venerdì 23 novembre 2018

Tutto il mio mondo sei tu


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre 
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. 

Ho appena finito di sfogliare l'ultimo albo di Jimmy Liao quando, in preda ad una forte emozione, mi alzo a prendere il libro dei Canti di Giacomo Leopardi.


Perché Leopardi?

Perché ha saputo descrivere il dolore con taglio nitido, cristallino, rappresentando i propri sentimenti in modo liquido, in quanto tale fluido, vivo. Leggere i versi di Leopardi è come immergersi nell'acqua gelida, e nuotare sotto una crosta di ghiaccio trasparente, da cui scorgi la luce, i riflessi, i passi di chi si muove in superficie, incapace di percepire e ascoltare il tuo malessere.


Perché le "Ricordanze"?

Perché il motivo centrale del libro è il "ricordo", nel vuoto devastante della perdita, e, come conseguenza diretta, la paura di rimuovere dalla propria memoria, ogni traccia di quanto, in un dato momento della nostra esistenza, ha significato tutto per noi. Nell'albo, tuttavia, il tema è esposto in modo armonioso, melodico, musicale, come un ricordo che danza; così quando il cuore si appesantisce e gli occhi si liquefano in un mare di lacrime, è ancora possibile respirare e ambire a vedere la luce. 


Perché questi versi?

Perché l'azione si svolge idealmente in una stanza d'albergo dove avvengono gli incontri che sortiscono rimandi. Anche se Leopardi nella sua poesia per "albergo" intende la propria casa, l'albergo di Liao, ormai abbandonato, è anch'esso la casa dalla piccola protagonista. E di stelle, giardini, soprattutto finestre, è cosparso il racconto.



Liao la tocca forte in questo albo, non la manda  a dire. A partire dalla prima illustrazione, dove la piccola protagonista cammina davanti le lapidi di un cimitero stringendo un cagnolino di pezza che la madre gli ha regalato. Ma è la seconda scena a svelarci l'intensità del viaggio che il lettore si appresta ad affrontare. E' un campo, con un albero in primo piano e un cielo minaccioso sullo sfondo. Soprattutto è un disegno interamente in bianco e nero, eccezion fatta per un paio di particolari, i capelli rossicci della protagonista ripresa di spalle, ormai allontanatasi sullo sfondo, e il cagnolino di pezza, appoggiato su  un ramo dell'albero. Nel linguaggio dei colori di Liao il bianco e nero rappresenta il dolore allo stato acuto e profondo, come ricordano i suoi primi libri scritti dopo la malattia. Mentre il colore del cane di pezza probabilmente ci suggerisce che questi avrà un ruolo centrale nell'economia del racconto. 


Il colore ritorna a partire dal fotogramma successivo, ma è un bosco cupo e claustrofobico quello che si stringe a voler cingere la solitudine della protagonista, per andare a stemperarsi nelle pagine successive, dal candore del bianco che apre all'azzurro del cielo dietro la finestra a centro pagina, per poi accendersi a seguire nella consueta esplosione di colori e prospettive a cui l'autore taiwanese ci ha ormai abituato. Ma è ancora presto per stemperare gli animi.


"La strada dove andavamo a passeggiare ora è colpita da spaventosi uragani".

Seguono scenari di desolazione e abbandono, la piscina vuota nel cui fondale è cresciuta rigogliosa l'erba, o la stazione dei treni che sta per essere demolita. 



"Nessuno va più alla fontana in cima alla montagna. Solo io vado ad esprimere i miei desideri".

Sono parole nette, nel loro incedere onirico, che disegnano lo smarrimento interiore, oltre la magniloquenza delle illustrazioni. 


Salendo le scale e camminando lungo i corridoi cupi, su cui si affacciano le porte chiuse di stanze in cui si narra si celino fantasmi, si giunge alla stanza dei ricordi, dei sogni, delle visioni, delle speranze che producono lussureggianti allucinazioni. In quella stanza, ogni notte, la piccola protagonista incontra qualcuno che ha soggiornato li in un momento cruciale della sua vita. Un giardiniere, una suonatrice di tamburi, un mostro che profuma di citazione letteraria di un noto e celebrato classico dell'infanzia, un traslocatore. Una donna in barca il cui volto e sguardo somigliano a quelli della protagonista.


