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martedì 26 novembre 2024

Se dico no

 

25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

La mia copia di Se dico no di Sabina Colloredo, edito da Einaudi Ragazzi è qui accanto a me da giorni. Lo avevo già letto poco prima dell'estata quando arrivò la prima in libreria; stamattina ho deciso di rileggerlo, di immergermi nuovamente nella vita di Chiara, la giovane protagonista, forse ancora un po' bambina e un po' adolescente, che si lascia cullare dalle lusinghe di un ragazzo più grande di lei, e se ne innamora.

Ma lui non è ciò che Chiara crede, è un ragazzo egoista e violento che durante una festa non si farà nessuno scrupolo a prendersi ciò che pretende, senza minimamente ascoltare i "no" che la ragazza pronuncia. Impossibile non piangere, impossibile non arrabbiarsi con chi non ha avuto occhi per vedere, impossibile non soffermarsi sulla mancanza di solidarietà, sulla cecità dei genitori, impossibile non immedesimarsi in quella giovane vita sopraffatta dagli incubi, dalla paura prima, e dalla sete di vendetta poi, e impossibile non piangere quando Chiara, con forza e fermezza, deciderà di denunciare la violenza di cui è stata vittima.

Se dico no è un piccolo gioiello, un romanzo da leggere insieme alle proprie figlie e ai propri figli, per riflettere, affrontare insieme il tema del rispetto dell'altro e della violenza di genere, un romanzo dal quale partire per far comprendere loro che possesso, violenza, gelosia, controllo, sottomissione sessuale non fanno parte della sfera dell'amore, sono solo i sintomi di tossicità e pericolo.

Se dico no - Sabina Colloredo - Einaudi Ragazzi


lunedì 15 aprile 2024

Il mare ci aspettava

 


Mi è sempre piaciuta la cifra stilistica di Antonio Ferrara, la sua scrittura lineare, precisa, mai banale, i capitoli brevi quel tanto che basta per incorniciare nel giusto modo un momento o un sentimento. 

Il suo ultimo romanzo, Il mare ci aspettava, mi ha letteralmente ammaliata, forse perché anche io, come il giovane protagonista Rocco e la sua inaspettata compagna di viaggio Rosa,  in questo momento vorrei trasgredire le regole e andare al mare, simbolo di libertà, autonomia, riscatto, ma anche e soprattutto per la tenerezza che ho trovato per questi due giovani ragazzi, che decidono di allontanarsi da due famiglie difficili da subire, a bordo della loro bicicletta, in un viaggio che non è solo tra borghi e boschi, ma è anche e soprattutto un viaggio interiore, alla ricerca della realizzazione di un sogno.

Il mare ci aspettava - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi di Oggi

martedì 8 giugno 2021

Volovia

 


Mio padre aveva un buco sul cuore, proprio nel taschino della camicia, e il buco toccava sistemarlo a mio sorella. E pure i calzini, le toccava sistemare, e avevano un buco per ogni dito del piede, i calzini di mio padre. Io, invece, avevo sempre i jeans strappati sulle chiappe, manco mi sedessi sul filo spinato. Mia madre, poi, aveva il grembiule tutto crivellato di colpi, come se cucinasse in Vietnam.

In famiglia le cose stavano così: noi strappavamo e mia sorella Ida ricuciva le maglie, le camicie, i pantaloni, le tovaglie, le tende, le lenzuola, i calzini, le mutande, tutto. A volte non c'era niente di strappato in casa, c'era solo da fare, che so, un orlo ai pantaloni, o da attaccare un bottone, ma sempre a Ida toccava, sempre. La mia era una famiglia che faceva a pezzi i vestiti, era un vizio, la stoffa si strappava e mia sorella la cuciva.

Questo brano è tratto dal primo capitolo di Volovia, romanzo di Antonio Ferrara, edito da Einaudi Ragazzi, una storia forte, potente, che racconta di emancipazione, libertà, sogni da realizzare, riscatto. E' la storia di Saverio, un ragazzino di 16 anni che vive a Napoli, va male a scuola, non ama studiare, i compagni lo prendono in giro e lo chiamano "scemo". Un giorno decide di lasciare la scuola e andare a lavorare con il padre che fa il becchino, ma una tragica fatalità gli cambierà totalmente la vita.

Saverio si sente prigioniero della sua vita, vorrebbe volare via, ma volare via significa avere coraggio, quel coraggio che solo chi ha deciso di andarsene dalla propria terra può comprendere. E per decidere di andare via ci vuole tanto amore. 

Un nuovo romanzo di Antonio Ferrara che incanta e rapisce il lettore, ricco di spunti e di suggestioni che fanno riflettere e sorridere ed emozionare al tempo stesso.

