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giovedì 26 settembre 2024

Gli zoccoli delle castagne

 

Ci sono libri che desidero leggere di notte, quando il mondo intorno a me si ferma e so che nulla potrebbe disturbarmi o distrarmi. Storie che in qualche modo so che mi appartengono, che richiamano immagini a me familiari, odori e sapori di cui mi sono saziata, storie che hanno il sapore di un passato che forse non esiste più.

Gli zoccoli delle castagne di Barbara Ferraro, illustrato da Sonia Maria Luce Possentini, edito da Read Red Rod. Se leggi, fai strada. è uno di questi libri.

La scrittura di Barbara mi ha sempre affascinato, è una scrittura non stereotipata, non comune, mai banale, una scrittura che evoca e racconta un passato fatto di sacrifici, lavoro, fatica, mani dolorantim piedi infreddoliti e stanchi; racconta il calore di un camino acceso davanti a cui si snodano dinamiche familiari ben precise. Barbara sa entrare nell'animo di una Calabria di tanti anni fa, la terra in cui sono nata anche io.

Lina è una bambina di 10 anni, figlia di mezzadri, la prima di tanti fratelli, come tale ha il compito di aiutare la mamma in casa, occuparsi dei fratelli più piccoli, lavorare quando necessario e partecipare alla raccolta delle castagne ad ottobre. Un lavoro certamente difficile e faticoso, pagato poco e precario a causa della breve durata. Questa esperienza cambierà l'esistenza di Lina che tornerà a casa non più bambina, cresciuta, maturata.

La storia di Lina (nonna paterna di Barbara) e di ciò che accadde durante la raccolta delle castagne è anche il racconto di come si viveva nella Calabria degli anni '30, delle condizioni economiche di una terra non facile, dello sfruttamento dei lavoratori, della lotta di classe, della condizione sociale della donna.

Il testo è accompagnato dalle illustrazioni sublimi di Sonia che compiono una piccola magia, osservandole sembra quasi di poter entrare nei quadri da lei dipinti, di poter godere degli odori e dei sapori di un tempo, udire le voci, sentire il calore o il gelo, provare lo slancio di accarezzare il volto di Lina, immergersi nelle vite dei protagonisti.

Infine ringrazio Barbara per la ninna nanna di Vincenzo Padula (poeta calabrese), l'ho letta con la commozione di chi vive lontano dalla sua terra, beandomi del nostro dialetto e di parole che anche la mia mamma era solita usare.

Gli zoccoli delle castagne - Testo di Barbara Ferraro, illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini, Read Red Road. Se leggi, fai strada.


martedì 8 giugno 2021

Volovia

 


Mio padre aveva un buco sul cuore, proprio nel taschino della camicia, e il buco toccava sistemarlo a mio sorella. E pure i calzini, le toccava sistemare, e avevano un buco per ogni dito del piede, i calzini di mio padre. Io, invece, avevo sempre i jeans strappati sulle chiappe, manco mi sedessi sul filo spinato. Mia madre, poi, aveva il grembiule tutto crivellato di colpi, come se cucinasse in Vietnam.

In famiglia le cose stavano così: noi strappavamo e mia sorella Ida ricuciva le maglie, le camicie, i pantaloni, le tovaglie, le tende, le lenzuola, i calzini, le mutande, tutto. A volte non c'era niente di strappato in casa, c'era solo da fare, che so, un orlo ai pantaloni, o da attaccare un bottone, ma sempre a Ida toccava, sempre. La mia era una famiglia che faceva a pezzi i vestiti, era un vizio, la stoffa si strappava e mia sorella la cuciva.

Questo brano è tratto dal primo capitolo di Volovia, romanzo di Antonio Ferrara, edito da Einaudi Ragazzi, una storia forte, potente, che racconta di emancipazione, libertà, sogni da realizzare, riscatto. E' la storia di Saverio, un ragazzino di 16 anni che vive a Napoli, va male a scuola, non ama studiare, i compagni lo prendono in giro e lo chiamano "scemo". Un giorno decide di lasciare la scuola e andare a lavorare con il padre che fa il becchino, ma una tragica fatalità gli cambierà totalmente la vita.

Saverio si sente prigioniero della sua vita, vorrebbe volare via, ma volare via significa avere coraggio, quel coraggio che solo chi ha deciso di andarsene dalla propria terra può comprendere. E per decidere di andare via ci vuole tanto amore. 

Un nuovo romanzo di Antonio Ferrara che incanta e rapisce il lettore, ricco di spunti e di suggestioni che fanno riflettere e sorridere ed emozionare al tempo stesso.

"Volovia" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi


venerdì 13 settembre 2019

La rete




Saranno almeno tre mesi che giro intorno a questo libro, e non ho mai trovato il coraggio e la forza per parlarne. Forse mi mancavano le parole, forse non ero sicuro di cosa volevo scrivere, e ancora oggi, sono piuttosto titubante.

"La rete" di Sara Allegrini, edito da Mondadori, è il libro più sorprendente che mi sia capitato di leggere in questi ultimi mesi. E di libri per ragazzi, in questi ultimi mesi, in silenzio ne ho letti diversi. E molti erano davvero belli, oltre che ben scritti. Però questo ha quel qualcosa che me lo fa preferire ai tanti, anche se mi risulta difficile districarne le ragioni in questa storia tentacolare.

