giovedì 23 maggio 2019

Lampo il cane ferroviere



E il vecchio diceva, guardando lontano:
"Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde, 
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell'uomo e delle stagioni ..."
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"

Francesco Guccini - Il vecchio e il bambino



Stazione di Campiglia Marittima (LI). Un ragazzo osserva assorto la statua di un cane posta nel giardino prospicente il primo binario e perde il treno sul quale sono saliti i suoi genitori. Non resta che attendere il loro ritorno. E tutto per colpa di quello "stupido cane". Un anziano assiste alla scena, lui quel cane sembra conoscerlo piuttosto bene. Chi è, perché ha la paletta e un berretto da ferroviere? Tanto vale fare amicizia e ascoltare la sua storia, tanto in stazione non c'è altro da fare, a parte aspettare.

Ancora un vecchio e un bambino. Quale storia ci racconteranno?



La storia di Lampo, il cane vissuto nella stazione di Campiglia Marittima tra l'estete del 1953 e quella del 1961, all'epoca stupi e commosse l'Italia. Le sue vicende furono raccolte in un libro che appassionò generazioni di studenti; l'autore, Elvio Barlettani, raccontò per filo e per segno tutte le  avventure che si trovò a vivere in compagnia del suo amico a quattro zampe. Una parte di quella storia, tuttavia, resta ancora oggi avvolta nell'oscurità. Poiché non tutti gradivano questo cane che saliva e scendeva a suo piacimento dalle carrozze dei treni, il personale ferroviario fu costretto ad allontanarlo. Cinque lunghi mesi trascorsi in un luogo non definito del sud Italia, in cui il cane fece perdere le sue tracce, suo malgrado.



Il libro di Daniele Nicastro si inserisce in questa finestra temporale. E' una storia nella storia (ovviamente, di pura fantasia), in quanto tale è anche un'altra storia, dotata di propria autonomia narrativa. Uno dei pregi del libro è proprio quello di non appiattirsi sulle peripezie di Lampo, nel tentando di ricalcare la struttura del testo originario; così che il cane resta si uno degli attori principali del racconto ma non è più l'unico, e la narrazione si muove in una cornice dal respiro molto più ampio. Provando ad immaginare una tra le tante possibili sorti che possano essere toccate all'animale, l'autore ci offre alcuni scorci su quell'Italia popolare, sopravvissuta si ad una Guerra Mondiale, ma ancora avvolta, per larghi strati, nella polvere della miseria; sono scorci che aprono potenti squarci sul nostro recente passat che, dopo pochi decenni di benessere, appare oggi irrimediabilmente lontano, frettolosamente dimenticato. La miseria dei campi e le rivendicazioni per un salario dignitoso (che ciclicamente ritornano, basti pensare ai recenti fatti di cronaca sul "caporalato"), i tumulti e le sommosse, l'arte di vivere arrangiandosi, facendo di necessità virtù, la strada come grande "maestra" di vita; soprattutto, quel darsi reciprocamente una mano anche a costo di togliersi il pane di bocca. In questa cornice si muovono Lampo e il suo nuovo compagno di avventure, nell'inconsapevole viaggio di ritorno verso Campiglia, alla ricerca di un nuovo, possibile, futuro.

Altro non vi svelo, per non provarvi del piacere della lettura.


Certo è che Daniele Nicastro ha scritto un romanzo fortemente ritmato, dotato di piglio incisivo. A questo libro, a me particolarmente caro, auguro personalmente un lungo e radioso viaggio.

"Lampo il cane ferroviere" - Daniele Nicastro (con illustrazioni di Sara Ugolotti) - Il battello a vapore

Per chi volesse approfondire la storia originaria di Lampo, nel libro scritto da Elvio Barlettani nel 1962, rimando a questo link:
Lampo il cane viaggiatore

lunedì 13 maggio 2019

AFK




“AFK” segna il ritorno di Alice Keller presso l’editore Camelozampa, dopo il felice esordio rappresentato da “Nella pancia della balena”. La nuova sfida consiste nello spingersi un gradino oltre,  dove gli “Arcobaleni” si tramutano in  Spore”, in pieno territorio Young Adult.  Alice è pienamente consapevole che,  più ci si immerge nelle turbe dell’adolescenza contemporanea, con i suoi ritmi serrati, talvolta schizofrenici , tanto più diventa necessario lavorare sulla scrittura e la sua musicalità. Non sempre bastano, da sole, le buone storie (per quanto esse costituiscano , ora e sempre, l’ingrediente primario di ogni buon libro), talvolta occorrono narrazioni agili e millimetriche che consentano loro di respirare. AFK ne è una compiuta dimostrazione.