"Volovia" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi


martedì 15 ottobre 2019

Stalker


Subire una violenza, essere oggetto delle sgradevoli attenzioni di un uomo, essere vittima di una stalker, tutto ciò è qualcosa di abominevole e spaventoso.

"Stalker" d Daniele Nicastro si legge tutto d'un fiato e con avidità, ci si immedesima in Floriana, e insieme alla protagonista si vivono una serie di emozioni e sensazioni che poi ti restano aggrappate addosso per un po', dalla paura alla rabbia, alla speranza, passando attraverso atavici sensi di colpa e al dolore dei ricordi che lentamente svaniranno. La storia è potente perché contiene tutti quegli aspetti, soprattutto psicologici, che appartengono a chi purtroppo è vittima di stalking e che bisognerebbe imparare a conoscere e riconoscere; e leggerlo potrebbe essere d'aiuto a tante ragazze, a tante donne.

La forza di "Stalker" è proprio questa esta nell'immediatezza con cui un tema spinoso e assolutamente attuale viene trattato, e raccontato con gli occhi di un'adolescente.

E' un bel libro, una storia narrata col il giusto garbo e delicatezza, un libro da consigliare, da leggere e da regalare.

"Stalker" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi

venerdì 10 agosto 2018

Vivavoce



"E poi, a sorpresa, mi prese il sonno e mi addormentai, e sognai che stavo a piedi nudi su una spiaggia con un libro in mano. Tenevo i piedi proprio a riva, sul bagnasciuga, coi jeans arrotolati fino al polpaccio, e l'acqua fresca e schiumosa mi veniva incontro, mi lambiva le caviglie e poi si ritirava. Leggevo ad alta voce, la faccia rivolta al mare, il sole sulle pagine, e come sottofondo, sentivo piano il rumore dolce e costante delle onde che si ripetevano, che andavano avanti e indietro, che dicevano continua a leggere, Lucio, continua a leggere, continua".

Lucio ha la "voce che canta" perché la penna di Antonio brilla nell'oscurità, e la sua scrittura si fa marea e risacca.

Ferrara ci ha ormai viziato col suo mescolare la narrativa al teatro; te ne accorgi dai gesti dei suoi personaggi, da certe entrate e uscite di scena repentine e rocambolesche, drammatiche e comiche, talvolta tragiche. Capitoli che durano quanto un respiro, con quel ritmo regolare che non si arresta; mai un cedimento narrativo, mai una caduta di stile. Un Mai che diventa Per Sempre.

L'uomo - autore Ferrara sa che la commistione dei generi letterari assomiglia agli incroci della vita, dove si viene e si va, talvolta si torna, raramente si resta. Da qualche parte, o, ancor meglio, impressi nella mente e nel cuore di qualcuno. Dove le abilità apparentemente inutili si mettono a frutto, e possono anche salvarti l'anima; la tua, e quella di chi ti attraversa la strada.


La nostra esistenza su questa Terra è legata ad un soffio, e Antonio Ferrara la percorre e la canta come il samurai di Mishima:

"La vita umana non dura che un istante, bisognerebbe trascorrerla a fare ciò che piace. In questo mondo fugace come un sogno, vivere nell'affanno è follia".

Anche nei momenti drammatici c'è spazio per un po' di sana commedia. Così leggendo alcune righe, ti trovi a ridere ad alta voce, e dopo poche pagine ti sciogli in lacrime. E non è polvere agli occhi sai, sono solo parole che sanno dove andare, e come colpire.

"Vivavoce" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

sabato 20 gennaio 2018

Casa Lampedusa


"Casa Lampedusa" l'ho letto questa estate, sulla spiaggia, di fronte all'immensità del Mar Ionio, accarezzato dalla musica placida delle onde. Ma il mare non è sempre messaggero di bellezza e poesia, le sue acque raccontano quotidianamente storie di spavento e morte. Così Lev Tolstoj, nel primo dei suoi "Quattro libri di lettura", descrive il mare:

"Il mare è vasto e profondo; del mare non si vede mai la fine. Nel mare il sole sorge, e nel mare tramonta. Il fondo del mare, nessuno l'ha mai raggiunto, e nessuno lo conosce. Quando il vento non c'è, il mare è azzurro e liscio; quando soffia il vento, subito il mare si agita e scroscia. Si sollevano, là nel mare, le onde; un'onda corre dietro l'altra; si uniscono insieme, si urtano, e sprizzano una schiuma bianca. Allora i bastimenti vengono sbattuti di qua e di là dalle onde, come se fossero schegge di legno. Chi non si è mai trovato in mezzo al mare, non può sapere che cosa vuol dire raccomandarsi a Dio".



