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venerdì 16 maggio 2025

La piccola tessitrice di nebbia

 

Testo e illustrazione travolgono l'animo del lettore con la loro delicatezza e poesia, l'utilizzo di inserti di carta semi-opaca trasmettono la sensazione della nebbia che tutto avvolge e confonde, compreso il sentimento dell'assenza, fino all'arrivo di un'improvvisa esplosione di colore, il giallo che illumina e circonda, che riscalda il cuore, che dirada la nebbia e dissolve l'assenza.

La piccola tessitrice di nebbia - Testo di Agnes De Lestrade, illustrazioni di Valeria Docampo, Terre di Mezzo

 

martedì 16 aprile 2024

Stardust

 


Tre lunghe e struggenti lettere: la prima indirizzata alla Terra, la seconda indirizzata al lettore, la terza indirizzata al figlio che verrà. 

Impossibile rimanere freddi e distaccati mentre si sfoglia Stardust. Polvere di stelle, testo e illustrazioni di Hannah Arnesen, traduzione di Laura Cangemi, Orecchio Acerbo editore. 


E' assolutamente impossibile non lasciarsi coinvolgere dalla narrazione, dall'amore con cui l'autrice si rivolge alla Terra, dalle illustrazioni che rapiscono lo sguardo. Dalla meraviglia, dallo stupore, dal dolore, dalla consapevolezza della situazione di pericolo ambientale in cui la Terra sta pian piano scivolando per mano dell'uomo.


Forse un giorno l'Universo si spegnerà.

Forse un giorno l'uomo annienterà se stesso. 

Ma adesso siamo qui.

Per ora siamo vivi.


Stardust. Polvere di stelle - Testo e illustrazioni di Hannah Arensen, traduzione di Laura Cangemi, Orecchio Acerbo Editore


giovedì 30 settembre 2021

Sei tu che mi salvi

 


Alla fine chi è stato a rivelare il segreto che io lo amo?


Ma tu naturalmente.

Eri così felice che hai ballato nel vento, e il vento ha soffiato tra le chiome degli alberi.

Tutte le piante l'hanno udito e riferito, la voce si è sparsa tra tutti gli animali, e alla fine l'ha saputo il mondo intero.



Torna Jimmy Liao con un libro ad alta intensità emotiva e poetica. Lo fa con parole pronunciate in punta di piedi e illustrazioni che chinano il capo alla commozione, alla ricerca di quel gesto di affetto di cui tutti abbiamo bisogno.

"Sei tu che mi salvi" - Jimmy Liao - Terre di Mezzo

Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

mercoledì 29 agosto 2018

In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi


La prima volta che visitai la casa di Giacomo Leopardi fu con la mia mia amica Eva, studentessa di letteratura alla Sapienza di Roma, e grande appassionata del poeta recanatese. Avevamo entrambi 21 anni, e una domenica mattina di aprile del 1994 partimmo da Terni con l'Intercity delle 7:00 per Ancona, dove cambiammo con un altro treno per Porto Recanati. Da li imboccammo la strada per il paese di Recanati, che distava la bellezza di 12,5 km, quasi tutti in salita. E la domenica, all'epoca, non circolavano bus. Prima dell'avvento di internet funzionava così, all'avventura, senza saper bene cosa si trovava, all'occorrenza ci si arrangiava. Noi due ci arrangiammo facendo l'autostop a salire e a scendere, risparmiandoci 25 km di scarpinata.


Due cose mi colpirono, e accaddero entrambe dopo la visita della casa. Per lunghi tratti, girando dentro il borgo, non incontrammo anima viva. Sarà stata la domenica che non si lavorava, sarà stato il tempo del giorno, simile all'autunno inoltrato e ventoso che prometteva pioggia, così poco incline a una giornata primaverile. Ma sembrò ad entrambi di stare fuori dal mondo. Lì, per la prima volta capii intimamente e profondamente gli stati d'animo dell'uomo Leopardi, il suo desiderio di uscire dal borgo per abbracciare dal mondo. Eravamo quasi alle soglie del nuovo millennio, eppure mi sentivo di stare dentro la storia, ma completamente fuori dal tempo.

