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giovedì 24 aprile 2025

E così bruciamo

 
Blanche vive per la danza classica. Balla da quando aveva 4 annie non ha mai avuto paura della ferrea disciplina, del dover ripetere, a volte, lo stesso esercizio per ore e ore, della perfezione alla quale aspirava, dei sacrifici da fare per raggiungerla.
 
Tutta la sua vita ruota intorno alla danza classica fino a quando non inizierà a frequentare il liceo coreutico di Marsiglia, fino a quando non incontrerà Ada che le sconvolgerà la vita con la sua libertà, il suo non seguire le regole, il suo dolore nascosto e così pericoloso.
 
E così bruciamo di Lisa Balavoine è un romanzo in versi sciolti emotivamente travolgente, da leggere tutto d'un fiato, con voracità, per arrivare alle pagine finali e lasciare scorrere la commozione e il sollievo.
 
E così bruciamo -  Lisa Balavoine, traduzione di Eleonora Armaroli - Terre di Mezzo

 

martedì 15 ottobre 2019

Stalker


Subire una violenza, essere oggetto delle sgradevoli attenzioni di un uomo, essere vittima di una stalker, tutto ciò è qualcosa di abominevole e spaventoso.

"Stalker" d Daniele Nicastro si legge tutto d'un fiato e con avidità, ci si immedesima in Floriana, e insieme alla protagonista si vivono una serie di emozioni e sensazioni che poi ti restano aggrappate addosso per un po', dalla paura alla rabbia, alla speranza, passando attraverso atavici sensi di colpa e al dolore dei ricordi che lentamente svaniranno. La storia è potente perché contiene tutti quegli aspetti, soprattutto psicologici, che appartengono a chi purtroppo è vittima di stalking e che bisognerebbe imparare a conoscere e riconoscere; e leggerlo potrebbe essere d'aiuto a tante ragazze, a tante donne.

La forza di "Stalker" è proprio questa esta nell'immediatezza con cui un tema spinoso e assolutamente attuale viene trattato, e raccontato con gli occhi di un'adolescente.

E' un bel libro, una storia narrata col il giusto garbo e delicatezza, un libro da consigliare, da leggere e da regalare.

"Stalker" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi

venerdì 13 settembre 2019

La rete




Saranno almeno tre mesi che giro intorno a questo libro, e non ho mai trovato il coraggio e la forza per parlarne. Forse mi mancavano le parole, forse non ero sicuro di cosa volevo scrivere, e ancora oggi, sono piuttosto titubante.

"La rete" di Sara Allegrini, edito da Mondadori, è il libro più sorprendente che mi sia capitato di leggere in questi ultimi mesi. E di libri per ragazzi, in questi ultimi mesi, in silenzio ne ho letti diversi. E molti erano davvero belli, oltre che ben scritti. Però questo ha quel qualcosa che me lo fa preferire ai tanti, anche se mi risulta difficile districarne le ragioni in questa storia tentacolare.

E' un libro questo che contiene diversi motivi di interesse, condensati, stratificati. Innanzitutto il bosco vero, autentico, che getta la sua ombra sull'intero libro; un luogo dove non puoi entrare, uscire, fare come ti pare. Dove non esiste cellulare, solo "pizzini" di carta che ti dicono cosa fare, se vuoi andare avanti, sopravvivere, e sperare di uscirne. Uno spazio fisico ed emotivo dove i protagonisti sono letteralmente scaraventati dentro, come gladiatori nell'arena in attesa del combattimento.

Un bosco che non è solo un espediente metaforico per ritrovare sé stessi e affrontare le proprie paure. Una storia che ha grandi connotati di verosimiglianza, per questo colpisce in modo così potente. C'è la cultura del lavoro che sempre paga, e fa apprezzare i valori frugali della vita. C'è il mettersi alla prova e il rimettersi in discussione, tutti, genitori e figli. E' che alle volte i rapporti degenerano, e serve qualcuno che resti coi nervi saldi e ti guidi e ti prenda per mano, mostrandoti la via. Qualcuno che ti sproni e insegni come piantare l'arbusto di un nuova interiorità fortificante, da cui far germogliare nuovi frutti. Ma chi sta dietro a tutto questo, soprattutto, perché lo fa?