In un'isola come Lampedusa, il mare è un elemento imprescindibile. Ti cinge e ti abbraccia, ti assedia e ti circonda, ti bracca, ti da lavoro e ti sfama, non ultimo, riversa sulle tue coste le problematiche di chi, a torto o a ragione, spesso a rischio della propria vita, si affida alle sue acque in cerca di fortuna. Che spesso, la vera fortuna, consiste nella sopravvivenza stessa. La storia di questo libro inizia da qui, dal'accoglienza nei confronti di chi questo mare ha attraversato a suo rischio e pericolo, per garantire un futuro alla propria famiglia, quel futuro che la terra d'origine non era più in grado di dargli.

Ammetto di aver letto con grande curiosità questo libro che parla di una problematica di stretta attualità, che, neanche a dirlo, spacca letteralmente in due le opinioni della gente. Ma Antonio Ferrara ci si è tuffato con la consueta naturalezza, non si è fatto mettere il sale sulla coda dal buonismo, tanto meno dalla retorica spicciola. Antonio non nasconde le difficoltà che nascono dalla paura della diversità, tutt'altro, mostra come l'accoglienza e l'integrazione non possono prescindere da una forte dose di volontà. Di comprendere e capire, per poter davvero aiutare. Khalid non fa nulla per rendersi simpatico, anzi a tratti appare agli occhi del lettore piuttosto irritante nelle sue esternazioni. Che paiono davvero inopportune, nei confronti di chi ti prende in casa.

"Nel mio paese le brave donne non si truccano".

"Nel mio paese le donne stanno a casa a preparare, non vanno a lavorare".

Ci vuole senso pratico nel maneggiare le questioni spinose, la prima volta si abbozza, la seconda si risponde con calma e fermezza: "da noi le donne lavorano". E fine della discussione.

Salvatore fa davvero fatica a comprendere:

"Non era bello mangiare con uno che a tavola diceva sempre no", oppure

"Non lo sopportavo quando faceva così. Era antipatico. Si vedeva che se ne fregava, delle persone. Non era facile vivere con lui, voglio dire, non era mai contento. E poi anche di notte mi dava fastidio, per tutto il gran russare che faceva. Per non parlare di tutto lo spazio che prendeva. Non riuscivo proprio a capire perché dovessimo tenerci in casa un tipo così".

Questo il tenore dei pensieri di Salvatore, per dire che chi scrive non indora la pillola, e non presenta le cose più facili di quanto in realtà siano.

Come sempre accade in questi casi, è tra "pari" che ci si comprende, e ci si aiuta. Salvatore è animato dal desiderio di comprendere gli atteggiamenti di Khalid, e le ragioni della sua fuga, dei suoi silenzi, dei suoi rifiuti.

"Perché sei fuggito dal tuo paese, Khalid?"

"Davvero vuoi saperlo Salvatore?" "Si.".

"Sei sicuro?" "Si."

E lui solleva la maglia, con le sue ferite non rimarginate, da cui si vede la carne viva, le atroci sofferenze e le torture inflittegli dai soldati, nel tentativo di estorcergli  dove teneva nascosti i suoi familiari. E Salvatore comprende anche perché Khalid non mangia il pesce. No, non è un precetto religioso, sua moglie e sua figlia sono morte cadendo in acqua dal barcone, e a quest'ora se le saranno sicuramente mangiate i pesci del mare. Per questo lui non mangia pesce. Così, quella sera stessa, Salvatore rifiuta di mangiare il polpo col sugo, il suo piatto preferito.

Dalla conoscenza scatta l'amicizia e l'aiuto reciproco, cosi Khalid prova ad insegnare a Salvatore a nuotare, anche se non è facile vincere la paura del mare; strano ma vero, lui è l'unico isolano che non è ancora capace, e questo pensiero lo tormenta. Khalid lavora sulla testa, prima ancora che sulle braccia, e spiega a Salvatore che non puoi dire di non essere capace a fare una cosa se non provi, e il coraggio uno lo misura quando il pericolo gli capita davvero.

Tra colpi di ironia e situazioni reali da fronteggiare, la narrazione procede che è una bellezza, avvincente e spedita, ci si diverte e ci si ferma un poco ad osservare le complessità e le stratificazioni di un mondo iniquo che da un lato si intreccia, dall'altro si sfilaccia. C'è il solito Ferrara delle battute che fanno ridere, come quando Salvatore fa cadere a terra un bicchiere di vetro al buio, Khalid lo calpesta e si infila le schegge sul piede, e saltella e urla:

"Minchia! Minchia! Minchia!" e

"anche se non era il caso a me scappò da ridere, perché pensavo che il tipo era proprio bravo e veloce a imparare le lingue, sia l'italiano che il siciliano, voglio dire".


