venerdì 16 giugno 2017

I sogni di Agata


C’è un’espressione fatidica che impariamo da piccoli, e ci portiamo dietro per tutta la vita: quella dei “sogni nel cassetto”. Non si è mai ben capito quanto sia a portata di mano questo “cassetto”, e come fare per estrarvi i propri sogni al “momento opportuno”.


 

Fatto sta che Lorenza Farina ci ha imbastito sopra una bella storia, con la consueta poesia, e quel pizzico di ironia che fa bene agli adulti e fa divertire i bambini (il cammello distratto che perde il filo dei pensieri e si dimentica le gobbe nel deserto è da applausi). La protagonista è una bambina di nome Agata, che ha tanti sogni “che le frullano per la testa” e li tiene tutti “in un armadio fatto di torrone pieno di cassetti di marzapane dove ogni sogno ha il suo posto”. 

 
 
Com’è ordinata, direte voi. Ebbene si, da una parte stanno i sogni scuri, dall’altra quelli freschi, in un’altra ancora quelli strampalati; anche i sogni che fanno ridere, e quelli ad occhi aperti hanno una loro, precisa, collocazione. Solo che, a forza di stipare sogni, questi non entrano più nella testa di Agata. 
 

Il sogno, si sa, è anarchico per definizione, segue i propri ritmi, ha bisogno di spazio per muoversi e ossigenarsi. Così i sogni iniziano a fare i birichini e a pestarsi i piedi a vicenda, rincorrendosi, scambiandosi di posto e di ruolo. Al punto che Agata non dorme più la notte per tenerli a bada, rimetterli nei propri cassetti. Fino a quando, dopo tante notti insonni, non decide di spalancare il suo armadio, e aprire tutti i cassetti.

 

Ecco che i sogni volano via come tante farfalline colorate nella notte scura, e il vento e la luna si accapigliano per contendersi il prezioso bottino, fino a quando il Vento non fa rotolare via la Luna con un calcio. Assistendo alla scena della Luna a gambe all’aria, il Sole scoppia in una sonora risata, finendo con l’ingoiare tutti i sogni di Agata. Da allora il Sole non smette più di ridere, perché i sogni, volando nello stomaco come tante farfalle, gli fanno il solletico. 


Chissà se sarà vero, oppure è solo un altro dei sogni di Agata.

 
Questa è la trama, poi ci sono le illustrazioni. Alla storia onirica di Lorenza Farina fanno da contraltare le illustrazione immaginifiche di Sonia Maria Luce Possentini, per l’occasione traboccanti non solo di luce, c'è anche tanto colore. Si rileva spesso a proposito di questa autrice l’uso predominante del bianco e del nero; ebbene qui Sonia ci da una dimostrazione della sua bravura anche nel maneggiare insieme tutti quei colori che, come farfalle, svolazzano nella testa di Agata. Ci sono alcuni disegni di una bellezza spiazzante; Agata che cammina a piedi scalzi sull’erba; l'uomo che esce dalla tazza; Agata che non riesce a chiudere occhio, con la testa completamente invischiata nei sogni; la luna che rotola, e sembra levarsi una folta chioma bionda, di donna, agitata dal vento. E la domanda sorge spontanea: saranno i capelli di Sonia?


I disegni sono perfettamente aderenti alla storia, eppure hanno anche una loro autonomia narrativa. Chi scrive ogni tanto si incanta a guardarli, lasciandosi per strada alcune parole, come quel cammello distratto che, nel perdere il filo dei propri pensieri, dimentica nel deserto degli uomini una parte di sé.


Sarà la forza dei sogni. Ma che gran bel libro.


I Sogni di Agata - Lorenza Farina, Sonia Maria Luce Possentini - Margherita

Le parole di Bianca sono farfalle


Oggi è una di quelle giornate dove il cielo è grigio e piove a catenelle, ed è facile farsi prendere dalla noia e dalla malinconia. Allora scelgo di parlare di un libro che ha il sole e tanti colori dentro.

 
"Bianca non sente e non parla
ma le sue mani sono farfalle
che danzano nell'aria
e raccontano tutte le storie 
e tutti i suoni del mondo".


