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venerdì 5 maggio 2023

Come inchiostro nell'acqua



 "Buio.

Non un buio normale. Anomalo.

Intanto, è assolutamente certa di avere gli occhi aperti, eppure non vede nulla, anzi, sembra che l'oscurità vi prema contro come qualcosa di solido, quasi volesse entrarle dentro. Perciò li serra, spaventata, e si concentra sugli altri sensi."

Inizia così, tra le pagine nere e inchiostro bianco, il nuovo romanzo di Sara Allegrini, Come inchiostro nell'Acqua, edito da Il Castoro, per la collana Hot Spot.

E' una storia potente, forte, quella di Io, è così che ha deciso di chiamarsi la protagonista di questo romanzo. una storia che prende l'avvio nel momento in cui Io non ricorda il suo nome, non riconosce il luogo nel quale si trova, non sa per quale motivo sia li.

E' in quel momento di sospensione e smarrimento il buio, a volte, si dirada e Io incontra Mel, un'adolescente goffa e arruffata nei suoi vestiti larghi con una vita complicata e dolorosa alle spalle, e Julian, un ragazzo dolce e gentile, e Flo una bambina senza voce, più una serie di altri personaggi, tutti apparentemente distanti, scollegati, sconnessi tra loro ma che in realtà costruiscono, tutti insieme, la trama di un romanzo che fa riflettere, emozionare, piangere, sobbalzare il cuore pagina dopo pagina.

Sara ci aveva abituato alla sua scrittura schietta e senza fronzoli, in passato ci aveva raccontato storie "forti" di adolescenze difficili, ma con questo suo ultimo romanzo ha davvero scavato nelle buie profondità di anime belle ma piene di dolore e solitudine, prendendole per mano e accompagnandole verso la luce.

Sara Allegrini - Come inchiostro nell'acqua - Il Castoro

mercoledì 13 ottobre 2021

La storia del toro Ferdinando


 

Finalmente è tornato in libreria "La storia del toro Ferdinando", testo di Munro Leaf, illustrazioni di Robert Lawson, traduzione di Beatrice Masini, edito da Rizzoli.

La fascetta gialla che accompagna questa deliziosa storia recita così: "Un classico dalla parte della gentilezza e della non violenza". E in effetti è così, Ferdinando porta con sé un messaggio di pace, tranquillità, accettazione della propria identità, il diritto di far ascoltare la propria voce e di vedersi accettati.

Ferdinando è un docile torello che ama stare seduto tranquillo ad annusare il profumo dei fiori, anche dentro un'arena piena zeppa di gente disposta ad assistere ad una violenza e bestiale corrida. 


I bambini ameranno Ferdinando, i suoi occhi dolcissimi, le sue espressioni eloquenti, la sua bontà, la sua gentilezza, la sua voglia di rimanere sé stesso.

La sua storia lancia un messaggio talmente potente e positivo da essere stato messo al bando in Spagna durante il regime di Franco, e successivamente messo al rogo nella Germania di Hitler. Solo dopo il 1946 Jella Lepman, la fondatrice di IBBY, riuscì a farne stampare oltre 30.000 copie, su carta riciclata di giornale, da donare ai bambini della Germania post-bellica, e lo inserì tra i libri esposti alla International Board on Books for Young People.

Un libro semplice, importante, potente. Questa è la storia del Toro Ferdinando.

"A lui piaceva stare seduto 

tranquillo ad annusare il 

profumo dei fiori"

     


"La storia del toro Ferdinando" -  Testo di Munro Leaf, illustrazioni di Robert Lawson, traduzione di Beatrice Masini - Rizzoli.

domenica 25 aprile 2021

Nome di battaglia Nero

 


"Anche la disperazione impone dei doveri

e l'infelicità può essere preziosa"

CSI - Linea Gotica

Correva il mese di febbraio del 2018 quando Sonia Maria Luce Possentini venne a Terni a presentare in libreria "La prima cosa fu l'odore del ferro", edito da Rrose Sélavy, la sua prima prova da scrittrice, oltre che illustratrice. Rimasi colpito dall'energia sferzante di quelle parole che, ereditando la disciplina e il rigore della sua arte, aggiungevano una forza inedita che reclamava espressione.


