sabato 20 gennaio 2018

Casa Lampedusa


"Casa Lampedusa" l'ho letto questa estate, sulla spiaggia, di fronte all'immensità del Mar Ionio, accarezzato dalla musica placida delle onde. Ma il mare non è sempre messaggero di bellezza e poesia, le sue acque raccontano quotidianamente storie di spavento e morte. Così Lev Tolstoj, nel primo dei suoi "Quattro libri di lettura", descrive il mare:

"Il mare è vasto e profondo; del mare non si vede mai la fine. Nel mare il sole sorge, e nel mare tramonta. Il fondo del mare, nessuno l'ha mai raggiunto, e nessuno lo conosce. Quando il vento non c'è, il mare è azzurro e liscio; quando soffia il vento, subito il mare si agita e scroscia. Si sollevano, là nel mare, le onde; un'onda corre dietro l'altra; si uniscono insieme, si urtano, e sprizzano una schiuma bianca. Allora i bastimenti vengono sbattuti di qua e di là dalle onde, come se fossero schegge di legno. Chi non si è mai trovato in mezzo al mare, non può sapere che cosa vuol dire raccomandarsi a Dio".



In un'isola come Lampedusa, il mare è un elemento imprescindibile. Ti cinge e ti abbraccia, ti assedia e ti circonda, ti bracca, ti da lavoro e ti sfama, non ultimo, riversa sulle tue coste le problematiche di chi, a torto o a ragione, spesso a rischio della propria vita, si affida alle sue acque in cerca di fortuna. Che spesso, la vera fortuna, consiste nella sopravvivenza stessa. La storia di questo libro inizia da qui, dal'accoglienza nei confronti di chi questo mare ha attraversato a suo rischio e pericolo, per garantire un futuro alla propria famiglia, quel futuro che la terra d'origine non era più in grado di dargli.

Ammetto di aver letto con grande curiosità questo libro che parla di una problematica di stretta attualità, che, neanche a dirlo, spacca letteralmente in due le opinioni della gente. Ma Antonio Ferrara ci si è tuffato con la consueta naturalezza, non si è fatto mettere il sale sulla coda dal buonismo, tanto meno dalla retorica spicciola. Antonio non nasconde le difficoltà che nascono dalla paura della diversità, tutt'altro, mostra come l'accoglienza e l'integrazione non possono prescindere da una forte dose di volontà. Di comprendere e capire, per poter davvero aiutare. Khalid non fa nulla per rendersi simpatico, anzi a tratti appare agli occhi del lettore piuttosto irritante nelle sue esternazioni. Che paiono davvero inopportune, nei confronti di chi ti prende in casa.

"Nel mio paese le brave donne non si truccano".

"Nel mio paese le donne stanno a casa a preparare, non vanno a lavorare".

Ci vuole senso pratico nel maneggiare le questioni spinose, la prima volta si abbozza, la seconda si risponde con calma e fermezza: "da noi le donne lavorano". E fine della discussione.

Salvatore fa davvero fatica a comprendere:

"Non era bello mangiare con uno che a tavola diceva sempre no", oppure

"Non lo sopportavo quando faceva così. Era antipatico. Si vedeva che se ne fregava, delle persone. Non era facile vivere con lui, voglio dire, non era mai contento. E poi anche di notte mi dava fastidio, per tutto il gran russare che faceva. Per non parlare di tutto lo spazio che prendeva. Non riuscivo proprio a capire perché dovessimo tenerci in casa un tipo così".

Questo il tenore dei pensieri di Salvatore, per dire che chi scrive non indora la pillola, e non presenta le cose più facili di quanto in realtà siano.

Come sempre accade in questi casi, è tra "pari" che ci si comprende, e ci si aiuta. Salvatore è animato dal desiderio di comprendere gli atteggiamenti di Khalid, e le ragioni della sua fuga, dei suoi silenzi, dei suoi rifiuti.

"Perché sei fuggito dal tuo paese, Khalid?"

"Davvero vuoi saperlo Salvatore?" "Si.".

"Sei sicuro?" "Si."

E lui solleva la maglia, con le sue ferite non rimarginate, da cui si vede la carne viva, le atroci sofferenze e le torture inflittegli dai soldati, nel tentativo di estorcergli  dove teneva nascosti i suoi familiari. E Salvatore comprende anche perché Khalid non mangia il pesce. No, non è un precetto religioso, sua moglie e sua figlia sono morte cadendo in acqua dal barcone, e a quest'ora se le saranno sicuramente mangiate i pesci del mare. Per questo lui non mangia pesce. Così, quella sera stessa, Salvatore rifiuta di mangiare il polpo col sugo, il suo piatto preferito.

Dalla conoscenza scatta l'amicizia e l'aiuto reciproco, cosi Khalid prova ad insegnare a Salvatore a nuotare, anche se non è facile vincere la paura del mare; strano ma vero, lui è l'unico isolano che non è ancora capace, e questo pensiero lo tormenta. Khalid lavora sulla testa, prima ancora che sulle braccia, e spiega a Salvatore che non puoi dire di non essere capace a fare una cosa se non provi, e il coraggio uno lo misura quando il pericolo gli capita davvero.

Tra colpi di ironia e situazioni reali da fronteggiare, la narrazione procede che è una bellezza, avvincente e spedita, ci si diverte e ci si ferma un poco ad osservare le complessità e le stratificazioni di un mondo iniquo che da un lato si intreccia, dall'altro si sfilaccia. C'è il solito Ferrara delle battute che fanno ridere, come quando Salvatore fa cadere a terra un bicchiere di vetro al buio, Khalid lo calpesta e si infila le schegge sul piede, e saltella e urla:

"Minchia! Minchia! Minchia!" e

"anche se non era il caso a me scappò da ridere, perché pensavo che il tipo era proprio bravo e veloce a imparare le lingue, sia l'italiano che il siciliano, voglio dire".


