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giovedì 15 maggio 2025

Mal di nebbia


Albertina vive in un paese avvolto da dicerie e maldicenze, nate dopo che un gruppo di 12 disertori, durante la prima guerra mondiale, preferirono buttarsi nel fiume piuttosto che andare in guerra. Da allora, ogni notte, i fantasmi dei 12 disertori riemergono dalle acque del fiume portando sconpiglio e terrore tra gli abitanti, e il paese viene avvolto da una fitta e filamentosa nebbia che causa la morte di tutti quei bambini che sono soliti giocare vicino alla riva del fiume.

Ma Albertina è una bambina coraggiosa, forte e temeraria, e farà di tutto per scoprire cosa si cela dietro quella nebbia filamentosa e cosa si nasconde a ridosso del fiume, a volte mettendo a repentaglio anche la sua vita, ma la voglia di riportare pace e serenità tra la gente del suo paese è più forte di qualsiasi paura.

Mal di Nebbia di Nicoletta Gramantieri, Emons Raga, è uno di quei romanzi che leggi tutto d'un fiato, che ti tiene incollato alle pagine grazie alla narrazione in prima persona della diretta protagonista, che racconta con semplicità e dinamismo le vicende, utilizzando un linguaggio immediato e puntuale, permettendo al lettore di immaginarsi in quei luoghi, tra quelle vie, accanto ai protagonisti.

Mal di nebbia - Nicoletta Gramantieri - Emons Raga

 

venerdì 23 novembre 2018

Tutto il mio mondo sei tu


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre 
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. 

Ho appena finito di sfogliare l'ultimo albo di Jimmy Liao quando, in preda ad una forte emozione, mi alzo a prendere il libro dei Canti di Giacomo Leopardi.


Perché Leopardi?

Perché ha saputo descrivere il dolore con taglio nitido, cristallino, rappresentando i propri sentimenti in modo liquido, in quanto tale fluido, vivo. Leggere i versi di Leopardi è come immergersi nell'acqua gelida, e nuotare sotto una crosta di ghiaccio trasparente, da cui scorgi la luce, i riflessi, i passi di chi si muove in superficie, incapace di percepire e ascoltare il tuo malessere.


Perché le "Ricordanze"?

Perché il motivo centrale del libro è il "ricordo", nel vuoto devastante della perdita, e, come conseguenza diretta, la paura di rimuovere dalla propria memoria, ogni traccia di quanto, in un dato momento della nostra esistenza, ha significato tutto per noi. Nell'albo, tuttavia, il tema è esposto in modo armonioso, melodico, musicale, come un ricordo che danza; così quando il cuore si appesantisce e gli occhi si liquefano in un mare di lacrime, è ancora possibile respirare e ambire a vedere la luce. 


Perché questi versi?

Perché l'azione si svolge idealmente in una stanza d'albergo dove avvengono gli incontri che sortiscono rimandi. Anche se Leopardi nella sua poesia per "albergo" intende la propria casa, l'albergo di Liao, ormai abbandonato, è anch'esso la casa dalla piccola protagonista. E di stelle, giardini, soprattutto finestre, è cosparso il racconto.



Liao la tocca forte in questo albo, non la manda  a dire. A partire dalla prima illustrazione, dove la piccola protagonista cammina davanti le lapidi di un cimitero stringendo un cagnolino di pezza che la madre gli ha regalato. Ma è la seconda scena a svelarci l'intensità del viaggio che il lettore si appresta ad affrontare. E' un campo, con un albero in primo piano e un cielo minaccioso sullo sfondo. Soprattutto è un disegno interamente in bianco e nero, eccezion fatta per un paio di particolari, i capelli rossicci della protagonista ripresa di spalle, ormai allontanatasi sullo sfondo, e il cagnolino di pezza, appoggiato su  un ramo dell'albero. Nel linguaggio dei colori di Liao il bianco e nero rappresenta il dolore allo stato acuto e profondo, come ricordano i suoi primi libri scritti dopo la malattia. Mentre il colore del cane di pezza probabilmente ci suggerisce che questi avrà un ruolo centrale nell'economia del racconto. 