Un libro che fa profondamente riflettere sul lassismo imperante che alimenta molti rapporti tra genitori e figli, dove non sono più chiari né spazi né ruoli, e spesso ci si lascia andare entrambi, crescendo disastri. Cosa si può fare insieme? Quanto costa chiedere un aiuto? Questo libro mi ha fatto germogliare molte domande, sul mondo di oggi, e su dove portano le storie. Quanto siano capaci di scrivere storie forti e scomode, che non si limitino soltanto a consolare il senso di incomprensione sofferto dai nostri ragazzi. Cosa possiamo fare per loro, ma anche e soprattutto cosa devono fare loro, per loro stessi. Perché tutti dobbiamo sporcarci le mani, e sudare. Ci stiamo sfilacciando senza rendercene conto.

Ecco, una cosa che a me piacerebbe; che questo libro lo leggessero insieme genitori e figli. Perché in questo marasma relazionale pieno di corti circuiti siamo tutti chiamati a fare un passo per venirci incontro e dare quel qualcosa in più.

Io lo trovo dolorosamente autentico, un testo che sembra finalmente partorito dall'esigenza ineludibile dell'autrice di comunicare davvero qualcosa che preme e angustia, come avveniva un tempo in letteratura, e non soltanto per raccontare una storia, tra le tante che vedono la luce, per allietare momenti, finendo soltanto con il fare scaffale e volume.

"La rete" - Sara Allegrini - Mondadori

giovedì 11 gennaio 2018

La figlia del guardiano


"Nessuna madre è seppellita davvero finché suo figlio non riesce a tirarsi fuori dalla sua tomba".

Forse è per questo che io ancora non riesco a farmene una ragione. Cinque anni fa, in questi giorni, mia madre si stava consumando come un fiammifero, divorata dalla malattia. E io ero li, che assistevo impotente. E l'impotenza alimenta un senso interiore di ingiustizia che si tramuta in rabbia. Ma la rabbia, da sola, non basta, ti da l'illusione di essere vivo, ma intanto ricaccia dentro il dolore, in gola, fino in fondo allo stomaco. E come fiele ti avvelena la vita. La rabbia è un carcere, ti imprigiona nella  sua cella, e ogni spiraglio  che mostra lo osservi attraverso le sbarre.

Il 20 gennaio ricorre il quinto anniversario della morte di mia madre, e io mi trovo, per puro caso a leggere questo libro. Un libro che inizia in modo plumbeo, all'interno di una voliera per farfalle che un tempo fu la "Stanza della Quiete" di un cercere. Il libro è ambientato nel 1959, e ha un avvio scoppiettante grazie alla sua protagonista, "Cammie" O' Reilly, soprannominata "Tornado" per la sua indomita esuberanza, perché è oggettivamente difficile spuntarla con lei, e dove passa, soprattutto quando è infuriata, lascia tangibili segni. Cammie è figlia del direttore del carcere di Two Mills, e trascorre le sue giornate d'estate a briglia sciolta, usce liberamente, oppure trascorre parte del tempo in penitenziario stando a contatto con le detenute donne, quando sono in cortile. Il padre gli concede molta libertà, perché la sua posizione di responsabilità lo tiene spesso impegnato, un poco forse perché lo ritiene il modo migliore per farla crescere, evitando che si crogioli nel dolore. Cammie ha perso la madre che era ancora in fasce. Stava attraversando la strada quando un furgoncino l'ha falciata, lasciandole giusto il tempo di lanciare il passeggino dall'altra lato e salvargli la vita. Cammie non ha conosciuto sua madre, ma la cerca ovunque. Nei gesti delle madri degli altri, che osserva, ma la cerca, soprattutto, tra le detenute del carcere. Una di loro, Eloda Pupko, gode di un regime di libertà speciale all'interno del penitenziario, è una detenuta "fidata" che fa i servizi nell'appartamento di Cammie e di suo padre, le prepara da mangiare, prova a farle la treccia, anche se i capelli sono ancora troppo corti; è dall'intimità di questo gesto, molto materno, che Cammie si mette in testa che Eloda "deve" diventare sua madre. Impresa tutt'altro che facile, perché Eloda, nella sua condotta irreprensibile, appare glaciale, in grado di camuffare ogni emozione. Scatenando spesso la rabbia di Cammie che la provoca, talvolta a parole la umilia, senza risultato alcuno. 

Il romanzo procede scoppiettante per due buoni terzi dietro le peripezie di Cammie, poi accade qualcosa che ti stringe un nodo in gola. Boo Boo, una detenuta di colore "grossa", dalle lunghe unghie laccate rosse, piena di vita, che le racconta storie strampalate sui furti e sull'amore, che la fanno ridere, un giorno si impicca con un tappeto verde. A Cammie viene a mancare anche quel poco di ossigeno rimasto ad arieggiare le sue giornate, resta solo la rabbia, e il livore verso una vita dal disegno incomprensibile che puntualmente le toglie quel poco d'amore che le piove addosso. Diventa intrattabile con tutti, puntualmente distrugge quel poco di buono che riesce a creare. Con l'amica Reggie, con suo padre, con Eloda, con chiunque la circonda e si trova, per caso, a sbarrarle la strada. La misura ormai è colma, e Cammie soffoca. La rabbia ristagna, là dove sgorga.

