognuno di noi cela nell’anima; che va costantemente evocata, a costo di inventarsela di sana pianta.
Del lavoro che nobilità l’uomo ora e sempre, che si tratti di essere artista, fabbro, fosse anche fare il lustrascarpe; per sé stesso o alla dipendenza di qualcun altro.
Dell’etica dell’onesta, perché un conto è “incantare”, altro è “ingannare”; arrivando a smascherare i ciarlatani, anche a costo di discutere nientepopodimeno che con Sir Arthur Conan Doyle.
Del dare una mano alle persone più deboli e in difficoltà.
Dell’amare incondizionatamente la propria madre, la radice da cui traiamo nutrimento.

"Certo, Harry, certo che diventerai qualcuno.
Là fuori ci sono le scale, e non si viene
al mondo per stare seduti sui gradini.
Mi piacque un sacco, quella risposta.
Gran bella risposta, devo dire.
Mi diede coraggio."


Dell’amare appassionatamente la propria moglie, perché certi sentimenti sono come uccelli inquieti che puntano alle nuvole.

"Successe che m’innamorai di Bess, una delle due sorelle,
quella che aveva gli occhi neri neri, e due settimane dopo
me la sposai. Era piú vecchia di me, Bess, perché lei aveva
vent’anni e io solo diciotto, ma fu quella la svolta della mia
vita. Veramente. Era un incanto, Bess, un incanto vero, una
magia. E mi sembrava tutto strano, a starle vicino, e anche
la città, le case, le nuvole e la strada, vicino a lei, 

mi sembravano tutte fresche, come lavate da poco.
Le facevo un mucchio di scherzi, perché la amavo.
Le facevo comparire dei fiori tra i capelli, per dire.
Le facevo trovare un passerotto vivo nella tasca della giacca.
Le facevo trovare un cucciolo di cane nella borsa.
E, quando restavamo soli e mi abbracciava, anche se ero
bravo a scappare da ogni posto, dal suo abbraccio non scappavo mai, 

ché era una rete dolce come il miele.
E per strada, a guardarla passeggiare al mio fianco, mentre
camminavamo uno vicino all’altra, col mio braccio sopra il
suo, mi veniva sempre una specie di brivido, e allora capivo
che, anche se volevo fare il mago, stavolta me l’aveva fatta
lei, la magia. E pensai che il mio numero volevo farlo con lei, solo con lei.
"

Perché

"solo lei era capace di farmi passare la voglia di scappare."



Harry - Antonio Ferrara - #EinaudiRagazzi