La storia è solida, e di quelle toste, già il titolo mira alla sintesi (AFK è l’acronimo di “away from keyboard”, letteralmente “lontano dalla tastiera”, ovvero il problema e la sua cura) ma l’autrice pare sfrondarla di ogni elemento superfluo, quasi che ogni dettaglio meramente e vanamente descrittivo possa minare il moto su cui si avviluppa il racconto. Gio vive rinchiuso in camera, dove passa le giornate giocando ai videogame, scambiando il giorno con la notte, muovendosi come un animale abitudinario ai suoi orari biologici; la sua tana è un fortino inespugnabile, soprattutto per quel mondo adulto sempre più incapace, non dico di avere il polso della situazione, quantomeno di instaurare un minimo di dialogo con la controparte adolescenziale. In tal senso Afk segna la Caporetto dell’esperienza genitoriale.  Gio è un ragazzo che pone in essere un atteggiamento autistico (probabilmente senza esserlo davvero), scatenato da subiti tentativi di bullismo; egli trova la propria dimensione espressiva isolandosi nel mondo dei videogame con una immedesimazione tale da non aver più una propria vita reale. I genitori, seppur coadiuvati dagli specialisti medici (psicologi e psicanalisti) sembrano incapaci di mettere a fuoco il problema,  lasciando il ragazzo rinchiuso nel suo non mondo.  In questo vorticare schizofrenico di esperienze destinate ad implodere, su cui si struttura la prima parte del romanzo, la Keller ha il pregio di dare vita a quel ticchettare sequenziale di tasti, così simile allo shreddare di certo thrash – metal, convulso, iperveloce,  reiterato.  Non è più il rock dei riff e dei soli de “la pancia della balena”, qui è piena e martellante ritmica, assordante e claustrofobica.



Lo spiraglio di Gio è costituito da sua sorella Emilia, così discreta e perfetta, una  presenza in punta di piedi; lei che c’è senza invadere,  apre la porta e non parla, saluta con uno sguardo e se ne va in silenzio. Lei, unica presenza reale in un mondo virtuale. Lei che pare avulsa da ogni problema,  è anche colei che spacca in due il romanzo,  sottraendolo allo stallo narrativo e ritmico cui pare geneticamente lanciato. Emilia, il cui nome sembra farsi geografia perché questa ragazza minuta e compita l’Emilia te la ricorda davvero; perché tu pensi a quella regione operosa, fatta di gente aperta, gaudente e cordiale, da sembrare perfetta e immune da ogni problema. Eppure anche li si annida quel “cielo padano plumbeo, denso incantato incredulo” capace di renderla malinconica. E paranoica.
Emilia il suo problema lo condivide con il fratello, che si tira letteralmente dietro, facendolo fuoriuscire suo malgrado dal guscio che si era costruito. Visto da fuori, e con l’aiuto di qualcuno che ti parla e sa ascoltarti, anche nei tuoi silenzi, forse il problema non è più insormontabile, ma risolvibile.

Con Emilia così malinconica, a tratti “paranoica”, cambia anche la musica della narrazione, più lenta e simile ad un respiro dell’animo carico di riverberi, pause e slanci, pensieri che saturano l'aria, e tornano le parole di quella celebre canzone:

"Emilia di notti agitate per riempire la vita
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità
E non sei tu, e non sei tu, e non sei tu
Emilia paranoica
Aspetto un'emozione sempre più indefinibile".

La scrittura di Alice Keller è un fiume che non conosce secche, e le coraggiose collane di narrativa della giovane casa editrice Camelozampa costituiscono il richiamo di un mare in cui è ammaliante tuffarsi.


La citazione "cielo padano plumbeo denso incantato incredulo" è tratta dal brano "Linea gotica" dei CSI. 
Gli altri versi virgolettatti sono tratti dal brano "Emilia Paranoica" dei CCCP.


AFK - Alice Keller - Camelozampa - Copertina di Alessandro Baronciani

venerdì 23 novembre 2018

Tutto il mio mondo sei tu


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre 
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. 

Ho appena finito di sfogliare l'ultimo albo di Jimmy Liao quando, in preda ad una forte emozione, mi alzo a prendere il libro dei Canti di Giacomo Leopardi.


