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giovedì 15 maggio 2025

Mal di nebbia


Albertina vive in un paese avvolto da dicerie e maldicenze, nate dopo che un gruppo di 12 disertori, durante la prima guerra mondiale, preferirono buttarsi nel fiume piuttosto che andare in guerra. Da allora, ogni notte, i fantasmi dei 12 disertori riemergono dalle acque del fiume portando sconpiglio e terrore tra gli abitanti, e il paese viene avvolto da una fitta e filamentosa nebbia che causa la morte di tutti quei bambini che sono soliti giocare vicino alla riva del fiume.

Ma Albertina è una bambina coraggiosa, forte e temeraria, e farà di tutto per scoprire cosa si cela dietro quella nebbia filamentosa e cosa si nasconde a ridosso del fiume, a volte mettendo a repentaglio anche la sua vita, ma la voglia di riportare pace e serenità tra la gente del suo paese è più forte di qualsiasi paura.

Mal di Nebbia di Nicoletta Gramantieri, Emons Raga, è uno di quei romanzi che leggi tutto d'un fiato, che ti tiene incollato alle pagine grazie alla narrazione in prima persona della diretta protagonista, che racconta con semplicità e dinamismo le vicende, utilizzando un linguaggio immediato e puntuale, permettendo al lettore di immaginarsi in quei luoghi, tra quelle vie, accanto ai protagonisti.

Mal di nebbia - Nicoletta Gramantieri - Emons Raga

 

giovedì 24 aprile 2025

E così bruciamo

 
Blanche vive per la danza classica. Balla da quando aveva 4 annie non ha mai avuto paura della ferrea disciplina, del dover ripetere, a volte, lo stesso esercizio per ore e ore, della perfezione alla quale aspirava, dei sacrifici da fare per raggiungerla.
 
Tutta la sua vita ruota intorno alla danza classica fino a quando non inizierà a frequentare il liceo coreutico di Marsiglia, fino a quando non incontrerà Ada che le sconvolgerà la vita con la sua libertà, il suo non seguire le regole, il suo dolore nascosto e così pericoloso.
 
E così bruciamo di Lisa Balavoine è un romanzo in versi sciolti emotivamente travolgente, da leggere tutto d'un fiato, con voracità, per arrivare alle pagine finali e lasciare scorrere la commozione e il sollievo.
 
E così bruciamo -  Lisa Balavoine, traduzione di Eleonora Armaroli - Terre di Mezzo

 

lunedì 15 aprile 2024

Il mare ci aspettava

 


Mi è sempre piaciuta la cifra stilistica di Antonio Ferrara, la sua scrittura lineare, precisa, mai banale, i capitoli brevi quel tanto che basta per incorniciare nel giusto modo un momento o un sentimento. 

Il suo ultimo romanzo, Il mare ci aspettava, mi ha letteralmente ammaliata, forse perché anche io, come il giovane protagonista Rocco e la sua inaspettata compagna di viaggio Rosa,  in questo momento vorrei trasgredire le regole e andare al mare, simbolo di libertà, autonomia, riscatto, ma anche e soprattutto per la tenerezza che ho trovato per questi due giovani ragazzi, che decidono di allontanarsi da due famiglie difficili da subire, a bordo della loro bicicletta, in un viaggio che non è solo tra borghi e boschi, ma è anche e soprattutto un viaggio interiore, alla ricerca della realizzazione di un sogno.

Il mare ci aspettava - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi di Oggi

martedì 8 giugno 2021

Volovia

 


Mio padre aveva un buco sul cuore, proprio nel taschino della camicia, e il buco toccava sistemarlo a mio sorella. E pure i calzini, le toccava sistemare, e avevano un buco per ogni dito del piede, i calzini di mio padre. Io, invece, avevo sempre i jeans strappati sulle chiappe, manco mi sedessi sul filo spinato. Mia madre, poi, aveva il grembiule tutto crivellato di colpi, come se cucinasse in Vietnam.

In famiglia le cose stavano così: noi strappavamo e mia sorella Ida ricuciva le maglie, le camicie, i pantaloni, le tovaglie, le tende, le lenzuola, i calzini, le mutande, tutto. A volte non c'era niente di strappato in casa, c'era solo da fare, che so, un orlo ai pantaloni, o da attaccare un bottone, ma sempre a Ida toccava, sempre. La mia era una famiglia che faceva a pezzi i vestiti, era un vizio, la stoffa si strappava e mia sorella la cuciva.