"Le stelle non sospireranno per nessuno. E per nessuno il tempo si ferma." 

Infine un angelo su una nuvola, che sembra  voler premiare questa bambina che non si è mai arresa, e ha saputo aspettare. E finalmente si inverte il moto delle cose, non è più lei a dover inseguire i ricordi aggrappandosi ad ogni segno lasciato lungo il cammino; nell'abbandono del sogno è l'agognato ricordo a tornare da lei, la pesantezza lascia lo spazio alla leggerezza, con un'immagine iconica, il cagnolino che rientra dalla finestra sospeso in volo, legato ad un palloncino. Ed è finalmente abbraccio, nel calore di un pianto liberatorio, e finalmente di nuovo insieme, in volo.


Poi c'è la luna che restituisce la magia della sospensione. E io ripenso a Leopardi, al suo Canto Notturno:

Che fai Tu, luna,in ciel? dimmi che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai
Contemplando i deserti; indi ti posi.


Domande fanciulle quelle che Leopardi rivolge alla luna, in quanto tali profondamente autentiche. Come quelle che Liao mette in bocca alla sua bambina quando, nella fase del ricordo, interroga idealmente il suo cane:

"Dove sei adesso?"
"Puoi sentire la mia voce?"
"Hai ricevuto le mie lettere?"

Domande bambine per risposte adulte che non sanno arrivare.


La solitudine si può popolare, e dal dolore si può riemergere. Con tenacia e con grazia, con poesia e musica. E la vita si può colorare, sempre.

Lungo il sentiero del ritorno alla consapevolezza, il campo, l'albero e il cielo sono nuovamente a colori. E sulle lapidi, lei torna a portare i fiori.

"Lo so, sei sempre al mio fianco. Non mi hai mai lasciato".


E con questa consapevolezza che si diventa grandi. 

"Solo tu sai che tutto quello che immagino è reale. Tutto il mio mondo sei tu".



Io so che un giorno, spero lontano, avrò tanto bisogno di questo libro. Grazie per averlo scritto, Jimmy Liao.

"Tutto il mio mondo sei tu" - Jimmy Liao - Camelozampa

 Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

mercoledì 19 settembre 2018

La mela e la farfalla


Se dovessi sintetizzare in un'espressione la dimensione artistica e intellettuale di Iela Mari, prenderei a prestito una celebre frase di un celebre libro, e, rovesciandone il significato, direi che:

"l'essenziale è (ben) visibile agli occhi".

In quanto tale, si imprime, e incide. Permane.


Nei "silent book" di Iela Mari c'è l'essenzialità dello sguardo che bandisce il superfluo. Uno sguardo al contempo artistico e biologico, sull'armoniosa geometria della natura che ci circonda, e quella circolarità che avvolge nel suo dipanarsi; che si ripete nel suo rinnovarsi. Circolarità di forme che è anche circolarità di storie, nel tentativo difficile, eppure pienamente riuscito, di dare una dimensione poetica ad un albo dal pregevole taglio scientifico. 


In "la mela e la farfalla", scritto con il marito Enzo Mari, la circolarità della storia è data dal bruco che si forma all'interno di una mela, e nutrendosi arriva a bucarla per fuoriuscirne entrando di diritto nel "mondo"; il bruco tesse un filo e si cala sul ramo; entra nel bozzolo dove, al riparo da occhi indiscreti si trasforma; fino a diventare farfalla che esce dal bozzolo.


Ovviamente tutto questo percorso che, in estrema sintesi, mi trovo a descrivere, avviene con una precisa cadenza, sia dal punto di vista narrativo che da quello biologico e naturalistico. 


