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venerdì 20 marzo 2026

E poi c'è la terra

Quando ho scoperto che Giulia Ceccarani aveva pubblicato un libro per Topipittori sono corso a procurarmelo. Conoscevo vagamente l'autrice ma ignoravo la sua attività di designer, i suoi laboratori autoriali così sartoriali.

Sfogliando il libro, mi sono tornate in mente le prime pubblicazioni italiane "seriamente" pensate per bambini della Emme Edizioni della Rossellina Archinto, poi approdate in Babalibri. Designer come Iela Mari. Leo Lionni. Sconfinando in altri lidi, il magistero di Bruno Munari recepito dalla Corraini. Per restare in tempi più attuali, i bei libri di Eleonora Cumer per Artebambini.

Questo libro ha una grande virtù: la precisione della narrazione. Quello di cui si parla e si rappresenta, è. Non ammicca, non allude, non semplifica, non complica. Semplicemente racconta, camminando su quella linea di demarcazione in cui noi siamo ancora chiamati a pensare, quindi scegliere. E lasciatemi dire da adulti, formare.  

Ai bambini non vanno raccontate storie che parlino di questo o di quello, dobbiamo fornirgli strumenti per saper riconoscere in autonomia la realtà che li circonda, la verità, sia essa comoda o scomoda. Qualcosa che sia funzionale per loro, non per i loro genitori che acquistano i libri. Questo è.

La proverbiale serietà dell'editore ha messo a segno un'altro centro.

Le illustrazioni sono realizzare con stoffa, fili, pezzettini di carta colorata.

Il testo, essenziale e asciutto quanto basta per insinuarsi tra i pensieri e permettere al lettore di riflettere sulla disparità, sulle divisioni, sulle differenze che animano ad esempio una scuola, una piazza, un quartiere, un qualunque luogo, riflessione che prosegue ponendo l'accento sulle scelte che facciamo e che hanno un peso enorme a causa delle conseguenze che ne derivano, sulla potenza delle parole e la loro duplice capacità di distruggere o costruire, per arrivare piano piano alla terra, sotto, dove tutto è uguale.

E poi c'è la terra - Giulia Ceccarani - Topipittori  

 

 

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

lunedì 20 novembre 2017

Peppino Impastato, una voce libera


"In Sicilia il cielo è un po' più azzurro che negli altri posti. I profumi sono più intensi. Il cibo è un po' più buono. Le persone invece sono come da tutte le altre parti: a volte sono brave, a volte no. A volte stanno zitte, oppure gridano. Ma capita ogni tanto che tra tutte quelle voci se ne alzi una un po' speciale. Una Voce capace di farsi sentire nella confusione e di spezzare il muro compatto del silenzio. Ecco, Peppino era proprio così. Aveva una Voce che non potevi fare a meno di ascoltare. E che, dopo, ti risuonava nella testa per giorni. "

Chiunque abbia creato la Sicilia, sia esso il Padreterno o Madre Natura, ci si è messo di impegno. Ma qui come altrove, è spesso bastato l'intervento dell'uomo a vanificare le cose. Ecco allora che si sono costruite autostrade piene di curve dove potevano andare dritte, o si sono costruiti aeroporti su "strisce sospese tra acqua e roccia" costantemente battute dal vento, dove è assai pericoloso far atterrare gli aerei, tutto questo per una mera questione di terreni e malaffari. 

