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mercoledì 21 febbraio 2018

Il buon viaggio


Uno ti dice buon viaggio
quando ti vede andar via
pronto per un lungo cammino
per stare solo
per vedere cose e posti
e persone che non avevi mai visto
per scoprire tesori che ancora non sai.
Tu dici grazie e poi parti
e non ci pensi più
perché pensi soltanto al tuo viaggio
che sta per cominciare
ed è la cosa più importante di tutte.
O almeno così sembra.
Ma quand'è che un viaggio è buono?


Sono tavole eteree che si perdono negli spazi sconfinati inseguendo dubbi esistenziali. Scorci che aprono squarci amletici, pieni di interrogativi. Sono cieli e mari, ai confini del sogno. Sfoglio l'albo e dileguo i miei sguardi nei carteggi di blu e azzurro, e intuisco, nella contemplazione smarrita e incantata del mondo, il senso autentico di un buon viaggio.




"Capii che era un punto al limite del continente, sentì che era un niente, l'Atlantico immenso di fronte", cantava Francesco Guccini.

"Naufragio senza spettatore, né Dio né Uomo",  commentava Cesare Luporini, a proposito dell'Infinito leopardiano.

La vita è un viaggio, noi siamo in transito, verso mete vaghe che immaginiamo, mentre facciamo altro. 


Pochi mesi prima, Beatrice Masini e Gianni De Conno, conseguono il Premio Rodari 2016, nella sezione Fiabe e Filastrocche, con "Il viaggio della Regina"; una bellissima fiaba sul viaggio metaforico che intraprendono i genitori ammalati di cancro; un viaggio sospeso, carico di speranze e paure, ricco di insidie e difficoltà; un viaggio da cui alcuni, purtroppo, loro malgrado, non faranno più ritorno.  


A fine agosto del 2017, improvvisamente, viene a mancare Gianni De Conno. Carthusia pubblica un nuovo albo, con le tavole inedite dell'artista; i suoi ultimi sguardi, sulla vita e sul mondo, un prezioso inestimabile lascito. A tessere le fila della narrazione è ancora una volta lei, Beatrice Masini. Io mi immagino Beatrice come una bambina che corre a piedi scalzi sull'erba, tendendo fili di parole; come aquiloni, i disegni di Gianni svolazzano liberi al vento, lassù, nelle celesti praterie.  



A voi tutti, auguri di buon viaggio.

Il buon viaggio - Beatrice Masini, Gianni De Conno - Carthusia

lunedì 27 novembre 2017

L'estate delle cicale


L'erba era più verde,
la luce più brillante,
 il gusto più dolce,
le notti meravigliose,
circondati di amici,
la nebbia lucente all'alba,
l'acqua corrente, 
il fiume senza fine,
per sempre.

Pink Floyd - High Hopes

Sono gli ultimi versi dell'ultimo brano dell'ultimo disco edito dalla band inglese, nel lontano 1994. Una canzone che fa la retrospettiva di un percorso, umano e artistico, fatto di orizzonti e sogni, cadute e incomprensioni. Un brano che, tanto nella musica quanto nel testo e ancor  più nel video, coniuga la nostalgia con la meraviglia. Nostalgia e meraviglia disegnano un cerchio che si chiude in un ideale abbraccio tra il mondo adulto e quello bambino.


"L'estate delle cicale" di Janna Carioli, illustrato da Sonia Maria Luce Possentini, edito da Bacchilega Junior, è un libro pieno di scoperte e di sospensione, di meraviglie e malinconie, di giochi che si alternano, amicizie che si interrompono e altre che nuove sbocciano. E' un albo dove lo sguardo bambino si incontra e alterna con quello adulto.


La casa sull'albero è un simbolo che va oltre quel luogo dove i bambini reiterano i loro spensierati giochi; incarna idealmente il magico nido dell'infanzia, spesso rimpianta; è un luogo in cui ci si estrania, al riparo dalle turbolenze della vita; un luogo in cui il mondo adulto vorrebbe tornare a rifugiarsi, di tanto in tanto. Un luogo "per sempre". Due parole che tanto piacciono ai piccoli, tanto quanto spaventano i grandi.


"L'estate delle cicale" è un libro speciale, nel suo alternarsi di sguardi intensi e fugaci, sconfinati e sospesi, bambini e adulti. Dove le emozioni, annotate con piglio poetico, incontrano  tavole cariche di sospensione che anelano spazi sconfinati. Con una rara costante: quella bellezza originaria che nasce dalla meraviglia, dall'incanto della scoperta, preziosa anche quando si vela di malinconia o resta intrisa di nostalgia. Perché nella vita tanto si perde, ma qualcosa ritorna. Sempre.


E a me torna in mente il "Federico" di Lionni, il piccolo topo che, all'approssimarsi dell'inverno, fa scorta di voci e colori, sguardi e suoni, raggi di sole, paesaggi esterni che diventano interiori: perché nell'anima alberga l'essenza che nutre ciascuno di noi.


Di bellezza, non ci si sazia mai. Da questa consapevolezza, nasce il nostro "per sempre"

"L'estate delle cicale" - Janna Carioli, Sonia Maria Luce Possentini - Bacchilega Junior

giovedì 2 novembre 2017

E non hai visto ancora niente



L’oro nasce dall’argento,
il rosso dal bianco, il sole dalla luna,
una coscienza più chiara dalla follia.

James Hillman


Mino invece sembra provenire dalla notte dei tempi, che è poi l’alba di tutte le letterature. Un personaggio a tratti surreale, onirico, sospeso tra la radiosità della sua bontà d’animo, e il buio di certi scatti d’ira, che non si capisce da dove provengano, violenti sferzano come folate, poi passano. Mino che vive con la nonna, parla con la natura, capisce il linguaggio dei fiori e dei pesci. Mino che ogni giorno si reca al ponte sospeso, lungo 227 metri, alto 36, un ponte che spaventa molti. Lui ci corre sopra, lo attraversa ad occhi chiusi, lo fa ondeggiare, spaventando le persone che vi si trovano a transitare sopra; spaventa tutti, tranne i bambini, che giocano a passargli tra le gambe. Sul ponte Mino sente le “voci”, soprattutto la voce della Luna che gli dice cosa fare. Mino che ha un sogno: apparecchiare una tavolino in mezzo al ponte, con tovaglia e fiori, e due sedie, per invitare  una ragazza coi lustrini, luminosa come una stella, e fare merenda insieme. Mino ha anche una visione, suggerita dalle voci interiori, che suona come una missione: attraversare il ponte camminando ad occhi chiusi sul parapetto, sospeso come un funambolo,  fino all’altra parte, dove è celato il suo tesoro.

“Che fossi un sogno, che tutto attorno a me fosse irreale, lo immaginavo a volte, ma solo di notte, quando ripensavo alla voce della luna che mi parlava di giorno, e mi chiedevo come fosse possibile, e allora quasi non ci credevo. Così di notte, se la luna era piena e silenziosa, la osservavo a lungo con il naso schiacciato sul vetro della finestra della mia camera, nella speranza che lei mi parlasse. Ma le voci che giungevano dalla luna e dagli altri astri si facevano udire chiare e squillanti solo alla luce del sole.”
 

Il ponte sospeso e il baratro sono metafore forti e suggestive, per esplorare le fasi della crescita e  i suoi momenti di transizione;  ma per costruire un romanzo ci vuole ben altro. Qui sta l’abilità di Emanuela Nava, che dall’infanzia conosce stupore e incanto, e sa trasporlo, intatto, nelle turbe dell’adolescenza che potente si dispiega. Questo è un libro denso, ma contrariamente a quanto si pensi, non è un libro lento; semmai una storia che invita il lettore a non avere fretta, e coltivare il proprio tempo. Per osservare il mondo che respira intorno; per gettare un ponte verso l'interiore, trovando anche il coraggio di attraversarlo. Un testo pieno di riverberi fondamentali. E personaggi indimenticabili. Come il guardiano delle oche:

Vedo che sei molto preciso, ragazzo. Ma non hai  visto ancora niente. Le oche quando volano non contano i metri.”

Alle volte occorre rovesciare la morte per tornare alla vita, e spiccare il volo.

"E non hai visto ancora niente" è un libro carico di suggestioni, scoperte e misteri. Un libro per chi non cerca risposte, ma si pone domande. Per lettori che non hanno fretta di arrivare. Perché attraversare il proprio interiore impone di fermarsi ad ascoltare. Un libro che già a partire dal titolo sembra gettare un guanto di sfida. Il migliore dono che potete farvi è raccoglierla, e attraversare le vostre paure, sospese nel vuoto, sotto un cielo stellato di sogni, sopra un fiume gorgogliante di voci.

 "E non hai visto ancora niente" - Emanuela Nava - Tralerighe