E poi ci sono i libri che aprono gli occhi e lo sguardo sul mondo, per questo servono le biblioteche per ragazzi e le librerie, sull'isola non ne avete nemmeno una, "ma come fate senza i libri?"

Abbiamo i libri di scuola, che sono anche troppi. Eh no, Salvatore, quelli non c'entrano niente, servono i libri che uno legge per amore, mica per dovere.

Lodevole l'impegno dei volontari, che seminano bellezza con passione, e costruiscono la biblioteca.

Lo sai cosa sono i "silent book" Salvatore?

Cosa sono i "libri silenziosi"? Io non li ho mai sentiti parlare i libri!

"I silent book sono i libri senza parole, solo con le figure!"

"E a cosa servono?"

"Ad essere letti da tutti, qualunque sia la lingua che parlano quelli che leggono! E vanno bene anche per i piccoli che non sanno leggere!"

E con le cassette di frutta si costruisce una biblioteca colorata, e i libri iniziano a profumare, di mele, fragole e banane.

E' bello leggere certe storie, quando a scriverle sono autori come Antonio Ferrara. Con quella scrittura che avvolge come un'onda:

"Sulla sabbia arrivai stremato, mi tirai su a fatica, presi in braccio la bambina, la consegnai a quelli della capitaneria e poi crollai per terra. Mi stesi a faccia in su sulla sabbia senza forze, col fiato grosso, coi vestiti zuppi, e a braccia larghe, sorridendo, ammirai le stelle alte e tremolanti sopra Lampedusa. Mi guardavano e dicevano: "Bravo Salvatore, Bravo". E pensai che aveva ragione Khalid; il coraggio te lo misuri quando c'è il pericolo. Pensai che adesso i miei compagni a scuola, avrebbero fatto a gara a sedersi nel banco accanto al mio. Pensai che avevo Annarita. E poi pensai una cosa strana, dolce, bella e nuova: che, per cercare di aiutare un altro che aveva bisogno ed era spaventato, ti dimenticavi di aver paura tu, e come niente diventavi coraggioso".

"Casa Lampedusa" - Antonio Ferrara - Einaudi

giovedì 18 gennaio 2018

La prima cosa fu l'odore del ferro


La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro.

Poi ci furono le ore e i giorni a farmi compagnia. E quel ferro che non se ne andava dalla mia pelle, come un tatuaggio. Un segno di riconoscimento.

Mansueta.
Innocua.
Accartocciata e sottile senza far rumore. Curva nelle stanze umide dell'officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana. Come tutta la classe operaia.
Timbravo all'entrata. Timbravo all'uscita. Ritmi lenti. Uguali.

Cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza.


In principio fu il buio, poi venne la luce, che pertinace e ostinata iniziò a filtrare nei spiragli dei pensieri e dei giorni, tramutando la polvere in scintille, luccicanti come stelle. Sonia Possentini in questo albo, compie un prodigio: mette in ombra la sua arte, per donare luce al nostro sguardo sul mondo. L'illustratrice, fresca vincitrice del Premio Andersen, pone le sue tavole al servizio della parola, che splende, infine abbaglia. Come quando sfogli un album di famiglia, osservi curioso le foto ingiallite dal tempo, ma in cuor tuo sei li che pendi ad aspettare il racconto di quello che fu, da parte di chi lo ha vissuto. Intendiamoci, le illustrazioni di Sonia, anche in questo libro, hanno il consueto pregio artistico, ma si pongono come elemento di contrasto, un fondo scuro teso a far risaltare quel piglio inedito di scrittrice, che brilla della forza incorruttibile dei suoi sogni, poiché forgiati nel rigore e nella perseveranza. 

      
Ora voi immaginate che io mi metta qui a parlarvi del ferro, della fabbrica, del sudore, della classe operaia che va in paradiso, dell'importanza dell'impegno e del sacrificio per ottenere qualcosa nella vita, e invece no. Questa cose ve le ha già raccontate Sonia. Io voglio parlarvi di poesia, che questo racconto ne è intriso fino alle ossa, dalla prima all'ultima riga. Allora sollevo la patina del tempo con un soffio, e controluce anche la polvere risplende. In paradiso vi ci porto lo stesso, ma a modo mio.


Il viaggio interiore alla ricerca di sé stessi, alternando ambientazioni reali a mete fantastiche,  ha alimentato la poesia di ogni tempo e luogo. Settecento anni fa un sommo poeta intraprese il suo viaggio, camminando ai confini della conoscenza, attraversando lande piene di dubbi esistenziali. Non mancarono le richieste di aiuto e conforto, anche ai propri avi, come fa Sonia con la sua amata nonna, che per consolarla diceva:"Impara. Impara a fare tutto, anche quello che è brutto." Conoscendo la fatica, te la saresti sempre cavata.


Sfido la cabala, e percorro via del Paradiso,  numero 17, qui mi fermo. E leggo:

"La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende"


I fatti contingenti, che non hanno luogo al di fuori del mondo materiale, sono tutti e sempre presenti nella mente divina; non per questo assumono carattere di necessità, così come il movimento di una nave che discende il fiume non dipende dallo sguardo che la osserva.

Sonia era si mossa dalla fame, ma alimentata dalla necessità di capire: una sete di conoscenza, da soddisfare. Poiché tuttavia le parole, oltre al loro intrinseco significato, hanno la capacità di evocare immagini, non posso non soffermarmi sul "quaderno" e sul "dipinta"; e immaginarmi Sonia in fabbrica, negli scampoli di luce dei pochi momenti d'aria,  china a disegnare i suoi sogni per animarli e dargli vita.

