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venerdì 13 novembre 2020

Tu sei il più bel colore del mondo

 



Il primo fine settimana di ottobre passeggiavo con mia figlia nel centro di Piombino, quando passiamo davanti alla Libreria Coop locale. Decidiamo di entrare. Ad un certo punto Eleonora si lancia verso una pila di libri, entusiasta, rapita, quasi avesse individuato quello che stava cercando. E inizia a sfogliarlo.

E' una graphic novel monumentale. La vuole. Memorizzo il titolo, l'editore (più facili da tenere a mente del nme dell'autore, cinese), prometto di ordinargliene una copia al ritorno. Che poi le copie ordinate saranno in realtà due, una per lei, una per la libreria, che non si sa mai ...

Adoro il modo che hanno gli orientali di toccare (sfiorando) i grandi temi della vita (che sia adulta o adolescente poco cambia), leggero e fresco come una brezza di vento, colorato e profumato come il pesco in fiore (la graphic esordisce con i particolari dei fiori sui rami di un albero) così distante dal nostro comune sentire, eppure così illuminato e, oserei dire, nell'apparente semplicità, raffinato. Questa graphic novel potrei equipararla ad un romanzo di formazione (del resto, in 576 pagine, ne accadono di cose); ambientato in una scuola, una terza media, un anno di svolta.

L'ultimo anno delle medie è psicologicamente intenso, in Cina, perché gli esami finali determinano la qualità delle scuole superiori cui si potrà accedere. Un primo passo verso la vita adulta che può avere conseguenze fondamentali, per una persona. I protagonisti si trovano a vivere le classiche esperienze della loro età. C'è la bella di turno che piace a tutti i ragazzi della scuola (tranne a te, che hai occhi solo per un'altra), c'è il ragazzo perfetto, agile, sportivo, cui riesce bene tutto, con le ragazze che gli muoiono dietro (con una  famiglia agiata alle spalle, sempre sul pezzo con gli ultimi ritrovati alla moda, siano scarpe, racchette, lettori musicali), ci sono gli amici (fondamentali a tutte le età, figurarsi nel bel pieno della crescita), c'è il bullo che non manca in nessuna scuola che si rispetti. L'apparenza, che spesso inganna.

E poi ci sono quei valori immateriali che danno il senso alla vita: gli sguardi, i silenzi, le parole che muoiono in bocca, i voli pindarici, gli amori, la ricerca del proprio ruolo e del proprio spazio, del proprio talento, in una vita in costruzione. Molte di queste esperienze si iniziano a fare, e a vivere, proprio in questi anni. Di prima emancipazione. 

Per chi sogna di disegnare, diventa fondamentale saper leggere la luce e saper interpretare i colori. Ma certi colori, te li mostra solo l'amore.

"Tu sei il più bel colore del mondo" è una splendida, autentica, dichiarazione d'amore.

Questo libro è un bel regalo per i vostri ragazzi; in questi giorni di didattica a distanza, di emozioni filtrate attraverso uno schermo, è come tornare ad immergersi tra i banchi di scuola, con tutte quelle dinamiche che possono vivere soltanto lì. Io però lo consiglio anche a quei giovani adulti che sono i loro genitori, perché, sparsi qua e là, ci sono dei piccoli cammei tecnologici che appartengono alla loro giovinezza.

"Tu sei il più bel colore del mondo" - Golo Zhao - BAO Publishing

giovedì 5 luglio 2018

La stanza del lupo




Le nuvole

Vanno
Vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

(Fabrizio De André - Le nuvole)

Così Nico si sdraia a terra, e gioca con Claudia a lasciar sfilare le nuvole con lo sguardo. E gli sembra di toccare il cielo con un dito.  La vita odora di sogno, d'amore, profuma di limone. Forse è solo un'illusione. Nico conosce un altro tipo di nubi, invisibili all'occhio umano; cupe e minacciose, offuscano l'animo. Sono quelle nuvole lì che, "quando si fermano", scatenano violenti temporali interiori; braccano il cuore, lo azzannano come farebbe un lupo, togliendo il respiro.    