Le illustrazioni, con piccoli e precisi particolari che evolvono da una tavola all'altra esaltano il passare del tempo nell'avvicendarsi delle stagioni. Estate, Autunno, Inverno, Primavera; le foglie verdi e grandi, le foglie scurite che cadono lasciando il ramo spoglio, il letargo nel bozzolo, infine il levarsi in volo. 

La farfalla che vola sul fiore, lo feconda, diventa mela. Il cerchio vitale si chiude, quello della storia potrebbe idealmente riprendere, pronto a lanciarsi in un nuovo volo, con rinnovata linfa.


Tutto questo avviene senza fretta, nella magia del silenzio; e l'assenza di parole acuisce il senso di stupore e mistero. La natura è un miracolo a cui possiamo assistere, gratuitamente, ogni giorno.

"La mela e la farfalla" -Iela ed Enzo Mari -  Babalibri

mercoledì 29 agosto 2018

In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi


La prima volta che visitai la casa di Giacomo Leopardi fu con la mia mia amica Eva, studentessa di letteratura alla Sapienza di Roma, e grande appassionata del poeta recanatese. Avevamo entrambi 21 anni, e una domenica mattina di aprile del 1994 partimmo da Terni con l'Intercity delle 7:00 per Ancona, dove cambiammo con un altro treno per Porto Recanati. Da li imboccammo la strada per il paese di Recanati, che distava la bellezza di 12,5 km, quasi tutti in salita. E la domenica, all'epoca, non circolavano bus. Prima dell'avvento di internet funzionava così, all'avventura, senza saper bene cosa si trovava, all'occorrenza ci si arrangiava. Noi due ci arrangiammo facendo l'autostop a salire e a scendere, risparmiandoci 25 km di scarpinata.


Due cose mi colpirono, e accaddero entrambe dopo la visita della casa. Per lunghi tratti, girando dentro il borgo, non incontrammo anima viva. Sarà stata la domenica che non si lavorava, sarà stato il tempo del giorno, simile all'autunno inoltrato e ventoso che prometteva pioggia, così poco incline a una giornata primaverile. Ma sembrò ad entrambi di stare fuori dal mondo. Lì, per la prima volta capii intimamente e profondamente gli stati d'animo dell'uomo Leopardi, il suo desiderio di uscire dal borgo per abbracciare dal mondo. Eravamo quasi alle soglie del nuovo millennio, eppure mi sentivo di stare dentro la storia, ma completamente fuori dal tempo.

La seconda impressione la ebbi andando a visitare il celebre Colle dell'Infinito. Non so cosa mi aspettassi all'epoca, ma rimasi perplesso. C'era un bel paesaggio aperto, collinare, come pure avrei potuto trovare da qualsiasi altra parte. Ma quel mare in cui naufragare? Leopardi il mare lo aveva dentro, e poi lui non guardava, mirava, che era un osservare e pensare insieme, quindi un guardare oltre attingendo nel profondo del proprio inchiostro interiore. Nel 1819, l'anno dell'Infinito, Giacomo aveva 21 anni, gli stessi che avevamo io ed Eva quel giorno. Ma noi eravamo distanti anni luce da una tale capacità di elaborazione e sintesi. D'altro canto, chi altri sarebbe stato in grado di inscenare un "Naufragio senza spettatore, né Dio né uomo", per usare le parole di Cesare Luporini?


La bellezza di questo libro scritto da Silvia Vecchini, e illustrato da Emanuela Orciari, sta nell'aver idealmente aperto le stanze di Palazzo Leopardi consentendo a noi lettori di camminarci dentro, passeggiando compiutamente attraverso quei luoghi in cui sono germogliati i pensieri, poi tramutati in versi, dal grande poeta recanatese. Basta sedersi un attimo in giardino:

"Le cose che non sapeva, le immaginava. La sua fantasia era senza freni, instancabile e libera, faceva grandi le piccole cose, illuminava quelle oscure, abbelliva le disadorne. Niente era senza senso. Ragionava con le nubi, interrogava alberi e fiori. Accarezzava sassi e legni. Alle lucciole era affezionato in modo particolare. Al loro volo lento, leggero, intermittente. Alla vita breve".