"Ma, nonna, vivere o sopravvivere"? Non ha mai risposto.


Io la risposta la cerco qualche verso più in basso.

"Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta."

Lascerai tutto ciò che ami maggiormente, e questo è il dolore che per prima cosa ti infliggerà l'esilio. L'esilio di Sonia è puramente spirituale. Si sposta ogni giorno da un paese dal quale vorrebbe fuggire, e ogni sera, stanca, dopo una giornata di duro lavoro, puntualmente e inevitabilmente ritorna. Donna e forestiera, in un ambiente di soli uomini, tutta manovalanza locale.


"Tu proverai sì come sa di sale
 lo pane altrui, e come è duro calle
 lo scendere e 'l salir per l'altrui scale."

Tu proverai quanto è amaro il pane degli altri, e quanto è faticoso salire e scendere le scale delle abitazioni altrui. Proverai com'è lavorare per gli altri. Già, il pane. Una fetta la mattina prima di mettersi un'ora in auto per recarsi al lavoro. E una fetta la sera tardi.


E quel che più ti graverà le spalle, 
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Non si può certo dire che la compagnia di quegli anni fosse selezionata, ma era tutta gente onesta, sana, temprata dalla vita dura e, tra le donne nude in calendario e qualche colorita bestemmia, si poteva parlare, ridere, scherzare insieme. La cosa che più mi ha colpito di questo libro, che racconta molto dell'etica e dell'onesta intellettuale di Sonia, è racchiusa in una semplice frase:

"Per me la crisi c'è sempre stata".

Ciclicamente l'uomo attraversa fasi di povertà, indigenza, ristrettezza economica; ma quello che spaventa, di oggi, è la crisi squisitamente interiore, dell'impoverimento dei valori, che ci spinge sul baratro di un imbrutimento spirituale, che genera cattiveria, odio, violenza; che scarica la colpa dei propri insuccessi sugli altri. E' sempre colpa di qualcun altro se le cose non vanno. Sono loro che ci rubano il futuro.


E invece no, oggi, come ieri, il futuro devi costruirtelo con le tue mani. Solo che non sai più usarle, le tue mani, ti sei illuso di avere tutte le risposte a portata di mano, da non saper più cosa e dove cercare, intorno, ma soprattutto, dentro di te. Questa incapacità di relazionarsi, con noi stessi e con l'ambiente circostante, ci fa sentire perennemente in crisi, anche quando, in verità, materialmente parlando, delle cose essenziali, non ci manca niente.


Manca, invece, quell'empatia che nasce dall'istinto, che oggi fatichiamo a trovare nei rapporti con i nostri simili; la troviamo, invece, nelle relazioni disinteressate con il regno animale. Come quel cane, che un giorno irrompe in fabbrica, e siederà ai piedi di Sonia. Sarà lui a mostrargli il confine tra il vivere e il sopravvivere, che la nonna non ha saputo spiegargli.

"La sua coda si mosse lenta.
La sua coda era la sua voce.
Iniziai a capire il silenzio."

Gli parlavo.
Ci parlavamo.

Lui con la coda, io con le parole.
Ci fondevamo.
Leghe diverse.
Fuse.
Come il ferro."

"Qual'è l'Atlante dei tuoi occhi? Fin dove arriva il tuo sguardo?
Iridi luminescenti nella notte i tuoi occhi che vedono l'Oltre.
Raccontami la tua storia. Una storia a cui io possa credere. Una storia dove io possa mettere le ali. Ali che viaggino da sole, magari controvento."

Empatia, voglia di parlarsi, ascoltarsi, raccontarsi, viaggiare insieme. Guardare nella stessa direzione. Questo è.

Credevamo di essere liberi, ci risvegliamo prigionieri di modelli di vita e stereotipi, che qualcun altro detta per noi. Per secoli ci siamo evoluti, poi ci siamo illusi, sentiti arrivati. Abbandonate le buone pratiche, il gusto della ricerca e il piacere della conquista, la saggezza della parsimonia, il sudore della fatica, cosa è rimasto? Il massimo risultato con il minimo sforzo, quel che conviene, in barba a ciò che conta. Due decenni, e siamo fortemente involuti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, tutti, ragazzi e adulti. Senza rigore e perseveranza non sboccia alcun sogno. Astio e rancore avvelenano il futuro. 

Cantava De André, in Amico Fragile:

"Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero,
potevo assumere un cannibale al giorno 
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle,
potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci"


Così fece Sonia, salì in auto con il cane, salutò la fabbrica e se ne andò per sempre.


"La prima cosa fu l'odore del ferro" è un libro che vola alto, sebbene nasca dalla polvere, impastando ferro, sudore e cemento. Affiora dal sudicio e brilla d'incanto, che lo sporco si può lavare, ma che tu faccia il carpentiere, l'impiegato o l'illustratore, nella vita, per andare avanti, ci vuole tanta passione. Devi forgiare il tuo mondo interiore, nei sogni e nell'amore. Un albo in cui la disciplina della donna stringe il rigore dell'artista in un abbraccio onirico, come farebbe l'estate con l'inverno, creando quelle meravigliose stagioni di mezzo, che sono la primavera e l'autunno.

Anche nel leggere la Commedia in classe, però, ci vuol passione. La "Buona scuola" non è nelle riforme o nei dettami didattici, è nella poesia e nell'entusiasmo che alberga dentro di noi, nella voglia di trasmettere e condividere.

E io vi lascio con questi versi che sembrano scritti apposta per spingere lontano il libro di Sonia;

"Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote
e ciò non fa d'onor poco argomento."