La seconda impressione la ebbi andando a visitare il celebre Colle dell'Infinito. Non so cosa mi aspettassi all'epoca, ma rimasi perplesso. C'era un bel paesaggio aperto, collinare, come pure avrei potuto trovare da qualsiasi altra parte. Ma quel mare in cui naufragare? Leopardi il mare lo aveva dentro, e poi lui non guardava, mirava, che era un osservare e pensare insieme, quindi un guardare oltre attingendo nel profondo del proprio inchiostro interiore. Nel 1819, l'anno dell'Infinito, Giacomo aveva 21 anni, gli stessi che avevamo io ed Eva quel giorno. Ma noi eravamo distanti anni luce da una tale capacità di elaborazione e sintesi. D'altro canto, chi altri sarebbe stato in grado di inscenare un "Naufragio senza spettatore, né Dio né uomo", per usare le parole di Cesare Luporini?


La bellezza di questo libro scritto da Silvia Vecchini, e illustrato da Emanuela Orciari, sta nell'aver idealmente aperto le stanze di Palazzo Leopardi consentendo a noi lettori di camminarci dentro, passeggiando compiutamente attraverso quei luoghi in cui sono germogliati i pensieri, poi tramutati in versi, dal grande poeta recanatese. Basta sedersi un attimo in giardino:

"Le cose che non sapeva, le immaginava. La sua fantasia era senza freni, instancabile e libera, faceva grandi le piccole cose, illuminava quelle oscure, abbelliva le disadorne. Niente era senza senso. Ragionava con le nubi, interrogava alberi e fiori. Accarezzava sassi e legni. Alle lucciole era affezionato in modo particolare. Al loro volo lento, leggero, intermittente. Alla vita breve".

Servendosi della voce discreta e intima della sorella Paolina, Silvia Vecchini ci accompagna nella testa e nel cuore di Giacomo, dove tutto è nato e si è compiuto. Il giardino, la biblioteca, la stanza degli scacchi, la stanza dei sogni, gli specchi e le finestre, diventano luoghi dell'animo, in cui assistiamo all'aprirsi di scorci e spiragli su una storia che, strano a dirsi, in buona sostanza non conosciamo.

"Nel 1819, dopo aver incontrato una ragazza di Recanati, la notte stessa la vide in sogno. Parlò con lei, le baciò la mano. Provò una felicità intensa. Si svegliò emozionato, come se quell'immagine fosse vera e anni dopo la trasformò nella poesia Il Sogno. Un'altra volta sognò la luna che cadeva nel nostro giardino. La vide proprio precipitare, colpire il terreno in una nebbia di scintille, e stridere e fumare come un carbone buttato in acqua. Anche questa immagine finì in un'altra poesia. Quando lascìò Recanati non gli capitò più di sognare. Fuori da questa casa non sognò mai. La sua stanza di ragazzo imprigionò le sue visioni notturne".



Il testo, così agile eppure intenso, e lieve seppur vissuto, è superbamente illustrato da Emanuela Orciari; i suoi disegni, così interiorizzanti, rendono bene quel fitto carteggio tra "pensiero poetante" e "poesia pensante" che, per dirla con Antonio Prete, costituiscono uno dei principali lasciti del poeta recanatese. Le illustrazioni di Emanuela Orciari sono sguardi sospesi che sollevano venti velati di incanti.

Venti e naufragi. Ecco, noi pensiamo spesso alla musica limpida e cristallina dei Canti, in una visione idillica della vita che si frantuma a contatto con la realtà circostante. Nel triste infrangersi della Storia di un'anima. Ma Giacomo Leopardi fu randagio assai.

Io nacqui nel 1973, Walter Binni allora scriveva:

"Leopardi può toccare e rivelare, sull'onda della sua delusione storica ed esistenziale, i più profondi motivi del nulla, della noia-angoscia, della vita come morte, ma mai manca di dare a questi stessi motivi, pur così potentemente individuati ed espressi, un valore di stimolo all'energia virile dell'uomo, alla nobiltà del suo coraggio di verità e di resistenza ribelle. E i suoi veri avversari non sono gli uomini, ma le loro immagini degradate dalla viltà, dalle menzogne interessate o sciocche, dalle ideologie spiritualistiche, religiose, reazionarie, e, dietro quelle, l'ordine naturale della realtà sbagliata e corruttrice".