Il colore ritorna a partire dal fotogramma successivo, ma è un bosco cupo e claustrofobico quello che si stringe a voler cingere la solitudine della protagonista, per andare a stemperarsi nelle pagine successive, dal candore del bianco che apre all'azzurro del cielo dietro la finestra a centro pagina, per poi accendersi a seguire nella consueta esplosione di colori e prospettive a cui l'autore taiwanese ci ha ormai abituato. Ma è ancora presto per stemperare gli animi.


"La strada dove andavamo a passeggiare ora è colpita da spaventosi uragani".

Seguono scenari di desolazione e abbandono, la piscina vuota nel cui fondale è cresciuta rigogliosa l'erba, o la stazione dei treni che sta per essere demolita. 



"Nessuno va più alla fontana in cima alla montagna. Solo io vado ad esprimere i miei desideri".

Sono parole nette, nel loro incedere onirico, che disegnano lo smarrimento interiore, oltre la magniloquenza delle illustrazioni. 


Salendo le scale e camminando lungo i corridoi cupi, su cui si affacciano le porte chiuse di stanze in cui si narra si celino fantasmi, si giunge alla stanza dei ricordi, dei sogni, delle visioni, delle speranze che producono lussureggianti allucinazioni. In quella stanza, ogni notte, la piccola protagonista incontra qualcuno che ha soggiornato li in un momento cruciale della sua vita. Un giardiniere, una suonatrice di tamburi, un mostro che profuma di citazione letteraria di un noto e celebrato classico dell'infanzia, un traslocatore. Una donna in barca il cui volto e sguardo somigliano a quelli della protagonista.


"Le stelle non sospireranno per nessuno. E per nessuno il tempo si ferma." 

Infine un angelo su una nuvola, che sembra  voler premiare questa bambina che non si è mai arresa, e ha saputo aspettare. E finalmente si inverte il moto delle cose, non è più lei a dover inseguire i ricordi aggrappandosi ad ogni segno lasciato lungo il cammino; nell'abbandono del sogno è l'agognato ricordo a tornare da lei, la pesantezza lascia lo spazio alla leggerezza, con un'immagine iconica, il cagnolino che rientra dalla finestra sospeso in volo, legato ad un palloncino. Ed è finalmente abbraccio, nel calore di un pianto liberatorio, e finalmente di nuovo insieme, in volo.


Poi c'è la luna che restituisce la magia della sospensione. E io ripenso a Leopardi, al suo Canto Notturno:

Che fai Tu, luna,in ciel? dimmi che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai
Contemplando i deserti; indi ti posi.


Domande fanciulle quelle che Leopardi rivolge alla luna, in quanto tali profondamente autentiche. Come quelle che Liao mette in bocca alla sua bambina quando, nella fase del ricordo, interroga idealmente il suo cane:

"Dove sei adesso?"
"Puoi sentire la mia voce?"
"Hai ricevuto le mie lettere?"

Domande bambine per risposte adulte che non sanno arrivare.


La solitudine si può popolare, e dal dolore si può riemergere. Con tenacia e con grazia, con poesia e musica. E la vita si può colorare, sempre.

Lungo il sentiero del ritorno alla consapevolezza, il campo, l'albero e il cielo sono nuovamente a colori. E sulle lapidi, lei torna a portare i fiori.

"Lo so, sei sempre al mio fianco. Non mi hai mai lasciato".


E con questa consapevolezza che si diventa grandi. 

"Solo tu sai che tutto quello che immagino è reale. Tutto il mio mondo sei tu".



Io so che un giorno, spero lontano, avrò tanto bisogno di questo libro. Grazie per averlo scritto, Jimmy Liao.

"Tutto il mio mondo sei tu" - Jimmy Liao - Camelozampa

 Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

lunedì 20 novembre 2017

Peppino Impastato, una voce libera


"In Sicilia il cielo è un po' più azzurro che negli altri posti. I profumi sono più intensi. Il cibo è un po' più buono. Le persone invece sono come da tutte le altre parti: a volte sono brave, a volte no. A volte stanno zitte, oppure gridano. Ma capita ogni tanto che tra tutte quelle voci se ne alzi una un po' speciale. Una Voce capace di farsi sentire nella confusione e di spezzare il muro compatto del silenzio. Ecco, Peppino era proprio così. Aveva una Voce che non potevi fare a meno di ascoltare. E che, dopo, ti risuonava nella testa per giorni. "

Chiunque abbia creato la Sicilia, sia esso il Padreterno o Madre Natura, ci si è messo di impegno. Ma qui come altrove, è spesso bastato l'intervento dell'uomo a vanificare le cose. Ecco allora che si sono costruite autostrade piene di curve dove potevano andare dritte, o si sono costruiti aeroporti su "strisce sospese tra acqua e roccia" costantemente battute dal vento, dove è assai pericoloso far atterrare gli aerei, tutto questo per una mera questione di terreni e malaffari. 

Davide Morosinotto sceglie di raccontare la storia di Peppino Impastato focalizzandosi sui suoi ultimi giorni di vita. Usa il punto di vista di un ragazzo, Totò, di 12 anni; un ragazzo che, fino ad allora, la parola "Mafia" non l'aveva mai sentita pronunciare, ignorandone, pertanto, il significato;  poi un giorno, accade qualcosa. E' il matrimonio di sua cugina Luisa; nel bel mezzo del ricevimento piombano alcuni signori ben vestiti, con gli occhiali scuri, che si avvicinano al padre dello sposo, e lasciano in regalo una cravatta con un avvertimento, pronunciando parole sinistre: "ma non stringa troppo Don Nino ... ". L'atmosfera cambia di colpo, da festosa diventa cupa, Don Nino si dispera, fino a quando il padre di Totò non si avvicina, dicendogli di non era il caso di preoccuparsi, che con Don Tano ci avrebbe parlato lui. Totò non comprende cosa sia accaduto, però intuisce che quella cosa lo riguarda, se suo padre è intervenuto in quel modo. Poco dopo arriva un altro segnale, alla radio, mentre si sta intrattenendo con i suoi cugini Michele e Maria, e con i camerieri: dalla radio sente una voce, che irride Don Tano Badalamenti, "la persona più importante di Cinisi, e quando mio padre ne parlava  lo faceva con attenzione, come se il suo nome fosse accompagnato da un segno della croce". Insomma, uno che meno si nomina, meglio e più a lungo si vive. Ma chi è quella voce che dice quelle cose? La curiosità di Totò aumenta, ed esplode casualmente il giorno che accompagna clandestinamente la cugina Maria in uno scantinato eletto a sede del centro "Musica e Cultura", fondato sempre da Peppino Impastato, la misteriosa voce. Totò vede ragazzi suonare musica sconosciuta, ascolta Rino Gaetano con la "voce che gratta", i "Pink Floyd", i più "squinternati di tutti", Bob Dylan che canta che il vento sta per cambiare: "La risposta amico, puoi sentirla nel vento". Si respira davvero vento di rinnovamento in quella piccola stanza chiusa e affollata, sembra un controsenso, ma li si respira nuova musica, una nuova idea di cultura, discorsi che agli occhi di Totò aprono nuovi mondi. E si parla, senza paura di mafia, di quel che c'è da fare per cambiare. E' un attacco a tutto campo quello che Peppino Impastato lancia alla mafia locale, arrivando a candidarsi per Democrazia Proletaria alle prossime, imminenti, elezioni comunali. Già, la mafia, ma Totò non ha ancora capito cosa sia. Allora Maria con la vespa lo accompagna in un luogo da cui si domina l'autostrada, tutte curve: "Ogni curva adesso mi sembrava un sorriso storto, beffardo. Una presa in giro che aveva salvato qualcuno e aveva condannato qualcun altro." Un giorno Totò accompagna il padre all'aeroporto di Punta Raisi a prendere un cugino di ritorno dall'America. E vede con i propri occhi la difficoltà degli aerei ad atterrare quei giorni in cui soffia forte il vento, con il rischio di schiantarsi contro le montagne oppure finire in mare. E capisce che quello non è il luogo adatto per costruire un aeroporto. Al padre pone una domanda innocente: "Papà, ma perché lo hanno costruito qui?".  "E cosa vuoi che ne sappia, non sono mica un ingegnere", risponde seccato il padre. E a lui viene spontaneo chiedergli: "E' stata la mafia?". E si becca un ceffone. Sono solo sciocchezze che gli mettono in testa i cugini, tuona il padre.  Ora Totò capisce, davvero. Capisce di aver toccato un nervo scoperto. La mafia esiste, davvero, e qualcuno desidera che non se ne parli. Però manca ancora un tassello. Come fa Peppino Impastato a dire quelle cose su Don Tano, cosa ne sa lui? Decide di togliersi la curiosità un venerdi quando, invece di andare al catechismo, si precipita con la propria bicicletta a Terrasini, dove c'è la sede di Radio Aut, da cui Impastato conduce la sua trasmissione "Onda Pazza". E pone le sue domande direttamente a Peppino. E scopre che lui la mafia ce l'ha avuta in casa, che suo padre era un mafioso che lui ha rinnegato e combattuto, a costo di non parlargli più. Scopre che il padre fuggì in America, e quando fece ritorno in paese fu assassinato. Totò se ne va via con quelle parole che gli fischiano nell'orecchio: "E li scoprii che la mafia non era l'unico modo di vivere. Non era obbligatoria, si poteva stare senza, anzi di più: si poteva combattere".


