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lunedì 23 marzo 2026

Il litigio litigato

 
Come raccontare la guerra ai più piccoli? Quali parole usare? Come spiegare l'assurdità di una guerra ai bambini e alle bambine che si stanno affacciando al mondo, alla vita, con sguardo puro e amorevole e che non riescono a comprendere l'orrore e la follia della guerra?
 
Ci pensa Il litigio litigato, testo di Sara Di Matteo, illustrazioni di Giulia Ceccarani, edito da Topipittori, che con parole poetiche e illustrazioni nate dalla magica unione di carta velina, carta alimentare assorbente, carta millimetrata e stoffa.
 
... Il litigio litigato è senza inizio e senza fine. Il litigio litigato è smemorato, senza un prima e senza un dopo, sempre si è dimenticato dell'umanità. Il litigio litigato non è uno spiffero d'ara fredda, non è un rumore, non è silezio, non è un pasticcio da poco. Purtroppo, è una cosa molto seria. Il litigio litigato è la guerra ... 
 
Il litigio litigato - Testi di Sara Di Matteo, illustrazioni di Giulia Ceccarani - Topipittori 

 

venerdì 20 marzo 2026

E poi c'è la terra

Quando ho scoperto che Giulia Ceccarani aveva pubblicato un libro per Topipittori sono corso a procurarmelo. Conoscevo vagamente l'autrice ma ignoravo la sua attività di designer, i suoi laboratori autoriali così sartoriali.

Sfogliando il libro, mi sono tornate in mente le prime pubblicazioni italiane "seriamente" pensate per bambini della Emme Edizioni della Rossellina Archinto, poi approdate in Babalibri. Designer come Iela Mari. Leo Lionni. Sconfinando in altri lidi, il magistero di Bruno Munari recepito dalla Corraini. Per restare in tempi più attuali, i bei libri di Eleonora Cumer per Artebambini.

Questo libro ha una grande virtù: la precisione della narrazione. Quello di cui si parla e si rappresenta, è. Non ammicca, non allude, non semplifica, non complica. Semplicemente racconta, camminando su quella linea di demarcazione in cui noi siamo ancora chiamati a pensare, quindi scegliere. E lasciatemi dire da adulti, formare.  

Ai bambini non vanno raccontate storie che parlino di questo o di quello, dobbiamo fornirgli strumenti per saper riconoscere in autonomia la realtà che li circonda, la verità, sia essa comoda o scomoda. Qualcosa che sia funzionale per loro, non per i loro genitori che acquistano i libri. Questo è.

La proverbiale serietà dell'editore ha messo a segno un'altro centro.

Le illustrazioni sono realizzare con stoffa, fili, pezzettini di carta colorata.

Il testo, essenziale e asciutto quanto basta per insinuarsi tra i pensieri e permettere al lettore di riflettere sulla disparità, sulle divisioni, sulle differenze che animano ad esempio una scuola, una piazza, un quartiere, un qualunque luogo, riflessione che prosegue ponendo l'accento sulle scelte che facciamo e che hanno un peso enorme a causa delle conseguenze che ne derivano, sulla potenza delle parole e la loro duplice capacità di distruggere o costruire, per arrivare piano piano alla terra, sotto, dove tutto è uguale.

E poi c'è la terra - Giulia Ceccarani - Topipittori  

 

 

giovedì 24 febbraio 2022

L'ora blu

 


A chi mi chiede da dove nasca la mia passione per i treni, non so mai cosa rispondere. Penso sia una scia che mi accompagna fin dall'infanzia, restando interi anni discreta e defilata nella mia orbita, per poi riaffacciarsi, sotto spoglie diverse, in età matura.


Di una cosa sono però certo; tale passione non è mai stata fine a sé stessa, ma si è alimentata, e sviluppata, combinandosi con altre mie inclinazioni e curiosità. Alla passione per i viaggi (fisici e mentali, reali e metaforici), per l'arte, la storia e la geografia dei luoghi, la fotografia, l'escursionismo, la contemplazione solitaria, i momenti di raccoglimento personale che sono solito coltivare; passando attraverso l'amore per i libri e la letteratura, che recano in seno infiniti nuovi inviti al viaggio. Per questo è entrata ed uscita dalla mia vita, evitando di ossessionarmi e manipolarmi, tornando ogni volta diversa, più ricca, più forte di prima.