Bianca, la protagonista della storia, è una bambina "speciale" che non sente e non parla, ma ha la capacità di notare e vedere alcuni atteggiamenti che alla maggior parte degli altri sfuggono:
"vede quando i sorrisi dicono le bugie e quando gli occhi parlano, anche se la bocca riposa"


Bianca conosce il linguaggio delle emozioni, quelle autentiche, che non ingannano, quelle che nascono dal cuore. 


Bianca è circondata d'amore, quella della madre che non la rimprovera se con i colori si sporca e compare qualche macchia, ma anzi la aiuta a creare i giochi più fantasiosi e impensabili, come trasformare un salotto in una splendida spiaggia stando distesi sul divano con grandi cappelli di paglia a riscaldarsi con quel sole che irradia da dentro. O come l'amore del padre che si china a darle un bacio sul collo.


Le parole di Chiara Lorenzoni sono di grande impatto emotivo - visivo, e giocano molto sui contrasti, tra una fisiologica situazione di partenza, e le nuove frontiere comunicative che, una bambina come Bianca, può invece esercitare. Contrasti che si fanno poesia quando il linguaggio delle emozioni assume una sua musicalità descrittiva, come lo "schiocco dei baci sulla guancia" e "il suono delle ciglia di papà sul volto". 

 
Un linguaggio carico di gestualità, come le mani che si muovono come farfalle disegnando un mondo ricco di significati. 


Sophie Fatus disegna un universo dinamico, carico di slanci colorati, di intensi vortici, di emozioni che non si possono contenere e non è sempre possibile tradurre con le parole. Quante cose raccontano quei piedi che si infilano sotto un tappeto blu fatto di onde che allaga la stanza tracciando orizzonti inesplorati. Ogni illustrazione è un inno al movimento e alla capacità e desiderio di esternare le emozioni che abbiamo dentro.


"Le parole di Bianca sono farfalle" è un libro che invoglia a cercare il sole che ogni bambino cela dentro il proprio cuore.


E' un libro che invita a cercare la "specialità" nella diversità, a non fossilizzarsi sui condizionamenti, mettendo a frutto nuovi modi di comunicare e partecipare alla vita emotiva e sociale; di riflesso, suggerisce anche di usare le parole adeguate quando si affrontano con i bambini certi argomenti riguardanti determinate situazioni.


E' anche un grande incoraggiamento a quei genitori toccati direttamente da certe problematiche a non lasciarsi andare, e vedere quanto di speciale questi figli hanno dentro, ad aiutarli ad esprimerlo compiutamente, senza remore né condizionamenti di sorta. E' un invito a riempirli d'amore, perché nell'amore ogni situazione trova compiuta espressione, e l'amore, in quanto incondizionato, è la negazione del concetto stesso di "limite".

"Le parole di Bianca sono farfalle" - Chiara Lorenzoni, Sophie Fatus - Giralangolo

Vita


 Cos'è la vita?



  Un soffio e un anelito.


Con fare metafisico e incedere poetico, il libro intraprende questo viaggio onirico, prima che tutto abbia inizio.

 

"Dentro una pancia vuota
esiste chi non si pone domande
e ha già tutte le risposte
."
 
 

La vita è un mistero, ma questo libro ne svela l'incanto. Lieve come un sorriso, intenso come un pianto. A colori e in bianco e nero.

 

Questo libro è straordinario, un vero miracolo.