"La protesta di Leopardi", solitaria e tenace come quel fiore nel deserto.

E allora sediamoci un attimo ad ascoltare come soffia il vento.

"Giacomo scrisse la sua ultima canzone a Torre del Greco, Napoli. La dedicò ad un fiore senza giardino, selvaggio, che intristisce se costretto in vaso. La ginestra. Un fiore capace di crescere in quel luogo desolato, inospitale che sono le pendici del Vesuvio. Un fiore che resiste, tenace e flessibile. Né sottomesso dalla natura, né insensatamente orgoglioso. Come un uomo che ha il coraggio di guardare al proprio destino senza nulla togliere alla verità di ciò che vede, così la ginestra è pronta a piegare il capo al sopraggiungere della lava ma nello stesso tempo è piena di dignità di fronte alla propria condizione. E soprattutto resta un fiore. In mezzo a un luogo deserto, dove non cresce nient'altro, la ginestra porta la sua bellezza e spande il suo profumo. Offre i suoi colori. Come un uccello solitario il suo canto. Non è questa la poesia di mio fratello?"



E soprattutto ricordiamoci che:

"Quando scriveva Giacomo era felice."

"Amava comporre, trasformare in musica i colori, la luce, le ombre, le increspature del mare, il vento tra i rami, le siepi. Amava tradurre il pensiero, in versi."

"Giacomo sentiva e pensava  il mondo dentro questo ritmo, lo catturava tra le maglie di una rete fatta di suoni che si richiamavano, si cercavano di stanza in stanza, aggiungevano bellezza alla bellezza".

"Per Giacomo il tempo passato a scrivere fu in assoluto il migliore della sua vita".


"In solitaria parte. Breve passeggiata tra le stanze di Giacomo Leopardi" - Silvia Vecchini, Emanuela Orciari - rueBallu

venerdì 20 aprile 2018

Poesie naturali



Conchiglia

Memoria minerale di animale
fluttuata lentamente
sul liquido silenzio del fondale.

E trascinata via dalla corrente
in tumultuose erranze
migrante per azzurre lontananze.

Per chi all'orecchio adesso ti avvicina - 
raccolta sulla sabbia una mattina - 
hai solo una canzone da cantare:

la nostalgia del mare.





La poesia è minerale.

Sedimenta nell'inconscio, stratifica nella memoria, fino a quando qualcosa o qualcuno non inizia a smuoverla.

La poesia è animale.

Felina e sinuosa si nutre nelle oscurità dell'anima, dove istintiva alberga, e rapida si dilegua.

La poesia è personale.

Viaggi e percorsi emotivi disegnano mappe interiori. Siamo storie nelle geografie.

La poesia è naturale.

Sgorga come nasce, e tale soffia, incessante. 


Di queste e altre qualità trabocca la poesia di Alessandra Berardi Arrigoni. Una voce increspata, carica di riverberi e ricca di odori, canta l'alternanza degli elementi naturali che ci circondano, talvolta sovrastano, più spesso ci interrogano e coinvolgono; esortandoci ad una contemplazione assorta e prospettica, persino magica, della nostra esistenza.



In questa tela onirica si innesta, in modo superbo, l'acquerello di Marina Marcolin. Il suo tratto poetico ha la dinamicità circolare del vortice che invita al raccoglimento interiore, mentre fuori, il mondo delle parole, sibila i suoi tumulti; in quelle tinte tenui, ai limiti del monocromatico, sembra celarsi il mistero di un pennello intriso della polvere di roccia, immerso nelle onde del mare. Quando l'acqua si asciuga, della vita resta il sale.


"Come ogni isola io non so stare
senza l'abbraccio fra terra e mare."

"Poesie naturali" - Alessandra Berardi Arrigoni, Marina Marcolin - Topipittori

venerdì 29 dicembre 2017

Tartarughe all'infinito


"Ma stavo cominciando a imparare che la vita è una storia che si racconta di te, non una storia che racconti tu. Ovvio, tu fai finta di essere l'autore. Devi. Pensi: Adesso decido di andare a pranzo, quando quel bip monotono risuona dall'alto alle 12:37. Ma in verità è la campanella a decidere. Tu credi di essere il pittore, invece sei la tela".