Queste tue parole, Sonia, saranno come il vento, che sferza con maggior forza le cime più alte, e ciò costituirà, per te, motivo di grande onore. Per me è una certezza, che possa esserti di buon auspicio.

"Hai inseguito di certo un Aliseo che ti ha segnato il sentiero fin qui.
Mi guardi e rincorri una nuvola che ad ogni passo si sposta più in là.
Abbai ed io per la prima volta sento la tua voce.
La nuvola si trasforma in un gioco senza fine, tra figure di draghi e mari lontani. Sei arrivato inseguendo una nuvola? Una nuvola grande con la forma di una balena? O la forma di un prato bianco? Un mondo senza strada. Imprendibile.
Oppure hai inseguito la tua ombra?
Ti avvicini, mi allunghi una zampa e io ti stringo forte. Il pelo caldo, il respiro calmo. Come il mio, adesso. 
Poi ti allunghi e ti ritiri come le maree. Mi giri intorno. Annusi l'aria. Alzi gli occhi verso il nulla. Due occhi grandi, profondi come la verità.
Adesso i miei occhi e i tuoi s'incontrano.

Il mio limite e il tuo universo. Trasformavo il guardare. Imparavo a vedere."

"La prima cosa fu l'odore del ferro" - Sonia Maria Luce Possentini - Rrose Sélavy - Introduzione di Maurizio Landini

giovedì 11 gennaio 2018

La figlia del guardiano


"Nessuna madre è seppellita davvero finché suo figlio non riesce a tirarsi fuori dalla sua tomba".

Forse è per questo che io ancora non riesco a farmene una ragione. Cinque anni fa, in questi giorni, mia madre si stava consumando come un fiammifero, divorata dalla malattia. E io ero li, che assistevo impotente. E l'impotenza alimenta un senso interiore di ingiustizia che si tramuta in rabbia. Ma la rabbia, da sola, non basta, ti da l'illusione di essere vivo, ma intanto ricaccia dentro il dolore, in gola, fino in fondo allo stomaco. E come fiele ti avvelena la vita. La rabbia è un carcere, ti imprigiona nella  sua cella, e ogni spiraglio  che mostra lo osservi attraverso le sbarre.

Il 20 gennaio ricorre il quinto anniversario della morte di mia madre, e io mi trovo, per puro caso a leggere questo libro. Un libro che inizia in modo plumbeo, all'interno di una voliera per farfalle che un tempo fu la "Stanza della Quiete" di un cercere. Il libro è ambientato nel 1959, e ha un avvio scoppiettante grazie alla sua protagonista, "Cammie" O' Reilly, soprannominata "Tornado" per la sua indomita esuberanza, perché è oggettivamente difficile spuntarla con lei, e dove passa, soprattutto quando è infuriata, lascia tangibili segni. Cammie è figlia del direttore del carcere di Two Mills, e trascorre le sue giornate d'estate a briglia sciolta, usce liberamente, oppure trascorre parte del tempo in penitenziario stando a contatto con le detenute donne, quando sono in cortile. Il padre gli concede molta libertà, perché la sua posizione di responsabilità lo tiene spesso impegnato, un poco forse perché lo ritiene il modo migliore per farla crescere, evitando che si crogioli nel dolore. Cammie ha perso la madre che era ancora in fasce. Stava attraversando la strada quando un furgoncino l'ha falciata, lasciandole giusto il tempo di lanciare il passeggino dall'altra lato e salvargli la vita. Cammie non ha conosciuto sua madre, ma la cerca ovunque. Nei gesti delle madri degli altri, che osserva, ma la cerca, soprattutto, tra le detenute del carcere. Una di loro, Eloda Pupko, gode di un regime di libertà speciale all'interno del penitenziario, è una detenuta "fidata" che fa i servizi nell'appartamento di Cammie e di suo padre, le prepara da mangiare, prova a farle la treccia, anche se i capelli sono ancora troppo corti; è dall'intimità di questo gesto, molto materno, che Cammie si mette in testa che Eloda "deve" diventare sua madre. Impresa tutt'altro che facile, perché Eloda, nella sua condotta irreprensibile, appare glaciale, in grado di camuffare ogni emozione. Scatenando spesso la rabbia di Cammie che la provoca, talvolta a parole la umilia, senza risultato alcuno. 

Il romanzo procede scoppiettante per due buoni terzi dietro le peripezie di Cammie, poi accade qualcosa che ti stringe un nodo in gola. Boo Boo, una detenuta di colore "grossa", dalle lunghe unghie laccate rosse, piena di vita, che le racconta storie strampalate sui furti e sull'amore, che la fanno ridere, un giorno si impicca con un tappeto verde. A Cammie viene a mancare anche quel poco di ossigeno rimasto ad arieggiare le sue giornate, resta solo la rabbia, e il livore verso una vita dal disegno incomprensibile che puntualmente le toglie quel poco d'amore che le piove addosso. Diventa intrattabile con tutti, puntualmente distrugge quel poco di buono che riesce a creare. Con l'amica Reggie, con suo padre, con Eloda, con chiunque la circonda e si trova, per caso, a sbarrarle la strada. La misura ormai è colma, e Cammie soffoca. La rabbia ristagna, là dove sgorga.

"E' ora che tu vada li, Cammie".

"Lo devi fare adesso. Avresti già dovuto farlo da tempo. Non aspettare un altro minuto. Per favore. Fallo. Vai."

Glielo dice così, con una voce dolce come il latte. Ecco a cosa serve Eloda. Ad indicarti la strada per sputare fuori il dolore, perché nessuno è stato così a stretto contatto nella tua vita da riuscire a insegnartelo, quando hai vissuto una vita in "isolamento", dove "non esiste il tempo, non esistono le storie. E' dove i momenti vanno a morire."