E' un libro questo che contiene diversi motivi di interesse, condensati, stratificati. Innanzitutto il bosco vero, autentico, che getta la sua ombra sull'intero libro; un luogo dove non puoi entrare, uscire, fare come ti pare. Dove non esiste cellulare, solo "pizzini" di carta che ti dicono cosa fare, se vuoi andare avanti, sopravvivere, e sperare di uscirne. Uno spazio fisico ed emotivo dove i protagonisti sono letteralmente scaraventati dentro, come gladiatori nell'arena in attesa del combattimento.

Un bosco che non è solo un espediente metaforico per ritrovare sé stessi e affrontare le proprie paure. Una storia che ha grandi connotati di verosimiglianza, per questo colpisce in modo così potente. C'è la cultura del lavoro che sempre paga, e fa apprezzare i valori frugali della vita. C'è il mettersi alla prova e il rimettersi in discussione, tutti, genitori e figli. E' che alle volte i rapporti degenerano, e serve qualcuno che resti coi nervi saldi e ti guidi e ti prenda per mano, mostrandoti la via. Qualcuno che ti sproni e insegni come piantare l'arbusto di un nuova interiorità fortificante, da cui far germogliare nuovi frutti. Ma chi sta dietro a tutto questo, soprattutto, perché lo fa?



Un libro che fa profondamente riflettere sul lassismo imperante che alimenta molti rapporti tra genitori e figli, dove non sono più chiari né spazi né ruoli, e spesso ci si lascia andare entrambi, crescendo disastri. Cosa si può fare insieme? Quanto costa chiedere un aiuto? Questo libro mi ha fatto germogliare molte domande, sul mondo di oggi, e su dove portano le storie. Quanto siano capaci di scrivere storie forti e scomode, che non si limitino soltanto a consolare il senso di incomprensione sofferto dai nostri ragazzi. Cosa possiamo fare per loro, ma anche e soprattutto cosa devono fare loro, per loro stessi. Perché tutti dobbiamo sporcarci le mani, e sudare. Ci stiamo sfilacciando senza rendercene conto.

Ecco, una cosa che a me piacerebbe; che questo libro lo leggessero insieme genitori e figli. Perché in questo marasma relazionale pieno di corti circuiti siamo tutti chiamati a fare un passo per venirci incontro e dare quel qualcosa in più.

Io lo trovo dolorosamente autentico, un testo che sembra finalmente partorito dall'esigenza ineludibile dell'autrice di comunicare davvero qualcosa che preme e angustia, come avveniva un tempo in letteratura, e non soltanto per raccontare una storia, tra le tante che vedono la luce, per allietare momenti, finendo soltanto con il fare scaffale e volume.

"La rete" - Sara Allegrini - Mondadori

lunedì 13 maggio 2019

AFK




“AFK” segna il ritorno di Alice Keller presso l’editore Camelozampa, dopo il felice esordio rappresentato da “Nella pancia della balena”. La nuova sfida consiste nello spingersi un gradino oltre,  dove gli “Arcobaleni” si tramutano in  Spore”, in pieno territorio Young Adult.  Alice è pienamente consapevole che,  più ci si immerge nelle turbe dell’adolescenza contemporanea, con i suoi ritmi serrati, talvolta schizofrenici , tanto più diventa necessario lavorare sulla scrittura e la sua musicalità. Non sempre bastano, da sole, le buone storie (per quanto esse costituiscano , ora e sempre, l’ingrediente primario di ogni buon libro), talvolta occorrono narrazioni agili e millimetriche che consentano loro di respirare. AFK ne è una compiuta dimostrazione.


La storia è solida, e di quelle toste, già il titolo mira alla sintesi (AFK è l’acronimo di “away from keyboard”, letteralmente “lontano dalla tastiera”, ovvero il problema e la sua cura) ma l’autrice pare sfrondarla di ogni elemento superfluo, quasi che ogni dettaglio meramente e vanamente descrittivo possa minare il moto su cui si avviluppa il racconto. Gio vive rinchiuso in camera, dove passa le giornate giocando ai videogame, scambiando il giorno con la notte, muovendosi come un animale abitudinario ai suoi orari biologici; la sua tana è un fortino inespugnabile, soprattutto per quel mondo adulto sempre più incapace, non dico di avere il polso della situazione, quantomeno di instaurare un minimo di dialogo con la controparte adolescenziale. In tal senso Afk segna la Caporetto dell’esperienza genitoriale.  Gio è un ragazzo che pone in essere un atteggiamento autistico (probabilmente senza esserlo davvero), scatenato da subiti tentativi di bullismo; egli trova la propria dimensione espressiva isolandosi nel mondo dei videogame con una immedesimazione tale da non aver più una propria vita reale. I genitori, seppur coadiuvati dagli specialisti medici (psicologi e psicanalisti) sembrano incapaci di mettere a fuoco il problema,  lasciando il ragazzo rinchiuso nel suo non mondo.  In questo vorticare schizofrenico di esperienze destinate ad implodere, su cui si struttura la prima parte del romanzo, la Keller ha il pregio di dare vita a quel ticchettare sequenziale di tasti, così simile allo shreddare di certo thrash – metal, convulso, iperveloce,  reiterato.  Non è più il rock dei riff e dei soli de “la pancia della balena”, qui è piena e martellante ritmica, assordante e claustrofobica.