"Tartarughe all'infinito" di John Green, edito in Italia da Rizzoli, con la traduzione di Beatrice Masini, è un romanzo che mette le sue ragioni nero su bianco, fin dall'inizio; ma è anche un chiaro esempio di come la "scrittura", talvolta, surclassi la "storia", che resta sullo sfondo.

"Così ho provato a farlo, ma la spirale di pensiero ha continuato a stringersi. Ho sentito il dottor Singh dire che non dovevo prendere il telefono, che non dovevo continuare a cercare le stesse domande, ma l'ho preso lo stesso, e ho riletto l'articolo su Wikipedia dedicato ai microbioti umani. Il problema di una spirale è che se la segui dall'interno non finisce mai. Continua a stringersi, all'infinito".

Esiste un vortice che fagocita tutto, il resto è solo polvere agli occhi. Il vortice è la mente di Aza Holmes, la protagonista sedicenne, che soffre di disturbo ossessivo - compulsivo, un disturbo mentale che la induce a ripetere in modo ossessivo certi comportamenti. Nella fattispecie, Aza si è inflitta con l'unghia una ferita a una mano, che riapre e disinfetta in continuazione. E' ossessionata dall'idea di prendere infezioni, causate dal prolificarsi di batteri; questo pensiero la induce a controllarsi continuamente la ferita, disinfettarla, addirittura ingerire direttamente dalla bocca il disinfettante nei momenti di crisi nervosa acuta. Aza è in cura da una specialista, ma non sembra trarre giovamento dalle sedute cui si sottopone. Nella storia ideata da Green, Aza viene convinta dall'amica Daisy ad indagare sulla scomparsa del miliardario  Russell Pickett, in quanto è stata offerta una ricompensa di 100 mila dollari a chi saprà fornire indizi utili al suo ritrovamento. Russell Pickett è il padre di Davis, amico d'infanzia di Aza, fino a quando le vicende della vita non hanno portato le due famiglie ad allontanarsi. Aza e Davis, due caratteri affini, introversi, nascondono voragini interiori. Già da bambini parlavano poco, ma si capivano.

"Le avrei detto che io e Davis non avevamo parlato molto, nemmeno ci guardavamo, ma non importava, perché guardavamo lo stesso cielo insieme, che comunque è forse più intimo del contatto visivo. Chiunque può guardarti. E' raro trovare qualcuno che vede lo stesso mondo che vedi tu."


Davis ha la passione per l'astronomia. Le contemplazioni all'aperto della volta celeste, che i due ragazzi condividono, disegnano i momenti di maggior intensità lirica ed onirica del romanzo.  Attraverso l'osservazione dei corpi celesti, Davis insegna ad Aza a guardare con sereno distacco al proprio passato; perché se quelle costellazioni distano anni luce, quello che vedono, è solo un riflesso di qualcosa che è già accaduto.

"Ho pensato a quando mi aveva chiesto se ero mai stata innamorata. E' un'espressione strana in inglese, in love, come se l'amore fosse un mare in cui anneghi o una città in cui vivi. Non sei in nient'altro; in amicizia, in rabbia, in speranza. Non si dice così. Puoi solo essere in love. E volevo dirgli che se anche non ero mai stata in love, sapevo che cosa si prova ad essere in un sentimento, non esserne solo circondata ma anche intrisa, come quando mia nonna diceva che Dio è dappertutto. Quando i miei pensieri prendevano la spirale, io ero nella spirale e della spirale. E volevo dirgli che l'idea di essere in un sentimento dava linguaggio a qualcosa che prima non sapevo descrivere, creava una forma per questa cosa, ma non riuscivo ad immaginarmi come fare a dire queste cose ad alta voce."

Davis è amore e poesia. Scrive su un blog. I post dedicati ad  Aza sono introdotti con delle citazioni tratte da "La Tempesta" di William Shakespeare. Davis è una spirale che si apre verso l'esterno, e dona ossigeno alla mente di Aza. Anche se dura poco. Poi sprofonda di nuovo.

"Ma la cosa veramente spaventosa non è girarsi e rigirarsi nella spira che si espande; è girarsi e rigirarsi nella spira che si stringe. E' venire risucchiati da un mulinello che riduce e riduce il tuo mondo finché ti ritrovi a girare senza muoverti, bloccato come dentro una cella di prigione che è grande esattamente come te, finché alla fine non capisci che non sei davvero in una cella. La cella sei tu".


