sabato 20 gennaio 2018

Casa Lampedusa


"Casa Lampedusa" l'ho letto questa estate, sulla spiaggia, di fronte all'immensità del Mar Ionio, accarezzato dalla musica placida delle onde. Ma il mare non è sempre messaggero di bellezza e poesia, le sue acque raccontano quotidianamente storie di spavento e morte. Così Lev Tolstoj, nel primo dei suoi "Quattro libri di lettura", descrive il mare:

"Il mare è vasto e profondo; del mare non si vede mai la fine. Nel mare il sole sorge, e nel mare tramonta. Il fondo del mare, nessuno l'ha mai raggiunto, e nessuno lo conosce. Quando il vento non c'è, il mare è azzurro e liscio; quando soffia il vento, subito il mare si agita e scroscia. Si sollevano, là nel mare, le onde; un'onda corre dietro l'altra; si uniscono insieme, si urtano, e sprizzano una schiuma bianca. Allora i bastimenti vengono sbattuti di qua e di là dalle onde, come se fossero schegge di legno. Chi non si è mai trovato in mezzo al mare, non può sapere che cosa vuol dire raccomandarsi a Dio".



In un'isola come Lampedusa, il mare è un elemento imprescindibile. Ti cinge e ti abbraccia, ti assedia e ti circonda, ti bracca, ti da lavoro e ti sfama, non ultimo, riversa sulle tue coste le problematiche di chi, a torto o a ragione, spesso a rischio della propria vita, si affida alle sue acque in cerca di fortuna. Che spesso, la vera fortuna, consiste nella sopravvivenza stessa. La storia di questo libro inizia da qui, dal'accoglienza nei confronti di chi questo mare ha attraversato a suo rischio e pericolo, per garantire un futuro alla propria famiglia, quel futuro che la terra d'origine non era più in grado di dargli.

Ammetto di aver letto con grande curiosità questo libro che parla di una problematica di stretta attualità, che, neanche a dirlo, spacca letteralmente in due le opinioni della gente. Ma Antonio Ferrara ci si è tuffato con la consueta naturalezza, non si è fatto mettere il sale sulla coda dal buonismo, tanto meno dalla retorica spicciola. Antonio non nasconde le difficoltà che nascono dalla paura della diversità, tutt'altro, mostra come l'accoglienza e l'integrazione non possono prescindere da una forte dose di volontà. Di comprendere e capire, per poter davvero aiutare. Khalid non fa nulla per rendersi simpatico, anzi a tratti appare agli occhi del lettore piuttosto irritante nelle sue esternazioni. Che paiono davvero inopportune, nei confronti di chi ti prende in casa.

"Nel mio paese le brave donne non si truccano".

"Nel mio paese le donne stanno a casa a preparare, non vanno a lavorare".

Ci vuole senso pratico nel maneggiare le questioni spinose, la prima volta si abbozza, la seconda si risponde con calma e fermezza: "da noi le donne lavorano". E fine della discussione.

Salvatore fa davvero fatica a comprendere:

"Non era bello mangiare con uno che a tavola diceva sempre no", oppure

"Non lo sopportavo quando faceva così. Era antipatico. Si vedeva che se ne fregava, delle persone. Non era facile vivere con lui, voglio dire, non era mai contento. E poi anche di notte mi dava fastidio, per tutto il gran russare che faceva. Per non parlare di tutto lo spazio che prendeva. Non riuscivo proprio a capire perché dovessimo tenerci in casa un tipo così".

Questo il tenore dei pensieri di Salvatore, per dire che chi scrive non indora la pillola, e non presenta le cose più facili di quanto in realtà siano.

Come sempre accade in questi casi, è tra "pari" che ci si comprende, e ci si aiuta. Salvatore è animato dal desiderio di comprendere gli atteggiamenti di Khalid, e le ragioni della sua fuga, dei suoi silenzi, dei suoi rifiuti.

"Perché sei fuggito dal tuo paese, Khalid?"

"Davvero vuoi saperlo Salvatore?" "Si.".

"Sei sicuro?" "Si."

E lui solleva la maglia, con le sue ferite non rimarginate, da cui si vede la carne viva, le atroci sofferenze e le torture inflittegli dai soldati, nel tentativo di estorcergli  dove teneva nascosti i suoi familiari. E Salvatore comprende anche perché Khalid non mangia il pesce. No, non è un precetto religioso, sua moglie e sua figlia sono morte cadendo in acqua dal barcone, e a quest'ora se le saranno sicuramente mangiate i pesci del mare. Per questo lui non mangia pesce. Così, quella sera stessa, Salvatore rifiuta di mangiare il polpo col sugo, il suo piatto preferito.

Dalla conoscenza scatta l'amicizia e l'aiuto reciproco, cosi Khalid prova ad insegnare a Salvatore a nuotare, anche se non è facile vincere la paura del mare; strano ma vero, lui è l'unico isolano che non è ancora capace, e questo pensiero lo tormenta. Khalid lavora sulla testa, prima ancora che sulle braccia, e spiega a Salvatore che non puoi dire di non essere capace a fare una cosa se non provi, e il coraggio uno lo misura quando il pericolo gli capita davvero.

Tra colpi di ironia e situazioni reali da fronteggiare, la narrazione procede che è una bellezza, avvincente e spedita, ci si diverte e ci si ferma un poco ad osservare le complessità e le stratificazioni di un mondo iniquo che da un lato si intreccia, dall'altro si sfilaccia. C'è il solito Ferrara delle battute che fanno ridere, come quando Salvatore fa cadere a terra un bicchiere di vetro al buio, Khalid lo calpesta e si infila le schegge sul piede, e saltella e urla:

"Minchia! Minchia! Minchia!" e

"anche se non era il caso a me scappò da ridere, perché pensavo che il tipo era proprio bravo e veloce a imparare le lingue, sia l'italiano che il siciliano, voglio dire".


E poi ci sono i libri che aprono gli occhi e lo sguardo sul mondo, per questo servono le biblioteche per ragazzi e le librerie, sull'isola non ne avete nemmeno una, "ma come fate senza i libri?"

Abbiamo i libri di scuola, che sono anche troppi. Eh no, Salvatore, quelli non c'entrano niente, servono i libri che uno legge per amore, mica per dovere.

Lodevole l'impegno dei volontari, che seminano bellezza con passione, e costruiscono la biblioteca.

Lo sai cosa sono i "silent book" Salvatore?

Cosa sono i "libri silenziosi"? Io non li ho mai sentiti parlare i libri!

"I silent book sono i libri senza parole, solo con le figure!"

"E a cosa servono?"

"Ad essere letti da tutti, qualunque sia la lingua che parlano quelli che leggono! E vanno bene anche per i piccoli che non sanno leggere!"

E con le cassette di frutta si costruisce una biblioteca colorata, e i libri iniziano a profumare, di mele, fragole e banane.