E poi ci sono i libri che aprono gli occhi e lo sguardo sul mondo, per questo servono le biblioteche per ragazzi e le librerie, sull'isola non ne avete nemmeno una, "ma come fate senza i libri?"

Abbiamo i libri di scuola, che sono anche troppi. Eh no, Salvatore, quelli non c'entrano niente, servono i libri che uno legge per amore, mica per dovere.

Lodevole l'impegno dei volontari, che seminano bellezza con passione, e costruiscono la biblioteca.

Lo sai cosa sono i "silent book" Salvatore?

Cosa sono i "libri silenziosi"? Io non li ho mai sentiti parlare i libri!

"I silent book sono i libri senza parole, solo con le figure!"

"E a cosa servono?"

"Ad essere letti da tutti, qualunque sia la lingua che parlano quelli che leggono! E vanno bene anche per i piccoli che non sanno leggere!"

E con le cassette di frutta si costruisce una biblioteca colorata, e i libri iniziano a profumare, di mele, fragole e banane.

E' bello leggere certe storie, quando a scriverle sono autori come Antonio Ferrara. Con quella scrittura che avvolge come un'onda:

"Sulla sabbia arrivai stremato, mi tirai su a fatica, presi in braccio la bambina, la consegnai a quelli della capitaneria e poi crollai per terra. Mi stesi a faccia in su sulla sabbia senza forze, col fiato grosso, coi vestiti zuppi, e a braccia larghe, sorridendo, ammirai le stelle alte e tremolanti sopra Lampedusa. Mi guardavano e dicevano: "Bravo Salvatore, Bravo". E pensai che aveva ragione Khalid; il coraggio te lo misuri quando c'è il pericolo. Pensai che adesso i miei compagni a scuola, avrebbero fatto a gara a sedersi nel banco accanto al mio. Pensai che avevo Annarita. E poi pensai una cosa strana, dolce, bella e nuova: che, per cercare di aiutare un altro che aveva bisogno ed era spaventato, ti dimenticavi di aver paura tu, e come niente diventavi coraggioso".

"Casa Lampedusa" - Antonio Ferrara - Einaudi

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

lunedì 13 novembre 2017

Pusher


"Cominciai a leggere, si, ma non riuscii, perché mi vennero le lacrime. Le lacrime facevano ballare sul foglio le parole e mica le vedevo, le vedevo tutte mosse, sfocate come dietro a un fumo. Mi asciugai gli occhi con la manica della maglietta, e allora i miei compagni fecero un altro applauso forte. Tirai su col naso. Feci un respiro profondo. E mica era facile. Presi a leggere, finalmente, a leggere il mio sogno, il sogno che volevo realizzare e che a casa non potevo dire, e a leggerlo il mio sogno era il più strano e il più pazzo e bello di tutti i sogni che si potessero sognare. Parlava di me che volevo fare il giornalista, che volevo scrivere sul giornale com'era bella Napoli e i napoletani, e che bei dolci si potevano mangiare a Napoli, e che belle canzoni si cantavano, e che squadra forte di calcio avevamo, e come i ragazzini avevano diritto di giocare e divertirsi invece di lavorare, di rubare e di spacciare. Leggevo ormai senza fermarmi, ché il respiro quasi mi mancava, e mentre leggevo, sembrava che, visto che lo avevo scritto bene, con le parole tutte giuste, prima o poi davvero forse poteva capitare. Ma, leggendo leggendo, pensavo alla testardaggine e alla forza e alla volontà che ci volevano per far succedere una cosa così, così difficile, e io mica ce l'avevo, quella forza. E avevo contro mio padre, mia madre e pure gli amici. Ma poi, alla fine, in mezzo all'applauso che mi arrivava in faccia e nelle orecchie, guardai il prof che sorrideva e faceva sì sì con la testa e pensai alle parole che diceva sempre; che, se hai una passione forte, la disciplina poi ti viene".

E' un capitolo, questo, che mi piace riportare per intero, perché affiora così, nel bel mezzo del romanzo,  come una "Spaccanapoli", a separare due ipotetiche vite che vi si affacciano.  Anche se la visuale ariosa e panoramica che restituisce sembra più quella di un affaccio sul mare a Posillipo. 

Non è facile parlare dell'ennesimo libro di Antonio Ferrara scritto in modo superbo ed empatico; eppure questo racconto l'ho sentito, e vissuto, in modo diverso, non appena ho iniziato a leggerlo. Solitamente la scrittura di Antonio mi mette le ali, è una tale sequela di carezze e risate, bravate e lacrime, abbracci e ceffoni, che quando abbasso lo sguardo per iniziare un suo libro, difficilmente lo alzo prima di averlo finito. 