Questo brano è tratto dal primo capitolo di Volovia, romanzo di Antonio Ferrara, edito da Einaudi Ragazzi, una storia forte, potente, che racconta di emancipazione, libertà, sogni da realizzare, riscatto. E' la storia di Saverio, un ragazzino di 16 anni che vive a Napoli, va male a scuola, non ama studiare, i compagni lo prendono in giro e lo chiamano "scemo". Un giorno decide di lasciare la scuola e andare a lavorare con il padre che fa il becchino, ma una tragica fatalità gli cambierà totalmente la vita.

Saverio si sente prigioniero della sua vita, vorrebbe volare via, ma volare via significa avere coraggio, quel coraggio che solo chi ha deciso di andarsene dalla propria terra può comprendere. E per decidere di andare via ci vuole tanto amore. 

Un nuovo romanzo di Antonio Ferrara che incanta e rapisce il lettore, ricco di spunti e di suggestioni che fanno riflettere e sorridere ed emozionare al tempo stesso.

"Volovia" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi


martedì 17 novembre 2020

Mustang


 Ci sono vari tipi di libertà.

Per un mustang, libertà vuol dire scalpitare e correre al vento, senza dover passare le sue giornate in un recinto.

Per una ragazza indiana può significare abbandonare la sua famiglia e il proprio villaggio, pur di non sposare un uomo che non ama.

Per un ragazzo di colore nel Texas della metà del XIX secolo vuol dire fuggire a rischio della propria vita per inseguire il sogno di una vita normale, senza frustate né catene, senza il terrore di esser sradicato dalle proprie radici e separato con violenza dalla propria famiglia, per essere venduto o acquistato, dal padrone di turno.

Per un ragazzo bianco, che tutto sommato, visti i tempi che corrono, potrebbe anche considerarsi un privilegiato, vuol dire reclamare il diritto di conoscere la verità, anche se scomoda, e sapere perché è stato ingannato e abbandonato dai suoi genitori. 

Libertà implica anche che un ragazzo bianco, un ragazzo nero e una ragazza comanche possano salvarsi la vita a vicenda, diventare amici, persino allearsi per sovvertire quelle ingiustizie create dalle leggi sbagliate dei grandi.

Nel mondo dei ragazzi c'è quella scintilla di purezza che sarà la nostra ancora di salvezza. 

Nel Texas del 1850 come nel mondo che verrà, la letteratura alimenta la voglia di libertà.

Ovviamente, certe storie, bisogna saperle scrivere in modo avvincente e credibile. Con polso fermo, nervi saldi, e tanto tatto. Perché il lettore raggiunga l'orizzonte entro il quale lo sguardo si perde, lasciando alle spalle soltanto la polvere.

"Mustang" - Marta Palazzesi - Editrice Il Castoro

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

lunedì 20 novembre 2017

Peppino Impastato, una voce libera


"In Sicilia il cielo è un po' più azzurro che negli altri posti. I profumi sono più intensi. Il cibo è un po' più buono. Le persone invece sono come da tutte le altre parti: a volte sono brave, a volte no. A volte stanno zitte, oppure gridano. Ma capita ogni tanto che tra tutte quelle voci se ne alzi una un po' speciale. Una Voce capace di farsi sentire nella confusione e di spezzare il muro compatto del silenzio. Ecco, Peppino era proprio così. Aveva una Voce che non potevi fare a meno di ascoltare. E che, dopo, ti risuonava nella testa per giorni. "

Chiunque abbia creato la Sicilia, sia esso il Padreterno o Madre Natura, ci si è messo di impegno. Ma qui come altrove, è spesso bastato l'intervento dell'uomo a vanificare le cose. Ecco allora che si sono costruite autostrade piene di curve dove potevano andare dritte, o si sono costruiti aeroporti su "strisce sospese tra acqua e roccia" costantemente battute dal vento, dove è assai pericoloso far atterrare gli aerei, tutto questo per una mera questione di terreni e malaffari. 