Attraverso la figura di Nico conosciamo la rabbia ferina, violenta, che colpisce come una furia cieca. Un sentimento primordiale, che sembra riportare l'uomo allo stato brado, animale. Capace di far saltare per aria ogni tentativo relazionale, da quello iniziale tra genitore e figlio. E' un istinto che si antepone ad ogni lettura logica, è una forza che sovrasta, non puoi prenderla di petto perché ti schiaccia. Allora devi aprire finestre per respirare, e costruire ponti, per attraversarla indenne. E, se sei fortunato, trovare qualcuno che ti ascolta e riesce ad apprezzarti per quello che sei, come Claudia. E magari persino capace di stanare dal buio i colori che albergano in te, come il professor Dalì.

Poi c'è la storia di Leo che, seppur profondamente intrecciata a quella dell'amico protagonista, vive di una propria autonomia narrativa. Attraversa il romanzo come una meteora che marchia il cielo, lo infiamma, per andare a schiantarsi, seguendo, imperturbabile, la sua traiettoria. C'è una feroce coerenza narrativa nella parabola tracciata intorno a questo ragazzo,"cazzone" per indole e per vocazione, dall'inizio alla fine. Leo perde il contatto con la realtà, confonde il coraggio con l'incoscienza, scommette con la vita. In cambio di cosa? Non ci è dato saperlo, ma quante giovani meteore si bruciano con leggerezza per un briciolo di visibilità? 



"La stanza del Lupo" di Gabriele Clima colpisce il lettore con la potenza di un tornado, mandando i suoi pensieri in frantumi. Lasciandolo sbigottito, attonito. Sopravvissuto. E' un libro che attraversa la selva oscura dell'animo umano per piantarvi un fiore; quel fiore, pregiato, è la scrittura del suo autore. Delicata, emotiva, intensa. Empatica. In una parola, preziosa.

"La stanza del lupo" - Gabriele Clima - San Paolo

Coda (senza pianoforte)

Ricordo un pomeriggio della mia tardo-adolescenza, vivevo spesso rintanato in camera; in un periodo di profonda solitudine scrissi una poesia sulla "rabbia". Allora la immaginai come un vino, un sentimento liquido che sorseggi a poco a poco; qualcosa di mutevole, capace di avvolgere e impastare l'animo. Uno stato d'animo che seduce e inebria infine ubriaca, offuscando la lucidità. Ma la rabbia, in fondo, è anche un rimedio, seppur parziale e fallace, contro l'apatia, quel devastante senso d'inedia che ogni tanto si impossessa della mente e la fiacca. Una forma di resistenza per restare in vita, quando un feroce senso di incompiutezza ti bracca.


Rabbia

Sgorga...
sversata
precipita...
colma...
ondeggia...
...si posa.
Ancora oggi
nelle serate
rosso rubino
l'unico modo
che ho
per ubriacarmi
di vita.


sabato 23 dicembre 2017

Tutta colpa delle meduse


Tu

Le parole non dette.
Le parole temute.
Le parole perdute.
Sul foglio bianco
piovono occhi scuri
che il fondo allagano.

Alessandro Moscetti - La fatalità in braccio

Una manciata di versi che scrissi nel 1994, confluita in una raccolta dieci anni dopo. Per parlare di quella difficoltà nel comunicare che genera incomprensione, che sia dovuta a timidezza o timore, paura o vergogna, poco importa, è l'effetto che conta; quelle parole non dette, trattenute, che ti trascinano a fondo, creando una zona di oscurità che ti risucchia come un buco nero da cui è impossibile risalire. Non ti resta che contemplare un foglio di carta e innaffiarlo di lacrime. E puoi scriverci qualunque cosa su quel foglio, pensieri, poesie, persino una ricerca sulle meduse, se questo serve a fornirti una "ragione" di quanto accaduto, perché tu non puoi rassegnarti al fatto che "a voltele cose succedono e basta". Non puoi accontentarti di questa risposta.