Lo spiraglio di Gio è costituito da sua sorella Emilia, così discreta e perfetta, una  presenza in punta di piedi; lei che c’è senza invadere,  apre la porta e non parla, saluta con uno sguardo e se ne va in silenzio. Lei, unica presenza reale in un mondo virtuale. Lei che pare avulsa da ogni problema,  è anche colei che spacca in due il romanzo,  sottraendolo allo stallo narrativo e ritmico cui pare geneticamente lanciato. Emilia, il cui nome sembra farsi geografia perché questa ragazza minuta e compita l’Emilia te la ricorda davvero; perché tu pensi a quella regione operosa, fatta di gente aperta, gaudente e cordiale, da sembrare perfetta e immune da ogni problema. Eppure anche li si annida quel “cielo padano plumbeo, denso incantato incredulo” capace di renderla malinconica. E paranoica.
Emilia il suo problema lo condivide con il fratello, che si tira letteralmente dietro, facendolo fuoriuscire suo malgrado dal guscio che si era costruito. Visto da fuori, e con l’aiuto di qualcuno che ti parla e sa ascoltarti, anche nei tuoi silenzi, forse il problema non è più insormontabile, ma risolvibile.

Con Emilia così malinconica, a tratti “paranoica”, cambia anche la musica della narrazione, più lenta e simile ad un respiro dell’animo carico di riverberi, pause e slanci, pensieri che saturano l'aria, e tornano le parole di quella celebre canzone:

"Emilia di notti agitate per riempire la vita
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità
E non sei tu, e non sei tu, e non sei tu
Emilia paranoica
Aspetto un'emozione sempre più indefinibile".

La scrittura di Alice Keller è un fiume che non conosce secche, e le coraggiose collane di narrativa della giovane casa editrice Camelozampa costituiscono il richiamo di un mare in cui è ammaliante tuffarsi.


La citazione "cielo padano plumbeo denso incantato incredulo" è tratta dal brano "Linea gotica" dei CSI. 
Gli altri versi virgolettatti sono tratti dal brano "Emilia Paranoica" dei CCCP.


AFK - Alice Keller - Camelozampa - Copertina di Alessandro Baronciani

giovedì 5 luglio 2018

La stanza del lupo




Le nuvole

Vanno
Vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

(Fabrizio De André - Le nuvole)

Così Nico si sdraia a terra, e gioca con Claudia a lasciar sfilare le nuvole con lo sguardo. E gli sembra di toccare il cielo con un dito.  La vita odora di sogno, d'amore, profuma di limone. Forse è solo un'illusione. Nico conosce un altro tipo di nubi, invisibili all'occhio umano; cupe e minacciose, offuscano l'animo. Sono quelle nuvole lì che, "quando si fermano", scatenano violenti temporali interiori; braccano il cuore, lo azzannano come farebbe un lupo, togliendo il respiro.    


Attraverso la figura di Nico conosciamo la rabbia ferina, violenta, che colpisce come una furia cieca. Un sentimento primordiale, che sembra riportare l'uomo allo stato brado, animale. Capace di far saltare per aria ogni tentativo relazionale, da quello iniziale tra genitore e figlio. E' un istinto che si antepone ad ogni lettura logica, è una forza che sovrasta, non puoi prenderla di petto perché ti schiaccia. Allora devi aprire finestre per respirare, e costruire ponti, per attraversarla indenne. E, se sei fortunato, trovare qualcuno che ti ascolta e riesce ad apprezzarti per quello che sei, come Claudia. E magari persino capace di stanare dal buio i colori che albergano in te, come il professor Dalì.

Poi c'è la storia di Leo che, seppur profondamente intrecciata a quella dell'amico protagonista, vive di una propria autonomia narrativa. Attraversa il romanzo come una meteora che marchia il cielo, lo infiamma, per andare a schiantarsi, seguendo, imperturbabile, la sua traiettoria. C'è una feroce coerenza narrativa nella parabola tracciata intorno a questo ragazzo,"cazzone" per indole e per vocazione, dall'inizio alla fine. Leo perde il contatto con la realtà, confonde il coraggio con l'incoscienza, scommette con la vita. In cambio di cosa? Non ci è dato saperlo, ma quante giovani meteore si bruciano con leggerezza per un briciolo di visibilità? 



"La stanza del Lupo" di Gabriele Clima colpisce il lettore con la potenza di un tornado, mandando i suoi pensieri in frantumi. Lasciandolo sbigottito, attonito. Sopravvissuto. E' un libro che attraversa la selva oscura dell'animo umano per piantarvi un fiore; quel fiore, pregiato, è la scrittura del suo autore. Delicata, emotiva, intensa. Empatica. In una parola, preziosa.

"La stanza del lupo" - Gabriele Clima - San Paolo

Coda (senza pianoforte)

Ricordo un pomeriggio della mia tardo-adolescenza, vivevo spesso rintanato in camera; in un periodo di profonda solitudine scrissi una poesia sulla "rabbia". Allora la immaginai come un vino, un sentimento liquido che sorseggi a poco a poco; qualcosa di mutevole, capace di avvolgere e impastare l'animo. Uno stato d'animo che seduce e inebria infine ubriaca, offuscando la lucidità. Ma la rabbia, in fondo, è anche un rimedio, seppur parziale e fallace, contro l'apatia, quel devastante senso d'inedia che ogni tanto si impossessa della mente e la fiacca. Una forma di resistenza per restare in vita, quando un feroce senso di incompiutezza ti bracca.