Davide Morosinotto sceglie di raccontare la storia di Peppino Impastato focalizzandosi sui suoi ultimi giorni di vita. Usa il punto di vista di un ragazzo, Totò, di 12 anni; un ragazzo che, fino ad allora, la parola "Mafia" non l'aveva mai sentita pronunciare, ignorandone, pertanto, il significato;  poi un giorno, accade qualcosa. E' il matrimonio di sua cugina Luisa; nel bel mezzo del ricevimento piombano alcuni signori ben vestiti, con gli occhiali scuri, che si avvicinano al padre dello sposo, e lasciano in regalo una cravatta con un avvertimento, pronunciando parole sinistre: "ma non stringa troppo Don Nino ... ". L'atmosfera cambia di colpo, da festosa diventa cupa, Don Nino si dispera, fino a quando il padre di Totò non si avvicina, dicendogli di non era il caso di preoccuparsi, che con Don Tano ci avrebbe parlato lui. Totò non comprende cosa sia accaduto, però intuisce che quella cosa lo riguarda, se suo padre è intervenuto in quel modo. Poco dopo arriva un altro segnale, alla radio, mentre si sta intrattenendo con i suoi cugini Michele e Maria, e con i camerieri: dalla radio sente una voce, che irride Don Tano Badalamenti, "la persona più importante di Cinisi, e quando mio padre ne parlava  lo faceva con attenzione, come se il suo nome fosse accompagnato da un segno della croce". Insomma, uno che meno si nomina, meglio e più a lungo si vive. Ma chi è quella voce che dice quelle cose? La curiosità di Totò aumenta, ed esplode casualmente il giorno che accompagna clandestinamente la cugina Maria in uno scantinato eletto a sede del centro "Musica e Cultura", fondato sempre da Peppino Impastato, la misteriosa voce. Totò vede ragazzi suonare musica sconosciuta, ascolta Rino Gaetano con la "voce che gratta", i "Pink Floyd", i più "squinternati di tutti", Bob Dylan che canta che il vento sta per cambiare: "La risposta amico, puoi sentirla nel vento". Si respira davvero vento di rinnovamento in quella piccola stanza chiusa e affollata, sembra un controsenso, ma li si respira nuova musica, una nuova idea di cultura, discorsi che agli occhi di Totò aprono nuovi mondi. E si parla, senza paura di mafia, di quel che c'è da fare per cambiare. E' un attacco a tutto campo quello che Peppino Impastato lancia alla mafia locale, arrivando a candidarsi per Democrazia Proletaria alle prossime, imminenti, elezioni comunali. Già, la mafia, ma Totò non ha ancora capito cosa sia. Allora Maria con la vespa lo accompagna in un luogo da cui si domina l'autostrada, tutte curve: "Ogni curva adesso mi sembrava un sorriso storto, beffardo. Una presa in giro che aveva salvato qualcuno e aveva condannato qualcun altro." Un giorno Totò accompagna il padre all'aeroporto di Punta Raisi a prendere un cugino di ritorno dall'America. E vede con i propri occhi la difficoltà degli aerei ad atterrare quei giorni in cui soffia forte il vento, con il rischio di schiantarsi contro le montagne oppure finire in mare. E capisce che quello non è il luogo adatto per costruire un aeroporto. Al padre pone una domanda innocente: "Papà, ma perché lo hanno costruito qui?".  "E cosa vuoi che ne sappia, non sono mica un ingegnere", risponde seccato il padre. E a lui viene spontaneo chiedergli: "E' stata la mafia?". E si becca un ceffone. Sono solo sciocchezze che gli mettono in testa i cugini, tuona il padre.  Ora Totò capisce, davvero. Capisce di aver toccato un nervo scoperto. La mafia esiste, davvero, e qualcuno desidera che non se ne parli. Però manca ancora un tassello. Come fa Peppino Impastato a dire quelle cose su Don Tano, cosa ne sa lui? Decide di togliersi la curiosità un venerdi quando, invece di andare al catechismo, si precipita con la propria bicicletta a Terrasini, dove c'è la sede di Radio Aut, da cui Impastato conduce la sua trasmissione "Onda Pazza". E pone le sue domande direttamente a Peppino. E scopre che lui la mafia ce l'ha avuta in casa, che suo padre era un mafioso che lui ha rinnegato e combattuto, a costo di non parlargli più. Scopre che il padre fuggì in America, e quando fece ritorno in paese fu assassinato. Totò se ne va via con quelle parole che gli fischiano nell'orecchio: "E li scoprii che la mafia non era l'unico modo di vivere. Non era obbligatoria, si poteva stare senza, anzi di più: si poteva combattere".