Mentre leggevo questo libro ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro un acquario, dove osservi il mondo vivere e respirare, da dietro un vetro. E mi sembrava straordinario pensare che, quando coli a picco, tutte le cause che ti hanno portato al punto di non ritorno, trascinandoti a fondo, d'improvviso ti appaiono davanti in tutta la loro leggerezza,  sospese e fluttuanti, liquide, limpide e chiare, come pesci che danzano mentre nuotano. Le parole non dette, i gesti abortiti, tutto quello che sembrava difficile, pesante, impossibile da esternare, è li che galleggia, evidente, accompagnandoti dolcemente verso il baratro che ti sei scavato.


"Tutta colpa delle meduse" coniuga le oscurità alle trasparenze, come una ferrovia a doppio binario, dove un treno sale e contemporaneamente l'altro scende, nel senso opposto. Ed è scritto di pari passo, i capitoli della ricerca, della motivazione, dell'analisi, che procedono avanti, dritti e ostinati, si alternano a quelli del ricordo, della memoria, di quanto accaduto, che procedono in senso inverso, e tornano indietro. Ogni fase ha la sua scrittura distinta. E' un libro di una feroce coerenza, anche nella costruzione tipografica. La narrazione è divisa in blocchi, seguendo lo schema di una ricerca scientifica, che è poi quella che l'insegnante di scienze. sig.ra Turton, assegna alla classe della protagonista Suzy Swanson: Obiettivo, Ipotesi, Contesto, Variabili, Metodo, Risultati. Conclusione. Una ricerca che Suzy decide di svolgere sulle meduse, perché deve darsi una spiegazione plausibile alla morte della sua amica Franny. Perché lei era un'esperta nuotatrice, non può essere annegata; qualcosa o qualcuno, deve averci messo lo zampino, o il tentacolo. Magari una Irukandij.


Per Suzy la ricerca sulle meduse diventa una ragione di vita, perché tra lei e Franny il rapporto è ormai incrinato; e lei non può andarsene così senza preavviso, prima che si siano chiarite, una volta per tutte. Il viaggio nella oscurità per Suzy inizia molto prima della morte della sua amica; coincide con il momento in cui diventa trasparente ai suoi occhi. Da bambini si fanno grandi promesse, "saremo amiche per sempre". Poi si entra nell'adolescenza con i suoi turbini, e ci vuol poco a scompaginare rapporti cristallizzati. Basta invaghirsi di un ragazzo, cambiare scuola, frequentare amiche fighe e trendy, e vengono a galla tutte le differenze di carattere. Suzy, così analitica da apparire fin troppo meticolosa, vive nel regno delle proporzioni e delle equivalenze, dove tutto ha un peso e un'unità di misura, compresi i battiti del cuore, da tramutare in secondi, minuti, anni. Invece Franny, sembra ormai curarsi solo di gonne, trucchi, acconciature e scarpe. Ci prova Suzy a star vicino alla sua amica, anche se le costa fatica, ma ogni tentativo sembra goffo e vano, finendo per l'allontanarla sempre di più. "Uccidimi se mai dovessi diventare così", "Mandami un segnale. Tipo un messaggio segreto", "Qualcosa di eclatante. Qualcosa che attiri veramente la mia attenzione". E lo compie Suzy Swanson il gesto eclatante. Poi cala il silenzio. Un giorno, due, poi più niente. Se n'è andata Franny Jackson, per sempre. Nulla sarà più come prima. Suzy perde la parola, le resta un carteggio interiore con sé stessa.


"Tutta colpa delle Meduse", per dirla con Battiato, è "un soffio al cuore di natura elettrica". Con un incipit memorabile, che lascia a bocca aperta.