"Aveva ragione. Era passato troppo tempo. Mi fiondai alla porta, poi giù per le scale. Delle voci mi chiamarono  mentre sfrecciavo attraverso la Reception. Il traffico ruggiva. Alla fine dell'isolato, mi misi a correre. Oh, Dio, aveva così ragione, non c'era un momento da perdere. Non avevo altri guantoni da seppellire, o bici da affondare. Corsi giù per Airy Streer e poi per la Swede e a ogni passo dipanavo i giorni della mia vita; corsi giù  per la Cherry finché non incrociai la Oak e finalmente, finalmente trovai me stessa all'Angolo e mi gettai a terra, sull'asfalto, in quel punto - oh, sapevo bene qual era - faccia a faccia sull'asfalto che era caldo e scuro e finalmente, finalmente piansi ad alta voce: "Mammaaa!" E' l'unica parola che ricordo. Quali furono le altre e se avessero senso o per quanto tempo continuai a pronunciarle, non lo ricordo. Tredici anni stavano straripando, inondando la strada, scorrendo negli scoli."

Mentre Cammie corre all'Angolo incontro alla strada io getto il libro sul letto, interrompo la lettura e inizio a singhiozzare. Fa bene piangere insieme. Ho anche io un dolore che chiama e mi inchioda, e lo sputo fuori come Cammie. E penso alle parole di Fabrizio De André nel suo "Cantico dei Drogati":

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Finito il diluvio, la narrazione si stempera, ed escono fuori, candide, come nuvole bianche, le sorprese, che l'autore ha lasciato alla fine della storia. Come un cerchio che si chiude, su una famiglia che si ricompone, e fa luce su gesti e comportamenti invisibili da parte di chi, nell'ombra e in silenzio, ha seminato amore. 


"La figlia del guardiano" è uno splendido romanzo di formazione ricco di colpi di scena, dai registri narrativi vibranti, che talvolta colpiscono alla stomaco e ti lasciano lì, piegato, senza fiato, poi ti carezzano e ti adagiano sul letto. Quanto dolore provoca la morte improvvisa di una madre? Quanto amore, in silenzio, può provare un padre, che ti lascia libera di correre e sbagliare?  Quante persone si mettono li come chiocce a covare i tuoi voti interiori? Quanto è importante saper chiedere aiuto, e accettare una mano? Eppure, a ben guardare, questo romanzo non è solo una originale e avvincente storia sull'amore e il dolore, sul senso di perdita difficile da colmare; c'è anche una suggestiva panoramica sul mondo del carcere, sul regime di pena e il profondo rispetto per la dignità delle persone. In quella "Stanza della Quiete" con la cupola, le panchine e la cascata d'acqua, dove potersi sedere a pensare e riflettere, in uno spazio armonico che sussurra al bello; nei momenti di ilarità tra la piccola Cammie e le detenute, si riflettono, mirabili e luminosi, scorci di umanità, come le nubi e i cieli tersi quando si specchiano nelle pozzanghere, dopo un violento temporale.

"Lungo la strada cominciai a sentirmi così leggera che mi sembrava di potermi sollevare in volo con i fiocchi. Capii in quel momento che cosa stessi cercando e come mai non lo trovassi. Si trattava, ovviamente, della Trsistezza. La Tristezza e la Rabbia mi avevano rinchiusa tutta la vita dietro mura che nessuno poteva scalfire e al di sopra delle quali nessuna palla di corda poteva volare. L'unica casa, l'unica vita che conoscevo. Ora capivo che quando Eloda mi ha mandata all'Angolo, mi aveva liberato della mia stessa prigione." 

"La figlia del guardiano" - Jerry Spinelli - Mondadori

lunedì 8 gennaio 2018

Syd Barrett, il "pifferaio" dei Pink Floyd


Le fiabe mi piacciono… Credo che questo sia dovuto in gran parte alla mia vita a Cambridge, con la natura e tutto il resto – è così pulita, come credo fosse una volta. Forse, se fossi rimasto al college, sarei diventato un insegnante. Lasciando la scuola rimani senza quella struttura e senza niente a cui relazionarti ..”

Così si esprime Syd Barrett in una dichiarazione rilasciata nel 1970. Roger Keith Barrett, in arte "Syd", fu il fondatore, chitarrista, nonché prima guida artistica, dei Pink Floyd, nonché autore della quasi totalità delle canzoni durante il periodo di permanenza attiva  nel gruppo.

Syd Barrett,  pittore e studente d’arte, prestato alla musica, era profondamente influenzato dalla letteratura dell’infanzia, non solo fiabesca; nei suoi testi si affacciano citazioni di Lewis Carroll e Kenneth Grahame; ma i suoi brani sono un continuo rimando al genere fantastico, con uno sguardo a  Tolkien, o alla letteratura universale in senso lato, come la poesia di James Joyce, o citazioni all'opera di Shakespeare.

Il marchio caratteristico della sua scrittura sta proprio nella grande capacità di trasferire  persone e cose della sua quotidianità in ambientazioni fantastiche. La sua parabola artistica come autore e guida artistica dei Pink Floyd inizia (e si esaurisce) nel corso dell’anno 1967, anno di pubblicazione dei primi singoli e del primo album della Pink Floyd, “The Piper of the Gates of Dawn”. Un’esperienza tanto breve quanto intensa, irripetibile; infatti quella che proseguirà negli anni a venire sarà una band profondamente diversa che non avrà più alcun punto di contatto con questa.