Sono mesi che giro intorno a questo meraviglioso "Picture Book" scritto da Massimo Scotti e superbamente illustrato da Antonio Marinoni, edito da Topipittori, che sembra esprimere in modo inequivocabile molte delle suggestioni che provo viaggiando in treno, e spesso in cuor mio ho cercato le parole per omaggiarlo.


Partiamo dal titolo, l'Ora Blu, che da solo evoca un naturale incanto. L'ora blu è quel magico momento in cui il buio cede il passo alla luce, prima dell'aurora; ma è anche il sui inverso, dopo il tramonto, nel crepuscolo che precede l'oscurità. Questo avvicendarsi crea un effetto cromatico suggestivo ed emozionante, in cui l'orizzonte è avvolto da una luce soffusa, nei toni del blu e del violetto. E' un momenti privilegiato dai fotografi paesaggisti per realizzare i propri scatti. 


Ma questo avvicendarsi tra luce e oscurità, a sua volta, contiene una forte carica metaforica, nell'alternarsi tra sogno e realtà, paura e speranza, inizio e fine di un'esperienza, che avviluppa la nostra esistenza e spesso la sfuma in alcuni momenti della giornata, vissuti con rara intensità. Un'intensità che si palesa sfogliando questo piccolo gioiello. 


Degno di nota a livello illustrativo l'uso della "silhouette" per tratteggiare i personaggi che animano il racconto, da quelli di contorno che popolano lo sfondo fino ai protagonisti che si muovono all'interno dello scompartimento del treno. Il gioco di ombre in primo piano si alterna ai paesaggi dal finestrino, in cui Marinoni crea uno sfondo che ricorda certi dipinti dei secoli scorsi; in questo dialogo visivo rivive il carteggio tra realtà e immaginazione che sta alla base dell'intreccio narrativo ideato da Massimo Scotti.


Così penso a Tony Tanner che trova un diario sulla panchina, alle avventure della bella Hortense che si materializza nella sua testa, a tutti i viaggi reali e ideali che compiamo nella nostra esistenza; alle stazioni, alle sale d'attesa, ai viaggi in carrozza mentre la vita ci scorre dentro, davanti e intorno; agli incontri che ci segnano, e talvolta ci cambiano. A tutto lo Sturm und Drang che si respira tra gli scompartimento di questo Picture Book, lo stesso che conferisce un senso, remoto e recondito, al nostro errare.


E a certe collane d libri "scritti e disegnati per aprire finestre su significati nascosti, creare nessi imprevisti fra cose e persone, illuminare dimensioni segrete del quotidiano invisibili ai nostri occhi".

Ecco, io amo i treni perché ho tanti "grilli per la testa".

L'ora blu - Massimo Scotti, Antonio Marinoni - Topipittori

venerdì 4 settembre 2020

Un altro me

 


Come suggerisce il titolo, l'autore che figura nelle pagine di questo libro è una persona profondamente diversa dal Bernard Friot istrionico, brillante, esuberante, qualità tali da renderlo così profondamente amato anche dal pubblico italiano.

Nello spazio temporale di una settimana che intercorre dalla domenica (giorno della partenza per Parigi) al sabato successivo (giorno del rientro in famiglia), lo scrittore francese ripercorre la sua problematica adolescenza di studente collegiale fuori sede; tra le righe emerge una personalità profondamente sola (anche perché refrattaria ad uniformarsi al pensiero dominante dei suoi coetanei), inquieta, a tratti aspra e cupa. Sicuramente ricca di interrogativi destinati a non trovare una rapida, quanto consolante, risposta. 


Basterebbe già questo a testimoniare la lungimiranza di un progetto, quello della collana "Gli anni in tasca" che vede un ribaltamento dei ruoli per cui, alcuni scrittori per ragazzi ormai adulti raccontano la loro infanzia e adolescenza di ieri ai ragazzi di oggi (ma l'esperienza non è assolutamente vietata agli adulti che anzi troveranno facilmente familiarità e similitudini con le loro esperienze di gioventù). 

Un procedimento umano e letterario, questo, destinato a caricarsi di suggestioni proprie, perché se è vero che nei decenni evolvono, formalmente, i tempi e i modi del relazionarsi con il mondo esterno, nella sostanza, i grandi dubbi esistenziali che ogni giovane affronta durante la crescita alla scoperta di sé, sono destinati a rimanere i medesimi.