Totò sceglie da che parte stare, lo fa maldestramente, combattendo con le proprie paure e una sensazione di inadeguatezza, ma fa la sua scelta. Così un giorno, quando vede quei strani signori in casa sua a conversare con suo padre, e li ascolta parlar male di Peppino Impastato, accende la radio a tutto volume, e lascia parlare la "Voce", a controbattere. Il padre si precipita di corsa, lo afferra e lo lancia per aria, ma lui la sua azione l'ha compiuta. L'ultima goccia che fa traboccare il vaso avviene ad un pranzo allargato di famiglia, si parla di politica, si denigra Impastato e Totò si alza in piedi e lo difende a voce, facendo nuovamente infuriare il padre. Che lo chiude in casa, lo accompagna a scuola e lo va a riprendere. Lo sorveglia, lo tratta come un recluso, alla stregua di un delinquente. Totò sceglie di fuggire, non sa nemmeno lui dove trova la forza e il coraggio di prendere certe iniziative e ribellarsi alla volontà del padre, che pure teme. Forse è la coscienza che si desta, forse è la forza della disperazione, forse è soltanto sopravvivenza, il bisogno di tornare a respirare. E si arriva all'ultima fatidica notte.

Morosinotto imbastisce intorno alla figura di Peppino Impastato una delle tante possibili storie, ma la forza del suo libro non sta negli episodi che inventa, ma nel vortice che alimenta. E' uno stato di necessità insito nella forza della sua scrittura, asciutta, che si incava e fa breccia negli spiragli che offre la narrazione. Soffia insistente come lo scirocco  che ti si appiccica, e non si dimentica. E' una voce ostinata la sua, che risuona. E ti scuote, nel fondo dell'anima.

Io, che ben conosco la storia di Peppino Impastato, per lunghi tratti ho avuto l'impressione di leggere un'altra storia, simile ma parallela, alla sua. Una storia che poteva approdare ad un finale diverso, da quello ben noto. Perché ho trovato così tanta energia sprigionata in queste pagine che mi pareva assurdo che il protagonista di quella "voce" potesse finire i suoi giorni in quel modo triste, riverso su un binario, esamine. Ci sono rimasto male, davvero. Io ci avevo creduto. Così ho scoperto la forza di questo libro. E il prodigio compiuto da Davide Morosinotto, nel creare un quadro autentico e a suo modo unico.

"Peppino Impastato, una voce libera" - Davide Morosinotto - Einaudi Ragazzi 

giovedì 27 luglio 2017

Lampo il cane viaggiatore

 
Nuova edizione "La Bancarella" - Copertina

"Questa è la vita di Lampo, un oscuro cane b******o venuto chissà da dove. Durante gli anni trascorsi in sua compagnia, ho voluto scrivere questa storia semplice e vera. Desidero premettere che in questo mio racconto non sono narrati fatti eroici compiuti da Lampo; né il cane ha salvato la padroncina dalle fiamme, o tratto il padrone dalla furia del fiume, e neppure ha atteso di coronare la sua esistenza con una morte retorica sulla tomba della padrona. Lampo ha solo voluto vivere in un modo diverso da tutti i suoi simili, viaggiando per conoscere non soltanto un po' del nostro mondo, ma anche la vita e i sentimenti degli uomini."

Elvio Barlettani dall'introduzione a "Lampo il cane viaggiatore".

Nuova edizione "La Bancarella" - Illustrazione di Massimo Panicucci
 Questo è un libro insolito. Treni e ferrovie non sono l'oggetto della narrazione, ne sono semmai lo scenario e il tramite per veicolare alcuni contenuti di valenza universale. L'autore del libro è una persona normale, avulsa dal mondo della letteratura, del giornalismo, delle riviste tecniche e scientifiche. Ne consegue che lo stile è molto blando e scorrevole, alla portata di tutti. Una persona normale come tutti noi che si è trovato a vivere una storia che rasenta l'incredibile e ha sentito l'esigenza di raccontarla al mondo. Quando la realtà supera la fantasia non occorrono artifici inutili, i fatti narrano, rapiscono e incantano. Sembra una favola, e non stupisce che questo racconto sia stato utilizzato ripetutamente come tale nelle scuole dato il suo carattere altamente educativo e simbolico.

L'autore è Elvio Barlettani, un ferroviere, e ai tempi della storia era il sottocapo alla stazione di Campiglia Marittima. Campiglia è una delle tanti stazioni della ferrovia Tirrenica Genova - Roma; è tuttavia una stazione importante dove all'epoca fermavano quasi tutti i treni. Da qui c'è la diramazione per Piombino che, con gli stabilimenti Italsider movimentava anche un notevole traffico merci. La vita in stazione scorre quindi allegra. Ma qualcosa è destinato a sconvolgerla e a segnarla negli anni a venire. 