E' bello leggere certe storie, quando a scriverle sono autori come Antonio Ferrara. Con quella scrittura che avvolge come un'onda:

"Sulla sabbia arrivai stremato, mi tirai su a fatica, presi in braccio la bambina, la consegnai a quelli della capitaneria e poi crollai per terra. Mi stesi a faccia in su sulla sabbia senza forze, col fiato grosso, coi vestiti zuppi, e a braccia larghe, sorridendo, ammirai le stelle alte e tremolanti sopra Lampedusa. Mi guardavano e dicevano: "Bravo Salvatore, Bravo". E pensai che aveva ragione Khalid; il coraggio te lo misuri quando c'è il pericolo. Pensai che adesso i miei compagni a scuola, avrebbero fatto a gara a sedersi nel banco accanto al mio. Pensai che avevo Annarita. E poi pensai una cosa strana, dolce, bella e nuova: che, per cercare di aiutare un altro che aveva bisogno ed era spaventato, ti dimenticavi di aver paura tu, e come niente diventavi coraggioso".

"Casa Lampedusa" - Antonio Ferrara - Einaudi

giovedì 18 gennaio 2018

La prima cosa fu l'odore del ferro


La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro.

Poi ci furono le ore e i giorni a farmi compagnia. E quel ferro che non se ne andava dalla mia pelle, come un tatuaggio. Un segno di riconoscimento.

Mansueta.
Innocua.
Accartocciata e sottile senza far rumore. Curva nelle stanze umide dell'officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana. Come tutta la classe operaia.
Timbravo all'entrata. Timbravo all'uscita. Ritmi lenti. Uguali.

Cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza.


In principio fu il buio, poi venne la luce, che pertinace e ostinata iniziò a filtrare nei spiragli dei pensieri e dei giorni, tramutando la polvere in scintille, luccicanti come stelle. Sonia Possentini in questo albo, compie un prodigio: mette in ombra la sua arte, per donare luce al nostro sguardo sul mondo. L'illustratrice, fresca vincitrice del Premio Andersen, pone le sue tavole al servizio della parola, che splende, infine abbaglia. Come quando sfogli un album di famiglia, osservi curioso le foto ingiallite dal tempo, ma in cuor tuo sei li che pendi ad aspettare il racconto di quello che fu, da parte di chi lo ha vissuto. Intendiamoci, le illustrazioni di Sonia, anche in questo libro, hanno il consueto pregio artistico, ma si pongono come elemento di contrasto, un fondo scuro teso a far risaltare quel piglio inedito di scrittrice, che brilla della forza incorruttibile dei suoi sogni, poiché forgiati nel rigore e nella perseveranza. 

      
Ora voi immaginate che io mi metta qui a parlarvi del ferro, della fabbrica, del sudore, della classe operaia che va in paradiso, dell'importanza dell'impegno e del sacrificio per ottenere qualcosa nella vita, e invece no. Questa cose ve le ha già raccontate Sonia. Io voglio parlarvi di poesia, che questo racconto ne è intriso fino alle ossa, dalla prima all'ultima riga. Allora sollevo la patina del tempo con un soffio, e controluce anche la polvere risplende. In paradiso vi ci porto lo stesso, ma a modo mio.


Il viaggio interiore alla ricerca di sé stessi, alternando ambientazioni reali a mete fantastiche,  ha alimentato la poesia di ogni tempo e luogo. Settecento anni fa un sommo poeta intraprese il suo viaggio, camminando ai confini della conoscenza, attraversando lande piene di dubbi esistenziali. Non mancarono le richieste di aiuto e conforto, anche ai propri avi, come fa Sonia con la sua amata nonna, che per consolarla diceva:"Impara. Impara a fare tutto, anche quello che è brutto." Conoscendo la fatica, te la saresti sempre cavata.


Sfido la cabala, e percorro via del Paradiso,  numero 17, qui mi fermo. E leggo:

"La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende"


I fatti contingenti, che non hanno luogo al di fuori del mondo materiale, sono tutti e sempre presenti nella mente divina; non per questo assumono carattere di necessità, così come il movimento di una nave che discende il fiume non dipende dallo sguardo che la osserva.

Sonia era si mossa dalla fame, ma alimentata dalla necessità di capire: una sete di conoscenza, da soddisfare. Poiché tuttavia le parole, oltre al loro intrinseco significato, hanno la capacità di evocare immagini, non posso non soffermarmi sul "quaderno" e sul "dipinta"; e immaginarmi Sonia in fabbrica, negli scampoli di luce dei pochi momenti d'aria,  china a disegnare i suoi sogni per animarli e dargli vita.

"Ma, nonna, vivere o sopravvivere"? Non ha mai risposto.


Io la risposta la cerco qualche verso più in basso.

"Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta."

Lascerai tutto ciò che ami maggiormente, e questo è il dolore che per prima cosa ti infliggerà l'esilio. L'esilio di Sonia è puramente spirituale. Si sposta ogni giorno da un paese dal quale vorrebbe fuggire, e ogni sera, stanca, dopo una giornata di duro lavoro, puntualmente e inevitabilmente ritorna. Donna e forestiera, in un ambiente di soli uomini, tutta manovalanza locale.


"Tu proverai sì come sa di sale
 lo pane altrui, e come è duro calle
 lo scendere e 'l salir per l'altrui scale."

Tu proverai quanto è amaro il pane degli altri, e quanto è faticoso salire e scendere le scale delle abitazioni altrui. Proverai com'è lavorare per gli altri. Già, il pane. Una fetta la mattina prima di mettersi un'ora in auto per recarsi al lavoro. E una fetta la sera tardi.


E quel che più ti graverà le spalle, 
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Non si può certo dire che la compagnia di quegli anni fosse selezionata, ma era tutta gente onesta, sana, temprata dalla vita dura e, tra le donne nude in calendario e qualche colorita bestemmia, si poteva parlare, ridere, scherzare insieme. La cosa che più mi ha colpito di questo libro, che racconta molto dell'etica e dell'onesta intellettuale di Sonia, è racchiusa in una semplice frase:

"Per me la crisi c'è sempre stata".

Ciclicamente l'uomo attraversa fasi di povertà, indigenza, ristrettezza economica; ma quello che spaventa, di oggi, è la crisi squisitamente interiore, dell'impoverimento dei valori, che ci spinge sul baratro di un imbrutimento spirituale, che genera cattiveria, odio, violenza; che scarica la colpa dei propri insuccessi sugli altri. E' sempre colpa di qualcun altro se le cose non vanno. Sono loro che ci rubano il futuro.


E invece no, oggi, come ieri, il futuro devi costruirtelo con le tue mani. Solo che non sai più usarle, le tue mani, ti sei illuso di avere tutte le risposte a portata di mano, da non saper più cosa e dove cercare, intorno, ma soprattutto, dentro di te. Questa incapacità di relazionarsi, con noi stessi e con l'ambiente circostante, ci fa sentire perennemente in crisi, anche quando, in verità, materialmente parlando, delle cose essenziali, non ci manca niente.