"Una medusa, se la guardi abbastanza a lungo, comincia a sembrarti un cuore che batte. Non importa a quale specie appartenga: l’Atolla rosso sangue con le sue luci lampeggianti a fare da richiamo, la varietà con l’ombrello a decorazioni floreali o la medusa lunare quasi trasparente, l’Aurelia aurita. È il fatto che pulsano, il modo in cui si contraggono rapidamente per poi rilasciarsi. Come un cuore fantasma: un cuore attraverso cui riesci a vedere dritto in un altro mondo dove ciò che hai perduto – qualunque cosa sia – è andato a nascondersi.
Le meduse non ce l’hanno nemmeno un cuore, certo; non hanno cervello, ossa, sangue. Ma osservatele per qualche istante.E le vedrete pulsare.
La signora Turton Dice che, se una persona vive fino a ottant’anni, il suo cuore batte tre miliardi di volte. Ci stavo pensando, cercando di immaginarmi un numero così grande. Fate il conto alla rovescia di tre miliardi di ore, gli esseri umani  moderni non esistono: solo uomini dalle caverne dagli occhi infossati, tutti peluria e grugniti. Tre miliardi di anni, e la vita stessa a malapena esiste. Eppure eccolo qui, il tuo cuore, che fa il suo lavoro incessante, un battito dopo l’altro, tutta la strada fino a 3 miliardi di battiti. Solo se vivi così a lungo, però."

Si sta in apnea con un avvio del genere. L'evidenza scientifica sposa l'eloquenza narrativa che si traduce in musica, allora i pensieri fluttuano, parole e immagini danzano in acqua in un nuoto sincronizzato. Poi emergi e riprendi fiato.

"Tua madre è da qualche parte accanto a te; sta scattando una foto, e tu sai che dovresti voltarti e sorriderle. Invece non lo fai. Non ti volti, non sorridi, continui solo a guardare il mare, e nessuna di voi due ha idea di cosa conti in questo momento o di cosa stia per succedere (e come potreste?).
E per tutto questo tempo il tuo cuore continua semplicemente a battere. Fa quello di cui hai bisogno, un battito dopo l’altro, finché non riceve il messaggio che è tempo di fermarsi, che potrebbe essere fra pochi minuti e tu nemmeno lo sai.
Perché certi cuori battono solo circa 412 milioni di volte.
Che potrebbe sembrare un numero enorme.
Ma la verità è  che questo ti fa arrivare malapena ai dodici anni."

E allora capisci che il tempo speso a inseguire un rimorso, a rimpiangere quello che non è stato, è tutta vita che getti nel fondo del tuo mare interiore. Un mare bramoso e oscuro. Ma è dal fondo del mare che si anela la luce. E i libri potenti, prima o poi, vengono sempre a galla. 

"Tutta colpa delle meduse" - Ali Benjamin - Il castoro

lunedì 13 novembre 2017

Pusher


"Cominciai a leggere, si, ma non riuscii, perché mi vennero le lacrime. Le lacrime facevano ballare sul foglio le parole e mica le vedevo, le vedevo tutte mosse, sfocate come dietro a un fumo. Mi asciugai gli occhi con la manica della maglietta, e allora i miei compagni fecero un altro applauso forte. Tirai su col naso. Feci un respiro profondo. E mica era facile. Presi a leggere, finalmente, a leggere il mio sogno, il sogno che volevo realizzare e che a casa non potevo dire, e a leggerlo il mio sogno era il più strano e il più pazzo e bello di tutti i sogni che si potessero sognare. Parlava di me che volevo fare il giornalista, che volevo scrivere sul giornale com'era bella Napoli e i napoletani, e che bei dolci si potevano mangiare a Napoli, e che belle canzoni si cantavano, e che squadra forte di calcio avevamo, e come i ragazzini avevano diritto di giocare e divertirsi invece di lavorare, di rubare e di spacciare. Leggevo ormai senza fermarmi, ché il respiro quasi mi mancava, e mentre leggevo, sembrava che, visto che lo avevo scritto bene, con le parole tutte giuste, prima o poi davvero forse poteva capitare. Ma, leggendo leggendo, pensavo alla testardaggine e alla forza e alla volontà che ci volevano per far succedere una cosa così, così difficile, e io mica ce l'avevo, quella forza. E avevo contro mio padre, mia madre e pure gli amici. Ma poi, alla fine, in mezzo all'applauso che mi arrivava in faccia e nelle orecchie, guardai il prof che sorrideva e faceva sì sì con la testa e pensai alle parole che diceva sempre; che, se hai una passione forte, la disciplina poi ti viene".