Ma Tonino è un ragazzo di 13 anni con la pistola in tasca, il pomeriggio ha la fila sul portone di casa, la notte le dosi le spaccia in piazza. Con Tonino sei fortunato se l'amico  sveglio ti para il culo quando lo stronzo di turno ti mette le mani al collo, per strapparti la dose senza pagare. Tonino, mandato a sparare dal padre per appianare uno sgarro. Difficile immaginare un orizzonte con Tonino. Difficile voler scappare con lui da qualche parte.

Però non è solo questo. "Pusher" scorre meno lineare di altre storie, si propaga lento e inaspettato a macchia d'olio, ogni capitolo, nella sua sintesi, tra densità e ritmo, contiene la luce e il buio; crea, più che altrove, uno spaccato autonomo. Un sipario. C'è, più che altrove, il teatro di Antonio, la sua commedia, un proiettarsi di scorci, di tanti piccoli presepi. E allora questo libro me lo sono sorseggiato, come tante piccole "tazzulelle 'e cafe' ". Perché sembra non conceda scampo, e invece ti lascia spazio per pensare. A quello che sei, a cosa diventerai.

Attraverso i racconti del nonno malato Tonino comprende che c'è un tempo per vivere e un tempo per morire; quando sei potente la gente ti rispetta e ti teme, ti serve e ti riverisce; ma quando sei vecchio e stai male, quando non conti più niente, la gente si dimentica di te, e resti solo come un cane. E allora i soldi e il potere non servono a niente. Cosa gli racconta il nonno a Tonino? di quando sparava? di quando spacciava? di quando si spartiva Napoli? No, gli racconta la storia di quando era ragazzo e per far colpo sulla nonna le regalò una gallina (che nel dopoguerra era una dote preziosa), e quella disgraziata le scacacciò sulla camicia bianca. Una storia di amore e gioventù, che ogni volta arricchisce di un particolare, che affiora dalle nebbie della memoria. Perché quando invecchi ricordi l'età più bella, che è la gioventù e le sue follie. E allora a 13 anni devi giocare, devi studiare, non spacciare, Tonino. La figura del nonno apre uno squarcio ironico - iconico agli occhi del ragazzo. Sono pagine di luce e amore, risate e commozione. 

Poi c'è il professore, che per prima cosa ti insegna a ridere. "Tu ridi troppo poco Toni'. Ricordati che sei ancora nu' guaglione, e devi ridere di più!'". "Si può anche imparare mentre ridi, no?" - Bisogna essere felici di imparare". Con il sorriso puoi smontare i problemi a poco a poco, mettere in fila i pensieri, e darti una disciplina. Il professore che aiuta a guardarti dentro, a separare le luci dalle ombre. 

"Avevo sempre avuto una bella calligrafia, mi piaceva scrivere chiaro. Mi piaceva che le parole si capissero bene e dicessero bene le cose che uno pensava, pure quelle brutte. Quando uno pensa può anche pensare male, disordinato e senza capo né coda, pensavo, ma quando scrive le cose le deve mettere a posto, le deve dire bene". 
   

Non puoi sapere in anticipo quale direzione prenderà la tua vita, però è importante saper riconoscere da quali mani farti impastare. 

"Ogni volta che tiravo fuori il pane dallo scuro del forno mi veniva in mente che ero io, quel pane, ero io che uscivo dallo scuro e mi presentavo fresco fresco al mondo. Ma era Carmine che mi aveva impastato e messo al forno a crescere e a cuocere fino al punto giusto, lo sapevo, era lui che mi aveva dato un'altra forma."

Pane e basilico.

"Mangiavo di gusto e pensavo che eravamo così, Carmine e io: lui era il caldo del pane e io il basilico, lui era il caldo che faceva uscire tutto il profumo che avevo dentro io e non si sentiva".

Già, ma chi è Carmine, e chi è Tiziana? Chi sono queste persone che nel buio diffondono luce? Dacci oggi il nostro "pane" "quotidiano". Pane e quotidiano. Che di notte non lavorano solo i pusher, lavorano anche i panettieri, e i giornalisti. 

"Pusher" è un po' così. Schizza via come una pallottola di rimbalzo e non sai bene quale parte di te andrà a colpire. Ma ti ricorda anche che dentro la sfogliatella c'è la crema, e se sei un ragazzo di 13 anni, ed hai una vita davanti, te la devi saper giocare. E qualunque cosa accada, fattela una risata.

Pochi autori sanno spacciare gioie e dolori, sorrisi e lacrime, abbracci e carezze, come Antonio Ferrara. Ogni suo libro è un viaggio, uno spaccato, della complessità di questo mondo contemporaneo, interconnesso eppure così slegato, costituito da una somma di solitudini e tante sottrazioni di responsabilità.