Manca, invece, quell'empatia che nasce dall'istinto, che oggi fatichiamo a trovare nei rapporti con i nostri simili; la troviamo, invece, nelle relazioni disinteressate con il regno animale. Come quel cane, che un giorno irrompe in fabbrica, e siederà ai piedi di Sonia. Sarà lui a mostrargli il confine tra il vivere e il sopravvivere, che la nonna non ha saputo spiegargli.

"La sua coda si mosse lenta.
La sua coda era la sua voce.
Iniziai a capire il silenzio."

Gli parlavo.
Ci parlavamo.

Lui con la coda, io con le parole.
Ci fondevamo.
Leghe diverse.
Fuse.
Come il ferro."

"Qual'è l'Atlante dei tuoi occhi? Fin dove arriva il tuo sguardo?
Iridi luminescenti nella notte i tuoi occhi che vedono l'Oltre.
Raccontami la tua storia. Una storia a cui io possa credere. Una storia dove io possa mettere le ali. Ali che viaggino da sole, magari controvento."

Empatia, voglia di parlarsi, ascoltarsi, raccontarsi, viaggiare insieme. Guardare nella stessa direzione. Questo è.

Credevamo di essere liberi, ci risvegliamo prigionieri di modelli di vita e stereotipi, che qualcun altro detta per noi. Per secoli ci siamo evoluti, poi ci siamo illusi, sentiti arrivati. Abbandonate le buone pratiche, il gusto della ricerca e il piacere della conquista, la saggezza della parsimonia, il sudore della fatica, cosa è rimasto? Il massimo risultato con il minimo sforzo, quel che conviene, in barba a ciò che conta. Due decenni, e siamo fortemente involuti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, tutti, ragazzi e adulti. Senza rigore e perseveranza non sboccia alcun sogno. Astio e rancore avvelenano il futuro. 

Cantava De André, in Amico Fragile:

"Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero,
potevo assumere un cannibale al giorno 
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle,
potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci"


Così fece Sonia, salì in auto con il cane, salutò la fabbrica e se ne andò per sempre.


"La prima cosa fu l'odore del ferro" è un libro che vola alto, sebbene nasca dalla polvere, impastando ferro, sudore e cemento. Affiora dal sudicio e brilla d'incanto, che lo sporco si può lavare, ma che tu faccia il carpentiere, l'impiegato o l'illustratore, nella vita, per andare avanti, ci vuole tanta passione. Devi forgiare il tuo mondo interiore, nei sogni e nell'amore. Un albo in cui la disciplina della donna stringe il rigore dell'artista in un abbraccio onirico, come farebbe l'estate con l'inverno, creando quelle meravigliose stagioni di mezzo, che sono la primavera e l'autunno.

Anche nel leggere la Commedia in classe, però, ci vuol passione. La "Buona scuola" non è nelle riforme o nei dettami didattici, è nella poesia e nell'entusiasmo che alberga dentro di noi, nella voglia di trasmettere e condividere.

E io vi lascio con questi versi che sembrano scritti apposta per spingere lontano il libro di Sonia;

"Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote
e ciò non fa d'onor poco argomento."

Queste tue parole, Sonia, saranno come il vento, che sferza con maggior forza le cime più alte, e ciò costituirà, per te, motivo di grande onore. Per me è una certezza, che possa esserti di buon auspicio.

"Hai inseguito di certo un Aliseo che ti ha segnato il sentiero fin qui.
Mi guardi e rincorri una nuvola che ad ogni passo si sposta più in là.
Abbai ed io per la prima volta sento la tua voce.
La nuvola si trasforma in un gioco senza fine, tra figure di draghi e mari lontani. Sei arrivato inseguendo una nuvola? Una nuvola grande con la forma di una balena? O la forma di un prato bianco? Un mondo senza strada. Imprendibile.
Oppure hai inseguito la tua ombra?
Ti avvicini, mi allunghi una zampa e io ti stringo forte. Il pelo caldo, il respiro calmo. Come il mio, adesso. 
Poi ti allunghi e ti ritiri come le maree. Mi giri intorno. Annusi l'aria. Alzi gli occhi verso il nulla. Due occhi grandi, profondi come la verità.
Adesso i miei occhi e i tuoi s'incontrano.

Il mio limite e il tuo universo. Trasformavo il guardare. Imparavo a vedere."

"La prima cosa fu l'odore del ferro" - Sonia Maria Luce Possentini - Rrose Sélavy - Introduzione di Maurizio Landini

giovedì 11 gennaio 2018

La figlia del guardiano


"Nessuna madre è seppellita davvero finché suo figlio non riesce a tirarsi fuori dalla sua tomba".

Forse è per questo che io ancora non riesco a farmene una ragione. Cinque anni fa, in questi giorni, mia madre si stava consumando come un fiammifero, divorata dalla malattia. E io ero li, che assistevo impotente. E l'impotenza alimenta un senso interiore di ingiustizia che si tramuta in rabbia. Ma la rabbia, da sola, non basta, ti da l'illusione di essere vivo, ma intanto ricaccia dentro il dolore, in gola, fino in fondo allo stomaco. E come fiele ti avvelena la vita. La rabbia è un carcere, ti imprigiona nella  sua cella, e ogni spiraglio  che mostra lo osservi attraverso le sbarre.

Il 20 gennaio ricorre il quinto anniversario della morte di mia madre, e io mi trovo, per puro caso a leggere questo libro. Un libro che inizia in modo plumbeo, all'interno di una voliera per farfalle che un tempo fu la "Stanza della Quiete" di un cercere. Il libro è ambientato nel 1959, e ha un avvio scoppiettante grazie alla sua protagonista, "Cammie" O' Reilly, soprannominata "Tornado" per la sua indomita esuberanza, perché è oggettivamente difficile spuntarla con lei, e dove passa, soprattutto quando è infuriata, lascia tangibili segni. Cammie è figlia del direttore del carcere di Two Mills, e trascorre le sue giornate d'estate a briglia sciolta, usce liberamente, oppure trascorre parte del tempo in penitenziario stando a contatto con le detenute donne, quando sono in cortile. Il padre gli concede molta libertà, perché la sua posizione di responsabilità lo tiene spesso impegnato, un poco forse perché lo ritiene il modo migliore per farla crescere, evitando che si crogioli nel dolore. Cammie ha perso la madre che era ancora in fasce. Stava attraversando la strada quando un furgoncino l'ha falciata, lasciandole giusto il tempo di lanciare il passeggino dall'altra lato e salvargli la vita. Cammie non ha conosciuto sua madre, ma la cerca ovunque. Nei gesti delle madri degli altri, che osserva, ma la cerca, soprattutto, tra le detenute del carcere. Una di loro, Eloda Pupko, gode di un regime di libertà speciale all'interno del penitenziario, è una detenuta "fidata" che fa i servizi nell'appartamento di Cammie e di suo padre, le prepara da mangiare, prova a farle la treccia, anche se i capelli sono ancora troppo corti; è dall'intimità di questo gesto, molto materno, che Cammie si mette in testa che Eloda "deve" diventare sua madre. Impresa tutt'altro che facile, perché Eloda, nella sua condotta irreprensibile, appare glaciale, in grado di camuffare ogni emozione. Scatenando spesso la rabbia di Cammie che la provoca, talvolta a parole la umilia, senza risultato alcuno. 