Nuova edizione "La Bancarella" - Illustrazione di Massimo Panicucci
E' l'agosto del 1953 e la stazione è una calicola, quando un cane randagio scende da un convoglio merci (l'autore lo chiamerà "Lampo" per il modo balenante con cui è apparso e gli effetti che ha arrecato) e noncurante di nulla si siede per terra, nell'ufficio di Elvio, e da allora non abbandonerà più quella stazione, fino alla morte. Già da questo gesto iniziale si rivela il carattere di Lampo, che si "sceglie" il proprio padrone e il luogo dove stare e a cui voler tornare alla fine del giorno. Come per tutti i cani anche per Lampo il rapporto con l'essere umano è un momento irrinunciabile della sua vita; ma è un momento dialettico, in cui manifesta la sua volontà di scelta e il suo spirito libero. Lampo si dona ad Elvio e alla sua famiglia, e anche al resto del personale della stazione con tutta la gioia e l'amore di cui è capace. Ma lui ne stabilisce i modi e i tempi. Ecco allora che egli accompagna Mirna, la figlia di Elvio, lungo il tragitto per l'asilo; accompagna Elvio da Campiglia a Piombino dove l'autore ha casa. Ma la sera da solo prende l'ultimo treno che lo riporta a Campiglia, alla stazione che ha eletto a suo personale rifugio. Ecco allora che Lampo che pure non fugge da nessuna parte e ogni sera torna alla sua stazione, di giorno sale ora su un treno ora sull'altro, facendo brevi giretti, nascosto sotto il sedile, per poi scendere ora in un luogo ora in un altro, e riprendere il treno inverso per il ritorno. Lampo impara a conoscere i diversi convogli, a memorizzare i vari orari e i luoghi lungo il tracciato, tanto da guadagnarsi presto sul campo l'appellativo di "cane ferroviere". Quando era in arrivo il treno Torino - Roma con la carrozza ristorante, lui si portava sul marciapiede in attesa che il cuoco si affacciasse gettandogli degli ossi. 

Nuova edizione "La Bancarella" - Illustrazione di Massimo Panicucci
Ovviamente il fatto non era di quelli consueti e la notizia iniziò presto a girare. Iniziarono ad avvicendarsi curiosi di vario genere e la notizia fece presto il giro del paese; ne derivarono articoli su articoli sul giornale, sulla stampa locale prima e poi nazionale. Una volta Lampo fu anche ospite in una Tv nazionale. Tutto questo rumore alla lunga ebbe le sue conseguenze. Non tutti gradivano questo cane che di sua iniziativa saliva e scendeva per carrozze e stazioni, seppur non dando fastidio a nessuno. Le Ferrovie strette tra troppe pressioni e più di una lamentela, intimarono ad Elvio e ai dipendenti dell'impianto di Campiglia di allontanare quel cane, che là non poteva più stare. Ma era del tutto inutile. Si dovette arrivare a prendere una decisione drastica. Alla fine Lampo fu caricato dentro un carro merci diretto al sud a Reggio Calabria dove sarebbe poi stato abbandonato. A centinaia di km di distanza dal suo mondo si sarebbe trovato spaesato, e avrebbe proseguito la sua vita chissà dove. E in effetti Lampo era sparito dalla stazione di Campiglia Marittima, con gli addetti che si interrogavano su che fine avesse fatto. Ad Elvio saliva il rimorso, soprattutto a seguito delle continue insistenze della figlia Mirna che Lampo aveva più volte accompagnato lungo il tragitto per l'asilo. Ogni tanto gli sembrava di vederlo spuntare da un angolo qua e là .. ma era solo illusione. Alla fine si erano dati da fare anche per cercarlo, chiedendo a macchinisti e ferrovieri sparsi in giro per l'Italia se avessero notizie del cane. Ma era tutto inutile. Quando tutti avevano perso le speranze, smesso di farsi illusioni sulla sua sorte e di cercarlo .... Lampo un bel giorno dopo mesi dall'accaduto improvvisamente apparve alla stazione. Ebbe appena la forse di arrivare all'ufficio di Elvio per stramazzare a terra dalla stanchezza. Era consumato da mesi di trascuratezza, uno sguardo perso, spiritato, addirittura pezzi di filo spinato che gli dilaniavano la carne. A Campiglia si diedero da fare per curarlo e metterlo in sesto. Ma il veterinario fu perentorio, dopo quello che aveva passato non si sarebbe più ripreso.