Arnold Layne


Il viaggio inizia il 1° febbraio del 1967, i Pink Floyd pubblicano il loro primo singolo, “Arnold Layne” che narra di un tizio che si diverte a rubare biancheria femminile stesa sui fili, con il vezzo di indossarli. “Gender!”, urlerebbe prontamente qualcuno, di questi tempi. Certo è che la canzone fu boicottata da alcune radio che giudicarono troppo audace e avveniristico il suo contenuto rispetto ai costumi dell’epoca, ma fu comunque trasmessa da altre emittenti, contribuendo ad una prima popolarità della band inglese.

Circa la nascita della canzone, racconta Roger Waters, bassista e compagno di stanza di Barrett, nonché futura guida dei Pink Floyd dopo la sua estromissione dalla band: “Sia mia madre sia quella di Syd affittavano stanze alle studentesse, perché c’era un collegio femminile dall’altra parte della strada. Così c’erano lunghe file di reggiseni e mutandine sui nostri fili per stendere, e Arnold o chi mai fosse, pescava qualcosa qua e là. Non lo presero mai”.

Leggiamo il testo.

Arnold Layne had a strange hobby
Collecting clothes, moonshine washing lines,
They suit him fine

On the wall hung a tall  mirror
Distorted view, see through, baby blue,
He dug it

Oh Arnold Layne, it’s not the same,
It Takes two to know, two to know,
Why can’t you see.

(Arnold Layne aveva uno strano passatempo/collezionava vestiti appesi al chiaro di luna sui fili della biancheria/gli stavano proprio bene  - Sul muro c’era appeso un grande specchio/che riflette in modo distorto, ci ha guardato dentro, ragazzo triste/e ci è rimasto intrappolato – Oh Arnold Layne, non è la stessa cosa/Bisogna essere in due par capire, due per capire/Perché non vuoi capirlo?)

Nella seconda strofa si prefigura un chiaro riferimento a Lewis Carroll e al suo “Alice oltre lo specchio”, evocato nell’immagine dello specchio in cui Arnold si trova imprigionato.

La canzone termina con il protagonista in prigione, accompagnata da un’immagine di porte chiuse e catene che lo tengono lontano dal mondo, in un isolamento sia fisico che mentale, perché non vuole rassegnarsi al fatto che “bisogna essere in due per capire”, che i sentimenti devono essere reciprochi e non possono essere sostituiti da un’illusione creata allo specchio. Con una conclusione moralistica espressa chiaramente nell’ultimo verso, “Arnold Layne, Don’t do it again” (Arnold Layne, non farlo più), finale obbligato per ogni favola che si rispetti.

See Emily Play

Il 12 maggio 1967 i Pink Floyd tennero un concerto spettacolare alla Queen Elizabeth Hall. Si trattava di una performance multimediale dal titolo “GAMES FOR MAY: rilassamento dell’era spaziale per l’acme della primavera – composizioni elettroniche, proiezioni d’immagini e colore, ragazze e i PINK FLOYD”. Un concerto che doveva rappresentare un’esplorazione musicale e visiva, non solo per se stessi, ma anche per il pubblico”, con l’ausilio di nuova strumentazione come lo “stereo a quattro vie”. Per l’occasione sarebbe stata prodotta anche musica nuova, tra cui un brano, divenuto anche singolo, originariamente intitolato appunto “Games for May”, poi trasformato “See Emily play”.  Circa l’origine della canzone, Barrett dichiarò, tra il serio e il fantastico, di aver incontrato la protagonista in un bosco mentre dormiva. L’origine del mito di Emily, nella sua matrice fantastica, ricalca un episodio de “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame.



Leggiamo i versi della canzone:

Emily tries but misunderstands
She’s often inclined to borrow
Somebody's dream till tomorrow.
There is no other day
Let’s try another way
You’ll lose your mind in play
Free games today
See Emily play

Soon after dark Emily cries
Gazing through trees in sorrow
Hardly a sound till tomorrow

Put on a gown that touches the ground
Float on a river
For ever and ever
Emily

(rit.)
There is no other day
….
(Emily tenta, ma fraintende sempre/Spesso finisce per prendere a prestito/I sogni altrui fini a domani – Non ci sarà un altro giorno/cerchiamo un’altra strada/lasciati andare e gioca/I giochi liberi di oggi/guarda Emily che gioca – Dopo il tramonto Emily piange/sguardo tra gli alberi perso in tristezze/quasi silenzio fino a domani – Metti una veste che sfiori il terreno/fluttua sul fiume/Per sempre e sempre/Emily)

Il testo, che sembra ritrarre una bimba che profuma di creatura fantastica, onirica, è in realtà una persona reale, tale Emily Kenneth, giovanissima modaiola fricchettona che frequentava l’UFO (il locale dove i Pink Floyd mossero i primi leggendari passi come musicisti); Emily, la “scolaretta psichedelica” era figlia dello scrittore Lord Kenneth; una ragazza che non godeva di buona reputazione nella cerchia di amici di Syd Barrett. E il testo, apparentemente zuccherato, si scopre in realtà pieno di frecciatine, sin dal primo verso in cui “tenta ma fraintende sempre” e “finisce per prendere in prestito i sogni altrui fino a domani” che sa di comportamento deliberatamente ingannevole. Ma il tiro a bersaglio continua con il riferimento a “mettere una veste che sfiori il terreno” e al successivo “fluttuare nel fiume per sempre” che, secondo taluni commentatori, riporta la mente all’Ofelia di Shakespeare, inserita da Barrett, consciamente o inconsciamente, per manifestare il suo disprezzo nei confronti delle persone che assumono atteggiamenti falsi.