Rabbia

Sgorga...
sversata
precipita...
colma...
ondeggia...
...si posa.
Ancora oggi
nelle serate
rosso rubino
l'unico modo
che ho
per ubriacarmi
di vita.


lunedì 16 aprile 2018

Ultraviolet


"Vorrei così tanto essere altrove. (Mi vengono le lacrime agli occhi e io le caccio via, devono andarsene nelle parole, perché solo così la loro acqua salata si farà inchiostro sulla pagina invece di perdersi sul mio collo disegnano rivoli sulla polvere). Non riesco a credere che sia la mia unica e vera vita quella che si compie in questo momento, giorno dopo giorno. Ogni minuto è un tormento di noia, caldo e inedia (è una parola che ho imparato di recente e che mi piace molto: viene da inanire, vuotare, ma assomiglia a inanimato, morto). "


Canada, Stato dell'Alberta, 1936, nel bel mezzo della Grande Depressione. Siccità, carestia, crisi economica. In questo scenario torrido sboccia la storia di Lucy, figlia del reverendo Larson, una ragazza in procinto di diventare donna. Per i suoi 13 anni riceve in regalo un diario, che elegge a personale rifugio: "una sorta di piccolo paradiso dove vorrei mettere, poco alla volta, tutto quello che mi manca sulla Terra". Il diario diventa suo amico e complice, confidente; qui la ragazza, attraverso la scrittura, esprime senza filtri e senza remore, tutti i suoi pensieri, mettendo a nudo le proprie emozioni. Il desiderio di vivere altrove, i contrasti con la propria famiglia che la considera una bambina a cui imporre una visione ristretta delle cose della vita; i dubbi sull'esistenza e la presenza di un Dio un po' lontano, un po' astratto, forse anche un po' cinico. Ma certi pensieri la figlia di un pastore non può esprimerli ad alta voce ai suoi genitori; deve tenerseli per sé.


Il diario diventa anche terreno fertile di un'esperienza sensoriale e fisica, talvolta olfattiva e tattile, dove la ragazza riflette sui gusti, oltre che sul significato e l'etimologia delle parole.

"Scrivo la parola cioccolato e mi vien voglia di leccarla, ma farei solo sbavare l'inchiostro sulla pagina e quindi mi trattengo. Guardo la parola, la pronuncio a voce bassa, chiudo gli occhi ed evoco il gusto del cioccolato, mentre con l'immaginazione mordicchio un pezzo piccolissimo di brownie. Sembra che funzioni. Riesco quasi a sentirne il gusto allo stesso tempo dolce e un po' amaro, di un bruno intenso e vellutato, di un brownie; lo inforniamo intero, enorme, nelle nostre chimeriche fauci, mastichiamo tenendo la bocca aperta e rumoreggiando in maniera del tutto sconveniente ... Mmm, questo si che è trattarsi bene!"

Poi l'incontro, fulminante e inaspettato. Suo padre, da buon pastore, ospita in casa un uomo; però stavolta non è il solito derelitto bisognoso, è un giovane distinto, elegante e bello, un medico dal nome profetico: Beauchemin, "bel cammino".


Tra i due si si instaura un dialogo serrato e contagioso; lei è piena di curiosità e domande che vengono prontamente soddisfatte, perché lui la tratta coma una donna sua pari, come tale, libera di esprimersi. Alla curiosità intellettuale si accompagna la scoperta sentimentale, sospesa tra reale e ideale, tra voli pindarici degni di un amore platonico e i sussurri ormonali di un corpo che sta per sbocciare.

Ultraviolet è un meraviglioso viaggio tra i sentimenti e le parole sui sentieri incontaminati dell'adolescenza. Dove non esistono certezze, solo rivelazioni e scoperte. 

"Ultraviolet" - Nancy Houston - Camelozampa

lunedì 2 aprile 2018

L'arcobaleno del tempo


"Non riesco ad immaginare la mia vita senza il cinema".

La traduzione letterale dal titolo originale, in cinese, suonava come "Cinema tempo". Tradotto in inglese come "The rainbow of time", da qui il nostro "L'arcobaleno del tempo".


La poetica dei colori di Jimmy Liao: ad ogni colore corrisponde un diverso stato d'animo
Trovo che questo scostamento marcato abbia giovato alla prospettiva del libro. In fondo da cosa nasce l'arcobaleno? Dal fortunato incontro tra la pioggia e la luce, solitamente dopo un temporale, quando si squarcia l'oscurità e filtrano i raggi solari a baciare le gocce d'acqua sospese.


C'è molto della poetica di Jimmy Liao nell'immagine dell'arcobaleno, in quell'alternarsi di stati d'animo che oscillano dalla tristezza alla felicità, in un percorso interiorizzante di luci e colori, sospeso tra sogno e realtà. 


D'altro canto quel cinema, a cui il libro è apertamente dedicato, lungi dall'essere confinato a mero oggetto della narrazione, si costituisce a sua volta soggetto narrante, per mezzo del quale Liao imbastisce la sua dialettica bidimensionale tra il "dentro" e il "fuori" in cui si confrontano  e poi commutano il mondo ideale e quello reale.


Che sia l'interno della carrozza di un treno (Un bacio e addio) o la sala di un cinema (L'arcobaleno del tempo), il risultato non cambia. E' sempre un luogo chiuso, protetto, uterino, come il grembo materno che protegge dalle rigidità e dalle insidie del mondo. Dove è possibile coltivare il proprio mondo ideale, elaborare mancanze, popolare solitudini, imparare ad affrontare le proprie paure, per poi tornare a quella vita reale di fuori, che procede dritta seguendo la sua ferrea logica.


Per lei il cinema è sempre stato casa, rifugio, risposte, sogni. Ma anche speranza di ritrovare un giorno sua madre, che amava quel magico mondo di celluloide. Attraverso le storie degli altri lei impara a sperimentare vite diverse, e nei momenti di difficoltà e confusione nei film trovava tutte le risposte, e la vita ricominciava.