"Vita" - Valentina Rizzi, Raikhan Musripova - Bibliolibrò

martedì 13 giugno 2017

Harry



Da piccolo non riuscivano a tenermi. Mio padre mi correva dietro per tutto il cortile, mia madre m’inseguiva con la scopa in mano e, quando mi beccavano, mi chiudevano sempre nel pollaio. Cioè, mio padre mi rinchiudeva. Ma io ogni volta scappavo, e quando venivano a cercarmi nel pollaio c’erano solo le galline. Scappavo da ogni posto: dall’armadio, dal gabinetto, dal ripostiglio, dalla legnaia. Quando mio padre mi chiudeva da qualche parte, i miei fratelli accorrevano e si mettevano a contare: non arrivavano a cento che ero già saltato fuori.
Dopo un po’ i miei cinque fratelli cominciarono a invitare i ragazzi dalle case vicine – li chiamavano con un fischio: appena combinavo qualcosa, loro gridavano e attaccavano a fischiare. Intanto mio padre arrivava e cercava di abbrancarmi, ma io me la filavo. Mio padre era il rabbino della sinagoga di Appleton, nel Wisconsin, e aveva pazienza da vendere, con gli altri, ma con me, non so perché, la pazienza gli durava molto poco: ogni volta mi correva dietro e prima o poi mi beccava, me ne dava un bel po’ e m’infilava nel pollaio. Allora arrivavano i ragazzi dalle case vicine e, quando arrivavano, i miei fratelli accettavano le scommesse. Prendevano le puntate. Si giocavano le biglie. All’inizio nessuno ci credeva, che ci avrei messo meno di dieci minuti a scappare da là dentro: erano tutti lí a scommettere, a puntare le loro biglie migliori, quelle grosse di vetro verdi e azzurre, per dire. Invece io di minuti ce ne mettevo solo sette, a scappare, e a volte addirittura cinque, ce ne mettevo, e dopo, coi miei fratelli, dietro casa, ci dividevamo le biglie guadagnate. Ne avevamo ognuno un barattolo di vetro pieno quasi fino all’orlo, e quello piú pieno era quello di Leo.
Eravamo da poco arrivati dall’Ungheria, da Budapest; eravamo poveri, eravamo felici. La mattina, i miei fratelli e io tiravamo su i barattoli, in alto, davanti alla finestra, per vedere la luce che passava nel vetro delle biglie, e sospiravamo,e dicevamo che sembrava il mare. Dopo un po’,però, la voce girò e nessuno volle piú scommettere. Tanto lo sapevano tutti che avrebbero perso.

Certe storie dovrebbero sempre iniziare così. Come un baccanale, una baldoria dove si ride e si scherza provocando la vita; ci si ferma quel tanto che basta a gettare uno sguardo commosso, appassionatamente poetico; e poco importa se dura giusto un battito di ciglio. Scrivere per ragazzi impone di alzare il ritmo, cambiare continuamente registro e sguardo, e perché no, infilar in mezzo una smargiassata ogni tanto che fa buon sangue e tiene allegro lo spirito.

Ma di cosa parla “Harry” di Antonio Ferrara?

Narra la storia romanzata di Ehrich Weisz, in arte “Harry Houdini", grande illusionista e impareggiabile escapologo, il “Mago delle fughe impossibili”. 


Solo che questa storia mi si è appiccicata addosso come sudore quando ho iniziato a leggerla; l’ho trangugiata tutta d’un sorso come un thè ghiacciato nel deserto; eppure il suo sapore è ancora qui ad impastarmi la bocca. Perché a me racconta molto altro.

Della necessità di cercare sempre una via di fuga per restare in vita.
Della magia che ognuno di noi cela nell’anima; che va costantemente evocata, a costo di inventarsela di sana pianta.
Del lavoro che nobilità l’uomo ora e sempre, che si tratti di essere artista, fabbro, fosse anche fare il lustrascarpe; per sé stesso o alla dipendenza di qualcun altro.
Dell’etica dell’onesta, perché un conto è “incantare”, altro è “ingannare”; arrivando a smascherare i ciarlatani, anche a costo di discutere nientepopodimeno che con Sir Arthur Conan Doyle.
Del dare una mano alle persone più deboli e in difficoltà.
Dell’amare incondizionatamente la propria madre, la radice da cui traiamo nutrimento.

"Certo, Harry, certo che diventerai qualcuno.
Là fuori ci sono le scale, e non si viene
al mondo per stare seduti sui gradini.
Mi piacque un sacco, quella risposta.
Gran bella risposta, devo dire.
Mi diede coraggio."


Dell’amare appassionatamente la propria moglie, perché certi sentimenti sono come uccelli inquieti che puntano alle nuvole.

"Successe che m’innamorai di Bess, una delle due sorelle,
quella che aveva gli occhi neri neri, e due settimane dopo
me la sposai. Era piú vecchia di me, Bess, perché lei aveva
vent’anni e io solo diciotto, ma fu quella la svolta della mia
vita. Veramente. Era un incanto, Bess, un incanto vero, una
magia. E mi sembrava tutto strano, a starle vicino, e anche
la città, le case, le nuvole e la strada, vicino a lei, 

mi sembravano tutte fresche, come lavate da poco.
Le facevo un mucchio di scherzi, perché la amavo.
Le facevo comparire dei fiori tra i capelli, per dire.
Le facevo trovare un passerotto vivo nella tasca della giacca.
Le facevo trovare un cucciolo di cane nella borsa.
E, quando restavamo soli e mi abbracciava, anche se ero
bravo a scappare da ogni posto, dal suo abbraccio non scappavo mai, 

ché era una rete dolce come il miele.
E per strada, a guardarla passeggiare al mio fianco, mentre
camminavamo uno vicino all’altra, col mio braccio sopra il
suo, mi veniva sempre una specie di brivido, e allora capivo
che, anche se volevo fare il mago, stavolta me l’aveva fatta
lei, la magia. E pensai che il mio numero volevo farlo con lei, solo con lei.
"