Il romanzo procede scoppiettante per due buoni terzi dietro le peripezie di Cammie, poi accade qualcosa che ti stringe un nodo in gola. Boo Boo, una detenuta di colore "grossa", dalle lunghe unghie laccate rosse, piena di vita, che le racconta storie strampalate sui furti e sull'amore, che la fanno ridere, un giorno si impicca con un tappeto verde. A Cammie viene a mancare anche quel poco di ossigeno rimasto ad arieggiare le sue giornate, resta solo la rabbia, e il livore verso una vita dal disegno incomprensibile che puntualmente le toglie quel poco d'amore che le piove addosso. Diventa intrattabile con tutti, puntualmente distrugge quel poco di buono che riesce a creare. Con l'amica Reggie, con suo padre, con Eloda, con chiunque la circonda e si trova, per caso, a sbarrarle la strada. La misura ormai è colma, e Cammie soffoca. La rabbia ristagna, là dove sgorga.

"E' ora che tu vada li, Cammie".

"Lo devi fare adesso. Avresti già dovuto farlo da tempo. Non aspettare un altro minuto. Per favore. Fallo. Vai."

Glielo dice così, con una voce dolce come il latte. Ecco a cosa serve Eloda. Ad indicarti la strada per sputare fuori il dolore, perché nessuno è stato così a stretto contatto nella tua vita da riuscire a insegnartelo, quando hai vissuto una vita in "isolamento", dove "non esiste il tempo, non esistono le storie. E' dove i momenti vanno a morire."

"Aveva ragione. Era passato troppo tempo. Mi fiondai alla porta, poi giù per le scale. Delle voci mi chiamarono  mentre sfrecciavo attraverso la Reception. Il traffico ruggiva. Alla fine dell'isolato, mi misi a correre. Oh, Dio, aveva così ragione, non c'era un momento da perdere. Non avevo altri guantoni da seppellire, o bici da affondare. Corsi giù per Airy Streer e poi per la Swede e a ogni passo dipanavo i giorni della mia vita; corsi giù  per la Cherry finché non incrociai la Oak e finalmente, finalmente trovai me stessa all'Angolo e mi gettai a terra, sull'asfalto, in quel punto - oh, sapevo bene qual era - faccia a faccia sull'asfalto che era caldo e scuro e finalmente, finalmente piansi ad alta voce: "Mammaaa!" E' l'unica parola che ricordo. Quali furono le altre e se avessero senso o per quanto tempo continuai a pronunciarle, non lo ricordo. Tredici anni stavano straripando, inondando la strada, scorrendo negli scoli."

Mentre Cammie corre all'Angolo incontro alla strada io getto il libro sul letto, interrompo la lettura e inizio a singhiozzare. Fa bene piangere insieme. Ho anche io un dolore che chiama e mi inchioda, e lo sputo fuori come Cammie. E penso alle parole di Fabrizio De André nel suo "Cantico dei Drogati":

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Finito il diluvio, la narrazione si stempera, ed escono fuori, candide, come nuvole bianche, le sorprese, che l'autore ha lasciato alla fine della storia. Come un cerchio che si chiude, su una famiglia che si ricompone, e fa luce su gesti e comportamenti invisibili da parte di chi, nell'ombra e in silenzio, ha seminato amore. 


"La figlia del guardiano" è uno splendido romanzo di formazione ricco di colpi di scena, dai registri narrativi vibranti, che talvolta colpiscono alla stomaco e ti lasciano lì, piegato, senza fiato, poi ti carezzano e ti adagiano sul letto. Quanto dolore provoca la morte improvvisa di una madre? Quanto amore, in silenzio, può provare un padre, che ti lascia libera di correre e sbagliare?  Quante persone si mettono li come chiocce a covare i tuoi voti interiori? Quanto è importante saper chiedere aiuto, e accettare una mano? Eppure, a ben guardare, questo romanzo non è solo una originale e avvincente storia sull'amore e il dolore, sul senso di perdita difficile da colmare; c'è anche una suggestiva panoramica sul mondo del carcere, sul regime di pena e il profondo rispetto per la dignità delle persone. In quella "Stanza della Quiete" con la cupola, le panchine e la cascata d'acqua, dove potersi sedere a pensare e riflettere, in uno spazio armonico che sussurra al bello; nei momenti di ilarità tra la piccola Cammie e le detenute, si riflettono, mirabili e luminosi, scorci di umanità, come le nubi e i cieli tersi quando si specchiano nelle pozzanghere, dopo un violento temporale.

"Lungo la strada cominciai a sentirmi così leggera che mi sembrava di potermi sollevare in volo con i fiocchi. Capii in quel momento che cosa stessi cercando e come mai non lo trovassi. Si trattava, ovviamente, della Tristezza. La Tristezza e la Rabbia mi avevano rinchiusa tutta la vita dietro mura che nessuno poteva scalfire e al di sopra delle quali nessuna palla di corda poteva volare. L'unica casa, l'unica vita che conoscevo. Ora capivo che quando Eloda mi ha mandata all'Angolo, mi aveva liberato della mia stessa prigione." 

"La figlia del guardiano" - Jerry Spinelli - Mondadori

giovedì 4 gennaio 2018

Grande


Grande. Quand'è che un ragazzo si sente grande? Sicuramente quando compie azioni che lo fanno apparire come "qualcosa" agli occhi di "qualcuno"; soprattutto se sei forestiero, e l'unica cosa che interessa alla gente del luogo è: "Di cu' sì figghiu, tu?" Di gente emigrata molti anni fa, di cui, in paese, quasi nessuno si ricorda più. Praticamente, sei figlio di nessuno. 

Luca è un ragazzo di tredici anni, nato e cresciuto a Torino, una vacanza praticamente in tasca con i suoi migliori amici, sfumata all'ultimo minuto. Perché la nonna paterna sta male. E allora si corre in Sicilia, dove affondano le radici dei suoi genitori, non le sue. L'estate inizia male, decisamente. Luca mette il muso, e noi che leggiamo, non riusciamo proprio a dargli torto. L'approccio con il paese di Petramonica non è dei migliori, a parte la fantastica impennata di un ragazzo in vespa che affianca e supera l'auto condotta dal padre all'ingresso del paese. Wow, che roba! Luca non sa andare in motorino, nemmeno ce l'ha un motorino, ma vorrebbe tanto essere capace anche lui di fare certe cose. Un fulmine a ciel sereno, che pare destinato a restare isolato. Luca viene presto risucchiato dalle incombenze familiari, e il cugino Paolo non sembra in grado di fornirgli valide vie d'uscita. Tutto casa e studio, non è amico di nessuno, ha un motorino che i genitori gli proibiscono di usare. Né lui sembra intenzionato ad imporsi, per ritagliarsi i suoi spazi. Al contrario di Luca, che, inchiodato in quel luogo dai suoi a vivere quel genere di vacanza, sembra animato da un potente spirito di rivalsa.  