Perché Leopardi?

Perché ha saputo descrivere il dolore con taglio nitido, cristallino, rappresentando i propri sentimenti in modo liquido, in quanto tale fluido, vivo. Leggere i versi di Leopardi è come immergersi nell'acqua gelida, e nuotare sotto una crosta di ghiaccio trasparente, da cui scorgi la luce, i riflessi, i passi di chi si muove in superficie, incapace di percepire e ascoltare il tuo malessere.


Perché le "Ricordanze"?

Perché il motivo centrale del libro è il "ricordo", nel vuoto devastante della perdita, e, come conseguenza diretta, la paura di rimuovere dalla propria memoria, ogni traccia di quanto, in un dato momento della nostra esistenza, ha significato tutto per noi. Nell'albo, tuttavia, il tema è esposto in modo armonioso, melodico, musicale, come un ricordo che danza; così quando il cuore si appesantisce e gli occhi si liquefano in un mare di lacrime, è ancora possibile respirare e ambire a vedere la luce. 


Perché questi versi?

Perché l'azione si svolge idealmente in una stanza d'albergo dove avvengono gli incontri che sortiscono rimandi. Anche se Leopardi nella sua poesia per "albergo" intende la propria casa, l'albergo di Liao, ormai abbandonato, è anch'esso la casa dalla piccola protagonista. E di stelle, giardini, soprattutto finestre, è cosparso il racconto.



Liao la tocca forte in questo albo, non la manda  a dire. A partire dalla prima illustrazione, dove la piccola protagonista cammina davanti le lapidi di un cimitero stringendo un cagnolino di pezza che la madre gli ha regalato. Ma è la seconda scena a svelarci l'intensità del viaggio che il lettore si appresta ad affrontare. E' un campo, con un albero in primo piano e un cielo minaccioso sullo sfondo. Soprattutto è un disegno interamente in bianco e nero, eccezion fatta per un paio di particolari, i capelli rossicci della protagonista ripresa di spalle, ormai allontanatasi sullo sfondo, e il cagnolino di pezza, appoggiato su  un ramo dell'albero. Nel linguaggio dei colori di Liao il bianco e nero rappresenta il dolore allo stato acuto e profondo, come ricordano i suoi primi libri scritti dopo la malattia. Mentre il colore del cane di pezza probabilmente ci suggerisce che questi avrà un ruolo centrale nell'economia del racconto. 


Il colore ritorna a partire dal fotogramma successivo, ma è un bosco cupo e claustrofobico quello che si stringe a voler cingere la solitudine della protagonista, per andare a stemperarsi nelle pagine successive, dal candore del bianco che apre all'azzurro del cielo dietro la finestra a centro pagina, per poi accendersi a seguire nella consueta esplosione di colori e prospettive a cui l'autore taiwanese ci ha ormai abituato. Ma è ancora presto per stemperare gli animi.


"La strada dove andavamo a passeggiare ora è colpita da spaventosi uragani".

Seguono scenari di desolazione e abbandono, la piscina vuota nel cui fondale è cresciuta rigogliosa l'erba, o la stazione dei treni che sta per essere demolita. 



"Nessuno va più alla fontana in cima alla montagna. Solo io vado ad esprimere i miei desideri".

Sono parole nette, nel loro incedere onirico, che disegnano lo smarrimento interiore, oltre la magniloquenza delle illustrazioni. 


Salendo le scale e camminando lungo i corridoi cupi, su cui si affacciano le porte chiuse di stanze in cui si narra si celino fantasmi, si giunge alla stanza dei ricordi, dei sogni, delle visioni, delle speranze che producono lussureggianti allucinazioni. In quella stanza, ogni notte, la piccola protagonista incontra qualcuno che ha soggiornato li in un momento cruciale della sua vita. Un giardiniere, una suonatrice di tamburi, un mostro che profuma di citazione letteraria di un noto e celebrato classico dell'infanzia, un traslocatore. Una donna in barca il cui volto e sguardo somigliano a quelli della protagonista.


"Le stelle non sospireranno per nessuno. E per nessuno il tempo si ferma." 