Totò sceglie da che parte stare, lo fa maldestramente, combattendo con le proprie paure e una sensazione di inadeguatezza, ma fa la sua scelta. Così un giorno, quando vede quei strani signori in casa sua a conversare con suo padre, e li ascolta parlar male di Peppino Impastato, accende la radio a tutto volume, e lascia parlare la "Voce", a controbattere. Il padre si precipita di corsa, lo afferra e lo lancia per aria, ma lui la sua azione l'ha compiuta. L'ultima goccia che fa traboccare il vaso avviene ad un pranzo allargato di famiglia, si parla di politica, si denigra Impastato e Totò si alza in piedi e lo difende a voce, facendo nuovamente infuriare il padre. Che lo chiude in casa, lo accompagna a scuola e lo va a riprendere. Lo sorveglia, lo tratta come un recluso, alla stregua di un delinquente. Totò sceglie di fuggire, non sa nemmeno lui dove trova la forza e il coraggio di prendere certe iniziative e ribellarsi alla volontà del padre, che pure teme. Forse è la coscienza che si desta, forse è la forza della disperazione, forse è soltanto sopravvivenza, il bisogno di tornare a respirare. E si arriva all'ultima fatidica notte.

Morosinotto imbastisce intorno alla figura di Peppino Impastato una delle tante possibili storie, ma la forza del suo libro non sta negli episodi che inventa, ma nel vortice che alimenta. E' uno stato di necessità insito nella forza della sua scrittura, asciutta, che si incava e fa breccia negli spiragli che offre la narrazione. Soffia insistente come lo scirocco  che ti si appiccica, e non si dimentica. E' una voce ostinata la sua, che risuona. E ti scuote, nel fondo dell'anima.

Io, che ben conosco la storia di Peppino Impastato, per lunghi tratti ho avuto l'impressione di leggere un'altra storia, simile ma parallela, alla sua. Una storia che poteva approdare ad un finale diverso, da quello ben noto. Perché ho trovato così tanta energia sprigionata in queste pagine che mi pareva assurdo che il protagonista di quella "voce" potesse finire i suoi giorni in quel modo triste, riverso su un binario, esamine. Ci sono rimasto male, davvero. Io ci avevo creduto. Così ho scoperto la forza di questo libro. E il prodigio compiuto da Davide Morosinotto, nel creare un quadro autentico e a suo modo unico.

"Peppino Impastato, una voce libera" - Davide Morosinotto - Einaudi Ragazzi 

lunedì 3 luglio 2017

Lindbergh



Illustrazioni potenti che trascinano la narrazione e la fanno da padrone. Quasi cinematografiche, sembrano voler uscire dalle pagine.