Servendosi della voce discreta e intima della sorella Paolina, Silvia Vecchini ci accompagna nella testa e nel cuore di Giacomo, dove tutto è nato e si è compiuto. Il giardino, la biblioteca, la stanza degli scacchi, la stanza dei sogni, gli specchi e le finestre, diventano luoghi dell'animo, in cui assistiamo all'aprirsi di scorci e spiragli su una storia che, strano a dirsi, in buona sostanza non conosciamo.

"Nel 1819, dopo aver incontrato una ragazza di Recanati, la notte stessa la vide in sogno. Parlò con lei, le baciò la mano. Provò una felicità intensa. Si svegliò emozionato, come se quell'immagine fosse vera e anni dopo la trasformò nella poesia Il Sogno. Un'altra volta sognò la luna che cadeva nel nostro giardino. La vide proprio precipitare, colpire il terreno in una nebbia di scintille, e stridere e fumare come un carbone buttato in acqua. Anche questa immagine finì in un'altra poesia. Quando lascìò Recanati non gli capitò più di sognare. Fuori da questa casa non sognò mai. La sua stanza di ragazzo imprigionò le sue visioni notturne".



Il testo, così agile eppure intenso, e lieve seppur vissuto, è superbamente illustrato da Emanuela Orciari; i suoi disegni, così interiorizzanti, rendono bene quel fitto carteggio tra "pensiero poetante" e "poesia pensante" che, per dirla con Antonio Prete, costituiscono uno dei principali lasciti del poeta recanatese. Le illustrazioni di Emanuela Orciari sono sguardi sospesi che sollevano venti velati di incanti.

Venti e naufragi. Ecco, noi pensiamo spesso alla musica limpida e cristallina dei Canti, in una visione idillica della vita che si frantuma a contatto con la realtà circostante. Nel triste infrangersi della Storia di un'anima. Ma Giacomo Leopardi fu randagio assai.

Io nacqui nel 1973, Walter Binni allora scriveva:

"Leopardi può toccare e rivelare, sull'onda della sua delusione storica ed esistenziale, i più profondi motivi del nulla, della noia-angoscia, della vita come morte, ma mai manca di dare a questi stessi motivi, pur così potentemente individuati ed espressi, un valore di stimolo all'energia virile dell'uomo, alla nobiltà del suo coraggio di verità e di resistenza ribelle. E i suoi veri avversari non sono gli uomini, ma le loro immagini degradate dalla viltà, dalle menzogne interessate o sciocche, dalle ideologie spiritualistiche, religiose, reazionarie, e, dietro quelle, l'ordine naturale della realtà sbagliata e corruttrice".

"La protesta di Leopardi", solitaria e tenace come quel fiore nel deserto.

E allora sediamoci un attimo ad ascoltare come soffia il vento.

"Giacomo scrisse la sua ultima canzone a Torre del Greco, Napoli. La dedicò ad un fiore senza giardino, selvaggio, che intristisce se costretto in vaso. La ginestra. Un fiore capace di crescere in quel luogo desolato, inospitale che sono le pendici del Vesuvio. Un fiore che resiste, tenace e flessibile. Né sottomesso dalla natura, né insensatamente orgoglioso. Come un uomo che ha il coraggio di guardare al proprio destino senza nulla togliere alla verità di ciò che vede, così la ginestra è pronta a piegare il capo al sopraggiungere della lava ma nello stesso tempo è piena di dignità di fronte alla propria condizione. E soprattutto resta un fiore. In mezzo a un luogo deserto, dove non cresce nient'altro, la ginestra porta la sua bellezza e spande il suo profumo. Offre i suoi colori. Come un uccello solitario il suo canto. Non è questa la poesia di mio fratello?"



E soprattutto ricordiamoci che:

"Quando scriveva Giacomo era felice."