Perché

"solo lei era capace di farmi passare la voglia di scappare."



Harry - Antonio Ferrara - #EinaudiRagazzi

giovedì 1 giugno 2017

I gatti negli armadi


"Zampette che frugavano raschiando sul legno. Un rotolare di corpi soffici, un brusio quasi impercettibile. Unghie affilate che si impigliavano sulla plastica che avvolgeva i vestiti fuori stagione.
Il bambino aprì gli occhi nel buio. I suoni provenivano dall'armadio.
Un miagolio sottile e dolcissimo giunse fino alle sue orecchie. Un'anta cigolò aprendosi. Due occhi gialli brillarono nella notte.
Voleva chiamare la mamma, ma la voce non veniva fuori, cacciata fin dentro il corpo dalla paura che lo paralizzava. Voleva accendere la luce, ma la distanza tra le coperte e l'interruttore era troppa e intorno c'era il buio, vuoto e pericoloso, fiocamente illuminato da quegli occhi gialli che lo fissavano e dai quali non riusciva a distogliere lo sguardo, come se fosse prigioniero di una malia.
Si trattava di un gatto, sicuramente, si trattava di un gatto, ma a casa sua non c'erano gatti, non c'erano mai stati gatti.
Una voce spezzò l'incantesimo. Era gentile, imbarazzata, veniva dall'armadio:
"Miao, mi scusi tanto" gli occhi luminoso scrutavano intorno, la loro luce si affievoliva sfumando nel verde. "Devo aver sbagliato uscita."
L'anta dell'armadio, come si era aperta, si richiuse e il gatto scomparve.
"

Inizia così "I Gatti negli armadi", romanzo fantastico scritto da Oreste Brondo, edito da 0111 Edizioni.

Il Cavalier Baggiani è il datore di lavoro della maggior parte degli abitanti di Bagnamare ed è anche proprietario della maggior parte delle abitazioni, sicché i bagnamaresi sono in buona parte allo stesso tempo suoi dipendenti e suoi affittuari. Un giorno il cavaliere aumenta gli affitti del 30%. Per molte delle famiglie si profila la rovina. A partire da questo evento ha inizio una ribellione pacifica ma inesorabile, che comincia con una serie di visite misteriose da parte di gatti dotati di parola che convincono gli inquilini a lasciare gli appartamenti. Intere famiglie si trasferiscono con il loro armadio nell'isola ecologica dove nasce un villaggio dalle strane regole, la cui vita sembra guidata dal buon senso, ma anche da qualcosa di magico.

I gatti sono i messaggeri del sogno, gli armadi, sepolti nel terreno dell'isola ecologica, con le ante rivolte al cielo, sono le porte che introducono a un mondo nuovo, migliore, che assomiglia ad un universo fantastico. Il "Re dei Gatti", il capo di questo nuovo bizzarro villaggio, è un personaggio a metà strada tra il "Pifferaio Magico" e il "Cappellaio Matto"; sorridente, cordiale, risponde all'arroganza con gentilezza, sfornando dolci e leccornie servite dai gatti che escono dagli armadi così come uscirebbero dalla migliore pasticceria di Bagnamare. Con cui rabbonisce, sorprende e incanta i rappresentanti delle forze dell'ordine e dell'Esercito mandati di volta in volta dal Cavalier Baggiani per sgombrare l'area dell'isola ecologica, e ripristinare l'ordine delle cose. Perché non ci sono in gioco soltanto gli affitti perduti e le fabbriche a corto di personale; anche i principali esercizi commerciali e negozi, dove i bagnamaresi fanno la spesa, spendendo i soldi guadagnati nelle sue fabbriche, sono di proprietà del cavaliere. E invece nell'isola, al'improvviso, sembrano non aver più bisogno di nulla. Escono dagli armadi puliti e cambiati, freschi e riposati: dalle ante escono cibarie di ogni genere, con cui spesso si festeggia, si mangia e si danza, riscoprendo il senso della comunità. 