"Un altro me" - Bernard Friot - Traduzione di Giovanna Zoboli

Collana "Gli anni in tasca"  

venerdì 20 aprile 2018

Poesie naturali



Conchiglia

Memoria minerale di animale
fluttuata lentamente
sul liquido silenzio del fondale.

E trascinata via dalla corrente
in tumultuose erranze
migrante per azzurre lontananze.

Per chi all'orecchio adesso ti avvicina - 
raccolta sulla sabbia una mattina - 
hai solo una canzone da cantare:

la nostalgia del mare.





La poesia è minerale.

Sedimenta nell'inconscio, stratifica nella memoria, fino a quando qualcosa o qualcuno non inizia a smuoverla.

La poesia è animale.

Felina e sinuosa si nutre nelle oscurità dell'anima, dove istintiva alberga, e rapida si dilegua.

La poesia è personale.

Viaggi e percorsi emotivi disegnano mappe interiori. Siamo storie nelle geografie.

La poesia è naturale.

Sgorga come nasce, e tale soffia, incessante. 


Di queste e altre qualità trabocca la poesia di Alessandra Berardi Arrigoni. Una voce increspata, carica di riverberi e ricca di odori, canta l'alternanza degli elementi naturali che ci circondano, talvolta sovrastano, più spesso ci interrogano e coinvolgono; esortandoci ad una contemplazione assorta e prospettica, persino magica, della nostra esistenza.



In questa tela onirica si innesta, in modo superbo, l'acquerello di Marina Marcolin. Il suo tratto poetico ha la dinamicità circolare del vortice che invita al raccoglimento interiore, mentre fuori, il mondo delle parole, sibila i suoi tumulti; in quelle tinte tenui, ai limiti del monocromatico, sembra celarsi il mistero di un pennello intriso della polvere di roccia, immerso nelle onde del mare. Quando l'acqua si asciuga, della vita resta il sale.


"Come ogni isola io non so stare
senza l'abbraccio fra terra e mare."

"Poesie naturali" - Alessandra Berardi Arrigoni, Marina Marcolin - Topipittori

giovedì 15 marzo 2018

Questa notte ha nevicato




Ma tu che vai, ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un'altra estate

Fabrizio De André – Inverno.



Quando la neve si scioglie, cosa resta?

Strano porsi tale domanda parlando di un libro che descrive, in modo originale e personalissimo, l’incanto del mondo avvolto dal manto nevoso.  Quando sfoglio un albo che mi stimola lo sguardo, sono solito chiedermi  certo  “di cosa parla?”, ma anche e soprattutto “dove mi porta?”


Perché un buon libro, più che una meta, racconta l’ambizione di un viaggio.

Parto dal titolo. Questa notte ha nevicato.

Espressione netta che, nel suo candore, disegna uno spartiacque. La neve ammanta e nasconde il mondo sotto una coperta bianca, lasciando campo all’immaginazione. Oltre ciò che si vede.


Linguaggi visibili e invisibili. Mi ricorda il “mirare” leopardiano, che va oltre il semplice sguardo, richiede l’intervento partecipe del mondo interiore,  nella contemplazione assorta e disposta ad assecondare la meraviglia, l’incanto, lo stupore.


La fotografia ferma un momento, congela (è proprio il caso di dirlo) un attimo. L’autrice integra l’esperienza di un viaggio, aggiungendo dell’altro. Sono piccoli disegni che aprono spiragli mentre raffigurano scorci. 



In questo carteggio di arti figurative il linguaggio visibile incontra l’invisibile che lo trasfigura. E anche una città caotica come Milano può tramutarsi in un bosco magico, dove il capriolo saltella lungo lo strade e il lupo si mescola tra i cani del parco.  Sogno o son desto?  


In città vivono tante creature diverse, ognuna lascia la sua impronta”. 



Si parla spesso dello sguardo magico dell’infanzia, della capacità dei bambini di incantarsi di fronte alle piccole cose della vita. Loro lo sanno, e quando da una parte finisce un incanto, subito lo scovano in altro.



Per noi adulti, la domanda resta aperta. Quando la neve si scioglie, cosa resta? Se abbiamo bisogno di scuse e ragioni per stupirci, se non continuiamo a guardare la vita che riaffiora dal torpore in cui è sprofondata con la stesso incanto, allora la neve non è servita a niente.

"Ma tu che vai, ma tu rimani
Anche la neve morirà domani
L'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino"

Fabrizio De André - Inverno


E voi fatevi un regalo. Ascoltatevi ogni tanto, mentre contemplate assorti le meraviglie del mondo. Che la neve in fondo ci suggerisce questo. Di fare silenzio, e trovare un poco di spazio, dentro.