Davide Morosinotto sceglie di raccontare la storia di Peppino Impastato focalizzandosi sui suoi ultimi giorni di vita. Usa il punto di vista di un ragazzo, Totò, di 12 anni; un ragazzo che, fino ad allora, la parola "Mafia" non l'aveva mai sentita pronunciare, ignorandone, pertanto, il significato;  poi un giorno, accade qualcosa. E' il matrimonio di sua cugina Luisa; nel bel mezzo del ricevimento piombano alcuni signori ben vestiti, con gli occhiali scuri, che si avvicinano al padre dello sposo, e lasciano in regalo una cravatta con un avvertimento, pronunciando parole sinistre: "ma non stringa troppo Don Nino ... ". L'atmosfera cambia di colpo, da festosa diventa cupa, Don Nino si dispera, fino a quando il padre di Totò non si avvicina, dicendogli di non era il caso di preoccuparsi, che con Don Tano ci avrebbe parlato lui. Totò non comprende cosa sia accaduto, però intuisce che quella cosa lo riguarda, se suo padre è intervenuto in quel modo. Poco dopo arriva un altro segnale, alla radio, mentre si sta intrattenendo con i suoi cugini Michele e Maria, e con i camerieri: dalla radio sente una voce, che irride Don Tano Badalamenti, "la persona più importante di Cinisi, e quando mio padre ne parlava  lo faceva con attenzione, come se il suo nome fosse accompagnato da un segno della croce". Insomma, uno che meno si nomina, meglio e più a lungo si vive. Ma chi è quella voce che dice quelle cose? La curiosità di Totò aumenta, ed esplode casualmente il giorno che accompagna clandestinamente la cugina Maria in uno scantinato eletto a sede del centro "Musica e Cultura", fondato sempre da Peppino Impastato, la misteriosa voce. Totò vede ragazzi suonare musica sconosciuta, ascolta Rino Gaetano con la "voce che gratta", i "Pink Floyd", i più "squinternati di tutti", Bob Dylan che canta che il vento sta per cambiare: "La risposta amico, puoi sentirla nel vento". Si respira davvero vento di rinnovamento in quella piccola stanza chiusa e affollata, sembra un controsenso, ma li si respira nuova musica, una nuova idea di cultura, discorsi che agli occhi di Totò aprono nuovi mondi. E si parla, senza paura di mafia, di quel che c'è da fare per cambiare. E' un attacco a tutto campo quello che Peppino Impastato lancia alla mafia locale, arrivando a candidarsi per Democrazia Proletaria alle prossime, imminenti, elezioni comunali. Già, la mafia, ma Totò non ha ancora capito cosa sia. Allora Maria con la vespa lo accompagna in un luogo da cui si domina l'autostrada, tutte curve: "Ogni curva adesso mi sembrava un sorriso storto, beffardo. Una presa in giro che aveva salvato qualcuno e aveva condannato qualcun altro." Un giorno Totò accompagna il padre all'aeroporto di Punta Raisi a prendere un cugino di ritorno dall'America. E vede con i propri occhi la difficoltà degli aerei ad atterrare quei giorni in cui soffia forte il vento, con il rischio di schiantarsi contro le montagne oppure finire in mare. E capisce che quello non è il luogo adatto per costruire un aeroporto. Al padre pone una domanda innocente: "Papà, ma perché lo hanno costruito qui?".  "E cosa vuoi che ne sappia, non sono mica un ingegnere", risponde seccato il padre. E a lui viene spontaneo chiedergli: "E' stata la mafia?". E si becca un ceffone. Sono solo sciocchezze che gli mettono in testa i cugini, tuona il padre.  Ora Totò capisce, davvero. Capisce di aver toccato un nervo scoperto. La mafia esiste, davvero, e qualcuno desidera che non se ne parli. Però manca ancora un tassello. Come fa Peppino Impastato a dire quelle cose su Don Tano, cosa ne sa lui? Decide di togliersi la curiosità un venerdi quando, invece di andare al catechismo, si precipita con la propria bicicletta a Terrasini, dove c'è la sede di Radio Aut, da cui Impastato conduce la sua trasmissione "Onda Pazza". E pone le sue domande direttamente a Peppino. E scopre che lui la mafia ce l'ha avuta in casa, che suo padre era un mafioso che lui ha rinnegato e combattuto, a costo di non parlargli più. Scopre che il padre fuggì in America, e quando fece ritorno in paese fu assassinato. Totò se ne va via con quelle parole che gli fischiano nell'orecchio: "E li scoprii che la mafia non era l'unico modo di vivere. Non era obbligatoria, si poteva stare senza, anzi di più: si poteva combattere".


Totò sceglie da che parte stare, lo fa maldestramente, combattendo con le proprie paure e una sensazione di inadeguatezza, ma fa la sua scelta. Così un giorno, quando vede quei strani signori in casa sua a conversare con suo padre, e li ascolta parlar male di Peppino Impastato, accende la radio a tutto volume, e lascia parlare la "Voce", a controbattere. Il padre si precipita di corsa, lo afferra e lo lancia per aria, ma lui la sua azione l'ha compiuta. L'ultima goccia che fa traboccare il vaso avviene ad un pranzo allargato di famiglia, si parla di politica, si denigra Impastato e Totò si alza in piedi e lo difende a voce, facendo nuovamente infuriare il padre. Che lo chiude in casa, lo accompagna a scuola e lo va a riprendere. Lo sorveglia, lo tratta come un recluso, alla stregua di un delinquente. Totò sceglie di fuggire, non sa nemmeno lui dove trova la forza e il coraggio di prendere certe iniziative e ribellarsi alla volontà del padre, che pure teme. Forse è la coscienza che si desta, forse è la forza della disperazione, forse è soltanto sopravvivenza, il bisogno di tornare a respirare. E si arriva all'ultima fatidica notte.

Morosinotto imbastisce intorno alla figura di Peppino Impastato una delle tante possibili storie, ma la forza del suo libro non sta negli episodi che inventa, ma nel vortice che alimenta. E' uno stato di necessità insito nella forza della sua scrittura, asciutta, che si incava e fa breccia negli spiragli che offre la narrazione. Soffia insistente come lo scirocco  che ti si appiccica, e non si dimentica. E' una voce ostinata la sua, che risuona. E ti scuote, nel fondo dell'anima.

Io, che ben conosco la storia di Peppino Impastato, per lunghi tratti ho avuto l'impressione di leggere un'altra storia, simile ma parallela, alla sua. Una storia che poteva approdare ad un finale diverso, da quello ben noto. Perché ho trovato così tanta energia sprigionata in queste pagine che mi pareva assurdo che il protagonista di quella "voce" potesse finire i suoi giorni in quel modo triste, riverso su un binario, esamine. Ci sono rimasto male, davvero. Io ci avevo creduto. Così ho scoperto la forza di questo libro. E il prodigio compiuto da Davide Morosinotto, nel creare un quadro autentico e a suo modo unico.

"Peppino Impastato, una voce libera" - Davide Morosinotto - Einaudi Ragazzi 

lunedì 13 novembre 2017

Pusher


"Cominciai a leggere, si, ma non riuscii, perché mi vennero le lacrime. Le lacrime facevano ballare sul foglio le parole e mica le vedevo, le vedevo tutte mosse, sfocate come dietro a un fumo. Mi asciugai gli occhi con la manica della maglietta, e allora i miei compagni fecero un altro applauso forte. Tirai su col naso. Feci un respiro profondo. E mica era facile. Presi a leggere, finalmente, a leggere il mio sogno, il sogno che volevo realizzare e che a casa non potevo dire, e a leggerlo il mio sogno era il più strano e il più pazzo e bello di tutti i sogni che si potessero sognare. Parlava di me che volevo fare il giornalista, che volevo scrivere sul giornale com'era bella Napoli e i napoletani, e che bei dolci si potevano mangiare a Napoli, e che belle canzoni si cantavano, e che squadra forte di calcio avevamo, e come i ragazzini avevano diritto di giocare e divertirsi invece di lavorare, di rubare e di spacciare. Leggevo ormai senza fermarmi, ché il respiro quasi mi mancava, e mentre leggevo, sembrava che, visto che lo avevo scritto bene, con le parole tutte giuste, prima o poi davvero forse poteva capitare. Ma, leggendo leggendo, pensavo alla testardaggine e alla forza e alla volontà che ci volevano per far succedere una cosa così, così difficile, e io mica ce l'avevo, quella forza. E avevo contro mio padre, mia madre e pure gli amici. Ma poi, alla fine, in mezzo all'applauso che mi arrivava in faccia e nelle orecchie, guardai il prof che sorrideva e faceva sì sì con la testa e pensai alle parole che diceva sempre; che, se hai una passione forte, la disciplina poi ti viene".

E' un capitolo, questo, che mi piace riportare per intero, perché affiora così, nel bel mezzo del romanzo,  come una "Spaccanapoli", a separare due ipotetiche vite che vi si affacciano.  Anche se la visuale ariosa e panoramica che restituisce sembra più quella di un affaccio sul mare a Posillipo. 

Non è facile parlare dell'ennesimo libro di Antonio Ferrara scritto in modo superbo ed empatico; eppure questo racconto l'ho sentito, e vissuto, in modo diverso, non appena ho iniziato a leggerlo. Solitamente la scrittura di Antonio mi mette le ali, è una tale sequela di carezze e risate, bravate e lacrime, abbracci e ceffoni, che quando abbasso lo sguardo per iniziare un suo libro, difficilmente lo alzo prima di averlo finito. 

Ma Tonino è un ragazzo di 13 anni con la pistola in tasca, il pomeriggio ha la fila sul portone di casa, la notte le dosi le spaccia in piazza. Con Tonino sei fortunato se l'amico  sveglio ti para il culo quando lo stronzo di turno ti mette le mani al collo, per strapparti la dose senza pagare. Tonino, mandato a sparare dal padre per appianare uno sgarro. Difficile immaginare un orizzonte con Tonino. Difficile voler scappare con lui da qualche parte.

Però non è solo questo. "Pusher" scorre meno lineare di altre storie, si propaga lento e inaspettato a macchia d'olio, ogni capitolo, nella sua sintesi, tra densità e ritmo, contiene la luce e il buio; crea, più che altrove, uno spaccato autonomo. Un sipario. C'è, più che altrove, il teatro di Antonio, la sua commedia, un proiettarsi di scorci, di tanti piccoli presepi. E allora questo libro me lo sono sorseggiato, come tante piccole "tazzulelle 'e cafe' ". Perché sembra non conceda scampo, e invece ti lascia spazio per pensare. A quello che sei, a cosa diventerai.

Attraverso i racconti del nonno malato Tonino comprende che c'è un tempo per vivere e un tempo per morire; quando sei potente la gente ti rispetta e ti teme, ti serve e ti riverisce; ma quando sei vecchio e stai male, quando non conti più niente, la gente si dimentica di te, e resti solo come un cane. E allora i soldi e il potere non servono a niente. Cosa gli racconta il nonno a Tonino? di quando sparava? di quando spacciava? di quando si spartiva Napoli? No, gli racconta la storia di quando era ragazzo e per far colpo sulla nonna le regalò una gallina (che nel dopoguerra era una dote preziosa), e quella disgraziata le scacacciò sulla camicia bianca. Una storia di amore e gioventù, che ogni volta arricchisce di un particolare, che affiora dalle nebbie della memoria. Perché quando invecchi ricordi l'età più bella, che è la gioventù e le sue follie. E allora a 13 anni devi giocare, devi studiare, non spacciare, Tonino. La figura del nonno apre uno squarcio ironico - iconico agli occhi del ragazzo. Sono pagine di luce e amore, risate e commozione. 

Poi c'è il professore, che per prima cosa ti insegna a ridere. "Tu ridi troppo poco Toni'. Ricordati che sei ancora nu' guaglione, e devi ridere di più!'". "Si può anche imparare mentre ridi, no?" - Bisogna essere felici di imparare". Con il sorriso puoi smontare i problemi a poco a poco, mettere in fila i pensieri, e darti una disciplina. Il professore che aiuta a guardarti dentro, a separare le luci dalle ombre. 

"Avevo sempre avuto una bella calligrafia, mi piaceva scrivere chiaro. Mi piaceva che le parole si capissero bene e dicessero bene le cose che uno pensava, pure quelle brutte. Quando uno pensa può anche pensare male, disordinato e senza capo né coda, pensavo, ma quando scrive le cose le deve mettere a posto, le deve dire bene". 
   

Non puoi sapere in anticipo quale direzione prenderà la tua vita, però è importante saper riconoscere da quali mani farti impastare. 

"Ogni volta che tiravo fuori il pane dallo scuro del forno mi veniva in mente che ero io, quel pane, ero io che uscivo dallo scuro e mi presentavo fresco fresco al mondo. Ma era Carmine che mi aveva impastato e messo al forno a crescere e a cuocere fino al punto giusto, lo sapevo, era lui che mi aveva dato un'altra forma."

Pane e basilico.

"Mangiavo di gusto e pensavo che eravamo così, Carmine e io: lui era il caldo del pane e io il basilico, lui era il caldo che faceva uscire tutto il profumo che avevo dentro io e non si sentiva".

Già, ma chi è Carmine, e chi è Tiziana? Chi sono queste persone che nel buio diffondono luce? Dacci oggi il nostro "pane" "quotidiano". Pane e quotidiano. Che di notte non lavorano solo i pusher, lavorano anche i panettieri, e i giornalisti. 

"Pusher" è un po' così. Schizza via come una pallottola di rimbalzo e non sai bene quale parte di te andrà a colpire. Ma ti ricorda anche che dentro la sfogliatella c'è la crema, e se sei un ragazzo di 13 anni, ed hai una vita davanti, te la devi saper giocare. E qualunque cosa accada, fattela una risata.

Pochi autori sanno spacciare gioie e dolori, sorrisi e lacrime, abbracci e carezze, come Antonio Ferrara. Ogni suo libro è un viaggio, uno spaccato, della complessità di questo mondo contemporaneo, interconnesso eppure così slegato, costituito da una somma di solitudini e tante sottrazioni di responsabilità.

Antonio sa che alle volte serve qualcuno che ti dia la spinta, o ti indichi la strada. E lui tra le righe ti incoraggia e ti spinge, che le storie servono anche un poco a questo, a seminare le difficoltà  e ritrovare quella fiducia in sé stessi. Quella fiducia di cui tutti, adulti e ragazzi, abbiamo in fondo un grande bisogno.

"Pusher" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

mercoledì 8 novembre 2017

Una scintilla di noia


"È stato un gran casino. Un gran brutto casino.

Ma è partito come queste cose cominciano sempre: piano piano, che quasi non te ne accorgi e ti ci ritrovi dentro no al collo e anche più su. Ma è quando sei all’ultimo respiro – prima che l’orrore di fuori ti entri dentro e ti riempia – che puoi ancora cambiare le cose. È questione di un soffio, uno solo, e devi usarlo bene oppure lasciarti sopraffare e annegare dentro a quello che hai combinato."

"Scintilla" e "Noia" sono due termini agli antipodi, come le rive di un fiume che procedono parallele, guardandosi equidistanti, senza mai sfiorarsi. Ma che succede se, ad un certo punto del corso, affiora il "Ponte del Diavolo" a collegare le due sponde, e qualcuno decide di attraversarlo, per vedere che accade dall'altra parte?  Sembra una metafora, ma è quello che può accadere a chiunque nella propria realtà. Dalla noia alla scintilla il passo può essere breve, e scatenare addirittura un incendio quando, per un misto di sufficienza e trascuratezza, ti porta a compiere delle azioni con leggerezza e in fretta, senza riflettere, senza adottare quelle normali misure che la cautela imporrebbe. Come ad esempio, controllare dove si lancia un petardo, se c'è del materiale infiammabile, a terra o intorno. Controllare, prima di lanciare un oggetto (se proprio non possiamo farne a meno) se si rischia di colpire qualcuno.

"Una scintilla di noia" di Annalisa Strada narra la vicenda di un terzetto di amici (Brando, Luna e Fausto), i quali un giorno, assaliti dalla noia, decidono di fare qualcosa di diverso. O meglio, uno decide (Brando, colui che sembra avere la soluzione già pronta in tasca), gli altri due lo seguono a ruota, senza particolari opposizioni, come spesso accade nelle dinamiche dei rapporti di amicizia. Ma le dinamiche, si sa, restano tali fino a quando non accade qualcosa a scuoterle nelle fondamenta. Quello che accade ai nostri protagonisti. Dei petardi rudimentali, lanciati incautamente sotto un ponte, provocano un incendio. La situazione, che sembra prendere una brutta piega, è aggravata dall'affacciarsi delle persone dei palazzi circostanti, destati dai tonfi delle esplosioni. E i nostri eroi se la danno a gambe. Parrebbe un'innocua ragazzata, ma l'indomani esce una di quelle notizie da far gelare il sangue alle persone normali: sotto il ponte dormiva un senzatetto, avvolto tra i cartoni che hanno preso fuoco, il quale è rimasto ustionato; lo hanno ricoverato in ospedale, lo tengono in coma farmacologico, è in gravi condizioni. 

La vicenda è narrata da Luna, che a ben guardare, nel dipanarsi della matassa narrativa, è anche l'unica dei tre che si è posta delle domande, ed ha provato, per necessità o per sopravvivenza, anche a darsi delle risposte. Sin dall'inizio, perché lei suggerisce di andare a controllare, a scoppio avvenuto, che non sia successo niente a nessuno, ma i suoi appelli cadono nel vuoto. A dire il vero ci prova anche Fausto, in origine, a suggerire di chiamare le forze dell'ordine (una chiamata anonima, nascondendo il numero del cellulare, sia mai che ci si debba prendere troppe responsabilità) ma Brando pare irremovibile. Luna ripercorre i suoi passi a distanza di mesi: 

"Ho ripensato a quei giorni mille e mille volte, ma non subito dopo. Ho dovuto lasciare che trascorressero parecchi mesi prima di consentire alla mia mente di ripercorrere quei momenti. Mi faceva paura aprire quell'angolo della mia memoria, andare a vedere che cosa sarei stata in grado di ripescare e scoprire con quale faccia quell'incubo mi si sarebbe riproposto. Ho trovato il coraggio di scoperchiare i ricordi quando ho iniziato a temere che si scolorissero e si tradissero da soli, traducendosi in qualcosa di più morbido e accettabile."