Infine un angelo su una nuvola, che sembra  voler premiare questa bambina che non si è mai arresa, e ha saputo aspettare. E finalmente si inverte il moto delle cose, non è più lei a dover inseguire i ricordi aggrappandosi ad ogni segno lasciato lungo il cammino; nell'abbandono del sogno è l'agognato ricordo a tornare da lei, la pesantezza lascia lo spazio alla leggerezza, con un'immagine iconica, il cagnolino che rientra dalla finestra sospeso in volo, legato ad un palloncino. Ed è finalmente abbraccio, nel calore di un pianto liberatorio, e finalmente di nuovo insieme, in volo.


Poi c'è la luna che restituisce la magia della sospensione. E io ripenso a Leopardi, al suo Canto Notturno:

Che fai Tu, luna,in ciel? dimmi che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai
Contemplando i deserti; indi ti posi.


Domande fanciulle quelle che Leopardi rivolge alla luna, in quanto tali profondamente autentiche. Come quelle che Liao mette in bocca alla sua bambina quando, nella fase del ricordo, interroga idealmente il suo cane:

"Dove sei adesso?"
"Puoi sentire la mia voce?"
"Hai ricevuto le mie lettere?"

Domande bambine per risposte adulte che non sanno arrivare.


La solitudine si può popolare, e dal dolore si può riemergere. Con tenacia e con grazia, con poesia e musica. E la vita si può colorare, sempre.

Lungo il sentiero del ritorno alla consapevolezza, il campo, l'albero e il cielo sono nuovamente a colori. E sulle lapidi, lei torna a portare i fiori.

"Lo so, sei sempre al mio fianco. Non mi hai mai lasciato".


E con questa consapevolezza che si diventa grandi. 

"Solo tu sai che tutto quello che immagino è reale. Tutto il mio mondo sei tu".



Io so che un giorno, spero lontano, avrò tanto bisogno di questo libro. Grazie per averlo scritto, Jimmy Liao.

"Tutto il mio mondo sei tu" - Jimmy Liao - Camelozampa

 Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

mercoledì 19 settembre 2018

La mela e la farfalla


Se dovessi sintetizzare in un'espressione la dimensione artistica e intellettuale di Iela Mari, prenderei a prestito una celebre frase di un celebre libro, e, rovesciandone il significato, direi che:

"l'essenziale è (ben) visibile agli occhi".

In quanto tale, si imprime, e incide. Permane.


Nei "silent book" di Iela Mari c'è l'essenzialità dello sguardo che bandisce il superfluo. Uno sguardo al contempo artistico e biologico, sull'armoniosa geometria della natura che ci circonda, e quella circolarità che avvolge nel suo dipanarsi; che si ripete nel suo rinnovarsi. Circolarità di forme che è anche circolarità di storie, nel tentativo difficile, eppure pienamente riuscito, di dare una dimensione poetica ad un albo dal pregevole taglio scientifico. 


In "la mela e la farfalla", scritto con il marito Enzo Mari, la circolarità della storia è data dal bruco che si forma all'interno di una mela, e nutrendosi arriva a bucarla per fuoriuscirne entrando di diritto nel "mondo"; il bruco tesse un filo e si cala sul ramo; entra nel bozzolo dove, al riparo da occhi indiscreti si trasforma; fino a diventare farfalla che esce dal bozzolo.


Ovviamente tutto questo percorso che, in estrema sintesi, mi trovo a descrivere, avviene con una precisa cadenza, sia dal punto di vista narrativo che da quello biologico e naturalistico. 


Le illustrazioni, con piccoli e precisi particolari che evolvono da una tavola all'altra esaltano il passare del tempo nell'avvicendarsi delle stagioni. Estate, Autunno, Inverno, Primavera; le foglie verdi e grandi, le foglie scurite che cadono lasciando il ramo spoglio, il letargo nel bozzolo, infine il levarsi in volo. 

La farfalla che vola sul fiore, lo feconda, diventa mela. Il cerchio vitale si chiude, quello della storia potrebbe idealmente riprendere, pronto a lanciarsi in un nuovo volo, con rinnovata linfa.


Tutto questo avviene senza fretta, nella magia del silenzio; e l'assenza di parole acuisce il senso di stupore e mistero. La natura è un miracolo a cui possiamo assistere, gratuitamente, ogni giorno.