"Questa notte ha nevicato" - Ninamasina - Topipittori

venerdì 20 ottobre 2017

Io sono il cielo che nevica azzurro


"Appena un passo dietro di lei, le vedevo le ginocchia, l'incavo tondo, dietro, bianco come un bucaneve, con i due tendini tesi a tenerlo lì sicuro e protetto, quel tondo vuoto e nudo, scoperto e indifeso. L'unica cosa in lei scoperta e indifesa. Quelle ginocchia nude erano della mia mamma, ed erano così belle che mi veniva da piangere. Era lei la mia mamma, era lei la mamma che volevo, mi consolasse o no quando cadevo, mi lasciasse andare a giocare  sul sagrato infinite volte di meno di quanto desiderassi e anche di quanto sarebbe stato giusto. Era lei, con quelle ginocchia lì, che me la restituivano bambina come me, con la voglia di correre via, e di andare a giocare. Potevo fidarmi di lei, era stata bambina, quelle ginocchia ne erano la prova,e poi lei era bella, e forse allora anch'io, chissà."


In una parola: "Potente". Inutile sprecare superlativi friabili per questo libro "essenziale", nella sua scrittura asciutta e fresca, da sembrar scavato e intagliato nella roccia, poi levigata dall'acqua. Tanto è fresco. Sa di montagna, e non perché sia ambientato là; della montagna racconta l'essenza, nella frugalità rude dei gesti, nei confini terrestri e celesti certi, a loro modo angusti, per quanto aperti e ariosi. Perché valli e fiumi non delimitano solo gli sguardi, separano il noto dall'ignoto. Dove finisce la strada e si chiude la valle, il confine mentale trova un appiglio reale. Eppure tra quelle viuzze e piazze, si respira una gran libertà di apprendere e sperimentare. La montagna è una scuola a cielo aperto, dai molteplici suoni e dalle mille lingue, dove anche un semplice sasso, un ruscello o un campo d'erba, hanno mille storie da raccontare. Basta solo fermarsi un attimo, e volerle ascoltare.


Questo è un libro che va aperto con garbo, e lasciato decantare. Va letto piano, senza fretta, lasciando i pensieri a macerare al ritmo infallibile della natura. Perché ci respira dentro un mondo e ci canta un'epoca, messa in disparte con eccessiva fretta. Tutto parte lento, cadenzato, con le "boasce", "quelle grandi torte marroni che le mucche lasciano cadere a terra in una lunga sequenza e intermittente, tenendo alta la coda e guardando il mondo dritto negli occhi, con calma sovrana".  Attraverso questi animali che procedono lenti, seminando sterco lungo le strade e i campi, prendi confidenza con il mondo che ti circonda, e i suoi ritmi. Le mucche portate in altura sui pascoli e poi ricondotte al paese scandivano le stagioni, meglio dei calendari. L'autrice divide i capitoli usando "parole" e "concetti" simbolici in cui avviluppare e dipanare i fili della narrazione.


Ma è dal secondo capitolo, con le "ginocchia" che il racconto si impenna e si apre, e acquista spessore. Per quanto l'autrice privilegi sempre un linguaggio asciutto, scevro di artifici letterari, chiamando le cose con il loro nome. Ma il racconto sembra benedetto dalla luce di montagna, quella luce vivida che restituisce agli oggetti i loro colori, e ai gesti i propri significati. Autentici perché originari. Attraverso le ginocchia si entra a contatto con il mondo e le sue infinite possibilità, esplorandone incanti e insidie. E la narrazione acquista fisicità, sa di cadute e sbucciature, lascia i segni, come l'elastico dei calzini alle gambe. Lì si nasconde l'anima dei bambini, ma anche l'anima del libro stesso. 

"Non sapevo dove fosse l'anima, in quale parte del corpo albergasse, ne ho sentite così tante  che non me lo chiedo nemmeno più. Ma quella dei bambini, almeno negli anni in cui imparano a camminare, a correre e saltare, credo soggiorni nelle ginocchia. E quando dormono, anche lei tira il fiato e si riposa".