The Piper at the Gates of Dawn


Nell’agosto del 1967 i Pink Floyd pubblicano il loro album, registrato negli studi EMI di Abbey Road, nello studio accanto a quello in cui I Beatles stavano incidendo il loro “Sergeant Pepper's Lonely Heart Club Band”.  “The Piper at the Gates of Dawn”, (il pifferaio ai cancelli dell’alba), è il titolo del settimo capitolo di “The Wind in The Willows” (il già citato “Il vento tra i salici”) di Kenneth Grahame, classico della letteratura inglese per ragazzi, pubblicato nel 1908, che ha per protagonisti degli animali antropomorfizzati,  ed è tra le letture più amate da Barrett. Tale capitolo narra l’incontro tra il Topo, la Talpa e il dio Pan, annunciato da una musica celestiale di flauto che funge da rappresentante stesso della natura. Un incontro che viene presentato come una visione al termine della quale i due animali, sconvolti, cadono in un sonno misterioso che farà loro dimenticare i fantastici avvenimenti delle ultime ore.

Tutto “Piper” è imperniato sul tema fiabesco e favolistico, sulla visione di mondi differenti, l’immagine “sorprendente e splendida e bellissima”, per usare le parole di Grahame ne “Il vento tra i salici”, che lascia stupefatti. Oltre a Grahame, non mancano riferimenti al “Signore degli Anelli” di Tolkien, allora, ma in parte anche oggi, per motivi diversi, al centro dell’attenzione di tanto pubblico giovanile (e dei musicisti di quegli anni).

Certo, delle atmosfere bucoliche del testo originale di Grahame, nella musica di Piper resta poco; qui la fiaba, intesa come visione, non è riferita soltanto alle classiche ambientazioni della letteratura, anzi si sposta in direzione completamente diverse. Un primo filone è quello “spaziale”, ben rappresentato da brani come Astronomy Domine e Interstellar Overdrive  (probabilmente generato dalla passione di Barrett per l’astronomia); un secondo filone si ispira ad una visione distorta della vita quotidiana, come in Lucifer Sam e Bike. Altre composizioni paiono ispirarsi agli effetti lisergici dell’LSD di cui Barrett faceva un uso smodato.

Per brevità e una maggiore attinenza agli argomenti attinenti alla letteratura dell’infanzia, ci limiteremo ad una presentazione di quei brani che, sia sotto l’aspetto testuale che espositivo, presentano maggiori legami con l’immaginario fiabesco e letterario fantastico.

Matilda Mather

Questa canzone descrive quella zona grigia tra la fiaba narrata dalla mamma e il sonno.

There was a king who ruled the land
His majesty was in command
With silver eyes the scarlet eagle
Showered silver on the  people

Oh mother, tell me more
Why do you have to leave me there
Hangong in my infant air
Waiting

You only have to read the lines
They’re scribbly black
And everything
Shines

(C’era un re che regnava sulla contrada/Sua Maestà aveva il dominio/Con occhi argentati, l’aquila scarlatta/Inondava gli uomini d’argento – Oh madre, raccontami ancora/Perché vuoi lasciarmi là/proteso in un aria di infantile/Attesa? – Devi solo leggere tra le righe/Neri scarabocchi/ e tutto/riluce).

L’attacco è il classico “c’era una volta”, un marcatore stilistico della fiaba, mentre il ritornello mostra tutta la disperazione del bimbo, abbandonato nell’oscurità della notte, che supplica la propria madre di continuare a leggere per scacciare con l’incantesimo della sua voce i mostri in agguato nel buio.

Across the stream with wooden shoes
Bells to tell the king the news
A thousand misty riders climb up
Higher, once upon a time

Wandering and dreaming
The words had different meaning
Yes they did

For all the time spent in that view
The doll’s house darkness old perfume
And fairy stories held me high
On clouds of sunshine floating by

Oh Mother, tell me more
Tell me more

(Attraverso la corrente con scarpe di legno/Campane annunciano le novità al re/mille cavalieri nebulosi si arrampicano/Alti, più in alto, tanto tampo fa – Sognare e vagabondare/parole di senso diverso/di sensi diversi – Per tutto il tempo di quella visione/Vecchio profumo dell’oscurità  della casa delle bambole/E antiche fiabe mi hanno innalzato/in un fluttuare di nuvole lucenti – Oh madre, raccontami ancora/raccontami ancora).

Nella seconda parte, che prosegue tra cavalieri con scarpe di legno e campane in cerca del re, narrazione e realtà si fondono per comporre l’immagine di quella stanza di quel  “vecchio profumo dell’oscurità della casa delle bambole” che è stato lo sfondo di tutte le storie raccontate a Syd quando era un bambino. Uno sguardo all’indietro, verso un’infanzia felice ma anche irragiungibile, come il sogno di quella tranquillità interiore cui Barrett aspirava, ma non riusciva a trovare, nonostante il successo professionale,la stima dei compagni, l’ammirazione da parte del pubblico.

Flaming

Anche questa canzone guarda all’infanzia e all’immaginario fiabesco come sua principale fonte d’ispirazione. In questa canzone Barrett accosta le visioni bucoliche della campagna della sua verde Cambridge alle visioni provocate dall’uso di stupefacenti. Nel gergo della droga in uso all’epoca, infatti, “Flaming”descrive l’effetto di maggiore luminosità percepito nei confronti di alcuni oggetti durante il trip da lsd e l’effetto liberatorio e di regressione tipico dell’effetto dell’acido lisergico ha suggerito a molti un immaginario fatato.

Alone in the clouds all blue
Lying on an eiderdown
Yippie, you can’t see me
But I see you

Lazing in a foggy dew
Sitting on an unicorn
No fear, You can’t hear me
But I can you

Watching buttercups the light
Sleeping on a dandelion,
Too much. I won’t touch you
But then I might

Swimming through the starlit sky
Travelling by telephone
Hey, ho, here we go
Ever so high.