"La mela e la farfalla" -Iela ed Enzo Mari -  Babalibri

mercoledì 29 agosto 2018

In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi


La prima volta che visitai la casa di Giacomo Leopardi fu con la mia mia amica Eva, studentessa di letteratura alla Sapienza di Roma, e grande appassionata del poeta recanatese. Avevamo entrambi 21 anni, e una domenica mattina di aprile del 1994 partimmo da Terni con l'Intercity delle 7:00 per Ancona, dove cambiammo con un altro treno per Porto Recanati. Da li imboccammo la strada per il paese di Recanati, che distava la bellezza di 12,5 km, quasi tutti in salita. E la domenica, all'epoca, non circolavano bus. Prima dell'avvento di internet funzionava così, all'avventura, senza saper bene cosa si trovava, all'occorrenza ci si arrangiava. Noi due ci arrangiammo facendo l'autostop a salire e a scendere, risparmiandoci 25 km di scarpinata.


Due cose mi colpirono, e accaddero entrambe dopo la visita della casa. Per lunghi tratti, girando dentro il borgo, non incontrammo anima viva. Sarà stata la domenica che non si lavorava, sarà stato il tempo del giorno, simile all'autunno inoltrato e ventoso che prometteva pioggia, così poco incline a una giornata primaverile. Ma sembrò ad entrambi di stare fuori dal mondo. Lì, per la prima volta capii intimamente e profondamente gli stati d'animo dell'uomo Leopardi, il suo desiderio di uscire dal borgo per abbracciare dal mondo. Eravamo quasi alle soglie del nuovo millennio, eppure mi sentivo di stare dentro la storia, ma completamente fuori dal tempo.

La seconda impressione la ebbi andando a visitare il celebre Colle dell'Infinito. Non so cosa mi aspettassi all'epoca, ma rimasi perplesso. C'era un bel paesaggio aperto, collinare, come pure avrei potuto trovare da qualsiasi altra parte. Ma quel mare in cui naufragare? Leopardi il mare lo aveva dentro, e poi lui non guardava, mirava, che era un osservare e pensare insieme, quindi un guardare oltre attingendo nel profondo del proprio inchiostro interiore. Nel 1819, l'anno dell'Infinito, Giacomo aveva 21 anni, gli stessi che avevamo io ed Eva quel giorno. Ma noi eravamo distanti anni luce da una tale capacità di elaborazione e sintesi. D'altro canto, chi altri sarebbe stato in grado di inscenare un "Naufragio senza spettatore, né Dio né uomo", per usare le parole di Cesare Luporini?


La bellezza di questo libro scritto da Silvia Vecchini, e illustrato da Emanuela Orciari, sta nell'aver idealmente aperto le stanze di Palazzo Leopardi consentendo a noi lettori di camminarci dentro, passeggiando compiutamente attraverso quei luoghi in cui sono germogliati i pensieri, poi tramutati in versi, dal grande poeta recanatese. Basta sedersi un attimo in giardino:

"Le cose che non sapeva, le immaginava. La sua fantasia era senza freni, instancabile e libera, faceva grandi le piccole cose, illuminava quelle oscure, abbelliva le disadorne. Niente era senza senso. Ragionava con le nubi, interrogava alberi e fiori. Accarezzava sassi e legni. Alle lucciole era affezionato in modo particolare. Al loro volo lento, leggero, intermittente. Alla vita breve".

Servendosi della voce discreta e intima della sorella Paolina, Silvia Vecchini ci accompagna nella testa e nel cuore di Giacomo, dove tutto è nato e si è compiuto. Il giardino, la biblioteca, la stanza degli scacchi, la stanza dei sogni, gli specchi e le finestre, diventano luoghi dell'animo, in cui assistiamo all'aprirsi di scorci e spiragli su una storia che, strano a dirsi, in buona sostanza non conosciamo.

"Nel 1819, dopo aver incontrato una ragazza di Recanati, la notte stessa la vide in sogno. Parlò con lei, le baciò la mano. Provò una felicità intensa. Si svegliò emozionato, come se quell'immagine fosse vera e anni dopo la trasformò nella poesia Il Sogno. Un'altra volta sognò la luna che cadeva nel nostro giardino. La vide proprio precipitare, colpire il terreno in una nebbia di scintille, e stridere e fumare come un carbone buttato in acqua. Anche questa immagine finì in un'altra poesia. Quando lascìò Recanati non gli capitò più di sognare. Fuori da questa casa non sognò mai. La sua stanza di ragazzo imprigionò le sue visioni notturne".