Ma nell'incavo delle ginocchia Giusi Quarenghi scava un carteggio esistenziale con la propria madre di un tale nitore che profuma di poesia e suscita commozione. Ci leggi tutto il respiro di un'epoca giunta sulla via del tramonto, di quando i genitori sapevano controllare i propri figli a distanza, con un semplice sguardo, senza mai perderli d'occhio, anche se affaccendati in altro;  evitando di stargli costantemente addosso, con il fiato sul collo. Lasciandoli così  liberi di provare, sperimentare, conoscere, persino sbagliare, a costo di pagarne le conseguenze. Ci sono un paio di pagine indimenticabili, di luce e spessore, parole e pensieri che scavano, come avrebbe fatto Michelangelo su un blocco di marmo. E' qualcosa che resta dentro, scolpito in eterno. E allora le rubi dal libro e le infili in tasca, perché sai che un domani ti serviranno.

"Ma il pensiero che c'è qualcosa di indifeso e di fragile in ogni creatura, e la tenerezza che lo origina e che ne viene, credo proprio di averlo fatto guardando l'incavo delle ginocchia della mia mamma dove il sole si appoggiava appena, senza che lei lo sapesse. E lo tenevo dentro di me, quel luogo della tenerezza, suo eppure a lei sconosciuto, mio di lei a sua insaputa. Lo tenevo accanto alla voce che concludeva sgridate apocalittiche alla bambina disubbidiente e caparbia che ero con la formula:

"E non farti vedere da me che vieni a piangere sulla mia tomba, dopo che sarò morta!"

"Dio ti vede", era scritto sul catechismo mai quanto la mia mamma, pensavo io. Intanto che mi affidavo alla tenerezza per tenere a bada  la paura, alla paura per arginare la tenerezza, nella speranza che le voci tornassero normali, e venisse sera, e la carezza della buonanotte."


Libro "potente" e di "spessore", a dispetto delle sue poche pagine. Due aggettivi semplici e inequivocabili per misurare la bontà di una storia, questa di Giusi Quarenghi, ma che rende giustizia anche alla bontà del  progetto editoriale messo in piedi da Topipittori. Perché "gli anni in tasca" rappresentano una sfida non solo per chi legge, ma anche e soprattutto per chi scrive. Descrivere la propria infanzia, e farne materia narrativa, romanzesca, è quanto di più difficile un autore si trovi a dover affrontare. Una scommessa vinta: nel 2010 "Gli anni in tasca"  hanno vinto il Premio Andersen come miglior collana di narrativa, "per aver proposto con sagace rigore, in un momento editorialmente non facile, un'idea nuova di collana. Per essersi affidata a una pluralità di voci, di esperienze, di eco, di generazioni capaci di rendere al meglio l'avventura faticosa ed esaltante, stupefacente talvolta, della crescita, della scoperta di sé e degli altri".

Questo libro è una "festa". Ma cosa significa, oggi, la parola "festa"? Forse ce lo siamo dimenticati. E allora ascoltate come ce la racconta questa bambina di cinquanta anni fa. La festa è qualcosa che ti solleva da terra.

"Esco da chiesa, non mi fermo a parlare con nessuno, che si accontentino di guardarmi oggi. Sulla strada dalla chiesa a casa incrocio la Santina, la mia vecchia preferita, che mi dice:

"La tua mamma è ancora dalla nonna, vero?"

Non le rispondo neanche. Io oggi sono il cielo che nevica azzurro e ghiaccio. Se solo potessi camminare con i piedi in mano. Ma oggi io solo la regina, faccio quello che voglio e il cielo è con me. E la neve. La neve già mi piaceva, ma da quel giorno siamo complici. Lei può fare come vuole, e anche io. Non me la prendo mai con la neve. Anche quando sembra complicarmi la vita, so che è solo apparenza color ghiaccio, dal cuore celeste. E preferisco patire freddo che caldo. Forse nemmeno lo patisco, da allora".


"Io sono il cielo che nevica azzurro" - Giusi Quarenghi - Topipittori

venerdì 26 maggio 2017

In mezzo alla fiaba


Poesia e Fiaba. Due generi letterari molto diversi tra loro, che in profondità condividono molte più cose di quanto possa apparire in superficie. Quel senso di meraviglia e stupore, magia e incanto, persino terrore e sgomento, con il cuore che batte e balza in gola, come svoltare l'angolo di corsa e trovarsi di fronte un dirupo. Senza preavviso.


Calarsi in "mezzo alla fiaba" con la poesia. Un viaggio che profuma di azzardo, certo, eppur così ricco di fascino. 