"Amava comporre, trasformare in musica i colori, la luce, le ombre, le increspature del mare, il vento tra i rami, le siepi. Amava tradurre il pensiero, in versi."

"Giacomo sentiva e pensava  il mondo dentro questo ritmo, lo catturava tra le maglie di una rete fatta di suoni che si richiamavano, si cercavano di stanza in stanza, aggiungevano bellezza alla bellezza".

"Per Giacomo il tempo passato a scrivere fu in assoluto il migliore della sua vita".


"In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi" - Silvia Vecchini, Emanuela Orciari - rueBallu

venerdì 10 agosto 2018

Vivavoce



"E poi, a sorpresa, mi prese il sonno e mi addormentai, e sognai che stavo a piedi nudi su una spiaggia con un libro in mano. Tenevo i piedi proprio a riva, sul bagnasciuga, coi jeans arrotolati fino al polpaccio, e l'acqua fresca e schiumosa mi veniva incontro, mi lambiva le caviglie e poi si ritirava. Leggevo ad alta voce, la faccia rivolta al mare, il sole sulle pagine, e come sottofondo, sentivo piano il rumore dolce e costante delle onde che si ripetevano, che andavano avanti e indietro, che dicevano continua a leggere, Lucio, continua a leggere, continua".

Lucio ha la "voce che canta" perché la penna di Antonio brilla nell'oscurità, e la sua scrittura si fa marea e risacca.

Ferrara ci ha ormai viziato col suo mescolare la narrativa al teatro; te ne accorgi dai gesti dei suoi personaggi, da certe entrate e uscite di scena repentine e rocambolesche, drammatiche e comiche, talvolta tragiche. Capitoli che durano quanto un respiro, con quel ritmo regolare che non si arresta; mai un cedimento narrativo, mai una caduta di stile. Un Mai che diventa Per Sempre.

L'uomo - autore Ferrara sa che la commistione dei generi letterari assomiglia agli incroci della vita, dove si viene e si va, talvolta si torna, raramente si resta. Da qualche parte, o, ancor meglio, impressi nella mente e nel cuore di qualcuno. Dove le abilità apparentemente inutili si mettono a frutto, e possono anche salvarti l'anima; la tua, e quella di chi ti attraversa la strada.


La nostra esistenza su questa Terra è legata ad un soffio, e Antonio Ferrara la percorre e la canta come il samurai di Mishima:

"La vita umana non dura che un istante, bisognerebbe trascorrerla a fare ciò che piace. In questo mondo fugace come un sogno, vivere nell'affanno è follia".

Anche nei momenti drammatici c'è spazio per un po' di sana commedia. Così leggendo alcune righe, ti trovi a ridere ad alta voce, e dopo poche pagine ti sciogli in lacrime. E non è polvere agli occhi sai, sono solo parole che sanno dove andare, e come colpire.

"Vivavoce" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

giovedì 5 luglio 2018

La stanza del lupo




Le nuvole

Vanno
Vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

(Fabrizio De André - Le nuvole)

Così Nico si sdraia a terra, e gioca con Claudia a lasciar sfilare le nuvole con lo sguardo. E gli sembra di toccare il cielo con un dito.  La vita odora di sogno, d'amore, profuma di limone. Forse è solo un'illusione. Nico conosce un altro tipo di nubi, invisibili all'occhio umano; cupe e minacciose, offuscano l'animo. Sono quelle nuvole lì che, "quando si fermano", scatenano violenti temporali interiori; braccano il cuore, lo azzannano come farebbe un lupo, togliendo il respiro.    


Attraverso la figura di Nico conosciamo la rabbia ferina, violenta, che colpisce come una furia cieca. Un sentimento primordiale, che sembra riportare l'uomo allo stato brado, animale. Capace di far saltare per aria ogni tentativo relazionale, da quello iniziale tra genitore e figlio. E' un istinto che si antepone ad ogni lettura logica, è una forza che sovrasta, non puoi prenderla di petto perché ti schiaccia. Allora devi aprire finestre per respirare, e costruire ponti, per attraversarla indenne. E, se sei fortunato, trovare qualcuno che ti ascolta e riesce ad apprezzarti per quello che sei, come Claudia. E magari persino capace di stanare dal buio i colori che albergano in te, come il professor Dalì.