"E' ora che tu vada li, Cammie".

"Lo devi fare adesso. Avresti già dovuto farlo da tempo. Non aspettare un altro minuto. Per favore. Fallo. Vai."

Glielo dice così, con una voce dolce come il latte. Ecco a cosa serve Eloda. Ad indicarti la strada per sputare fuori il dolore, perché nessuno è stato così a stretto contatto nella tua vita da riuscire a insegnartelo, quando hai vissuto una vita in "isolamento", dove "non esiste il tempo, non esistono le storie. E' dove i momenti vanno a morire."

"Aveva ragione. Era passato troppo tempo. Mi fiondai alla porta, poi giù per le scale. Delle voci mi chiamarono  mentre sfrecciavo attraverso la Reception. Il traffico ruggiva. Alla fine dell'isolato, mi misi a correre. Oh, Dio, aveva così ragione, non c'era un momento da perdere. Non avevo altri guantoni da seppellire, o bici da affondare. Corsi giù per Airy Streer e poi per la Swede e a ogni passo dipanavo i giorni della mia vita; corsi giù  per la Cherry finché non incrociai la Oak e finalmente, finalmente trovai me stessa all'Angolo e mi gettai a terra, sull'asfalto, in quel punto - oh, sapevo bene qual era - faccia a faccia sull'asfalto che era caldo e scuro e finalmente, finalmente piansi ad alta voce: "Mammaaa!" E' l'unica parola che ricordo. Quali furono le altre e se avessero senso o per quanto tempo continuai a pronunciarle, non lo ricordo. Tredici anni stavano straripando, inondando la strada, scorrendo negli scoli."

Mentre Cammie corre all'Angolo incontro alla strada io getto il libro sul letto, interrompo la lettura e inizio a singhiozzare. Fa bene piangere insieme. Ho anche io un dolore che chiama e mi inchioda, e lo sputo fuori come Cammie. E penso alle parole di Fabrizio De André nel suo "Cantico dei Drogati":

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Finito il diluvio, la narrazione si stempera, ed escono fuori, candide, come nuvole bianche, le sorprese, che l'autore ha lasciato alla fine della storia. Come un cerchio che si chiude, su una famiglia che si ricompone, e fa luce su gesti e comportamenti invisibili da parte di chi, nell'ombra e in silenzio, ha seminato amore. 


"La figlia del guardiano" è uno splendido romanzo di formazione ricco di colpi di scena, dai registri narrativi vibranti, che talvolta colpiscono alla stomaco e ti lasciano lì, piegato, senza fiato, poi ti carezzano e ti adagiano sul letto. Quanto dolore provoca la morte improvvisa di una madre? Quanto amore, in silenzio, può provare un padre, che ti lascia libera di correre e sbagliare?  Quante persone si mettono li come chiocce a covare i tuoi voti interiori? Quanto è importante saper chiedere aiuto, e accettare una mano? Eppure, a ben guardare, questo romanzo non è solo una originale e avvincente storia sull'amore e il dolore, sul senso di perdita difficile da colmare; c'è anche una suggestiva panoramica sul mondo del carcere, sul regime di pena e il profondo rispetto per la dignità delle persone. In quella "Stanza della Quiete" con la cupola, le panchine e la cascata d'acqua, dove potersi sedere a pensare e riflettere, in uno spazio armonico che sussurra al bello; nei momenti di ilarità tra la piccola Cammie e le detenute, si riflettono, mirabili e luminosi, scorci di umanità, come le nubi e i cieli tersi quando si specchiano nelle pozzanghere, dopo un violento temporale.

"Lungo la strada cominciai a sentirmi così leggera che mi sembrava di potermi sollevare in volo con i fiocchi. Capii in quel momento che cosa stessi cercando e come mai non lo trovassi. Si trattava, ovviamente, della Tristezza. La Tristezza e la Rabbia mi avevano rinchiusa tutta la vita dietro mura che nessuno poteva scalfire e al di sopra delle quali nessuna palla di corda poteva volare. L'unica casa, l'unica vita che conoscevo. Ora capivo che quando Eloda mi ha mandata all'Angolo, mi aveva liberato della mia stessa prigione." 

"La figlia del guardiano" - Jerry Spinelli - Mondadori