L'occasione si presenta presto, al campo di calcio. Servono due giocatori. Luca gioca con Mario Modica, il ragazzo dello scooter. Quale occasione migliore? Lui non saprà impennare,  ma con la palla al piede ci sa proprio fare, così tra "veroniche" alla Zidane, passaggi smarcanti e tiri imprendibili, porta la sua squadra alla vittoria, e in men che non si dica diventa un idolo. Mario lo prende a benvolere, lo porta al bar, gli offre da bere, lo presenta agli amici, "anche se forestiero, lui è amico mio, guai a chi lo tocca". Soprattutto inizia a portarselo dietro quando sbriga le sue commissioni. Ma .. sarà vera gloria? Che genere di commissioni sono? "Riscossione di crediti". Sembra roba seria, soprattutto onesta, se la gente non paga i propri debiti, è giusto pretenderli. Luca è cosi preso dal suo momento di notorietà che non da peso ad alcuni segnali inquietanti. Passi Paolo, il cugino che lo sconsiglia vivamente di frequentare Mario, lui vive chiuso in casa, cosa ne sa lui di Mario? Parla così perché è invidioso. Ma anche Lucia, la ragazza su cui ha posato lo sguardo, finalmente escono insieme; ma come si avvicina Mario, cambia di colpo espressione, inventa una scusa e se ne va, e non si fa più vedere. E poi gli occhi di quei commercianti, terrorizzati, quando entrano insieme nei loro negozi. 

"... sembrano tutti parecchio agitati. Manco fossimo ispettori della finanza..."  

Ma chi è Mario? Che sia un bravo ragazzo è fuori discussione, mi porta in giro, mi offre da bere, mi fa conoscere ragazze, mi regala un cellulare, mi insegna persino a impennare con lo scooter. Con Mario ho soldi e amici, sono qualcosa per qualcuno. Mi fa sentire parte di una grande "famiglia". E poi escludo che sia un mafioso, diamine, la Mafia l'ho anche studiata a scuola.

E allora succede che Luca si mette in guai molto più grandi di lui, e imbocca un vicolo cieco, trovandosi presto con le spalle al muro. Come riuscirà ad uscirne?
  

Non solo crescita, quindi, desiderio di affermazione, libertà e indipendenza. C'è anche la "Mafia", inquadrata nel suo microcosmo fatto di piccoli gesti e dal linguaggio ambiguo, dove viene stravolto il senso comune delle parole: "famiglia", "onore" "cerimonia", "comunione", assumono, in questo contesto, un significato sinistro, estremamente pericoloso. 

"Grande", di Daniele Nicastro, è un romanzo che scorre e avvince, perché l'autore parla il linguaggio dei ragazzi e sa calare il lettore, sia esso adolescente o adulto, nei loro intricati ragionamenti, che si fanno strada tra piccole ingenuità e grandi, legittimi, desideri. Il percorso di crescita non è scevro di insidie, e la vita pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Nicastro si rivela particolarmente abile nel modulare i registri narrativi; si parte in modo scanzonato e ilare, con sfiziosi siparietti e fulminanti battute (in alcuni passi sembra l'erede del miglior Antonio Ferrara), dileggiando abitudini ed espressioni dure a morire, e la resa è amplificata dall'uso del gergo dialettale (con tanto di traduzione in italiano a fine libro); ma il racconto tiene anche quando le vicende narrate si intricano, le situazioni emotive si complicano, e lo stato d'animo si fa serio, infine cupo. Senti l'angoscia del protagonista che sale, e provi un senso di claustrofobia. E' un romanzo che genera empatia. Ti racconta la mafia dei vicoli che un giorno potresti percorrere senza neanche accorgertene. "Grande" ritrae uno spaccato intricato e intrigante; offre molto da leggere, e altrettanto su cui riflettere.

Anche il senso di amicizia che traspare dalle vicende narrate, risulta prezioso; Paolo non abbandona suo cugino al proprio destino; si prende insulti, persino colpe e responsabilità che non gli competono, ma fa di tutto per aprirgli gli occhi, pur di non abbandonarlo al proprio destino. Questo è il vero significato della parola "famiglia"; un porto da cui spesso si salpa, e a cui, prima o poi, inevitabilmente si torna.   

"Grande" - Daniele Nicastro - Einaudi Ragazzi  

sabato 30 dicembre 2017

Hamelin, la città del silenzio


Verso la fine del 1300 ad Hamelin, Hameln in Germania, 130 bambini sparirono nel nulla. La leggenda, quella poi ripresa dai fratelli Grimm, narra che si allontanarono dalla città seguendo un magico pifferaio. Nessuno è mai riuscito a scoprire la causa vera della sparizione. Forse la peste, forse l'emigrazione, forse un'inondazione, forse la Crociata dei fanciulli. Della vicenda, però, si hanno testimonianze. Nel museo della città è esposta ancora oggi la riproduzione di un'antica vetrata della chiesa che raffigura un pifferaio seguito dai bambini. La finestra originaria risaliva al 1300. La stessa storia racconta un'iscrizione su di un antico palazzo, da tutti chiamato Rattenfängerhaus, la casa del cacciatore di topi. Ancora oggi ad Hamelin, in Bungelosenstraße, la via senza tamburi, è vietato cantare e suonare.


( .. accendo una candela e spengo la luce in camera. Poi mi dirigo verso lo stereo e metto un po' di musica. Parte un giro di chitarra dal vago sapore medievale, presto accompagnato dal sibilo di un flauto dolce. Siamo io, il buio e la luce, la musica e un libro. Che inizio a sfogliare ..)  



Le strade di Hamelin. Deserte e silenziose. Pochi, e frettolosi passanti la percorrono. Nemmeno un bambino. A noi ragazzine e ragazzini è vietato scendere per strada. Chiusi nelle nostre stanze, non possiamo giocare con gli altri bambini. Ci si consola con i giocattoli che il nonno costruisce per noi. E' il più vecchio del  paese, e ben conosce il motivo di quel divieto. Un tempo le vie e le piazze di Hamelin erano piene dello scorrazzare e del vociare di bambine e bambini. Ma disturbavano i grandi e così fu loro vietato di scendere in strada. Tristi, rimasero chiusi tra le quattro mura di casa fino a quando, una notte, sentirono la dolce e allegra voce di un piffero. Scesero tutti. Tutti seguirono il pifferaio. Tutti scomparvero. Tutti tranne il nonno. Era zoppo, e non riuscì a seguirli. Da allora anche la musica fu vietata, e Hamelin divenne la città del silenzio. Da allora non più una nota è risuonata in città. Spesso, prima di dormire, ripenso al racconto del nonno. Anche stasera. Ma ecco, attraverso una finestra, giungere dalla strada la dolce e allegra melodia di un organetto ...