Nuova edizione "La Bancarella" - Quarta di copertina
Una volta ancora il mondo non aveva fatto i conti con Lampo, con la sua dilagante voglia di vita. Lampo non era malato di chissà quale malattia incurabile, non aveva chissà quale infezione o ferita da cui non potesse fisicamente riprendersi. I suoi mali erano interiori e squisitamente umani. Lampo era stato abbandonato dai suoi amici, Lampo era stato tradito e pugnalato nella sua fiducia, Lampo era stato privato della sua libertà che si era scelto, che aveva costruito e negoziato, e che esercitava senza pesare o arrecare danno a nessuno. E che improvvisamente, per chissà quale inspiegabile motivo gli era stata tolta. Questo lo aveva privato della sua fiducia negli uomini e di buona parte della sua vitalità . A differenza degli uomini Lampo alla lunga è riuscito a perdonare, a riprendersi e a riappropriarsi della sua vita. A Campiglia dopo aver pensato seriamente di averlo perso, chiudevano un occhio e anche entrambi, pur di rivederlo com'era. E cos'era diventato. "Uno di loro".

Vecchia edizione Garzanti - Foto di Elvio Barlettani
 
Purtroppo tutte le storie, anche le più belle, giungono alla fine e quella di Lampo è ormai arrivata al capolinea. La sera del 22 Luglio del 1961, nella stazione di Campiglia, un convoglio fa manovra e Lampo vi rimane sotto. Il motivo non è dato saperlo, forse i riflessi non erano più quelli di un tempo, chissà. Il macchinista, bianco come uno straccio, corre verso Elvio, e gli da la triste notizia. "E' come se fosse morto uno di noi" dice il capomanovra con un filo di voce rotta dall'emozione. "Era uno di noi" ribatte Elvio, che vede a distanza una macchia bianca riversa sui binari. Ma non ha il coraggio di avvicinarsi. Lui Lampo vuole ricordarselo come lo ha sempre visto, pieno di vita, come quel lontano primo giorno di otto anni prima. Lampo viene seppellito in stazione ai piedi di un'acacia, in un giardinetto tranquillo.

Vecchia edizione Garzanti - Foto di Elvio Barlettani
Qui finisce la storia di Lampo, non la sua leggenda. Alla stazione di Campiglia è stato eretto un monumento, la statua di un cane che tende la zampa destra, con accanto il berretto d'ordinanza di ferroviere. Questo racconto reale è diventato un libro, edito per la prima volta nel lontano 1962, che ha cresciuto e commosso generazioni di ragazzi e studenti. Per alcuni anni il libro, esaurito, era finito fuori commercio. Ora è stato nuovamente ristampato. Di tutto questo cosa resta. Sicuramente una miriade di insegnamenti, di cui il rapporto tra uomo e cane è tutto sommato il più scontato e banale. Lampo, comportandosi come un uomo, ci ha svelato tanti meccanismi dell'animo umano. Ci ha insegnato che nulla vale quanto la propria libertà , che nessun prezzo è adeguato per barattarla, che nessun agio può ripagarla. La fiducia nel prossimo, il dolore del tradimento, la forza del perdono. Quante cose insegna un cane alternandosi tra le carrozze di un treno e i binari di una stazione.

Vecchia edizione Garzanti - Foto di Elvio Barlettani
 
Elvio Barlettani è recentemente scomparso, nel luglio del 2006. La statua di Lampo è stata imbrattata. Campiglia non è più la stazione importante di un tempo, i treni a lunga percorrenza non vi fermano più. Il mondo scorre più veloce, ma non per questo è un mondo migliore.

N.B.  Il libro è stato edito per anni, e più volte ristampato, dalla Garzanti. Attualmente è pubblicato dall'editore "La Bancarella" di Piombino in una rinnovata vesta grafica, con le illustrazioni di Massimo Panicucci. Le foto storiche al cane Lampo, scattate all'epoca dall'autore Elvio Barlettani, vengono ovviamente riproposte anche in questa nuova edizione.

Lampo il cane viaggiatore - Elvio Barlettani - La Bancarella (precedentemente Garzanti Edizioni)