La situazione emotiva della ragazza viene ben restituita dalla tessitura narrativa dell'autrice, che indirizza la ragazza verso un cunicolo interiore ricavato tra il "senso di responsabilità" e il "senso di colpa", senza via di uscita, con le pareti che a poco a poco si stringono, creando un senso di crescente claustrofobia. La situazione intorno precipita, e inizia a mancare la terra sotto i piedi. Non ti restano più nemmeno gli amici, che gli altri due non vogliono mica  saperne di "cantare", e prendersi le proprie responsabilità, soprattutto quando iniziano a circolare i nomi di alcuni probabili "capri espiatori". 

Ma Luna non ce la fa proprio a chiudere gli occhi e far finta di nulla. A farglieli aprire del tutto ci penserà Zak (Zaccaria), il ragazzo di cui è innamorata, l'unico con cui possa ancora confidarsi. Prima di aprirsi con i propri genitori. Un'autentica boccata di ossigeno in un ambiente che odora di stantio.

"Bisogna avere molta paura per accorgersi di avere coraggio".

Un romanzo che scava nelle pieghe di una quotidianità solo apparentemente "spenta", che in realtà attende solo un pretesto per ardere. Un racconto che mira a guadare il lato oscuro della propria coscienza interiore. Un libro che si illumina di risvolti inaspettati, e non lesina colpi di scena finali.

"Una scintilla di noia" - Annalisa Strada - Edizioni San Paolo

mercoledì 26 luglio 2017

Un'estate da cani


".. i suoi occhi verdi erano gentili e ci trovai comprensione e un sorriso d'incoraggiamento. Si può trovare un sorriso negli occhi di qualcuno? Credo di si. Accade quando non c'è motivo di sorridere con le labbra, non c'è motivo di sorridere a un mondo spietato ma si vuole sorridere all'animo di qualcuno per dargli speranza".

Un fresco ruscello che attraversa questa estate torrida. Così mi sento di definire "Un'estate da cani", l'ultimo romanzo di Giuliana Facchini edito da Notes. Un racconto che carezza lasciandoti una gradevole sensazione addosso.

Ginevra, detta "Ginni", è una ragazza di quattordici anni (meravigliosi, detto con "ironia"), che si trova a passare l'estate in un piccolo paese con i suoi nonni. E qui sembrano maturare tutti i presupposti per annoiarsi, sebbene i nonni di Ginevra siano delle persone "sui generis", lettori incalliti, amanti di gialli, che ogni mese organizzano a casa loro, con i propri amici, delle "Cene con delitto" ricche di indizi, interrogatori e presunti colpevoli.  Intendiamoci, Ginni adora i suoi nonni che l'hanno cresciuta, essendo figlia di una ragazza madre a soli 17 anni, e che oggi, alle porte dei "trenta" è nel pieno della sua carriera giornalistica. Soprattutto con nonna Marisol ha un rapporto speciale; ma una ragazza di 14 anni anni vorrebbe legittimamente stare con i suoi coetanei, a condividere esperienze e tormenti consoni alla propria età.


Un giorno, passeggiando per il paese ("delizioso", sempre detto con ironia), nota qualcosa di strano. C'è un accalcamento di persone intorno al piccolo fiume che lo attraversa, persone che si danno la mano calandosi in acqua per recuperare.... qualcosa, forse qualcuno. Un cane, malridotto e spaventato, dalle zampe sanguinanti. Tra la folla che si è venuta a creare nota qualcuno, un ragazzo, con le "mani da musicista", la custodia rigida di una "chitarra", uno zainetto e un sacco a pelo, che si toglie la felpa per asciugare e accarezzare il povero cane. Ginevra non può fare a meno di notare quei gesti, e attribuirgli un significato intimo e profondo, ancorché indefinito. Arriva il vigile, soprannominato "Stappo" che si fa carico della situazione chiamando Pietro, il gestore di un rifugio per animali abbandonati, chiamato "Canile Paradiso". Pietro è nipote di Anteo, un anziano signore che fu cacciatore e un giorno decise di mollare tutto, trasformando la propria cascina in un canile, cui si dedicò per anni con grande amore, arrivando a diventare un punto di riferimento per la comunità del luogo. Poi Anteo si ammalò di cancro, e sottoposto a cicli di terapie dolorose non fu più in grado di gestire la struttura, che passò nelle mani del nipote.