Alice Barberini ha un dono straordinario: con le sue tavole riesce a fermare il tempo. Ti lascia li, sospeso, come un bambino alla finestra, nell'attesa che si compia qualcosa di straordinario. La mia sospensione è iniziata due anni fa, la libreria aperta da poco, e io giravo per gli scaffali a studiarmi i libri. Quando presi in mano "Il cane e la luna", un albo, all'epoca, appena edito. Ne rimasi totalmente invischiato. Quella tavola, il muso del cane raccolto tra le mani del bambino. Sono rimasto orfano di quegli occhi, e quello sguardo, per due anni. Fino a quando non è uscito "Hamelin". Che di occhi e sguardi, trabocca, come una fonte benedetta. Se la narrazione non è fatta di sole parole, ma anche di sguardi, e gesti, questo libro è il più bel dono che un albo illustrato ci abbia portato in dote in questo 2017.



(... mentre sfoglio il libro, la canzone prosegue, quando ascolto cantare queste parole..)




And it's whispered that soon, If we all call the tune,
Then the piper will lead us to reason
 And a new day will dawn  
For those who stand long
And the forest will echo with laughter.



"Hamelin" è un albo straordinario, in cui trovi di tutto; la luce e il buio, la musica e il silenzio, la solitudine e il gioco; la tristezza che esplode in gioia; la potenza arcana del fiabesco; la cura in ogni dettaglio. Le parole, poche, ingegnose, illuminano e scaldano mentre sgattaiolano lungo le strade deserte; alcune restano impresse sui muri, come targhe, o penzolano sulle insegne. 


Un mirabile gioco di inquadrature che si alternano: il quadro, la fotografia e il cortometraggio. C'è, soprattutto, la poetica degli occhi e degli sguardi, in tutta la sua eloquenza narrativa: il tempo che si arresta e cristallizza ogni ricordo; la solitudine e il divieto che li velano di tristezza e mestizia; il guizzo esplosivo della felicità, i sorrisi e la corsa in strada, in un piccolo paese che torna a popolarsi di giochi, musica e voci.


( ... entra la batteria, il canto prosegue, ascolto queste parole.....)


Your head is humming and it won't go
In case you don't know
The piper's calling you to join him
Dear lady, can you hear the wind blow
And did you know
Your stairway lies on the whispering wind.



In "Hamelin" respira il mondo delle piccole cose che rendono triste, o felice, un bambino. La potenza di questo albo, a ben vedere, sta proprio in questo. Perché Hamelin alberga nel fondo dei nostri animi. Nei rifiuti ricevuti, nelle concessioni accordate, nei giochi condivisi, negli spazi conquistati, in tutto questo e altro, i ricordi si arrestano, o tornano a correre lungo le strade del pensiero. In "Hamelin" si rinnova e si tramanda il nostro spirito fanciullo. 



Per questo è una straordinaria finestra per osservare, e comprendere, il meraviglioso mondo dell'infanzia. Il tutto impreziosito da alcuni dettagli che segnano la finezza interpretativa dell'animo, nella mano di chi l'ha disegnato. Il cane che appoggia la zampa sulla schiena del bambino, mentre questi osserva la luce esterna filtrare dalla finestra; il cane che osserva la luna piena, nel mezzo della strada deserta; il ranocchio giocattolo, che dalla finestra osserva, anch'esso, la luna, mentre nel letto dorme la bambina. 



(.. la canzone è finita, e io lascio parlare il libro ..)

Poi un giorno, l'uomo con la macchina che suonava mi venne vicino. Suonò per me, e io scoprii di non avere paura. La sua musica mi rendeva felice. Ma dalla finestra, il nonno sentì la melodia di molti anni prima. Scese in strada e con il bastone fece a pezzi la macchina che suonava.

"Perché quella notte non mi hai portato con te?" gridò.

L'uomo rispose: "Per far giocare ancora i bambini che sarebbero nati in questa città".

"E i bambini di quella notte, dove sono andati?", chiesi io.

"In tutta la musica del mondo", mi rispose l'uomo.



C'era una volta, e c'è ancora, una città di nome Hamelin. A ricordarci che la vita concede a tutti una seconda possibilità. E nella proibizione non passa la strada per la felicità. 



N.B. La canzone citata, di cui sono riportati alcuni versi, è la celebre "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin. 

Hamelin, la città del silenzio - Alice Barberini - Orecchio Acerbo

venerdì 29 dicembre 2017

Tartarughe all'infinito


"Ma stavo cominciando a imparare che la vita è una storia che si racconta di te, non una storia che racconti tu. Ovvio, tu fai finta di essere l'autore. Devi. Pensi: Adesso decido di andare a pranzo, quando quel bip monotono risuona dall'alto alle 12:37. Ma in verità è la campanella a decidere. Tu credi di essere il pittore, invece sei la tela".


"Tartarughe all'infinito" di John Green, edito in Italia da Rizzoli, con la traduzione di Beatrice Masini, è un romanzo che mette le sue ragioni nero su bianco, fin dall'inizio; ma è anche un chiaro esempio di come la "scrittura", talvolta, surclassi la "storia", che resta sullo sfondo.

"Così ho provato a farlo, ma la spirale di pensiero ha continuato a stringersi. Ho sentito il dottor Singh dire che non dovevo prendere il telefono, che non dovevo continuare a cercare le stesse domande, ma l'ho preso lo stesso, e ho riletto l'articolo su Wikipedia dedicato ai microbioti umani. Il problema di una spirale è che se la segui dall'interno non finisce mai. Continua a stringersi, all'infinito".

Esiste un vortice che fagocita tutto, il resto è solo polvere agli occhi. Il vortice è la mente di Aza Holmes, la protagonista sedicenne, che soffre di disturbo ossessivo - compulsivo, un disturbo mentale che la induce a ripetere in modo ossessivo certi comportamenti. Nella fattispecie, Aza si è inflitta con l'unghia una ferita a una mano, che riapre e disinfetta in continuazione. E' ossessionata dall'idea di prendere infezioni, causate dal prolificarsi di batteri; questo pensiero la induce a controllarsi continuamente la ferita, disinfettarla, addirittura ingerire direttamente dalla bocca il disinfettante nei momenti di crisi nervosa acuta. Aza è in cura da una specialista, ma non sembra trarre giovamento dalle sedute cui si sottopone. Nella storia ideata da Green, Aza viene convinta dall'amica Daisy ad indagare sulla scomparsa del miliardario  Russell Pickett, in quanto è stata offerta una ricompensa di 100 mila dollari a chi saprà fornire indizi utili al suo ritrovamento. Russell Pickett è il padre di Davis, amico d'infanzia di Aza, fino a quando le vicende della vita non hanno portato le due famiglie ad allontanarsi. Aza e Davis, due caratteri affini, introversi, nascondono voragini interiori. Già da bambini parlavano poco, ma si capivano.

"Le avrei detto che io e Davis non avevamo parlato molto, nemmeno ci guardavamo, ma non importava, perché guardavamo lo stesso cielo insieme, che comunque è forse più intimo del contatto visivo. Chiunque può guardarti. E' raro trovare qualcuno che vede lo stesso mondo che vedi tu."