Il pregio del libro sta nella qualità della scrittura di Green, nella reiterata capacità di simulare i movimenti di quella spirale che attanaglia la mente di Aza, facendo calare il lettore nelle sue tormentate vicende psichiche. Mentre leggi, senti lo spazio stringersi e il respiro affannarsi. In una parola, provi "empatia". Aza, un nome conciso che percorre tutto l'alfabeto, andata e ritorno, richiama la forma di un triangolo equilatero, che si staglia verso il cielo. E noi ci incamminiamo sul solco del suo cammino interiore fatto di Inferno, Purgatorio, e piccoli scampoli di Paradiso, verso l'ultimo atto del romanzo, che ci riserva un poderoso trittico, dall'accento cosmico. E penso a Dante, alla volontà caparbia nell'alzar la testa a cercar le stelle.

"E quindi uscimmo a riveder le stelle" - Inferno, Canto XXXIV, verso 139

"Ci siamo fatti un nido di silenzio, e io ho avvertito la vastità del cielo sopra di me, l'inimmaginabile enormità di tutto: guardare Polaris e capire che la luce che vedevo aveva 425 anni, e poi guardare Giove, a meno di un'ora di luce da noi. Nel buio senza luna eravamo solo testimoni della luce, e ho sentito una scheggia di ciò che doveva aver avvicinato Davis all'astronomia. Si prova una sorta di sollievo nell'avere davanti a sé la propria piccolezza pura e semplice, e ho capito una cosa che Davis doveva già sapere: che una spirale diventa infinitamente stretta via via che la segui verso l'interno, ma diventa anche infinitamente larga via via che la segui verso l'esterno. E sapevo che avrei ricordato quella sensazione, sotto il cielo diviso, allora, prima che i meccanismi del destino ci frantumassero per ridurci a una cosa o l'altra, prima, quando potevamo ancora essere tutto. Stando li distesa ho pensato che avrei potuto amarlo per il resto della vita. Ci amavamo - forse non l'avevamo mai detto, e forse non eravamo mai stati innamorati, però era una cosa che sentivo. Io lo amavo, e ho pensato forse non lo rivedrò mai più, e mi mancherà per sempre, e non è terribile?"

"puro e disposto a salire a le stelle" - Purgatorio, Canto XXX, verso 145

"Ma alla fine non è terribile, perché conosco il segreto che la me  distesa sotto quel cielo non poteva immaginare: so che quella ragazza sarebbe andata avanti, che sarebbe cresciuta, che avrebbe avuto dei figli e li avrebbe amati, che nonostante l'amore sarebbe stata troppo male per occuparsi di loro, che sarebbe finita in ospedale, sarebbe migliorata, e poi sarebbe stata male di nuovo. So che uno strizzacervelli direbbe "Scrivilo come sei arrivata fin qui". Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l'amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono. Ti ricordi il primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne che l'amore, che l'amore è come diventi una persona e perché."

"l'amor che move il sole e l'altre stelle" - Paradiso, Canto XXXIII, verso 145

"Ma sotto quei cieli, la tua mano - no, la mia mano - no, la nostra mano - nella sua, non lo sai ancora. Non sai che il quadro della spirale è dentro quella scatola sul tuo tavolo da pranzo con un post-it appiccicato sul retro della cornice: "L'ho rubato ad una lucertola per te. D". Non puoi sapere che quel quadro ti seguirà da un appartamento all'altro e poi alla fine in una casa più grande, né che decenni dopo sarai così fiera che Daisy continui ad essere la tua migliore amica, che crescere dentro vite diverse vi renderà solo ancora più accanitamente fedeli l'una all'altra. Non sai che andrai al college, ti troverai un lavoro, ti farai una vita, la vedrai disfatta e ricostruita. Io, nome proprio singolare, sarei andata avanti, seppure sempre al condizionale. Ma tu non sai ancora niente di tutto questo. Noi stringiamo la sua mano. Lui risponde alla stretta. Voi fissate lo stesso cielo insieme, e dopo un po' lui dice "Devo andare", e tu dici "Addio", e lui dice "Addio, Aza", e nessuno dice mai addio a meno che non voglia rivederti."