"Se seguo la luce del proiettore, il buio non è più così spaventoso".

Nelle sale del cinema avvengono gli incontri importanti della sua vita, l'amicizia, quella empatica, che pare risolutiva, ma quasi mai dura l'arco di una vita, spesso subentrano eventi contingenti a dividere le persone, anche quelle che appaiono così intimamente legate:

"Dopo la sua partenza mi sentìì persa come le foglie sparpagliate dal vento".


Oppure l'amore, casuale e inaspettato, che sembra trasformare la realtà in un sogno, la vita in un film, appunto.

"Ah! La vita nei film è meravigliosa!"


Ma la vita è un'altra cosa, non basta la volontà di trasformarla in un set cinematografico, non è sufficiente condividere le proprie passioni, quando ognuno è divorato dalle proprie mancanze e si tenta di colmare reciprocamente le rispettive solitudini.



Ci si trova proiettati fuori dal campo visivo dell'altro senza rendersene conto. Silenzi, distanze, incomprensioni, hanno una trama nebulosa e poco chiara, che offusca il pensiero, e ci si trova ad assistere come spettatori impotenti di un film in cui fino a poco tempo prima si aveva una parte importante.


"A poco a poco lui stesso divenne un film che potevo solo guardare, ma di cui non facevo più parte".


"Lui stava attraversando una tempesta nel film della sua vita, e io non ero altro che il pubblico attonito e spaventato davanti allo schermo".

Il cinema sa essere una metafora meravigliosa della vita che però mai corrisponde alla vita stessa.


Quella vita che procede circolare nel suo errare dritto e itinerante, che porta al ripetersi di situazioni, come le maglie di una catena che si aggiungono di volta in volta. Così la protagonista diventata donna andrà al cinema con sua figlia, aggiungendo storia alle storie, nuove mancanze alle assenze, a quella della mamma (nonna) si aggiungerà quella del marito (padre), alimentando nuove sogni e speranze di convolare al giusto finale che dia un senso compiuto alla sua esistenza.


Accettando i propri limiti e imparando a convivere con sé stessi, anche la vita può essere meravigliosa e prospettare finali a sorpresa. Nell'avvicendarsi delle situazioni che spesso portano a vedere le cose da diverse angolature, il cerchio della vita ritrova il suo centro. Liao suggerisce un finale da film che non vi sveliamo, invitandovi a prendere questo meraviglioso albo in mano.


Il libro, dedicato a "Nowhere Man" e in omaggio al cinema, contiene alla fine un ringraziamento ad una serie di film e registi che hanno accompagnato l'autore nella realizzazione del libro. Tra questi, io sento una particolare influenza dello sguardo di Wong Kar-Wai nel modo di narrare di Jimmy Liao, nella sua singolare capacità di descrivere il fluire del tempo e i suoi riflessi nelle esistenze dei protagonisti; in quell'incedere paradigmatico e onirico, portando la narrazione contemporaneamente su più piani che si sovrappongono, mescolano, confondono, infine risolvono in modo spiazzante e inaspettato. Così come il regista di Hong Kong  rappresenta una voce stilisticamente isolata nel panorama cinematografico cinese e volta piuttosto a costituire un ponte stilistico con l'Occidente (si percepisce l'influenza di un Antonioni o di un Wenders giusto per fare due nomi), così Liao pare una voce a sé stante volta a creare un legame speciale con il sentire occidentale che adora le sue opere, al contempo delicate e visionarie.


Per il nostro mondo tormentato fino all'angoscia, di fronte al senso di smarrimento, solitudine, perdita e dolore, il suo sguardo sospeso tra magia e fatalità, dove tutto ha un senso e ogni cosa trova il suo posto,  rappresenta un balsamo prezioso, inestimabile.

"L'arcobaleno del tempo" - Jimmy Liao - Terre di Mezzo

Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

giovedì 18 gennaio 2018

La prima cosa fu l'odore del ferro


La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro.

Poi ci furono le ore e i giorni a farmi compagnia. E quel ferro che non se ne andava dalla mia pelle, come un tatuaggio. Un segno di riconoscimento.

Mansueta.
Innocua.
Accartocciata e sottile senza far rumore. Curva nelle stanze umide dell'officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana. Come tutta la classe operaia.
Timbravo all'entrata. Timbravo all'uscita. Ritmi lenti. Uguali.

Cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza.


In principio fu il buio, poi venne la luce, che pertinace e ostinata iniziò a filtrare nei spiragli dei pensieri e dei giorni, tramutando la polvere in scintille, luccicanti come stelle. Sonia Possentini in questo albo, compie un prodigio: mette in ombra la sua arte, per donare luce al nostro sguardo sul mondo. L'illustratrice, fresca vincitrice del Premio Andersen, pone le sue tavole al servizio della parola, che splende, infine abbaglia. Come quando sfogli un album di famiglia, osservi curioso le foto ingiallite dal tempo, ma in cuor tuo sei li che pendi ad aspettare il racconto di quello che fu, da parte di chi lo ha vissuto. Intendiamoci, le illustrazioni di Sonia, anche in questo libro, hanno il consueto pregio artistico, ma si pongono come elemento di contrasto, un fondo scuro teso a far risaltare quel piglio inedito di scrittrice, che brilla della forza incorruttibile dei suoi sogni, poiché forgiati nel rigore e nella perseveranza. 