E' un capitolo, questo, che mi piace riportare per intero, perché affiora così, nel bel mezzo del romanzo,  come una "Spaccanapoli", a separare due ipotetiche vite che vi si affacciano.  Anche se la visuale ariosa e panoramica che restituisce sembra più quella di un affaccio sul mare a Posillipo. 

Non è facile parlare dell'ennesimo libro di Antonio Ferrara scritto in modo superbo ed empatico; eppure questo racconto l'ho sentito, e vissuto, in modo diverso, non appena ho iniziato a leggerlo. Solitamente la scrittura di Antonio mi mette le ali, è una tale sequela di carezze e risate, bravate e lacrime, abbracci e ceffoni, che quando abbasso lo sguardo per iniziare un suo libro, difficilmente lo alzo prima di averlo finito. 

Ma Tonino è un ragazzo di 13 anni con la pistola in tasca, il pomeriggio ha la fila sul portone di casa, la notte le dosi le spaccia in piazza. Con Tonino sei fortunato se l'amico  sveglio ti para il culo quando lo stronzo di turno ti mette le mani al collo, per strapparti la dose senza pagare. Tonino, mandato a sparare dal padre per appianare uno sgarro. Difficile immaginare un orizzonte con Tonino. Difficile voler scappare con lui da qualche parte.

Però non è solo questo. "Pusher" scorre meno lineare di altre storie, si propaga lento e inaspettato a macchia d'olio, ogni capitolo, nella sua sintesi, tra densità e ritmo, contiene la luce e il buio; crea, più che altrove, uno spaccato autonomo. Un sipario. C'è, più che altrove, il teatro di Antonio, la sua commedia, un proiettarsi di scorci, di tanti piccoli presepi. E allora questo libro me lo sono sorseggiato, come tante piccole "tazzulelle 'e cafe' ". Perché sembra non conceda scampo, e invece ti lascia spazio per pensare. A quello che sei, a cosa diventerai.

Attraverso i racconti del nonno malato Tonino comprende che c'è un tempo per vivere e un tempo per morire; quando sei potente la gente ti rispetta e ti teme, ti serve e ti riverisce; ma quando sei vecchio e stai male, quando non conti più niente, la gente si dimentica di te, e resti solo come un cane. E allora i soldi e il potere non servono a niente. Cosa gli racconta il nonno a Tonino? di quando sparava? di quando spacciava? di quando si spartiva Napoli? No, gli racconta la storia di quando era ragazzo e per far colpo sulla nonna le regalò una gallina (che nel dopoguerra era una dote preziosa), e quella disgraziata le scacacciò sulla camicia bianca. Una storia di amore e gioventù, che ogni volta arricchisce di un particolare, che affiora dalle nebbie della memoria. Perché quando invecchi ricordi l'età più bella, che è la gioventù e le sue follie. E allora a 13 anni devi giocare, devi studiare, non spacciare, Tonino. La figura del nonno apre uno squarcio ironico - iconico agli occhi del ragazzo. Sono pagine di luce e amore, risate e commozione. 

Poi c'è il professore, che per prima cosa ti insegna a ridere. "Tu ridi troppo poco Toni'. Ricordati che sei ancora nu' guaglione, e devi ridere di più!'". "Si può anche imparare mentre ridi, no?" - Bisogna essere felici di imparare". Con il sorriso puoi smontare i problemi a poco a poco, mettere in fila i pensieri, e darti una disciplina. Il professore che aiuta a guardarti dentro, a separare le luci dalle ombre. 

"Avevo sempre avuto una bella calligrafia, mi piaceva scrivere chiaro. Mi piaceva che le parole si capissero bene e dicessero bene le cose che uno pensava, pure quelle brutte. Quando uno pensa può anche pensare male, disordinato e senza capo né coda, pensavo, ma quando scrive le cose le deve mettere a posto, le deve dire bene". 
   

Non puoi sapere in anticipo quale direzione prenderà la tua vita, però è importante saper riconoscere da quali mani farti impastare. 

"Ogni volta che tiravo fuori il pane dallo scuro del forno mi veniva in mente che ero io, quel pane, ero io che uscivo dallo scuro e mi presentavo fresco fresco al mondo. Ma era Carmine che mi aveva impastato e messo al forno a crescere e a cuocere fino al punto giusto, lo sapevo, era lui che mi aveva dato un'altra forma."