Sai che c'è Aza? Non importa che tu sappia baciare o meno. Tu sai vedere attraverso le  nuvole.

"Tartarughe all'infinito" - John Green, traduzione di Beatrice Masini - Rizzoli

venerdì 26 maggio 2017

In mezzo alla fiaba


Poesia e Fiaba. Due generi letterari molto diversi tra loro, che in profondità condividono molte più cose di quanto possa apparire in superficie. Quel senso di meraviglia e stupore, magia e incanto, persino terrore e sgomento, con il cuore che batte e balza in gola, come svoltare l'angolo di corsa e trovarsi di fronte un dirupo. Senza preavviso.


Calarsi in "mezzo alla fiaba" con la poesia. Un viaggio che profuma di azzardo, certo, eppur così ricco di fascino. 


Ce lo dona Topipittori, editore sensibile come pochi altri alle interrelazioni tra il mondo della poesia e quello dei ragazzi.
 
A calarsi nei meandri della poesia è Silvia Vecchini, poetessa navigata e raffinata, costantemente alla ricerca di quegli echi provenienti dai fondali dell'anima. A lei il compito ardito di intessere poesia e fiaba, portare alla luce i frammenti acuminati e fluidi di quell'incontro, proibito e magico, negli abissi del tempo e dell'animo.

 

Qui entrano in gioco le illustrazioni di Arianna Vairo, che si costituiscono a loro volta racconto compiuto, enigmatico. Esemplari nella scelta cromatica minimale che alterna bianco e nero, rosa e azzurro, con epitaffi di rosso; colori che sembrano argini in cui incanalare il flusso fiabesco, nel suo impeto onirico. Colori usati in modo netto, a demarcare figure che si animano e sembrano sgusciar via, quasi a voler sfilacciare il tessuto fiabesco che le ha tenute a lungo impigliate.


E qui inizia il gioco dei sensi alla scoperta di nuovi significati, camminando tra le fiabe di un tempo, rincorrendo voci e ricordi lontani, ancora oggi attuali.


 "In mezzo alla fiaba" - Testi di Silvia Vecchini, Illustrazioni di Arianna Vairo - Topipittori

martedì 21 marzo 2017

Poesia della notte, del giorno, di ogni cosa intorno


La poesia è qualcosa di originario. Non "divina", semmai "sgorga". Non sei tu a trovarla, è lei che ti abbraccia, quando è giunto il momento. Cercare la poesia, è come tentare di spremere acqua da un sasso. Non ne cavi nulla. E' lei che si rivela, nelle piccole cose della vita, in cui resta spesso impigliata. Non è qualcosa che si costruisce. La poesia, nella sua primordialità, è il linguaggio più autentico che abbia conosciuto l'uomo. Ci tengo a sottolinearlo. Conosciuto, non creato. Nella magia di un incontro. La poesia era, e resta, un linguaggio profondamente "epidermico", proprio perché "originario".
 


Inciampare in "Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno" di Silvia Vecchini, illustrato da Marina Marcolin, edito da Topipittori, per me che vengo dalla poesia, è come tornare a casa. E aprire un cassetto della propria scrivania, per ritrovare oggetti, istanti, incanti di vita vissuta. E rimasta sospesa, in attesa di essere colta. 


 La poesia conserva quel che la memoria dimentica. Donandogli nuova luce, nuova linfa. Questa delicata e intensa raccolta porta in superficie una sequela di meraviglie circa l'incanto e il tormento di quell'età dell'oro che risulta essere l'infanzia, e l'adolescenza. C'è la "notte", c'è il "giorno" , ci sono soprattutto "le cose intorno". Come un sasso gettato nello stagno, che si propaga ad onde concentriche. 

 

Tanto è minuziosa e precisa la Vecchini nel suo lavoro di scavo e intaglio di gesti, pensieri, sguardi, tanto più è plumbeo e rarefatto l'acquerello della Marcolin, come fosse volto a preservare l'incanto della poesia in un flusso amniotico. La magia della tela tramanda il sussurro del canto, avvolto nei suoi magici echi.



Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno - Silvia Vecchini, Marina Marcolin - Topipittori