 Prima di andarse Sonia mi donò un manoscritto. Un universo di pulviscolo di grafite e qualche schizzo da cui trapelava l'embrione di una grande storia che la toccava personalmente. Giovanni Possentini, detto il Nero, partigiano della Brigata Garibaldi, che si lasciò catturare per salvare la vita ai suoi familiari. Una voce narrante che entrava nella "Storia", al contempo privata e universale, attendendo il momento propizio per costituirsi "Memoria" collettiva.

Penso di essere stato uno dei primi ad entrare a contatto con quel racconto, che ho atteso in silenzio per tre lunghi anni, seguendo a distanza l'autrice come farebbe un animale nel bosco, in attesa di un segno. Penso che io e Sonia ci intendiamo anche per questo, sappiamo ritrovarci quando è il momento.


Poi quella telefonata di un anno fa.

Massimo De Nardo ci aveva lasciato. Una perdita incalcolabile, sotto il profilo umano e culturale. Massimo aveva dato una casa al "Nero" ma non solo; lavorando a stretto contatto con Sonia, gli aveva impresso un tocco indelebile. Una direzione artistica che vale anche come suggerimento alla lettura, per chiunque voglia incamminarsi sui sentieri scoscesi e arditi della Resistenza.

Se oggi abbiamo tra le mani questo libro straordinario dobbiamo ringraziare Sonia, Massimo, ma anche Chiara Gabrielli che si è fatta carico di questo lascito raccogliendone la sfida; e il team di Rrose Sélavy che ha confezionato un autentico gioiello.

Non dico altro. Non trovo le parole, non he ho la forza. E non aggiungerebbero nulla.

Come scrisse Massimo, prima di lasciarci, "la memoria va camminata dentro". E allora incamminiamoci, tra stupore, meraviglia e profonda commozione. Per non dimenticare.

"Nome di battaglia Nero" - Sonia Maria Luce Possentini - Rrose Sélavy Editore - Introduzione di Francesco Filippi 

mercoledì 28 ottobre 2020

Non è colpa della pioggia

 


"So che me lo domanderò. Mi domando sempre come sarebbe stato crescere con mia madre. Ma so anche che non cambierei mai, per nessun motivo, mia nonna e la nostra vita insieme per qualsiasi cosa si possa trovare dietro la porta numero due".


Se "c'è famiglia dove c'è amore", indipendentemente dai legami di sangue, quella di Delsie è una famiglia allargata; oltre alla nonna materna, infatti, c'è un intero vicinato che l'ha adottata, e non le fa mai mancare, in ogni occasione, amore, conforto, presenza.


"Non è colpa della pioggia" di Lynda Mullaly Hunt è un libro sulla crescita alla ricerca della propria identità, sull'amicizia; quella vera, sempre presente nei momenti di necessità, e quella finta, di comodo, pronta a scaricarti alla prima nuova opportunità. Ma è anche una storia preziosa sull'importanza dei legami comunitari che diventano, a loro volta identitari. Perché esistono persone capaci di riempire i tuoi vuoi esistenziali del loro amore, inserendo le tessere mancanti del puzzle, inghiottite dai buchi neri del passato. Come un albero che protegge.


"Come sono fortunata.

Non sono mai stata abbandonata.

Sono stata amata ogni giorno della mia vita."


"Non è colpa della pioggia" - Lynda Mullaly Hunt - Uovonero 

Traduzione di Sante Bandirali

venerdì 23 novembre 2018

Tutto il mio mondo sei tu


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre 
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. 

Ho appena finito di sfogliare l'ultimo albo di Jimmy Liao quando, in preda ad una forte emozione, mi alzo a prendere il libro dei Canti di Giacomo Leopardi.