Un ottimo esordio letterario quello di Oreste Brondo, insegnante della scuola primaria che si occupa anche di formazione degli insegnanti, in particolare di didattica della scienza e della matematica, con un grande sogno in testa che coltiva ogni giorno: avere a che fare con i bambini e con i ragazzi, lavorare con loro, coltivare insieme il piacere della scoperta e della lettura. E infatti "i Gatti negli armadi" nasce dal costante confronto e lavoro di gruppo con i suoi ex alunni di quinta quando insegnava a Napoli. Loro hanno contribuito a costruire la storia che Oreste gli raccontava a puntate, di volta in volta, aiutandolo a svilupparla. 

Le vicende narrate, trasfigurate in materia fantastica, sono profondente autobiografiche, vissute dall'autore in prima persona, per questo il racconto, nella sua oniricità, risulta ben amalgamato e convincente, finendo con il divenire avvincente.

A partire dalla figura del Cavalier Baggiani, i cui modi ricordano  il direttore generale della fabbrica Italtel di Carini (PA) dove Oreste ha lavorato come tecnico per alcuni anni; nella stessa figura del De Nittis, il primo a licenziarsi dalla fabbrica del cavaliere per inseguire un altro modello di vita, sembrano scorgersi le sembianze dell'autore, che ad un certo punto si è licenziato e ha girato l'Italia per fare l'insegnante. La stessa vicenda da cui prende spunto la narrazione, degli affitti così cari da gettare nello sconforto, e minare alle fondamenta una possibilità di vita serena e dignitosa, è stata vissuta da Oreste in prima persona, appena trasferitosi a Napoli. Quando, con uno stipendio di settecento euro mensili si ritrovò un anno a Napoli a pagare, a causa di un aumento immotivato, 550 euro al mese per un bivano di 25 metri quadrati. Alle presentazioni del suo libro Oreste racconta anche un altro episodio: la proposta di affitto, da parte di un intellettuale di sinistra napoletano, che gli propose una miserabile stanza a casa di sua madre senza diritto di usare il telefono, a cinquecento euro perché la casa si trovava al Vomero.

Da un punto di vista squisitamente letterario affascina la scelta dell'autore di usare un genere letterario antico (la favola) per raccontare problematiche contemporanee, profondamente attuali. Arrivando a sferrare, in modo giocoso e onirico, surreale, una feroce e serrata critica al capitalismo che sembra aver ormai imbucato una strada senza ritorno; arrivando ad un consumismo sfrenato, che produce alienazione, nevrosi, tensione. Dove non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare, riuscendo a malapena a sopravvivere, tra mille preoccupazioni, riducendosi a comportamenti, stereotipati come tanti automi. Smarrendo la dimensione relazionale, collettiva e sociale. Mortificando la propria sfera interiore, fatta di sogni.

Sintomatico, e altamente simbolico, che la rivoluzione pacifica parta, e di fatto si svolga, all'interno di un'isola ecologica, ovver il "cimitero" di quel consumismo sfrenato che affligge la nostra società contemporanea. Il luogo dove si butta di tutto, dagli scarti all'inutile, diventa di colpo l'arena del riscatto, della riscoperta del sogno, della rottamazione dell'egoismo per giungere alla rinascita di una dimensione collettiva e sociale. A ben guardare anche questo rimanda ad una scena di vita vissuta, apparsa agli occhi di Oreste, che lui ama definire "suggestione": due signori attempati, seduti ad un tavolino in un’isola ecologica, che serenamente giocavano a carte, sorseggiando una birra, circondati da mobili che sembravano fare da arredamento ad una bizzarra abitazione a cielo aperto. Ecco svelato l'arcano capace di mettere in moto tutto l'apparato fantastico che da vita al romanzo.

Una favola per adulti e adolescenti lettori, dal forte contenuto socio-psicologico; una favola altamente democratica, profondamente, intimamente egalitaria. 

Vi svelo l'ultimo arcano. Alla presentazioni del suo libro Oreste ama citare l'art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana, quella "costituzione" di cui tutti parlano, ma pochi ricordano.