E' la storia di "Lindbergh - L'avventuroso topo che sorvolò l'oceano".

 
Ambientato ad Amburgo, nel 1912, il protagonista è una sorta di "Leonardo da Vinci" dei roditori, che un giorno si accorge di essere uno dei pochi topi rimasti in città, dove sono comparse trappole terribili. L'unica speranza è quella di emigrare, ma come? Le navi sono pericolose, nelle stive ci sono i gatti. L'unica soluzione è sorvolare l'oceano. Ma questo topo, più di biblioteca che da cantina, nei tanti libri letti ha ben presente i disegni e i progetti di Leonardo; nelle cantine di Amburgo c'è tutto l'occorrente per poter costruire il proprio velivolo. Tenta e ritenta, prova e riprova, i primi tentativi falliscono ma lui non demorde, e insiste con maggior tenacia. 


Seguono studi e perfezionamenti, ma alla fine il piccolo grande topo corona il suo sogno, sorvola l'oceano e raggiunge New York. La sua impresa diventa leggenda, correi sui muri della città, e un bambino resta li incantato ad ammirarla, convinto che un giorno anche lui da grande la compirà. Quel bambino è Charles Lindbergh. L'aviatore statunitense passato alla storia per aver compiuto la prima traversata aerea in solitario e senza scalo dell'Oceano Atlantico, da New York a Parigi, nel 1927.


Un libro che incoraggia a lottare per coronare i propri sogni, inseguire le proprie aspirazioni. Che rivendica per tutti la possibilità di sognare, osare, impegnarsi e riuscire, anche per un esserino piccolo come un topolino, se forte di animo e grande di cuore. Una narrazione sospesa tra la fantasia e la realtà storica, dalla migrazione in America alla ricerca di fortuna dell'inizio secolo scorso all'omaggio all'aviatore da cui prende titolo il racconto.


Un libro per volare alto.

 
Torben Kuhlmann - Lindbergh, l'avventurosa storia del topo che sorvolò l'oceano - Orecchio Acerbo

martedì 13 giugno 2017

Harry



Da piccolo non riuscivano a tenermi. Mio padre mi correva dietro per tutto il cortile, mia madre m’inseguiva con la scopa in mano e, quando mi beccavano, mi chiudevano sempre nel pollaio. Cioè, mio padre mi rinchiudeva. Ma io ogni volta scappavo, e quando venivano a cercarmi nel pollaio c’erano solo le galline. Scappavo da ogni posto: dall’armadio, dal gabinetto, dal ripostiglio, dalla legnaia. Quando mio padre mi chiudeva da qualche parte, i miei fratelli accorrevano e si mettevano a contare: non arrivavano a cento che ero già saltato fuori.
Dopo un po’ i miei cinque fratelli cominciarono a invitare i ragazzi dalle case vicine – li chiamavano con un fischio: appena combinavo qualcosa, loro gridavano e attaccavano a fischiare. Intanto mio padre arrivava e cercava di abbrancarmi, ma io me la filavo. Mio padre era il rabbino della sinagoga di Appleton, nel Wisconsin, e aveva pazienza da vendere, con gli altri, ma con me, non so perché, la pazienza gli durava molto poco: ogni volta mi correva dietro e prima o poi mi beccava, me ne dava un bel po’ e m’infilava nel pollaio. Allora arrivavano i ragazzi dalle case vicine e, quando arrivavano, i miei fratelli accettavano le scommesse. Prendevano le puntate. Si giocavano le biglie. All’inizio nessuno ci credeva, che ci avrei messo meno di dieci minuti a scappare da là dentro: erano tutti lí a scommettere, a puntare le loro biglie migliori, quelle grosse di vetro verdi e azzurre, per dire. Invece io di minuti ce ne mettevo solo sette, a scappare, e a volte addirittura cinque, ce ne mettevo, e dopo, coi miei fratelli, dietro casa, ci dividevamo le biglie guadagnate. Ne avevamo ognuno un barattolo di vetro pieno quasi fino all’orlo, e quello piú pieno era quello di Leo.
Eravamo da poco arrivati dall’Ungheria, da Budapest; eravamo poveri, eravamo felici. La mattina, i miei fratelli e io tiravamo su i barattoli, in alto, davanti alla finestra, per vedere la luce che passava nel vetro delle biglie, e sospiravamo,e dicevamo che sembrava il mare. Dopo un po’,però, la voce girò e nessuno volle piú scommettere. Tanto lo sapevano tutti che avrebbero perso.