Antonio sa che alle volte serve qualcuno che ti dia la spinta, o ti indichi la strada. E lui tra le righe ti incoraggia e ti spinge, che le storie servono anche un poco a questo, a seminare le difficoltà  e ritrovare quella fiducia in sé stessi. Quella fiducia di cui tutti, adulti e ragazzi, abbiamo in fondo un grande bisogno.

"Pusher" - Antonio Ferrara - Einaudi Ragazzi

mercoledì 5 luglio 2017

Il mistero del faro



"Ma ciò che lo impressionò furono le ampie vetrate che consentivano di spaziare a trecentosessanta gradi, fin dove lo sguardo poteva giungere. Restò a bocca aperta e sgranò gli occhi per la sorpresa, ammutolito da quanto accadeva la fuori.
L'oceano era in burrasca. Le creste bianche delle onde correvano veloci sulla distesa d'acqua come vascelli pirati lanciati all'arrembaggio, prima di spezzarsi con furia contro la scogliera. Il fragore dell'impatto era così tremendo da coprire, a tratti, il rimbombo dei tuoni, mentre lampi improvvisi saettavano nella matassanera delle nuvole. Nuvole che si aggrovigliavano le une sulle altre sotto l'infuriare del vento sferzante che ululava spaventoso come un branco di lupi affamati.
-Neanche i videogiochi arrivano a questi livelli, - bisbigliò intimorito, mentre le gocce di pioggia scivolavano sulla superficie dei vetri, simili a graffi disegnati da una mano invisibile. Solo allora si accorse di tremare. Aveva la pelle d'oca."



Un faro abbandonato, un binocolo, un cane randagio di nome e di fatto che non vede l'ora di farsi addomesticare. Una bella amicizia nata per caso durante le vacanze, un mistero da svelare. Giocare ai detective... il gioco più antico del mondo trasformerà una vacanza noiosa in una estate indimenticabile. Computer, internet, videogames, saranno solo un lontano ricordo.

Da 10 anni.

"Il mistero del faro" - Riccardo Davico - Einaudi Ragazzi (Collana Storie & Rime)

martedì 13 giugno 2017

Harry



Da piccolo non riuscivano a tenermi. Mio padre mi correva dietro per tutto il cortile, mia madre m’inseguiva con la scopa in mano e, quando mi beccavano, mi chiudevano sempre nel pollaio. Cioè, mio padre mi rinchiudeva. Ma io ogni volta scappavo, e quando venivano a cercarmi nel pollaio c’erano solo le galline. Scappavo da ogni posto: dall’armadio, dal gabinetto, dal ripostiglio, dalla legnaia. Quando mio padre mi chiudeva da qualche parte, i miei fratelli accorrevano e si mettevano a contare: non arrivavano a cento che ero già saltato fuori.
Dopo un po’ i miei cinque fratelli cominciarono a invitare i ragazzi dalle case vicine – li chiamavano con un fischio: appena combinavo qualcosa, loro gridavano e attaccavano a fischiare. Intanto mio padre arrivava e cercava di abbrancarmi, ma io me la filavo. Mio padre era il rabbino della sinagoga di Appleton, nel Wisconsin, e aveva pazienza da vendere, con gli altri, ma con me, non so perché, la pazienza gli durava molto poco: ogni volta mi correva dietro e prima o poi mi beccava, me ne dava un bel po’ e m’infilava nel pollaio. Allora arrivavano i ragazzi dalle case vicine e, quando arrivavano, i miei fratelli accettavano le scommesse. Prendevano le puntate. Si giocavano le biglie. All’inizio nessuno ci credeva, che ci avrei messo meno di dieci minuti a scappare da là dentro: erano tutti lí a scommettere, a puntare le loro biglie migliori, quelle grosse di vetro verdi e azzurre, per dire. Invece io di minuti ce ne mettevo solo sette, a scappare, e a volte addirittura cinque, ce ne mettevo, e dopo, coi miei fratelli, dietro casa, ci dividevamo le biglie guadagnate. Ne avevamo ognuno un barattolo di vetro pieno quasi fino all’orlo, e quello piú pieno era quello di Leo.
Eravamo da poco arrivati dall’Ungheria, da Budapest; eravamo poveri, eravamo felici. La mattina, i miei fratelli e io tiravamo su i barattoli, in alto, davanti alla finestra, per vedere la luce che passava nel vetro delle biglie, e sospiravamo,e dicevamo che sembrava il mare. Dopo un po’,però, la voce girò e nessuno volle piú scommettere. Tanto lo sapevano tutti che avrebbero perso.

Certe storie dovrebbero sempre iniziare così. Come un baccanale, una baldoria dove si ride e si scherza provocando la vita; ci si ferma quel tanto che basta a gettare uno sguardo commosso, appassionatamente poetico; e poco importa se dura giusto un battito di ciglio. Scrivere per ragazzi impone di alzare il ritmo, cambiare continuamente registro e sguardo, e perché no, infilar in mezzo una smargiassata ogni tanto che fa buon sangue e tiene allegro lo spirito.