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."

A ben guardare, tutto è partito da queste parole. Leggete questo bel libro, e ne converrete.

"La storia narrava di piccoli dei che somigliavano a pulci di mare che nell’oceano inspiegabile con dei legnetti, dei refoli di vento, e delle gocce di schiuma sfuggite alla risacca, costruivano una terra meravigliosa, sulla quale cominciavano a danzare gli uomini, le donne, i bambini e gli animali, e acqua fresca sgorgava da fonti inesauribili, e gli animi affaticati si placavano di fronte alla bellezza del mondo e ogni cosa era nel giusto posto.
Narrava poi di periodi oscuri in cui, da altri luoghi, emersero gigantesche, potenti e risolute divinità, che cominciarono a spezzare le montagne, a contare le nuvole e a catalogarle, a disporre del tempo e dello spazio secondo un disegno preciso, periodi scuri nei quali la felicità era proibita. E narrava di come i piccoli dei, fragili come libellule al vento maestrale, furono costretti a conservarla, a nasconderla dentro un minuscolo vaso di creta fragilissimo, continuamente in pericolo, e di come alla fine un po’ ne rimase, abbastanza comunque da poter ricominciare da capo, con fatica, senza smettere mai un attimo di pensare, di credere che tutto avrebbe potuto essere come forse un giorno era stato, oppure anche diverso, ma sicuramente meglio di così, e ricominciare di nuovo da un refolo di vento, dalla schiuma di un onda, da un frammento di sabbia, da una forza piccolissima contro una forza immensa.
"

I Gatti negli armadi - Oreste Brondo - Zerounoundici Edizioni

venerdì 26 maggio 2017

In mezzo alla fiaba


Poesia e Fiaba. Due generi letterari molto diversi tra loro, che in profondità condividono molte più cose di quanto possa apparire in superficie. Quel senso di meraviglia e stupore, magia e incanto, persino terrore e sgomento, con il cuore che batte e balza in gola, come svoltare l'angolo di corsa e trovarsi di fronte un dirupo. Senza preavviso.


Calarsi in "mezzo alla fiaba" con la poesia. Un viaggio che profuma di azzardo, certo, eppur così ricco di fascino. 


Ce lo dona Topipittori, editore sensibile come pochi altri alle interrelazioni tra il mondo della poesia e quello dei ragazzi.
 
A calarsi nei meandri della poesia è Silvia Vecchini, poetessa navigata e raffinata, costantemente alla ricerca di quegli echi provenienti dai fondali dell'anima. A lei il compito ardito di intessere poesia e fiaba, portare alla luce i frammenti acuminati e fluidi di quell'incontro, proibito e magico, negli abissi del tempo e dell'animo.

 

Qui entrano in gioco le illustrazioni di Arianna Vairo, che si costituiscono a loro volta racconto compiuto, enigmatico. Esemplari nella scelta cromatica minimale che alterna bianco e nero, rosa e azzurro, con epitaffi di rosso; colori che sembrano argini in cui incanalare il flusso fiabesco, nel suo impeto onirico. Colori usati in modo netto, a demarcare figure che si animano e sembrano sgusciar via, quasi a voler sfilacciare il tessuto fiabesco che le ha tenute a lungo impigliate.


E qui inizia il gioco dei sensi alla scoperta di nuovi significati, camminando tra le fiabe di un tempo, rincorrendo voci e ricordi lontani, ancora oggi attuali.


 "In mezzo alla fiaba" - Testi di Silvia Vecchini, Illustrazioni di Arianna Vairo - Topipittori

mercoledì 17 maggio 2017

La corsa giusta



"Io continuavo ad allenarmi. D'estate mi facevo certe salite di campagna da tagliarti il fiato. Mi facevo quelle salite nell'aria ferma, senza vento, e pedalata dopo pedalata mi arrampicavo ancora.

Mentre andavo sentivo le cicale che chiamavano, Gino, Gino, e allora mi ricordavo quelle fughe tra gli ulivi con gli ebrei nascosti sotto il culo, e sorridevo. E poi pensavo che la guerra s'era presa gli anni più belli, ma lo stesso ero contento di tutto quello che ero riuscito a combinare."

A volte le "grandi storie" non bastano da sole, c'è bisogno di qualcuno che le sappia raccontare. Facendoci appassionare dell'uomo che si cela dietro il personaggio storico.