Davis ha la passione per l'astronomia. Le contemplazioni all'aperto della volta celeste, che i due ragazzi condividono, disegnano i momenti di maggior intensità lirica ed onirica del romanzo.  Attraverso l'osservazione dei corpi celesti, Davis insegna ad Aza a guardare con sereno distacco al proprio passato; perché se quelle costellazioni distano anni luce, quello che vedono, è solo un riflesso di qualcosa che è già accaduto.

"Ho pensato a quando mi aveva chiesto se ero mai stata innamorata. E' un'espressione strana in inglese, in love, come se l'amore fosse un mare in cui anneghi o una città in cui vivi. Non sei in nient'altro; in amicizia, in rabbia, in speranza. Non si dice così. Puoi solo essere in love. E volevo dirgli che se anche non ero mai stata in love, sapevo che cosa si prova ad essere in un sentimento, non esserne solo circondata ma anche intrisa, come quando mia nonna diceva che Dio è dappertutto. Quando i miei pensieri prendevano la spirale, io ero nella spirale e della spirale. E volevo dirgli che l'idea di essere in un sentimento dava linguaggio a qualcosa che prima non sapevo descrivere, creava una forma per questa cosa, ma non riuscivo ad immaginarmi come fare a dire queste cose ad alta voce."

Davis è amore e poesia. Scrive su un blog. I post dedicati ad  Aza sono introdotti con delle citazioni tratte da "La Tempesta" di William Shakespeare. Davis è una spirale che si apre verso l'esterno, e dona ossigeno alla mente di Aza. Anche se dura poco. Poi sprofonda di nuovo.

"Ma la cosa veramente spaventosa non è girarsi e rigirarsi nella spira che si espande; è girarsi e rigirarsi nella spira che si stringe. E' venire risucchiati da un mulinello che riduce e riduce il tuo mondo finché ti ritrovi a girare senza muoverti, bloccato come dentro una cella di prigione che è grande esattamente come te, finché alla fine non capisci che non sei davvero in una cella. La cella sei tu".


Il pregio del libro sta nella qualità della scrittura di Green, nella reiterata capacità di simulare i movimenti di quella spirale che attanaglia la mente di Aza, facendo calare il lettore nelle sue tormentate vicende psichiche. Mentre leggi, senti lo spazio stringersi e il respiro affannarsi. In una parola, provi "empatia". Aza, un nome conciso che percorre tutto l'alfabeto, andata e ritorno, richiama la forma di un triangolo equilatero, che si staglia verso il cielo. E noi ci incamminiamo sul solco del suo cammino interiore fatto di Inferno, Purgatorio, e piccoli scampoli di Paradiso, verso l'ultimo atto del romanzo, che ci riserva un poderoso trittico, dall'accento cosmico. E penso a Dante, alla volontà caparbia nell'alzar la testa a cercar le stelle.

"E quindi uscimmo a riveder le stelle" - Inferno, Canto XXXIV, verso 139

"Ci siamo fatti un nido di silenzio, e io ho avvertito la vastità del cielo sopra di me, l'inimmaginabile enormità di tutto: guardare Polaris e capire che la luce che vedevo aveva 425 anni, e poi guardare Giove, a meno di un'ora di luce da noi. Nel buio senza luna eravamo solo testimoni della luce, e ho sentito una scheggia di ciò che doveva aver avvicinato Davis all'astronomia. Si prova una sorta di sollievo nell'avere davanti a sé la propria piccolezza pura e semplice, e ho capito una cosa che Davis doveva già sapere: che una spirale diventa infinitamente stretta via via che la segui verso l'interno, ma diventa anche infinitamente larga via via che la segui verso l'esterno. E sapevo che avrei ricordato quella sensazione, sotto il cielo diviso, allora, prima che i meccanismi del destino ci frantumassero per ridurci a una cosa o l'altra, prima, quando potevamo ancora essere tutto. Stando li distesa ho pensato che avrei potuto amarlo per il resto della vita. Ci amavamo - forse non l'avevamo mai detto, e forse non eravamo mai stati innamorati, però era una cosa che sentivo. Io lo amavo, e ho pensato forse non lo rivedrò mai più, e mi mancherà per sempre, e non è terribile?"

"puro e disposto a salire a le stelle" - Purgatorio, Canto XXX, verso 145

"Ma alla fine non è terribile, perché conosco il segreto che la me  distesa sotto quel cielo non poteva immaginare: so che quella ragazza sarebbe andata avanti, che sarebbe cresciuta, che avrebbe avuto dei figli e li avrebbe amati, che nonostante l'amore sarebbe stata troppo male per occuparsi di loro, che sarebbe finita in ospedale, sarebbe migliorata, e poi sarebbe stata male di nuovo. So che uno strizzacervelli direbbe "Scrivilo come sei arrivata fin qui". Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l'amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono. Ti ricordi il primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne che l'amore, che l'amore è come diventi una persona e perché."

"l'amor che move il sole e l'altre stelle" - Paradiso, Canto XXXIII, verso 145

"Ma sotto quei cieli, la tua mano - no, la mia mano - no, la nostra mano - nella sua, non lo sai ancora. Non sai che il quadro della spirale è dentro quella scatola sul tuo tavolo da pranzo con un post-it appiccicato sul retro della cornice: "L'ho rubato ad una lucertola per te. D". Non puoi sapere che quel quadro ti seguirà da un appartamento all'altro e poi alla fine in una casa più grande, né che decenni dopo sarai così fiera che Daisy continui ad essere la tua migliore amica, che crescere dentro vite diverse vi renderà solo ancora più accanitamente fedeli l'una all'altra. Non sai che andrai al college, ti troverai un lavoro, ti farai una vita, la vedrai disfatta e ricostruita. Io, nome proprio singolare, sarei andata avanti, seppure sempre al condizionale. Ma tu non sai ancora niente di tutto questo. Noi stringiamo la sua mano. Lui risponde alla stretta. Voi fissate lo stesso cielo insieme, e dopo un po' lui dice "Devo andare", e tu dici "Addio", e lui dice "Addio, Aza", e nessuno dice mai addio a meno che non voglia rivederti."

Sai che c'è Aza? Non importa che tu sappia baciare o meno. Tu sai vedere attraverso le  nuvole.

"Tartarughe all'infinito" - John Green, traduzione di Beatrice Masini - Rizzoli

sabato 23 dicembre 2017

Tutta colpa delle meduse


Tu

Le parole non dette.
Le parole temute.
Le parole perdute.
Sul foglio bianco
piovono occhi scuri
che il fondo allagano.