Certe storie dovrebbero sempre iniziare così. Come un baccanale, una baldoria dove si ride e si scherza provocando la vita; ci si ferma quel tanto che basta a gettare uno sguardo commosso, appassionatamente poetico; e poco importa se dura giusto un battito di ciglio. Scrivere per ragazzi impone di alzare il ritmo, cambiare continuamente registro e sguardo, e perché no, infilar in mezzo una smargiassata ogni tanto che fa buon sangue e tiene allegro lo spirito.

Ma di cosa parla “Harry” di Antonio Ferrara?

Narra la storia romanzata di Ehrich Weisz, in arte “Harry Houdini", grande illusionista e impareggiabile escapologo, il “Mago delle fughe impossibili”. 


Solo che questa storia mi si è appiccicata addosso come sudore quando ho iniziato a leggerla; l’ho trangugiata tutta d’un sorso come un thè ghiacciato nel deserto; eppure il suo sapore è ancora qui ad impastarmi la bocca. Perché a me racconta molto altro.

Della necessità di cercare sempre una via di fuga per restare in vita.
Della magia che ognuno di noi cela nell’anima; che va costantemente evocata, a costo di inventarsela di sana pianta.
Del lavoro che nobilità l’uomo ora e sempre, che si tratti di essere artista, fabbro, fosse anche fare il lustrascarpe; per sé stesso o alla dipendenza di qualcun altro.
Dell’etica dell’onesta, perché un conto è “incantare”, altro è “ingannare”; arrivando a smascherare i ciarlatani, anche a costo di discutere nientepopodimeno che con Sir Arthur Conan Doyle.
Del dare una mano alle persone più deboli e in difficoltà.
Dell’amare incondizionatamente la propria madre, la radice da cui traiamo nutrimento.

"Certo, Harry, certo che diventerai qualcuno.
Là fuori ci sono le scale, e non si viene
al mondo per stare seduti sui gradini.
Mi piacque un sacco, quella risposta.
Gran bella risposta, devo dire.
Mi diede coraggio."


Dell’amare appassionatamente la propria moglie, perché certi sentimenti sono come uccelli inquieti che puntano alle nuvole.

"Successe che m’innamorai di Bess, una delle due sorelle,
quella che aveva gli occhi neri neri, e due settimane dopo
me la sposai. Era piú vecchia di me, Bess, perché lei aveva
vent’anni e io solo diciotto, ma fu quella la svolta della mia
vita. Veramente. Era un incanto, Bess, un incanto vero, una
magia. E mi sembrava tutto strano, a starle vicino, e anche
la città, le case, le nuvole e la strada, vicino a lei, 

mi sembravano tutte fresche, come lavate da poco.
Le facevo un mucchio di scherzi, perché la amavo.
Le facevo comparire dei fiori tra i capelli, per dire.
Le facevo trovare un passerotto vivo nella tasca della giacca.
Le facevo trovare un cucciolo di cane nella borsa.
E, quando restavamo soli e mi abbracciava, anche se ero
bravo a scappare da ogni posto, dal suo abbraccio non scappavo mai, 

ché era una rete dolce come il miele.
E per strada, a guardarla passeggiare al mio fianco, mentre
camminavamo uno vicino all’altra, col mio braccio sopra il
suo, mi veniva sempre una specie di brivido, e allora capivo
che, anche se volevo fare il mago, stavolta me l’aveva fatta
lei, la magia. E pensai che il mio numero volevo farlo con lei, solo con lei.
"

Perché

"solo lei era capace di farmi passare la voglia di scappare."



Harry - Antonio Ferrara - #EinaudiRagazzi