Pane e basilico.

"Mangiavo di gusto e pensavo che eravamo così, Carmine e io: lui era il caldo del pane e io il basilico, lui era il caldo che faceva uscire tutto il profumo che avevo dentro io e non si sentiva".

Già, ma chi è Carmine, e chi è Tiziana? Chi sono queste persone che nel buio diffondono luce? Dacci oggi il nostro "pane" "quotidiano". Pane e quotidiano. Che di notte non lavorano solo i pusher, lavorano anche i panettieri, e i giornalisti. 

"Pusher" è un po' così. Schizza via come una pallottola di rimbalzo e non sai bene quale parte di te andrà a colpire. Ma ti ricorda anche che dentro la sfogliatella c'è la crema, e se sei un ragazzo di 13 anni, ed hai una vita davanti, te la devi saper giocare. E qualunque cosa accada, fattela una risata.

Pochi autori sanno spacciare gioie e dolori, sorrisi e lacrime, abbracci e carezze, come Antonio Ferrara. Ogni suo libro è un viaggio, uno spaccato, della complessità di questo mondo contemporaneo, interconnesso eppure così slegato, costituito da una somma di solitudini e tante sottrazioni di responsabilità.

Antonio sa che alle volte serve qualcuno che ti dia la spinta, o ti indichi la strada. E lui tra le righe ti incoraggia e ti spinge, che le storie servono anche un poco a questo, a seminare le difficoltà  e ritrovare quella fiducia in sé stessi. Quella fiducia di cui tutti, adulti e ragazzi, abbiamo in fondo un grande bisogno.

"Pusher" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

domenica 10 settembre 2017

Lettere fra i lacci

 

Una storia dal sapore antico, un abbecedario delle emozioni, con le lettere sparse tra le pagine come tante isole, legate dal filo sottile e invisibile della narrazione che si dipana.

 
"Lettera fra i lacci" narra la storia di una famiglia umile, composta da 7 fratelli che vivono con la nonna, perché la madre lavora lontano; quando torna la domenica tutta la famiglia si stringe a lei sul lettone, ad ascoltare le sue storie. Il lunedi è l'unico giorno in cui può accompagnare i figli a scuola. 



Flor ha 7 anni ed la più grande, è una bambina giudiziosa che segue alla lettera le disposizioni impartite dalla madre; è lei che veglia sui fratellini, li accompagna a scuola scendendo dalle montagne per un percorso lungo chilometri; Flor parla con le lettere, le ama, perché sono loro che ti consentono di ascoltare quelle storie che racconta la mamma.

 
 
Flor ha un grande sogno: diventare maestra. E quando lo svela alla madre, commossa la abbraccia. Nello studio è la misura di un riscatto sociale.

 


L'io narrante è affidato ad un fratellino di Flor: per lui le lettere sono segni strani, complicati, a lui non dicono niente: "Secondo me sanno che a me non piace affatto leggere e allora stanno zitte perché sono arrabbiate con me".

 

La storia, scritta da Cristina Falcon Maldonado, è sapientemente illustrata da Marina Marcolin, che le conferisce un fascino antico, quasi ingiallito, di memorie perso nel tempo, eppure pronto a ravvivarsi di scatto in un guizzo, un'immagine, come una foto presa per mano dopo tanti anni, che alimenta il flusso inarrestabile dei ricordi.
 
 
 
"Lettere fra i lacci" è una soave e potente epopea familiare, a cui è difficile restare indifferenti.


Evoca il fascino delle storie di vita di un tempo, neppure troppo lontano, ma di cui forse ci siamo già dimenticati.

"Lettere fra i lacci" - Cristina Falcon Maldonado, Marina Marcolin - Kalandraka Italia

venerdì 14 aprile 2017

Lettere di un cattivo studente



Dovrebbero riceverlo tutti gli insegnanti. E leggerlo possibilmente. E anche i genitori. E dovrebbe essere letto in ogni classe. Semplice e geniale. E fa malissimo, dentro. Per me da leggere assolutamente.