      
Ora voi immaginate che io mi metta qui a parlarvi del ferro, della fabbrica, del sudore, della classe operaia che va in paradiso, dell'importanza dell'impegno e del sacrificio per ottenere qualcosa nella vita, e invece no. Questa cose ve le ha già raccontate Sonia. Io voglio parlarvi di poesia, che questo racconto ne è intriso fino alle ossa, dalla prima all'ultima riga. Allora sollevo la patina del tempo con un soffio, e controluce anche la polvere risplende. In paradiso vi ci porto lo stesso, ma a modo mio.


Il viaggio interiore alla ricerca di sé stessi, alternando ambientazioni reali a mete fantastiche,  ha alimentato la poesia di ogni tempo e luogo. Settecento anni fa un sommo poeta intraprese il suo viaggio, camminando ai confini della conoscenza, attraversando lande piene di dubbi esistenziali. Non mancarono le richieste di aiuto e conforto, anche ai propri avi, come fa Sonia con la sua amata nonna, che per consolarla diceva:"Impara. Impara a fare tutto, anche quello che è brutto." Conoscendo la fatica, te la saresti sempre cavata.


Sfido la cabala, e percorro via del Paradiso,  numero 17, qui mi fermo. E leggo:

"La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende"


I fatti contingenti, che non hanno luogo al di fuori del mondo materiale, sono tutti e sempre presenti nella mente divina; non per questo assumono carattere di necessità, così come il movimento di una nave che discende il fiume non dipende dallo sguardo che la osserva.

Sonia era si mossa dalla fame, ma alimentata dalla necessità di capire: una sete di conoscenza, da soddisfare. Poiché tuttavia le parole, oltre al loro intrinseco significato, hanno la capacità di evocare immagini, non posso non soffermarmi sul "quaderno" e sul "dipinta"; e immaginarmi Sonia in fabbrica, negli scampoli di luce dei pochi momenti d'aria,  china a disegnare i suoi sogni per animarli e dargli vita.

"Ma, nonna, vivere o sopravvivere"? Non ha mai risposto.


Io la risposta la cerco qualche verso più in basso.

"Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta."

Lascerai tutto ciò che ami maggiormente, e questo è il dolore che per prima cosa ti infliggerà l'esilio. L'esilio di Sonia è puramente spirituale. Si sposta ogni giorno da un paese dal quale vorrebbe fuggire, e ogni sera, stanca, dopo una giornata di duro lavoro, puntualmente e inevitabilmente ritorna. Donna e forestiera, in un ambiente di soli uomini, tutta manovalanza locale.


"Tu proverai sì come sa di sale
 lo pane altrui, e come è duro calle
 lo scendere e 'l salir per l'altrui scale."

Tu proverai quanto è amaro il pane degli altri, e quanto è faticoso salire e scendere le scale delle abitazioni altrui. Proverai com'è lavorare per gli altri. Già, il pane. Una fetta la mattina prima di mettersi un'ora in auto per recarsi al lavoro. E una fetta la sera tardi.


E quel che più ti graverà le spalle, 
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Non si può certo dire che la compagnia di quegli anni fosse selezionata, ma era tutta gente onesta, sana, temprata dalla vita dura e, tra le donne nude in calendario e qualche colorita bestemmia, si poteva parlare, ridere, scherzare insieme. La cosa che più mi ha colpito di questo libro, che racconta molto dell'etica e dell'onesta intellettuale di Sonia, è racchiusa in una semplice frase:

"Per me la crisi c'è sempre stata".

Ciclicamente l'uomo attraversa fasi di povertà, indigenza, ristrettezza economica; ma quello che spaventa, di oggi, è la crisi squisitamente interiore, dell'impoverimento dei valori, che ci spinge sul baratro di un imbrutimento spirituale, che genera cattiveria, odio, violenza; che scarica la colpa dei propri insuccessi sugli altri. E' sempre colpa di qualcun altro se le cose non vanno. Sono loro che ci rubano il futuro.


E invece no, oggi, come ieri, il futuro devi costruirtelo con le tue mani. Solo che non sai più usarle, le tue mani, ti sei illuso di avere tutte le risposte a portata di mano, da non saper più cosa e dove cercare, intorno, ma soprattutto, dentro di te. Questa incapacità di relazionarsi, con noi stessi e con l'ambiente circostante, ci fa sentire perennemente in crisi, anche quando, in verità, materialmente parlando, delle cose essenziali, non ci manca niente.


Manca, invece, quell'empatia che nasce dall'istinto, che oggi fatichiamo a trovare nei rapporti con i nostri simili; la troviamo, invece, nelle relazioni disinteressate con il regno animale. Come quel cane, che un giorno irrompe in fabbrica, e siederà ai piedi di Sonia. Sarà lui a mostrargli il confine tra il vivere e il sopravvivere, che la nonna non ha saputo spiegargli.

"La sua coda si mosse lenta.
La sua coda era la sua voce.
Iniziai a capire il silenzio."

Gli parlavo.
Ci parlavamo.

Lui con la coda, io con le parole.
Ci fondevamo.
Leghe diverse.
Fuse.
Come il ferro."

"Qual'è l'Atlante dei tuoi occhi? Fin dove arriva il tuo sguardo?
Iridi luminescenti nella notte i tuoi occhi che vedono l'Oltre.
Raccontami la tua storia. Una storia a cui io possa credere. Una storia dove io possa mettere le ali. Ali che viaggino da sole, magari controvento."