Di Gino Bartali sappiamo molte cose. Fu uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi. Vinse molto, anche se avrebbe potuto vincere ancora di più se alcune contingenze storiche più grandi di lui (il Fascismo, le leggi razziali, la Seconda Guerra Mondiale) non lo avessero spesso fermato nei suoi anni migliori, salvo poi trovarsi di fronte, quando tutto sembrò normalizzarsi, il grande rivale di sempre, Fausto Coppi. Sappiamo anche che alcune sue vittorie ebbero un'importanza tale da valicare i confini sportivi, come quella del Tour de France del 1948, quando l'Italia era sui piedi di una insurrezione civile, per l'attentato a Palmiro Togliatti. Sappiamo infine, che la sua più grande impresa ciclistica fu extra-sportiva, profondamente umanitaria, quando, facendo la spola tra la Toscana e l'Umbria (Assisi) portando documenti segreti tenuti nascosti nella canna della bicicletta sotto la sella, riuscì a salvare qualcosa come 800 ebrei, negli anni delle persecuzioni naziste. Per questo ricevette nel 2013 il riconoscimento di "Giusto tra le Nazioni", la massima onoreficenza concessa dallo Stato di Israele per i non ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare la vita anche di un solo ebreo, oltre alla Medaglia d'Oro al Merito Civile, consegnata postuma alla moglie Adriana.

Questo è un aspetto che non tutti conoscono, perché

«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca ».



Ma dell'uomo Bartali cosa sappiamo, a parte il suo leggendario carattere burbero e schivo, che non disdegnava la querelle?

Bartali ebbe tanto dalla vita (nulla che non si sia sudato, beninteso), fu anche messo a dura da essa: quando gli morì il fratello Giulio, falciato da un auto proprio mentre stava disputando una gara ciclistica; oppure quando perse il secondogenito, nato morto. 

E' sulla vita del ginettaccio nazionale che Antonio Ferrara imbastisce un bel romanzo che alterna ritmo e contemplazione, ironia e commozione. E tanta, tanta poesia, soprattutto quando descrive il rapporto con la compagnia di una vita, la sua amata Adriana. Un rapporto fatto di silenzi, sguardi, pazienti attese. Questa è una qualità propria dello scrittore Ferrara, che ho avuto già modo di apprezzare leggendo "Harry", là dove descrive il rapporto di Houdini con la moglie Bess. 

Poi ci sono alcuni "siparietti", al limite del dissacrante, che danno brio al racconto che piace e diverte:

"In sacrestia c'era già quello con la faccia bianca, che s'infilava la mano nelle mutande, rimestava un po' per cercare la chiave, poi la trovava, la tirava fuori, guardava a destra e a sinistra, furtivo, apriva la credenza delle reliquie sante, ci nascondeva dentro i documenti, richiudeva e s'infilava di nuovo la chiave nelle mutande, rimestando ancora un po' per sistemarla bene. Soltanto a quel punto facciabianca mi sorrideva e mi tendeva la mano per stringere la mia.
Ora io non è che non volessi stringergliela la mano, solo che pensavo che un uomo, anche se frate, prima di stringerti la mano dovrebbe evitare di ravanare tra gli zebedei, perché non è che sia una cosa tanto fine
".

e ancora:

"Seduto al tavolo lungo di legno, là sotto il crocefisso, con la tazza in mano, mi sentivo sempre un po' a disagio, devo dire, perché ogni volta da là sopra Gesù diceva cose sconce che non mi aspettavo.
Una volta disse lo so che è strano, facciabianca, Gino, devi avere pazienza, ma guarda che è uno coraggioso, è uno con le palle.
Ma io già lo sapevo, questo, perché lo vedevo che facciabianca la chiave la nascondeva proprio là
".

Ma in fondo scrivere per ragazzi è anche e soprattutto questo, senso del ritmo e tanto equilibrio, come quando cammini su un muretto, basta sbilanciarsi di poco e si cade a terra. Solo che Antonio Ferrara sul muretto ci palleggia anche. Come accidenti faccia, lo sa solo lui. Ma è solo così che le storie di un tempo arrivano fresche e intatte ai giorni nostri.



Antonio Ferrara - La corsa giusta - Coccole books

Copertina con elaborazione grafica su foto storiche di Sandro Natalini