Ma di cosa parla “Harry” di Antonio Ferrara?

Narra la storia romanzata di Ehrich Weisz, in arte “Harry Houdini", grande illusionista e impareggiabile escapologo, il “Mago delle fughe impossibili”. 


Solo che questa storia mi si è appiccicata addosso come sudore quando ho iniziato a leggerla; l’ho trangugiata tutta d’un sorso come un thè ghiacciato nel deserto; eppure il suo sapore è ancora qui ad impastarmi la bocca. Perché a me racconta molto altro.

Della necessità di cercare sempre una via di fuga per restare in vita.
Della magia che ognuno di noi cela nell’anima; che va costantemente evocata, a costo di inventarsela di sana pianta.
Del lavoro che nobilità l’uomo ora e sempre, che si tratti di essere artista, fabbro, fosse anche fare il lustrascarpe; per sé stesso o alla dipendenza di qualcun altro.
Dell’etica dell’onesta, perché un conto è “incantare”, altro è “ingannare”; arrivando a smascherare i ciarlatani, anche a costo di discutere nientepopodimeno che con Sir Arthur Conan Doyle.
Del dare una mano alle persone più deboli e in difficoltà.
Dell’amare incondizionatamente la propria madre, la radice da cui traiamo nutrimento.

"Certo, Harry, certo che diventerai qualcuno.
Là fuori ci sono le scale, e non si viene
al mondo per stare seduti sui gradini.
Mi piacque un sacco, quella risposta.
Gran bella risposta, devo dire.
Mi diede coraggio."


Dell’amare appassionatamente la propria moglie, perché certi sentimenti sono come uccelli inquieti che puntano alle nuvole.

"Successe che m’innamorai di Bess, una delle due sorelle,
quella che aveva gli occhi neri neri, e due settimane dopo
me la sposai. Era piú vecchia di me, Bess, perché lei aveva
vent’anni e io solo diciotto, ma fu quella la svolta della mia
vita. Veramente. Era un incanto, Bess, un incanto vero, una
magia. E mi sembrava tutto strano, a starle vicino, e anche
la città, le case, le nuvole e la strada, vicino a lei, 

mi sembravano tutte fresche, come lavate da poco.
Le facevo un mucchio di scherzi, perché la amavo.
Le facevo comparire dei fiori tra i capelli, per dire.
Le facevo trovare un passerotto vivo nella tasca della giacca.
Le facevo trovare un cucciolo di cane nella borsa.
E, quando restavamo soli e mi abbracciava, anche se ero
bravo a scappare da ogni posto, dal suo abbraccio non scappavo mai, 

ché era una rete dolce come il miele.
E per strada, a guardarla passeggiare al mio fianco, mentre
camminavamo uno vicino all’altra, col mio braccio sopra il
suo, mi veniva sempre una specie di brivido, e allora capivo
che, anche se volevo fare il mago, stavolta me l’aveva fatta
lei, la magia. E pensai che il mio numero volevo farlo con lei, solo con lei.
"

Perché

"solo lei era capace di farmi passare la voglia di scappare."



Harry - Antonio Ferrara - #EinaudiRagazzi

mercoledì 8 marzo 2017

Più veloce del vento


"Quando Icaro precipitò verso il mare dopo avere tentato di volare fino al sole, aveva un solo rimpianto: quello di non poter più domare il vento. L’essere sfuggito al Minotauro non gli importava. L’essere arrivato più in alto di qualsiasi uomo non contava. L’unica cosa che desiderava era volare di nuovo a quell’altezza impossibile, irraggiungibile, solo sua".