Empatia, voglia di parlarsi, ascoltarsi, raccontarsi, viaggiare insieme. Guardare nella stessa direzione. Questo è.

Credevamo di essere liberi, ci risvegliamo prigionieri di modelli di vita e stereotipi, che qualcun altro detta per noi. Per secoli ci siamo evoluti, poi ci siamo illusi, sentiti arrivati. Abbandonate le buone pratiche, il gusto della ricerca e il piacere della conquista, la saggezza della parsimonia, il sudore della fatica, cosa è rimasto? Il massimo risultato con il minimo sforzo, quel che conviene, in barba a ciò che conta. Due decenni, e siamo fortemente involuti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, tutti, ragazzi e adulti. Senza rigore e perseveranza non sboccia alcun sogno. Astio e rancore avvelenano il futuro. 

Cantava De André, in Amico Fragile:

"Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero,
potevo assumere un cannibale al giorno 
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle,
potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci"


Così fece Sonia, salì in auto con il cane, salutò la fabbrica e se ne andò per sempre.


"La prima cosa fu l'odore del ferro" è un libro che vola alto, sebbene nasca dalla polvere, impastando ferro, sudore e cemento. Affiora dal sudicio e brilla d'incanto, che lo sporco si può lavare, ma che tu faccia il carpentiere, l'impiegato o l'illustratore, nella vita, per andare avanti, ci vuole tanta passione. Devi forgiare il tuo mondo interiore, nei sogni e nell'amore. Un albo in cui la disciplina della donna stringe il rigore dell'artista in un abbraccio onirico, come farebbe l'estate con l'inverno, creando quelle meravigliose stagioni di mezzo, che sono la primavera e l'autunno.

Anche nel leggere la Commedia in classe, però, ci vuol passione. La "Buona scuola" non è nelle riforme o nei dettami didattici, è nella poesia e nell'entusiasmo che alberga dentro di noi, nella voglia di trasmettere e condividere.

E io vi lascio con questi versi che sembrano scritti apposta per spingere lontano il libro di Sonia;

"Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote
e ciò non fa d'onor poco argomento."

Queste tue parole, Sonia, saranno come il vento, che sferza con maggior forza le cime più alte, e ciò costituirà, per te, motivo di grande onore. Per me è una certezza, che possa esserti di buon auspicio.

"Hai inseguito di certo un Aliseo che ti ha segnato il sentiero fin qui.
Mi guardi e rincorri una nuvola che ad ogni passo si sposta più in là.
Abbai ed io per la prima volta sento la tua voce.
La nuvola si trasforma in un gioco senza fine, tra figure di draghi e mari lontani. Sei arrivato inseguendo una nuvola? Una nuvola grande con la forma di una balena? O la forma di un prato bianco? Un mondo senza strada. Imprendibile.
Oppure hai inseguito la tua ombra?
Ti avvicini, mi allunghi una zampa e io ti stringo forte. Il pelo caldo, il respiro calmo. Come il mio, adesso. 
Poi ti allunghi e ti ritiri come le maree. Mi giri intorno. Annusi l'aria. Alzi gli occhi verso il nulla. Due occhi grandi, profondi come la verità.
Adesso i miei occhi e i tuoi s'incontrano.

Il mio limite e il tuo universo. Trasformavo il guardare. Imparavo a vedere."

"La prima cosa fu l'odore del ferro" - Sonia Maria Luce Possentini - Rrose Sélavy - Introduzione di Maurizio Landini

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

sabato 23 dicembre 2017

Tutta colpa delle meduse


Tu

Le parole non dette.
Le parole temute.
Le parole perdute.
Sul foglio bianco
piovono occhi scuri
che il fondo allagano.

Alessandro Moscetti - La fatalità in braccio

Una manciata di versi che scrissi nel 1994, confluita in una raccolta dieci anni dopo. Per parlare di quella difficoltà nel comunicare che genera incomprensione, che sia dovuta a timidezza o timore, paura o vergogna, poco importa, è l'effetto che conta; quelle parole non dette, trattenute, che ti trascinano a fondo, creando una zona di oscurità che ti risucchia come un buco nero da cui è impossibile risalire. Non ti resta che contemplare un foglio di carta e innaffiarlo di lacrime. E puoi scriverci qualunque cosa su quel foglio, pensieri, poesie, persino una ricerca sulle meduse, se questo serve a fornirti una "ragione" di quanto accaduto, perché tu non puoi rassegnarti al fatto che "a voltele cose succedono e basta". Non puoi accontentarti di questa risposta.


Mentre leggevo questo libro ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro un acquario, dove osservi il mondo vivere e respirare, da dietro un vetro. E mi sembrava straordinario pensare che, quando coli a picco, tutte le cause che ti hanno portato al punto di non ritorno, trascinandoti a fondo, d'improvviso ti appaiono davanti in tutta la loro leggerezza,  sospese e fluttuanti, liquide, limpide e chiare, come pesci che danzano mentre nuotano. Le parole non dette, i gesti abortiti, tutto quello che sembrava difficile, pesante, impossibile da esternare, è li che galleggia, evidente, accompagnandoti dolcemente verso il baratro che ti sei scavato.