Perché Leopardi?

Perché ha saputo descrivere il dolore con taglio nitido, cristallino, rappresentando i propri sentimenti in modo liquido, in quanto tale fluido, vivo. Leggere i versi di Leopardi è come immergersi nell'acqua gelida, e nuotare sotto una crosta di ghiaccio trasparente, da cui scorgi la luce, i riflessi, i passi di chi si muove in superficie, incapace di percepire e ascoltare il tuo malessere.


Perché le "Ricordanze"?

Perché il motivo centrale del libro è il "ricordo", nel vuoto devastante della perdita, e, come conseguenza diretta, la paura di rimuovere dalla propria memoria, ogni traccia di quanto, in un dato momento della nostra esistenza, ha significato tutto per noi. Nell'albo, tuttavia, il tema è esposto in modo armonioso, melodico, musicale, come un ricordo che danza; così quando il cuore si appesantisce e gli occhi si liquefano in un mare di lacrime, è ancora possibile respirare e ambire a vedere la luce. 


Perché questi versi?

Perché l'azione si svolge idealmente in una stanza d'albergo dove avvengono gli incontri che sortiscono rimandi. Anche se Leopardi nella sua poesia per "albergo" intende la propria casa, l'albergo di Liao, ormai abbandonato, è anch'esso la casa dalla piccola protagonista. E di stelle, giardini, soprattutto finestre, è cosparso il racconto.



Liao la tocca forte in questo albo, non la manda  a dire. A partire dalla prima illustrazione, dove la piccola protagonista cammina davanti le lapidi di un cimitero stringendo un cagnolino di pezza che la madre gli ha regalato. Ma è la seconda scena a svelarci l'intensità del viaggio che il lettore si appresta ad affrontare. E' un campo, con un albero in primo piano e un cielo minaccioso sullo sfondo. Soprattutto è un disegno interamente in bianco e nero, eccezion fatta per un paio di particolari, i capelli rossicci della protagonista ripresa di spalle, ormai allontanatasi sullo sfondo, e il cagnolino di pezza, appoggiato su  un ramo dell'albero. Nel linguaggio dei colori di Liao il bianco e nero rappresenta il dolore allo stato acuto e profondo, come ricordano i suoi primi libri scritti dopo la malattia. Mentre il colore del cane di pezza probabilmente ci suggerisce che questi avrà un ruolo centrale nell'economia del racconto. 


Il colore ritorna a partire dal fotogramma successivo, ma è un bosco cupo e claustrofobico quello che si stringe a voler cingere la solitudine della protagonista, per andare a stemperarsi nelle pagine successive, dal candore del bianco che apre all'azzurro del cielo dietro la finestra a centro pagina, per poi accendersi a seguire nella consueta esplosione di colori e prospettive a cui l'autore taiwanese ci ha ormai abituato. Ma è ancora presto per stemperare gli animi.


"La strada dove andavamo a passeggiare ora è colpita da spaventosi uragani".

Seguono scenari di desolazione e abbandono, la piscina vuota nel cui fondale è cresciuta rigogliosa l'erba, o la stazione dei treni che sta per essere demolita. 



"Nessuno va più alla fontana in cima alla montagna. Solo io vado ad esprimere i miei desideri".

Sono parole nette, nel loro incedere onirico, che disegnano lo smarrimento interiore, oltre la magniloquenza delle illustrazioni. 


Salendo le scale e camminando lungo i corridoi cupi, su cui si affacciano le porte chiuse di stanze in cui si narra si celino fantasmi, si giunge alla stanza dei ricordi, dei sogni, delle visioni, delle speranze che producono lussureggianti allucinazioni. In quella stanza, ogni notte, la piccola protagonista incontra qualcuno che ha soggiornato li in un momento cruciale della sua vita. Un giardiniere, una suonatrice di tamburi, un mostro che profuma di citazione letteraria di un noto e celebrato classico dell'infanzia, un traslocatore. Una donna in barca il cui volto e sguardo somigliano a quelli della protagonista.