Il testo, così agile eppure intenso, e lieve seppur vissuto, è superbamente illustrato da Emanuela Orciari; i suoi disegni, così interiorizzanti, rendono bene quel fitto carteggio tra "pensiero poetante" e "poesia pensante" che, per dirla con Antonio Prete, costituiscono uno dei principali lasciti del poeta recanatese. Le illustrazioni di Emanuela Orciari sono sguardi sospesi che sollevano venti velati di incanti.

Venti e naufragi. Ecco, noi pensiamo spesso alla musica limpida e cristallina dei Canti, in una visione idillica della vita che si frantuma a contatto con la realtà circostante. Nel triste infrangersi della Storia di un'anima. Ma Giacomo Leopardi fu randagio assai.

Io nacqui nel 1973, Walter Binni allora scriveva:

"Leopardi può toccare e rivelare, sull'onda della sua delusione storica ed esistenziale, i più profondi motivi del nulla, della noia-angoscia, della vita come morte, ma mai manca di dare a questi stessi motivi, pur così potentemente individuati ed espressi, un valore di stimolo all'energia virile dell'uomo, alla nobiltà del suo coraggio di verità e di resistenza ribelle. E i suoi veri avversari non sono gli uomini, ma le loro immagini degradate dalla viltà, dalle menzogne interessate o sciocche, dalle ideologie spiritualistiche, religiose, reazionarie, e, dietro quelle, l'ordine naturale della realtà sbagliata e corruttrice".

"La protesta di Leopardi", solitaria e tenace come quel fiore nel deserto.

E allora sediamoci un attimo ad ascoltare come soffia il vento.

"Giacomo scrisse la sua ultima canzone a Torre del Greco, Napoli. La dedicò ad un fiore senza giardino, selvaggio, che intristisce se costretto in vaso. La ginestra. Un fiore capace di crescere in quel luogo desolato, inospitale che sono le pendici del Vesuvio. Un fiore che resiste, tenace e flessibile. Né sottomesso dalla natura, né insensatamente orgoglioso. Come un uomo che ha il coraggio di guardare al proprio destino senza nulla togliere alla verità di ciò che vede, così la ginestra è pronta a piegare il capo al sopraggiungere della lava ma nello stesso tempo è piena di dignità di fronte alla propria condizione. E soprattutto resta un fiore. In mezzo a un luogo deserto, dove non cresce nient'altro, la ginestra porta la sua bellezza e spande il suo profumo. Offre i suoi colori. Come un uccello solitario il suo canto. Non è questa la poesia di mio fratello?"



E soprattutto ricordiamoci che:

"Quando scriveva Giacomo era felice."

"Amava comporre, trasformare in musica i colori, la luce, le ombre, le increspature del mare, il vento tra i rami, le siepi. Amava tradurre il pensiero, in versi."

"Giacomo sentiva e pensava  il mondo dentro questo ritmo, lo catturava tra le maglie di una rete fatta di suoni che si richiamavano, si cercavano di stanza in stanza, aggiungevano bellezza alla bellezza".

"Per Giacomo il tempo passato a scrivere fu in assoluto il migliore della sua vita".


"In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi" - Silvia Vecchini, Emanuela Orciari - rueBallu

venerdì 10 agosto 2018

Vivavoce



"E poi, a sorpresa, mi prese il sonno e mi addormentai, e sognai che stavo a piedi nudi su una spiaggia con un libro in mano. Tenevo i piedi proprio a riva, sul bagnasciuga, coi jeans arrotolati fino al polpaccio, e l'acqua fresca e schiumosa mi veniva incontro, mi lambiva le caviglie e poi si ritirava. Leggevo ad alta voce, la faccia rivolta al mare, il sole sulle pagine, e come sottofondo, sentivo piano il rumore dolce e costante delle onde che si ripetevano, che andavano avanti e indietro, che dicevano continua a leggere, Lucio, continua a leggere, continua".

Lucio ha la "voce che canta" perché la penna di Antonio brilla nell'oscurità, e la sua scrittura si fa marea e risacca.

Ferrara ci ha ormai viziato col suo mescolare la narrativa al teatro; te ne accorgi dai gesti dei suoi personaggi, da certe entrate e uscite di scena repentine e rocambolesche, drammatiche e comiche, talvolta tragiche. Capitoli che durano quanto un respiro, con quel ritmo regolare che non si arresta; mai un cedimento narrativo, mai una caduta di stile. Un Mai che diventa Per Sempre.