Ce lo dona Topipittori, editore sensibile come pochi altri alle interrelazioni tra il mondo della poesia e quello dei ragazzi.
 
A calarsi nei meandri della poesia è Silvia Vecchini, poetessa navigata e raffinata, costantemente alla ricerca di quegli echi provenienti dai fondali dell'anima. A lei il compito ardito di intessere poesia e fiaba, portare alla luce i frammenti acuminati e fluidi di quell'incontro, proibito e magico, negli abissi del tempo e dell'animo.

 

Qui entrano in gioco le illustrazioni di Arianna Vairo, che si costituiscono a loro volta racconto compiuto, enigmatico. Esemplari nella scelta cromatica minimale che alterna bianco e nero, rosa e azzurro, con epitaffi di rosso; colori che sembrano argini in cui incanalare il flusso fiabesco, nel suo impeto onirico. Colori usati in modo netto, a demarcare figure che si animano e sembrano sgusciar via, quasi a voler sfilacciare il tessuto fiabesco che le ha tenute a lungo impigliate.


E qui inizia il gioco dei sensi alla scoperta di nuovi significati, camminando tra le fiabe di un tempo, rincorrendo voci e ricordi lontani, ancora oggi attuali.


 "In mezzo alla fiaba" - Testi di Silvia Vecchini, Illustrazioni di Arianna Vairo - Topipittori

martedì 21 marzo 2017

Poesia della notte, del giorno, di ogni cosa intorno


La poesia è qualcosa di originario. Non "divina", semmai "sgorga". Non sei tu a trovarla, è lei che ti abbraccia, quando è giunto il momento. Cercare la poesia, è come tentare di spremere acqua da un sasso. Non ne cavi nulla. E' lei che si rivela, nelle piccole cose della vita, in cui resta spesso impigliata. Non è qualcosa che si costruisce. La poesia, nella sua primordialità, è il linguaggio più autentico che abbia conosciuto l'uomo. Ci tengo a sottolinearlo. Conosciuto, non creato. Nella magia di un incontro. La poesia era, e resta, un linguaggio profondamente "epidermico", proprio perché "originario".
 


Inciampare in "Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno" di Silvia Vecchini, illustrato da Marina Marcolin, edito da Topipittori, per me che vengo dalla poesia, è come tornare a casa. E aprire un cassetto della propria scrivania, per ritrovare oggetti, istanti, incanti di vita vissuta. E rimasta sospesa, in attesa di essere colta. 


 La poesia conserva quel che la memoria dimentica. Donandogli nuova luce, nuova linfa. Questa delicata e intensa raccolta porta in superficie una sequela di meraviglie circa l'incanto e il tormento di quell'età dell'oro che risulta essere l'infanzia, e l'adolescenza. C'è la "notte", c'è il "giorno" , ci sono soprattutto "le cose intorno". Come un sasso gettato nello stagno, che si propaga ad onde concentriche. 

 

Tanto è minuziosa e precisa la Vecchini nel suo lavoro di scavo e intaglio di gesti, pensieri, sguardi, tanto più è plumbeo e rarefatto l'acquerello della Marcolin, come fosse volto a preservare l'incanto della poesia in un flusso amniotico. La magia della tela tramanda il sussurro del canto, avvolto nei suoi magici echi.



Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno - Silvia Vecchini, Marina Marcolin - Topipittori

martedì 16 febbraio 2016

Piccolo Grande Bubo

Che "Piccolo Grande Bubo" di Beatrice Alemagna sia un libro "tenero" lo si capisce subito, basta prenderlo in mano. La copertina è morbida, i bordi arrotondati, le pagine piacevomente lisce, il formato poco più che tascabile. Un cucciolo di libro. Un piccolo grande libro. 
 
 
Eh si, perché Bubo non è mica piccolo. Chi ve l'ha messa questa strana idea in testa. Bubo "Bubo" sa già andare in bicicletta, ha gli occhi "grandi" e il naso "grosso", ha persino quattro dentoni grossi. Ma poi, dico io, porta il pannolino un solo giorno a settimana, come i grandi. 
Al ristorante gli basta un solo cuscino, e si sceglie da solo cosa mangiare (niente piselli però eh!) Bubo non è grande, è grandissimo, in piedi occupa due pagine di libro! 

E poi scusate, lo dice anche la mamma, mentre lo bacia mettendolo a letto, che lui è il suo "grandissimo amore"!



Beatrice Alemagna - Piccolo Grande Bubo - ‪#‎Topipittori‬