"Tutta colpa delle meduse" coniuga le oscurità alle trasparenze, come una ferrovia a doppio binario, dove un treno sale e contemporaneamente l'altro scende, nel senso opposto. Ed è scritto di pari passo, i capitoli della ricerca, della motivazione, dell'analisi, che procedono avanti, dritti e ostinati, si alternano a quelli del ricordo, della memoria, di quanto accaduto, che procedono in senso inverso, e tornano indietro. Ogni fase ha la sua scrittura distinta. E' un libro di una feroce coerenza, anche nella costruzione tipografica. La narrazione è divisa in blocchi, seguendo lo schema di una ricerca scientifica, che è poi quella che l'insegnante di scienze. sig.ra Turton, assegna alla classe della protagonista Suzy Swanson: Obiettivo, Ipotesi, Contesto, Variabili, Metodo, Risultati. Conclusione. Una ricerca che Suzy decide di svolgere sulle meduse, perché deve darsi una spiegazione plausibile alla morte della sua amica Franny. Perché lei era un'esperta nuotatrice, non può essere annegata; qualcosa o qualcuno, deve averci messo lo zampino, o il tentacolo. Magari una Irukandij.


Per Suzy la ricerca sulle meduse diventa una ragione di vita, perché tra lei e Franny il rapporto è ormai incrinato; e lei non può andarsene così senza preavviso, prima che si siano chiarite, una volta per tutte. Il viaggio nella oscurità per Suzy inizia molto prima della morte della sua amica; coincide con il momento in cui diventa trasparente ai suoi occhi. Da bambini si fanno grandi promesse, "saremo amiche per sempre". Poi si entra nell'adolescenza con i suoi turbini, e ci vuol poco a scompaginare rapporti cristallizzati. Basta invaghirsi di un ragazzo, cambiare scuola, frequentare amiche fighe e trendy, e vengono a galla tutte le differenze di carattere. Suzy, così analitica da apparire fin troppo meticolosa, vive nel regno delle proporzioni e delle equivalenze, dove tutto ha un peso e un'unità di misura, compresi i battiti del cuore, da tramutare in secondi, minuti, anni. Invece Franny, sembra ormai curarsi solo di gonne, trucchi, acconciature e scarpe. Ci prova Suzy a star vicino alla sua amica, anche se le costa fatica, ma ogni tentativo sembra goffo e vano, finendo per l'allontanarla sempre di più. "Uccidimi se mai dovessi diventare così", "Mandami un segnale. Tipo un messaggio segreto", "Qualcosa di eclatante. Qualcosa che attiri veramente la mia attenzione". E lo compie Suzy Swanson il gesto eclatante. Poi cala il silenzio. Un giorno, due, poi più niente. Se n'è andata Franny Jackson, per sempre. Nulla sarà più come prima. Suzy perde la parola, le resta un carteggio interiore con sé stessa.


"Tutta colpa delle Meduse", per dirla con Battiato, è "un soffio al cuore di natura elettrica". Con un incipit memorabile, che lascia a bocca aperta.

"Una medusa, se la guardi abbastanza a lungo, comincia a sembrarti un cuore che batte. Non importa a quale specie appartenga: l’Atolla rosso sangue con le sue luci lampeggianti a fare da richiamo, la varietà con l’ombrello a decorazioni floreali o la medusa lunare quasi trasparente, l’Aurelia aurita. È il fatto che pulsano, il modo in cui si contraggono rapidamente per poi rilasciarsi. Come un cuore fantasma: un cuore attraverso cui riesci a vedere dritto in un altro mondo dove ciò che hai perduto – qualunque cosa sia – è andato a nascondersi.
Le meduse non ce l’hanno nemmeno un cuore, certo; non hanno cervello, ossa, sangue. Ma osservatele per qualche istante.E le vedrete pulsare.
La signora Turton Dice che, se una persona vive fino a ottant’anni, il suo cuore batte tre miliardi di volte. Ci stavo pensando, cercando di immaginarmi un numero così grande. Fate il conto alla rovescia di tre miliardi di ore, gli esseri umani  moderni non esistono: solo uomini dalle caverne dagli occhi infossati, tutti peluria e grugniti. Tre miliardi di anni, e la vita stessa a malapena esiste. Eppure eccolo qui, il tuo cuore, che fa il suo lavoro incessante, un battito dopo l’altro, tutta la strada fino a 3 miliardi di battiti. Solo se vivi così a lungo, però."

Si sta in apnea con un avvio del genere. L'evidenza scientifica sposa l'eloquenza narrativa che si traduce in musica, allora i pensieri fluttuano, parole e immagini danzano in acqua in un nuoto sincronizzato. Poi emergi e riprendi fiato.

"Tua madre è da qualche parte accanto a te; sta scattando una foto, e tu sai che dovresti voltarti e sorriderle. Invece non lo fai. Non ti volti, non sorridi, continui solo a guardare il mare, e nessuna di voi due ha idea di cosa conti in questo momento o di cosa stia per succedere (e come potreste?).
E per tutto questo tempo il tuo cuore continua semplicemente a battere. Fa quello di cui hai bisogno, un battito dopo l’altro, finché non riceve il messaggio che è tempo di fermarsi, che potrebbe essere fra pochi minuti e tu nemmeno lo sai.
Perché certi cuori battono solo circa 412 milioni di volte.
Che potrebbe sembrare un numero enorme.
Ma la verità è  che questo ti fa arrivare malapena ai dodici anni."

E allora capisci che il tempo speso a inseguire un rimorso, a rimpiangere quello che non è stato, è tutta vita che getti nel fondo del tuo mare interiore. Un mare bramoso e oscuro. Ma è dal fondo del mare che si anela la luce. E i libri potenti, prima o poi, vengono sempre a galla. 

"Tutta colpa delle meduse" - Ali Benjamin - Il castoro