Intanto Ginevra perde di vista il ragazzo, e tutto sembra finire li, quando un giorno, passeggiando, vede un cartello che indica il "Paradiso". Anche se lei non sa nulla di cani e non prova un particolare trasporto per essi, la curiosità la porta a seguire l'indicazione e andare a vedere quel cane salvato il giorno prima. Sarà l'istinto da segugio ereditato dai nonni "giallisti"? Sarà che quel cane è l'unico indizio che può ricondurlo al misterioso ragazzo? Fatto sta che nulla è come sembra, e Ginevra scopre che il "paradiso è in realtà un inferno", un "canile lager" dove gli animali sono abbandonati a se stessi senza cibo, in un ambiente che odora di morte. Pietro si intascava i contributi pubblici fingendo di prendersi cura degli animali, poi lasciati abbandonati a sé stessi. Questo fatto la sconvolge. Tornando in paese, trova il misterioso ragazzo suonare per strada racimolando le elemosine, e lo invita a mangiare qualcosa in un'osteria locale. 


I due iniziano a parlare, sebbene Oscar (il ragazzo) sia molto restio a raccontarsi. Ad ogni modo comprende che lui vive suonando per strada, si arrangia dormendo all'aperto all'addiaccio, pur ignorandone la ragione, così decide di ospitarlo di nascosto nel fienile dei nonni. Gli racconta del canile lager, ed entrambi escogitano un piano per far fuggire il cane salvato il giorno prima, medicarlo, pensando nel frattempo ad un escamotage per denunciare la situazione alle autorità senza andarci di mezzo. I due ragazzi riescono nell'intento e salvano il cane (Gandalf), poi ne salvano altri due (una levriera maltrattata che chiameranno Legolas e un piccolo cucciolo che chiameranno Frodo); nel frattempo va avanti il confronto emotivo e conoscitivo tra i due ragazzi e alla fine Oscar rivela la natura del suo peregrinare, nata da un dissidio con suo padre, che gli ha imposto gli studi facendogli passare in secondo piano la sua passione per la sua musica, da lui considerata come passeggera e veniale. Così Oscar, con l'aiuto e la copertura di un suoi amico, fingeva di andare in vacanza da lui e invece finiva con l'andare in giro per strada a suonare, assecondando la propria passione. Finché un giorno a causa di un furto, perde il cellulare e i documenti. Alla fine i genitori scoprono l'inganno e vanno alla ricerca del figlio disperso. 

Ginni e Oscar finalmente escogitano il loro piano. Lei va da Anteo a prendere le chiavi del canile, dicendo che gliele ha chieste suo nipote Pietro. Lui va da Luisa (un'amica di Anteo, volontaria in diverse associazioni animaliste) con la scusa che Pietro la vuole su al canile che deve parlarle. Quando Luisa arriva al "Paradiso" trova il cancello aperto e l'orrendo spettacolo davanti, e chiama la Municipale. E sopraggiunge Stappo, ancora una volta, a risolvere la situazione.



Mentre il racconto sembra avvallarsi verso un tranquillo finale, avviene il colpo di scena, con le sirene spiegate della Polizia che irrompe a casa dei nonni di Ginevra, nel bel mezzo di una "Cena con delitto", dall'auto esce infuriato il padre di Oscar che chiede di sapere dove la nipote tiene nascosto sui foglio. Perbacco, che giallo! E' successo che Oscar, rimasto senza cellulare a causa del furto, aveva chiesto a Ginevra di prestargli il suo per contattare l'amico che lo teneva nascosto (ma nel frattempo era stato smascherato); così il padre ha chiamato il numero, costringendo Ginevra a rivelargli tutto, finendo per ricomporre il quadro. Perché il padre di Oscar è veterinario (di qui le attitudini del figlio a prendersi cura degli animali feriti e maltrattati), e una volta scoperto che lui si era preso cura di quegli animali indifesi, svanisce la rabbia e monta l'orgoglio di famiglia, per l'ottimo lavoro fatto seguendo le proprie orme.

"Scappi per suonare la tua musica e ti ritrovo a curare bestie ferite!", disse compiaciuto, convinto di aver ragione. 

Alla fine Ginevra svelerà il motivo che l'ha condotta a scrivere la storia, ma questo non ve lo svelo, se volete saperlo dovete leggervi il libro che io ho già indugiato troppo a svelarne la trama e i suoi protagonisti.