L'uomo - autore Ferrara sa che la commistione dei generi letterari assomiglia agli incroci della vita, dove si viene e si va, talvolta si torna, raramente si resta. Da qualche parte, o, ancor meglio, impressi nella mente e nel cuore di qualcuno. Dove le abilità apparentemente inutili si mettono a frutto, e possono anche salvarti l'anima; la tua, e quella di chi ti attraversa la strada.


La nostra esistenza su questa Terra è legata ad un soffio, e Antonio Ferrara la percorre e la canta come il samurai di Mishima:

"La vita umana non dura che un istante, bisognerebbe trascorrerla a fare ciò che piace. In questo mondo fugace come un sogno, vivere nell'affanno è follia".

Anche nei momenti drammatici c'è spazio per un po' di sana commedia. Così leggendo alcune righe, ti trovi a ridere ad alta voce, e dopo poche pagine ti sciogli in lacrime. E non è polvere agli occhi sai, sono solo parole che sanno dove andare, e come colpire.

"Vivavoce" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

giovedì 5 luglio 2018

La stanza del lupo




Le nuvole

Vanno
Vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

(Fabrizio De André - Le nuvole)

Così Nico si sdraia a terra, e gioca con Claudia a lasciar sfilare le nuvole con lo sguardo. E gli sembra di toccare il cielo con un dito.  La vita odora di sogno, d'amore, profuma di limone. Forse è solo un'illusione. Nico conosce un altro tipo di nubi, invisibili all'occhio umano; cupe e minacciose, offuscano l'animo. Sono quelle nuvole lì che, "quando si fermano", scatenano violenti temporali interiori; braccano il cuore, lo azzannano come farebbe un lupo, togliendo il respiro.    


Attraverso la figura di Nico conosciamo la rabbia ferina, violenta, che colpisce come una furia cieca. Un sentimento primordiale, che sembra riportare l'uomo allo stato brado, animale. Capace di far saltare per aria ogni tentativo relazionale, da quello iniziale tra genitore e figlio. E' un istinto che si antepone ad ogni lettura logica, è una forza che sovrasta, non puoi prenderla di petto perché ti schiaccia. Allora devi aprire finestre per respirare, e costruire ponti, per attraversarla indenne. E, se sei fortunato, trovare qualcuno che ti ascolta e riesce ad apprezzarti per quello che sei, come Claudia. E magari persino capace di stanare dal buio i colori che albergano in te, come il professor Dalì.

Poi c'è la storia di Leo che, seppur profondamente intrecciata a quella dell'amico protagonista, vive di una propria autonomia narrativa. Attraversa il romanzo come una meteora che marchia il cielo, lo infiamma, per andare a schiantarsi, seguendo, imperturbabile, la sua traiettoria. C'è una feroce coerenza narrativa nella parabola tracciata intorno a questo ragazzo,"cazzone" per indole e per vocazione, dall'inizio alla fine. Leo perde il contatto con la realtà, confonde il coraggio con l'incoscienza, scommette con la vita. In cambio di cosa? Non ci è dato saperlo, ma quante giovani meteore si bruciano con leggerezza per un briciolo di visibilità? 



"La stanza del Lupo" di Gabriele Clima colpisce il lettore con la potenza di un tornado, mandando i suoi pensieri in frantumi. Lasciandolo sbigottito, attonito. Sopravvissuto. E' un libro che attraversa la selva oscura dell'animo umano per piantarvi un fiore; quel fiore, pregiato, è la scrittura del suo autore. Delicata, emotiva, intensa. Empatica. In una parola, preziosa.

"La stanza del lupo" - Gabriele Clima - San Paolo

Coda (senza pianoforte)

Ricordo un pomeriggio della mia tardo-adolescenza, vivevo spesso rintanato in camera; in un periodo di profonda solitudine scrissi una poesia sulla "rabbia". Allora la immaginai come un vino, un sentimento liquido che sorseggi a poco a poco; qualcosa di mutevole, capace di avvolgere e impastare l'animo. Uno stato d'animo che seduce e inebria infine ubriaca, offuscando la lucidità. Ma la rabbia, in fondo, è anche un rimedio, seppur parziale e fallace, contro l'apatia, quel devastante senso d'inedia che ogni tanto si impossessa della mente e la fiacca. Una forma di resistenza per restare in vita, quando un feroce senso di incompiutezza ti bracca.


Rabbia

Sgorga...
sversata
precipita...
colma...
ondeggia...
...si posa.
Ancora oggi
nelle serate
rosso rubino
l'unico modo
che ho
per ubriacarmi
di vita.