Poi c'è la storia di Leo che, seppur profondamente intrecciata a quella dell'amico protagonista, vive di una propria autonomia narrativa. Attraversa il romanzo come una meteora che marchia il cielo, lo infiamma, per andare a schiantarsi, seguendo, imperturbabile, la sua traiettoria. C'è una feroce coerenza narrativa nella parabola tracciata intorno a questo ragazzo,"cazzone" per indole e per vocazione, dall'inizio alla fine. Leo perde il contatto con la realtà, confonde il coraggio con l'incoscienza, scommette con la vita. In cambio di cosa? Non ci è dato saperlo, ma quante giovani meteore si bruciano con leggerezza per un briciolo di visibilità? 



"La stanza del Lupo" di Gabriele Clima colpisce il lettore con la potenza di un tornado, mandando i suoi pensieri in frantumi. Lasciandolo sbigottito, attonito. Sopravvissuto. E' un libro che attraversa la selva oscura dell'animo umano per piantarvi un fiore; quel fiore, pregiato, è la scrittura del suo autore. Delicata, emotiva, intensa. Empatica. In una parola, preziosa.

"La stanza del lupo" - Gabriele Clima - San Paolo

Coda (senza pianoforte)

Ricordo un pomeriggio della mia tardo-adolescenza, vivevo spesso rintanato in camera; in un periodo di profonda solitudine scrissi una poesia sulla "rabbia". Allora la immaginai come un vino, un sentimento liquido che sorseggi a poco a poco; qualcosa di mutevole, capace di avvolgere e impastare l'animo. Uno stato d'animo che seduce e inebria infine ubriaca, offuscando la lucidità. Ma la rabbia, in fondo, è anche un rimedio, seppur parziale e fallace, contro l'apatia, quel devastante senso d'inedia che ogni tanto si impossessa della mente e la fiacca. Una forma di resistenza per restare in vita, quando un feroce senso di incompiutezza ti bracca.


Rabbia

Sgorga...
sversata
precipita...
colma...
ondeggia...
...si posa.
Ancora oggi
nelle serate
rosso rubino
l'unico modo
che ho
per ubriacarmi
di vita.


venerdì 20 aprile 2018

Poesie naturali



Conchiglia

Memoria minerale di animale
fluttuata lentamente
sul liquido silenzio del fondale.

E trascinata via dalla corrente
in tumultuose erranze
migrante per azzurre lontananze.

Per chi all'orecchio adesso ti avvicina - 
raccolta sulla sabbia una mattina - 
hai solo una canzone da cantare:

la nostalgia del mare.





La poesia è minerale.

Sedimenta nell'inconscio, stratifica nella memoria, fino a quando qualcosa o qualcuno non inizia a smuoverla.

La poesia è animale.

Felina e sinuosa si nutre nelle oscurità dell'anima, dove istintiva alberga, e rapida si dilegua.

La poesia è personale.

Viaggi e percorsi emotivi disegnano mappe interiori. Siamo storie nelle geografie.

La poesia è naturale.

Sgorga come nasce, e tale soffia, incessante. 


Di queste e altre qualità trabocca la poesia di Alessandra Berardi Arrigoni. Una voce increspata, carica di riverberi e ricca di odori, canta l'alternanza degli elementi naturali che ci circondano, talvolta sovrastano, più spesso ci interrogano e coinvolgono; esortandoci ad una contemplazione assorta e prospettica, persino magica, della nostra esistenza.



In questa tela onirica si innesta, in modo superbo, l'acquerello di Marina Marcolin. Il suo tratto poetico ha la dinamicità circolare del vortice che invita al raccoglimento interiore, mentre fuori, il mondo delle parole, sibila i suoi tumulti; in quelle tinte tenui, ai limiti del monocromatico, sembra celarsi il mistero di un pennello intriso della polvere di roccia, immerso nelle onde del mare. Quando l'acqua si asciuga, della vita resta il sale.