Alessandro Moscetti - La fatalità in braccio

Una manciata di versi che scrissi nel 1994, confluita in una raccolta dieci anni dopo. Per parlare di quella difficoltà nel comunicare che genera incomprensione, che sia dovuta a timidezza o timore, paura o vergogna, poco importa, è l'effetto che conta; quelle parole non dette, trattenute, che ti trascinano a fondo, creando una zona di oscurità che ti risucchia come un buco nero da cui è impossibile risalire. Non ti resta che contemplare un foglio di carta e innaffiarlo di lacrime. E puoi scriverci qualunque cosa su quel foglio, pensieri, poesie, persino una ricerca sulle meduse, se questo serve a fornirti una "ragione" di quanto accaduto, perché tu non puoi rassegnarti al fatto che "a voltele cose succedono e basta". Non puoi accontentarti di questa risposta.


Mentre leggevo questo libro ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro un acquario, dove osservi il mondo vivere e respirare, da dietro un vetro. E mi sembrava straordinario pensare che, quando coli a picco, tutte le cause che ti hanno portato al punto di non ritorno, trascinandoti a fondo, d'improvviso ti appaiono davanti in tutta la loro leggerezza,  sospese e fluttuanti, liquide, limpide e chiare, come pesci che danzano mentre nuotano. Le parole non dette, i gesti abortiti, tutto quello che sembrava difficile, pesante, impossibile da esternare, è li che galleggia, evidente, accompagnandoti dolcemente verso il baratro che ti sei scavato.


"Tutta colpa delle meduse" coniuga le oscurità alle trasparenze, come una ferrovia a doppio binario, dove un treno sale e contemporaneamente l'altro scende, nel senso opposto. Ed è scritto di pari passo, i capitoli della ricerca, della motivazione, dell'analisi, che procedono avanti, dritti e ostinati, si alternano a quelli del ricordo, della memoria, di quanto accaduto, che procedono in senso inverso, e tornano indietro. Ogni fase ha la sua scrittura distinta. E' un libro di una feroce coerenza, anche nella costruzione tipografica. La narrazione è divisa in blocchi, seguendo lo schema di una ricerca scientifica, che è poi quella che l'insegnante di scienze. sig.ra Turton, assegna alla classe della protagonista Suzy Swanson: Obiettivo, Ipotesi, Contesto, Variabili, Metodo, Risultati. Conclusione. Una ricerca che Suzy decide di svolgere sulle meduse, perché deve darsi una spiegazione plausibile alla morte della sua amica Franny. Perché lei era un'esperta nuotatrice, non può essere annegata; qualcosa o qualcuno, deve averci messo lo zampino, o il tentacolo. Magari una Irukandij.


Per Suzy la ricerca sulle meduse diventa una ragione di vita, perché tra lei e Franny il rapporto è ormai incrinato; e lei non può andarsene così senza preavviso, prima che si siano chiarite, una volta per tutte. Il viaggio nella oscurità per Suzy inizia molto prima della morte della sua amica; coincide con il momento in cui diventa trasparente ai suoi occhi. Da bambini si fanno grandi promesse, "saremo amiche per sempre". Poi si entra nell'adolescenza con i suoi turbini, e ci vuol poco a scompaginare rapporti cristallizzati. Basta invaghirsi di un ragazzo, cambiare scuola, frequentare amiche fighe e trendy, e vengono a galla tutte le differenze di carattere. Suzy, così analitica da apparire fin troppo meticolosa, vive nel regno delle proporzioni e delle equivalenze, dove tutto ha un peso e un'unità di misura, compresi i battiti del cuore, da tramutare in secondi, minuti, anni. Invece Franny, sembra ormai curarsi solo di gonne, trucchi, acconciature e scarpe. Ci prova Suzy a star vicino alla sua amica, anche se le costa fatica, ma ogni tentativo sembra goffo e vano, finendo per l'allontanarla sempre di più. "Uccidimi se mai dovessi diventare così", "Mandami un segnale. Tipo un messaggio segreto", "Qualcosa di eclatante. Qualcosa che attiri veramente la mia attenzione". E lo compie Suzy Swanson il gesto eclatante. Poi cala il silenzio. Un giorno, due, poi più niente. Se n'è andata Franny Jackson, per sempre. Nulla sarà più come prima. Suzy perde la parola, le resta un carteggio interiore con sé stessa.


"Tutta colpa delle Meduse", per dirla con Battiato, è "un soffio al cuore di natura elettrica". Con un incipit memorabile, che lascia a bocca aperta.

"Una medusa, se la guardi abbastanza a lungo, comincia a sembrarti un cuore che batte. Non importa a quale specie appartenga: l’Atolla rosso sangue con le sue luci lampeggianti a fare da richiamo, la varietà con l’ombrello a decorazioni floreali o la medusa lunare quasi trasparente, l’Aurelia aurita. È il fatto che pulsano, il modo in cui si contraggono rapidamente per poi rilasciarsi. Come un cuore fantasma: un cuore attraverso cui riesci a vedere dritto in un altro mondo dove ciò che hai perduto – qualunque cosa sia – è andato a nascondersi.
Le meduse non ce l’hanno nemmeno un cuore, certo; non hanno cervello, ossa, sangue. Ma osservatele per qualche istante.E le vedrete pulsare.
La signora Turton Dice che, se una persona vive fino a ottant’anni, il suo cuore batte tre miliardi di volte. Ci stavo pensando, cercando di immaginarmi un numero così grande. Fate il conto alla rovescia di tre miliardi di ore, gli esseri umani  moderni non esistono: solo uomini dalle caverne dagli occhi infossati, tutti peluria e grugniti. Tre miliardi di anni, e la vita stessa a malapena esiste. Eppure eccolo qui, il tuo cuore, che fa il suo lavoro incessante, un battito dopo l’altro, tutta la strada fino a 3 miliardi di battiti. Solo se vivi così a lungo, però."

Si sta in apnea con un avvio del genere. L'evidenza scientifica sposa l'eloquenza narrativa che si traduce in musica, allora i pensieri fluttuano, parole e immagini danzano in acqua in un nuoto sincronizzato. Poi emergi e riprendi fiato.

"Tua madre è da qualche parte accanto a te; sta scattando una foto, e tu sai che dovresti voltarti e sorriderle. Invece non lo fai. Non ti volti, non sorridi, continui solo a guardare il mare, e nessuna di voi due ha idea di cosa conti in questo momento o di cosa stia per succedere (e come potreste?).
E per tutto questo tempo il tuo cuore continua semplicemente a battere. Fa quello di cui hai bisogno, un battito dopo l’altro, finché non riceve il messaggio che è tempo di fermarsi, che potrebbe essere fra pochi minuti e tu nemmeno lo sai.
Perché certi cuori battono solo circa 412 milioni di volte.
Che potrebbe sembrare un numero enorme.
Ma la verità è  che questo ti fa arrivare malapena ai dodici anni."

E allora capisci che il tempo speso a inseguire un rimorso, a rimpiangere quello che non è stato, è tutta vita che getti nel fondo del tuo mare interiore. Un mare bramoso e oscuro. Ma è dal fondo del mare che si anela la luce. E i libri potenti, prima o poi, vengono sempre a galla. 

"Tutta colpa delle meduse" - Ali Benjamin - Il castoro