Commuove, si.”

Con queste parole Monica Tappa,  giornalista della Gazzetta di Modena, per il quale cura la rubrica "Zero14" (e il relativo blog) dedicata alla letteratura per ragazzi, commenta “Lettere di un cattivo studente” di Gaia Guasti, edito da Camelozampa.


Geniale perché semplice, e le cose semplici si sa, spesso son quelle che riescono meglio, purché mostrino al loro interno una loro intima coerenza. E questo libro intimo e coerente lo è davvero, da cima a fondo, per questo corrode fino a commuovere. 



Il protagonista è uno studente in difficoltà, in difficoltà persino ad esternare compiutamente a voce il proprio disagio, al punto da esprimersi attraverso delle lettere, perché il linguaggio epistolare è diretto e arriva dritto al punto, e ti consente di metterti a nudo senza tanti artifici. Sette lettere, che lo studente indirizza ai propri genitori, agli insegnanti, al Ministro dell’Istruzione … a tutti quelli che lo vedono come un problema, un caso disperato. Sette lettere in cui il protagonista smonta punto per punto il castello di stereotipi e ipocrisie che i diretti interessati gli puntano contro. Comportamenti che rimbalzano e tornano dietro come boomerang, perché dietro un cattivo studente spesso si trovano “cattivi genitori, cattivi compagni, cattivi professori, cattivi presidi e cattivi ministri”. Ma “per fortuna, ci sono anche dolci ranocchiette e brave maestre”. 



Due cose mi hanno colpito, di questo itinerario epistolare. 

Il tono delle lettere, che, nell’essere corrosivo e ficcante, è sinceramente rammaricato, risultando privo di acredine. Nel rispedire al mittente critiche e accuse, c’è tanta lucidità e precisione chirurgica di argomentazione, ma non “rabbia”. Rabbia la prova chi critica ferocemente un sistema dall’interno, tentando a sua volta di sovvertirlo, facendone tuttavia parte; non può provarla chi ne risulta totalmente estraneo, e non si sente, da esso, minimamente rappresentato. Allora prevale un senso di pena. Pena per i genitori che fanno finta di niente; pena per i capoclasse ruffiani che spifferano alle spalle, speculando sulle malevoci, per il proprio tornaconto scolastico; pena per quegli insegnanti che vengono in classe scorati e con gli occhi stanchi, per i ministri delle buone riforme, per il valzer di supplenti , per tutti i maestri che, anziché aiutare chi resta indietro, di fronte alle classi problematiche manifestano gran voglia di andarsene il prima possibile in una scuola migliore. Pena anche per quegli sconosciuti sull’autobus che, senza conoscerti, ti giudicano da uno sguardo, salvo nascondere la propria faccia dietro un libro, scrutato con finto interesse per celare il proprio disagio.



Alla fine del tunnel si scorge la luce. Nel coraggio di una richiesta di aiuto; che bisogna saper chiedere, ma bisogna soprattutto saper dare. Il che presuppone fermarsi ad ascoltare, senza giudicare. Come la maestra Caterina, l’unica che abbia saputo “far piacere la scuola” al ns. cattivo studente. Per lui, lei c’è sempre, anche se non è più la sua insegnante.

Se sei in difficoltà non restare solo” e “se non sai con chi parlare torna a trovarmi. Si possono cercare delle soluzioni” .. 

Le ultime due lettere, alla sorellina “Scricciolo” e alla maestra “Caterina”, sono le più toccanti. Perché sono lettere alla pari. Di consiglio fraterno, di richiesta d’aiuto. Il protagonista è nudo, si è tolto tutti i sassolini dalle proprie scarpe, non deve più giustificare i propri comportamenti; allora i sentimenti non sono più estranianti, ma autentici.



Prescrizioni:

Il librò è pocket, 16 cmx 11. Formato Agenda Comix, per intenderci.
Bastano dieci minuti per leggerlo. Ma ce ne vogliono molti di più per scrollarselo di dosso.

Lettera a un cattivo studente - Gaia Guasti -  Camelozampa