Io faccio un passo indietro, quando Ginni alza lo sguardo verso l'amico, trovandolo assente.

"Si era rifugiato in quel mondo dove spesso noi ragazzi scappiamo quando gli adulti ci mettono alle strette. E' un mondo statico, una camera di decompressione per quelli di noi che non spaccano tutto a calci per superare una difficoltà. Ci chiudiamo in noi stessi, abbiamo bisogno di un luogo dove riprendere fiato o smaltire la rabbia. Da quel mondo si esce pronti per nuove battaglie o piegati al volere degli adulti. Oscar avrebbe continuato a lottare per diventare un musicista oppure avrebbe accontentato i suoi genitori?

Cosa mi porto dentro di questo libro?

Sicuramente il personaggio di Ginevra, fresco, limpido, dirompente e preciso come una goccia che scava la roccia, pur nella sua adolescenziale inesperienza. Questo è un racconto che tratta in modo dichiarato e aperto il tema del "prendersi le proprie responsabilità". Ginevra se le prende tutte, senza tentennamenti e senza colpo ferire. Dona ospitalità ad un suo coetaneo, fuggito dalla sua famiglia, perché si trova solo in mezzo ad una strada. Sottrae di nascosto dei cani da un lager, con tutti i rischi che questo comporta, perché sono maltrattati e hanno bisogno di cure, meditando sul modo migliore per denunciare l'accaduto. Arriva a calpestare i propri sentimenti svelando ai genitori di Oscar il suo nascondiglio, perché la famiglia possa ricomporsi, e lui finalmente smetterla di fuggire,  per tornare a difendere le proprie ragioni. Ginevra combatte a viso aperto per quel che le sembra giusto, senza sconti e senza alibi, eppure ha solo 14 anni, sebbene in cuor suo si senta "una gregaria, una poco coraggiosa".

Un'altra cosa che mi è piaciuta è il carteggio generazionale che emerge dalle riflessioni che Ginni elabora ascoltando e vivendo l'esperienza di Oscar.

"Pensai che Oscar fosse un poeta, oltre a esser un bravo musicista. Era dotato di una sensibilità tutta sua che lo rendeva fragile e forte. Quello che forse gli adulti non capiranno mai è che noi ragazzi possiamo credere in qualcosa e questo ci dà la forza di realizzarla. Gli adulti sono spesso depressi, parlano male del loro Paese, della società, della politica, ma a noi ragazzi non interessano queste cose perché abbiamo i nostri sogni. Non so se un giorno sarò madre: mi spaventerebbe  avere una figlia come me o un figlio come Oscar. E se dovessi dimenticare quello che ero? E se non sapessi più leggere negli occhi dei ragazzi perché ragazza non sarò più?"

E a me ritornano in mente le fatidiche parole che Giuliana scrisse, all'indomani del Bologna Children's Book Fair, sul suo blog:

"Un altro mio sguardo sugli adolescenti, ancora la mia voglia di raccontarli senza mettermi al loro posto, anche se un po’ vorrei starci nonostante tutto."

In tutto questo l'autrice ci mette il suo solito stile elegante e scorrevole, che crea storie nelle storie, tasche narrative all'interno del romanzo stesso (le "Cene con delitto" hanno una loro piccola autonomia letteraria nell'economia del racconto come la ebbe lo sviluppo del racconto noir di Orma Rossa e le seguenti vicissitudini di Tessa  in "Io e te sull'isola che non c'è"); c'è la consueta commistione di stili, la passione per il "giallo" e il gioco dei riferimenti letterari più svariati (in "Io e Te" le fiabe di Andersen e un certo ascendente dickensiano, qui il fantasy del Signore degli Anelli mescolato a Sherlock Holmes), e un certo modo di osservare i ragazzi che trae spunto dall'osservazione diretta nel loro habitat naturale.

E' un libro che esorta ad avere fiducia nei nostri ragazzi.

"La fiducia. Ah! La esigono, ma non te la danno, te la devi conquistare con le unghie e con i denti. Per i nostri genitori rimaniamo sempre bambini e nn è facile dimostrare loro che siamo pronti a camminare da soli".

Forse Ginevra dei cani non sa nulla, ma ha imparato presto e a proprie spese a fare i conti con la vita. E allora grazie a Ginevra, e grazie a Giuliana, per avercela fatta incontrare.

"Un'estate da cani" - Giuliana Facchini - Notes - Illustrazione in copertina di Cinzia Ghigliano