(Solo tra le nubi blu/sdraiato su un piumino/Ehilà tu non mi vedi/Ma io si – Ozioso tra brume di rugiada/cavalco un unicorno/tranquilla: tu non mi senti/ma io si – Guardo ranuncoli che catturano luce/dormo su un dente di leone/E’ troppo: non ti toccherò/eppure potrei – Nuoto per il cielo   stellato/ viaggio per telefono/ehilà, su andiamo/sempre più alti).

Il protagonista guarda le nuvole, sdraiato su un prato, una coperta alle spalle, i suoi amici intenti a giocare a nascondino. Subito nel testo entrano elementi fantastici, un unicorno pronto a farsi cavalcare, si può dormire cullati all’interno di un fiore, si può viaggiare attraverso i fili del telefono, come scrive Barrett con estrema naturalezza.

The gnome

E arriviamo al fantasy. Come tanti giovani della sua età Barrett amava Tolkien, al punto da dedicare una canzone allo gnomo Grimble Grumble, che rircoda molto da vicino nelle sue abitudini gli hobbit protagonisti delle sue opere più famose. La narrazione segue sin dall’incipit lo schema di una storia che viene raccontata.

I want to tell you a story
‘bout a little man, if I can
A gnome named Grimble Grumble
A little gnomes
Stay in their homes
Eating, sleeping, drinking their wine

He wore a scarlet tunic
A blue-green hood
He looked quite good
He had a big adventure
Amidst the grass
Fresh air at last
Wining, dining, biding his time

And then one day, hooray,
Another way for gnomes to say, hooray

Look at the sky, look at the river,
Isn’t it good
Look at the sky, look at the river
Isn’t it good
Wining, finding places to go

Ant then one day, hooray
Another way for gnomes to say, hooray

(Vorrei raccontarvi una storia/Parlo di un piccolo uomo/se ci riesco/uno gnomo di nome Grimble Grumble/e I piccolo gnomi/se ne stanno a casa/a mangiare, dormire/bersi il vino – Portava una tunica scarlatta/un cappuccio verde e blu/niente male/visse una grande avventura/in mezzo all’erba/all’aria infine fresca/bevendo, mangiando, passando il tempo – E infine un giorno: urrà – Un altro modo da gnomi per dire: urrà – Guarda quel cielo, guarda quel fiume/non è bello? Guarda quel cielo, guarda quel fiume/non è bello?/ Vino, scoperta di luoghi nuovi – E infine un giorno: urrà/Un altro modo da gnomi per dire:urrà.)

Barrett evoca un mondo di colori e di sensazioni, immagini, con poche pennellate, sicure e incisive, che formano con la musica che le accompagna un unicum inscindibile.

The Madcap Laughs – GOLDEN HAIR


La formidabile parabola barrettiana alla guida dei Pink Floyd durò giusto un anno, quell'irripetibile 1967.  Poi, a causa della sua labilità mentale, della sua inaffidabilità sul palco, verrà estromesso dagli altri componenti del gruppo, mentre stavano incidendo i primi brani del secondo album, sostituito dal suo amico d’infanzia, il chitarrista David Gilmour. La storia del Barrett compositore prosegue con due album solisti pubblicati nel 1970, “The Madcap Laughs” (Testamatta ride) e l’omonimo “Barrett” con l’aiuto, in sede di registrazione, degli altri componenti dei Pink Floyd (Waters, Gilmour, Wright). Più una raccolta di canzoni, uscita postuma nel 1988, dal titolo “Opel”.

Ai fini della nostra trattazione, preme citare come Barrett si ispiri all’opera di James Joyce, musicando la sua Golden Hair, poesia appartenente alla raccolta “the Chambers Music”, pubblicata la prima volta a Londra nel 1907. Con un semplice tessuto composto da chitarra acustica e voce Barrett restituisce le intime suggestioni della poesia di Joyce. Con una piccola modifica al testo di Joyce, dove “A marry air” diventa “in the midnight air”, forse per dare un alone di maggiore mistero al testo. Golden Hair, che inizialmente pareva doveva essere compresa in "The Piper at the Gates of Dawn", sarà poi inclusa nel suo primo disco solista, "The Madcap Laughs", Altre due versioni, solo strumentali, saranno invece recuperate nella raccolta postuma "Opel".


Lean out your window
Golden hair
I heard you singing
In the midnight air (a marry air, Joyce)
My book is closed
I read no more
Watching the fire dance
On the floor
I've left my book
I've left my room
I heard you singing
Through the gloom
Singing and singing
A merry air
Lean out of the window
Golden Hair

(Vieni alla finestra/Capelli d’oro/Ti ho sentita cantare/Nell’aria della notte (un’allegra melodia)/Il mio libro è chiuso/io non leggevo più/Mentre guardo le lingue di fuoco/Ho lasciato il mio libro/ho lasciato la stanza/ti ho sentita cantare/attraverso l’oscurità/cantando e cantando/un’allegra melodia/vieni alla finestra/Capelli d’oro).

Bibliografia:
(a cura di) Bertrando Paolo – Pink Floyd – Syd Barrett (volume primo) – Tutti i testi dal 1967 al 1970 – Arcana editrice
Bratus, Alessandro – Le canzoni di Syd Barrett – Commenti e traduzioni ai testi – Editori Riuniti
Bratus, Alessandro – Pink Floyd  1965-2005 – 40 anni di suoni e visioni – Editori Riuniti
Schafffner Nicholas – Pink Floyd. Uno scrigno di segreti – Arcana editrice

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi