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giovedì 2 novembre 2017

E non hai visto ancora niente



L’oro nasce dall’argento,
il rosso dal bianco, il sole dalla luna,
una coscienza più chiara dalla follia.

James Hillman


Mino invece sembra provenire dalla notte dei tempi, che è poi l’alba di tutte le letterature. Un personaggio a tratti surreale, onirico, sospeso tra la radiosità della sua bontà d’animo, e il buio di certi scatti d’ira, che non si capisce da dove provengano, violenti sferzano come folate, poi passano. Mino che vive con la nonna, parla con la natura, capisce il linguaggio dei fiori e dei pesci. Mino che ogni giorno si reca al ponte sospeso, lungo 227 metri, alto 36, un ponte che spaventa molti. Lui ci corre sopra, lo attraversa ad occhi chiusi, lo fa ondeggiare, spaventando le persone che vi si trovano a transitare sopra; spaventa tutti, tranne i bambini, che giocano a passargli tra le gambe. Sul ponte Mino sente le “voci”, soprattutto la voce della Luna che gli dice cosa fare. Mino che ha un sogno: apparecchiare una tavolino in mezzo al ponte, con tovaglia e fiori, e due sedie, per invitare  una ragazza coi lustrini, luminosa come una stella, e fare merenda insieme. Mino ha anche una visione, suggerita dalle voci interiori, che suona come una missione: attraversare il ponte camminando ad occhi chiusi sul parapetto, sospeso come un funambolo,  fino all’altra parte, dove è celato il suo tesoro.

“Che fossi un sogno, che tutto attorno a me fosse irreale, lo immaginavo a volte, ma solo di notte, quando ripensavo alla voce della luna che mi parlava di giorno, e mi chiedevo come fosse possibile, e allora quasi non ci credevo. Così di notte, se la luna era piena e silenziosa, la osservavo a lungo con il naso schiacciato sul vetro della finestra della mia camera, nella speranza che lei mi parlasse. Ma le voci che giungevano dalla luna e dagli altri astri si facevano udire chiare e squillanti solo alla luce del sole.”
 

Il ponte sospeso e il baratro sono metafore forti e suggestive, per esplorare le fasi della crescita e  i suoi momenti di transizione;  ma per costruire un romanzo ci vuole ben altro. Qui sta l’abilità di Emanuela Nava, che dall’infanzia conosce stupore e incanto, e sa trasporlo, intatto, nelle turbe dell’adolescenza che potente si dispiega. Questo è un libro denso, ma contrariamente a quanto si pensi, non è un libro lento; semmai una storia che invita il lettore a non avere fretta, e coltivare il proprio tempo. Per osservare il mondo che respira intorno; per gettare un ponte verso l'interiore, trovando anche il coraggio di attraversarlo. Un testo pieno di riverberi fondamentali. E personaggi indimenticabili. Come il guardiano delle oche:

Vedo che sei molto preciso, ragazzo. Ma non hai  visto ancora niente. Le oche quando volano non contano i metri.”

Alle volte occorre rovesciare la morte per tornare alla vita, e spiccare il volo.

"E non hai visto ancora niente" è un libro carico di suggestioni, scoperte e misteri. Un libro per chi non cerca risposte, ma si pone domande. Per lettori che non hanno fretta di arrivare. Perché attraversare il proprio interiore impone di fermarsi ad ascoltare. Un libro che già a partire dal titolo sembra gettare un guanto di sfida. Il migliore dono che potete farvi è raccoglierla, e attraversare le vostre paure, sospese nel vuoto, sotto un cielo stellato di sogni, sopra un fiume gorgogliante di voci.

 "E non hai visto ancora niente" - Emanuela Nava - Tralerighe

venerdì 25 agosto 2017

Per fare il ritratto di un pesce


"Tuttavia, se più tardi ancora,
dopo aver a  lungo atteso,
vedete arrivare due cigni bianchi,
allora si, francamente,
la questione è molto inquietante".


Potrebbe essere una costola alla deriva del romanzo "Oceanomare" di Alessandro Baricco, per la sua improbabile visionarietà e la contemporanea presenza di alcuni elementi di contorno; si pensi al mare, alla tela, al pittore, al tentativo di rappresentare quel che non si vede, dove nulla è come appare: ricordate Plasson, che dipinge usando l'acqua marina, raffigurando vedute oceaniche su tele che restano ostinatamente bianche?


Potrebbe essere un dichiarato omaggio al genio pittorico di René Magritte, per il suo elogio al surreale,  per quel fitto e appassionante carteggio tra realtà e illusione, sogno e mistero, capace di instillare dubbi tra il vero e la sua rappresentazione, e interpretazione.


Potrerbbe essere una tra le tante, possibili, trasposizioni illustrate di un ipotetico dialogo concettuale tra "l'insostenibile leggerezza dell'essere" e "la vita è altrove", di kunderiana memoria. 


Potrebbe essere tante cose, insieme, al contempo diverse; certo è che "Per fare il ritratto di un pesce" di Pascale Petit, illustrato da Maja Celija, edito da Orecchio Acerbo, è un gran bel libro, che insegna a guardare le cose da un altro punto di vista, ma anche, da più punti di vista, contemporaneamente.



A partire dalla sua disposizione narrativa, composta di due storie che si susseguono inseguendosi, mescolandosi, in parte anche confondendosi. Dove l'una presta spunti all'altra  e viceversa, finendo con l'ispirarla, indirizzarla, certo contaminarla.



C'è la storia con parole e immagini e quella contenente solo immagini.


Il protagonista della prima è un un uomo che vuole dipingere sul suo quadro un pesce. La seconda ha come protagonisti dei ragazzini che il pesce invece lo vogliono vero.



L'uomo va con la sua tela sulla spiaggia in cerca di ispirazione ma poi si addormenta e la sua tela va alla deriva, galleggiando.



I bambini vanno sulla medesima spiaggia con il loro vaso cercando di catturare un pesce nel mare. E ci riescono, ma trovano anche la tela del pittore addormentato.



E così cominciano a dipingerci sopra tanti animali che nello stesso momento entrano nei sogni di quel signore. Al suo risveglio, il pesce che doveva essere solo disegnato è diventato vero e nuota nel vaso che i bambini hanno abbandonato lì accanto a lui.



Cosa è accaduto davvero, cosa ha invece sognato, o solo immaginato? Difficile stabilirlo. Qui lo stupore e l'incanto inscenato dal racconto. Stratificato e fluido. L'orecchio sarà anche acerbo, ma ti allena l'occhio. A guardare altrove, e lontano.



Pascale Petit racconta la poesia del surreale, Maja Celija ne illustra la magia. Da questo onirico e visionario incontro artistico, Orecchio Acerbo confeziona un magnifico albo illustrato, carico di suggestioni. Dove finisce la realtà e inizia il sogno, sta a voi stabilirlo.


"Per fare il ritratto di un pesce" - Pascale Petit, Maja Celija - Orecchio Acerbo