Se questo libro si fosse limitato ad un semplice tributo alla vita e alle imprese di una grande “Donna”, probabilmente non staremmo a parlarne con tanto trasporto; perché le commemorazioni sono si sacrosante, spesso doverose, ma la “letteratura” è un’altra cosa. “Più veloce del vento” di Tommaso Percivale, edito da Einaudi, è invece un grande “romanzo”, che noi di Storie a Colori abbiamo inserito nella terzina dei candidati al Premio Orbil 2016, indetto dall'ALIR, per la sezione narrativa 10-14. Perché l’autore, partendo da una scrupolosa ricerca sulle poche notizie storiche a disposizione, ha imbastito intorno alla figura di Alfonsina Morini, coniugata Strada, la prima donna ciclista a partecipare al “Giro d’Italia”, la propria epica narrativa. Tre epopee si incrociano in questo libro. Quello dell’Italia contadina di inizio secolo scorso, e di fatto sopravvissuta fino al secondo dopoguerra, di una vita aspra e dura a spezzarsi la schiena sulle campagne, dove i maschi coltivavano i campi e governavano le bestie, e le ragazze stavano dietro gli animalI da cortile, ai lavori di casa, e chi era brava dava una mano all’economia domestica e arrotondava con i lavori di sartoria; una vita frugale legata ai valori semplici, familiari, eppure così carica di poesia ora che a guardarla appare lontana anni luce. A questa si lega a doppio filo l’epopea tutta femminile della protagonista, circa il diritto di scegliere cosa fare della propria vita, al pari dei maschi, assecondando le proprie passioni e inclinazioni, indipendentemente, anzi contro i dogmi, le consuetudini e imposizioni allora in voga, che vedevano (perché così volevano) la donna inadatta a intraprendere certe strade. Qui l’autore risulta particolarmente abile e dotato di singolare garbo nel descrivere le diatribe dialettiche sostenute da Alfonsina Strada con la propria madre, in un confronto agli antipodi di esigenze e visioni; nel mostrare il rispetto della protagonista nei confronti della propria famiglia, impegnandosi strenuamente negli studi, e contribuendo in modo importante all’economia domestica nelle difficili condizioni in cui essa versava, distinguendosi nella sua abilità al ricamo, sebbene la sua vocazione seguisse ben altri lidi. Salvo poi coltivare in segreto i propri sogni quando la notte calava e il mondo andava a dormire; allora di nascosto, furtivamente si recava al fienile prendendo la bicicletta facendo lunghe pedalate di notte, per tornare poco prima dell’alba, prima che la sua famiglia si destasse. Sfidando anche le cinturate del padre il giorno che se ne accorse. Ma per Alfonsina nulla era più doloroso dell’idea di rinunciare volutamente al proprio sogno, di una vita diversa, se non necessariamente migliore, almeno scelta. Perché

"Quando un desiderio non si avvera, il tempo non scorre più".

Ma questo romanzo celebra anche e soprattutto l’epopea di Percivale scrittore di razza, con una storia che viaggia su ritmi pazzeschi, tutta in piedi sui pedali; non c’è pagina che mostri un cedimento, non c’è pagina in cui l’autore non mostri uno spunto, uno scatto di fervore narrativo, che lasci il lettore di sasso, meravigliato e attonito. Magistrale la descrizione della nebbia emiliana il giorno in cui nacque ‘Fonsina; memorabile l’avvicendarsi dei registri narrativi, dal poetico al comico, con un’ilarità talvolta spiazzante ai limiti della gag; come quando Iacopo mostra ad Alfonsina come si va a salire al volo sulla bicicletta in corsa, con la “grazia di una vacca che si tuffa nel fango”; o come quanto lo stesso Iacopo, allo scatto dell’amica Alfonsina che gli lancia la sfida “rimane fermo come un camposanto". Si vede che l’autore si diverte ad immaginare le scene, ci ride sopra, e fa a sua volta divertire il lettore. In una storia dal sapore vivo, mai stereotipato. Impossibile non affezionarsi alle sorti di Alfonsina Morini, che corre “più veloce del vento”, con “i capelli pettinati con la polvere da sparo”. Alfonsina che la domenica finge di andare a messa, e di nascosto va a fare le gare in bicicletta e poi viene scoperta; e la madre la pone di fronte alla scelta tra tornare a fare la brava ragazza di famiglia o seguire le proprie inclinazioni andando a vivere altrove. Alfonsina che fa i suoi primi allenamenti ufficiali al Parco della Montagnola a Bologna; Alfonsina che gareggia al Parco del Valentino a Torino con la celebre, nonché più allenata ed esperta, Giuseppina Carignano, facendole mordere la polvere. E soffriamo con lei quando la Grande Guerra mette in crisi lei e la sua famiglia, con il marito Luigi Strada che da di matto perché gli soffiano il brevetto della macchina del caffè, cade in depressione e finisce internato al manicomio; Alfonsina dovette ricominciare tutto da capo, e ancora una volta se la cavò da sola. Il Giro di Lombardia, il Giro d’Italia del 1924, prima e unica donna a competere in gare per soli uomini. Combattendo contro l’avversario più duro rappresentato dallo scherno e la diffidenza. Ma niente può più fermare questa donna, "con i capelli a bebè", ormai giunta ad un passo dal coronare il proprio sogno.

"Quando ogni singolo respiro è dedicato a un sogno, e il sogno è quello di volare, il respiro diventa vento".

Quando finisci di leggere questo libro ti senti orfano. Una grande malinconia ti assale. Non vorresti mai arrivare alla fine. Quando il vento si alza, vorresti che non smettesse più di soffiare. 

"Più veloce del vento" - Tommaso Percivale - Einaudi Ragazzi