"Come ogni isola io non so stare
senza l'abbraccio fra terra e mare."

"Poesie naturali" - Alessandra Berardi Arrigoni, Marina Marcolin - Topipittori

lunedì 16 aprile 2018

Ultraviolet


"Vorrei così tanto essere altrove. (Mi vengono le lacrime agli occhi e io le caccio via, devono andarsene nelle parole, perché solo così la loro acqua salata si farà inchiostro sulla pagina invece di perdersi sul mio collo disegnano rivoli sulla polvere). Non riesco a credere che sia la mia unica e vera vita quella che si compie in questo momento, giorno dopo giorno. Ogni minuto è un tormento di noia, caldo e inedia (è una parola che ho imparato di recente e che mi piace molto: viene da inanire, vuotare, ma assomiglia a inanimato, morto). "


Canada, Stato dell'Alberta, 1936, nel bel mezzo della Grande Depressione. Siccità, carestia, crisi economica. In questo scenario torrido sboccia la storia di Lucy, figlia del reverendo Larson, una ragazza in procinto di diventare donna. Per i suoi 13 anni riceve in regalo un diario, che elegge a personale rifugio: "una sorta di piccolo paradiso dove vorrei mettere, poco alla volta, tutto quello che mi manca sulla Terra". Il diario diventa suo amico e complice, confidente; qui la ragazza, attraverso la scrittura, esprime senza filtri e senza remore, tutti i suoi pensieri, mettendo a nudo le proprie emozioni. Il desiderio di vivere altrove, i contrasti con la propria famiglia che la considera una bambina a cui imporre una visione ristretta delle cose della vita; i dubbi sull'esistenza e la presenza di un Dio un po' lontano, un po' astratto, forse anche un po' cinico. Ma certi pensieri la figlia di un pastore non può esprimerli ad alta voce ai suoi genitori; deve tenerseli per sé.


Il diario diventa anche terreno fertile di un'esperienza sensoriale e fisica, talvolta olfattiva e tattile, dove la ragazza riflette sui gusti, oltre che sul significato e l'etimologia delle parole.

"Scrivo la parola cioccolato e mi vien voglia di leccarla, ma farei solo sbavare l'inchiostro sulla pagina e quindi mi trattengo. Guardo la parola, la pronuncio a voce bassa, chiudo gli occhi ed evoco il gusto del cioccolato, mentre con l'immaginazione mordicchio un pezzo piccolissimo di brownie. Sembra che funzioni. Riesco quasi a sentirne il gusto allo stesso tempo dolce e un po' amaro, di un bruno intenso e vellutato, di un brownie; lo inforniamo intero, enorme, nelle nostre chimeriche fauci, mastichiamo tenendo la bocca aperta e rumoreggiando in maniera del tutto sconveniente ... Mmm, questo si che è trattarsi bene!"

Poi l'incontro, fulminante e inaspettato. Suo padre, da buon pastore, ospita in casa un uomo; però stavolta non è il solito derelitto bisognoso, è un giovane distinto, elegante e bello, un medico dal nome profetico: Beauchemin, "bel cammino".


Tra i due si si instaura un dialogo serrato e contagioso; lei è piena di curiosità e domande che vengono prontamente soddisfatte, perché lui la tratta coma una donna sua pari, come tale, libera di esprimersi. Alla curiosità intellettuale si accompagna la scoperta sentimentale, sospesa tra reale e ideale, tra voli pindarici degni di un amore platonico e i sussurri ormonali di un corpo che sta per sbocciare.

Ultraviolet è un meraviglioso viaggio tra i sentimenti e le parole sui sentieri incontaminati dell'adolescenza. Dove non esistono certezze, solo rivelazioni e scoperte. 

"Ultraviolet" - Nancy Houston - Camelozampa