"Le stelle non sospireranno per nessuno. E per nessuno il tempo si ferma." 

Infine un angelo su una nuvola, che sembra  voler premiare questa bambina che non si è mai arresa, e ha saputo aspettare. E finalmente si inverte il moto delle cose, non è più lei a dover inseguire i ricordi aggrappandosi ad ogni segno lasciato lungo il cammino; nell'abbandono del sogno è l'agognato ricordo a tornare da lei, la pesantezza lascia lo spazio alla leggerezza, con un'immagine iconica, il cagnolino che rientra dalla finestra sospeso in volo, legato ad un palloncino. Ed è finalmente abbraccio, nel calore di un pianto liberatorio, e finalmente di nuovo insieme, in volo.


Poi c'è la luna che restituisce la magia della sospensione. E io ripenso a Leopardi, al suo Canto Notturno:

Che fai Tu, luna,in ciel? dimmi che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai
Contemplando i deserti; indi ti posi.


Domande fanciulle quelle che Leopardi rivolge alla luna, in quanto tali profondamente autentiche. Come quelle che Liao mette in bocca alla sua bambina quando, nella fase del ricordo, interroga idealmente il suo cane:

"Dove sei adesso?"
"Puoi sentire la mia voce?"
"Hai ricevuto le mie lettere?"

Domande bambine per risposte adulte che non sanno arrivare.


La solitudine si può popolare, e dal dolore si può riemergere. Con tenacia e con grazia, con poesia e musica. E la vita si può colorare, sempre.

Lungo il sentiero del ritorno alla consapevolezza, il campo, l'albero e il cielo sono nuovamente a colori. E sulle lapidi, lei torna a portare i fiori.

"Lo so, sei sempre al mio fianco. Non mi hai mai lasciato".


E con questa consapevolezza che si diventa grandi. 

"Solo tu sai che tutto quello che immagino è reale. Tutto il mio mondo sei tu".



Io so che un giorno, spero lontano, avrò tanto bisogno di questo libro. Grazie per averlo scritto, Jimmy Liao.

"Tutto il mio mondo sei tu" - Jimmy Liao - Camelozampa

 Traduzione dal cinese di Silvia Torchio - Consulenza editoriale di Luca Ganzerla

mercoledì 27 gennaio 2016

Il volo di Sara


"Avrà avuto forse sei o sette anni, ma sembrava più piccola della sua età. Si stringeva forte a sua madre. Ad un tratto la bambina sollevò lo sguardo e mi vide. Mamma, guarda, un pettirosso - mormorò, sorridendo appena..."


Beati gli ultimi perché saranno i primi. E questo libro l'ho lasciato per ultimo, perché tra gli albi illustrati sulla Shoah in mio possesso, "Il volo di Sara" resta il più bello. Ed è il più bello perché è quello che, senza indugi, più si avvicina all'Inferno. Lo punta, lo scruta, e giunto sul ciglio del baratro, di slancio, lo supera in volo, lasciandolo a terra nella sua meschina mestizia.

Ci vuole coraggio ad infilarsi in una storia del genere, senza prendere scorciatoie, e uscirne indenni; ma ci vuole soprattutto tanta bravura e una sensibilità sopra le righe per trasfigurare l'orrore del secolo in una sorta di favola a misura di bimbo. Coraggio, talento e, per dirla con Fabrizio De André, "un pettirosso da combattimento".


Andiamo a scoprire chi sono le due temerarie che hanno compiuto l'impresa.

Lorenza Farina, bibliotecaria e scrittrice, è la raffinata autrice dei testi, che sono al contempo lirici, onirici e crudi. Crudi perché Lorenza non concede sconti alla "Storia", ci tiene a raccontare quello che è stato per come si è svolto. Ci aveva già provato qualche anno prima con "La bambina del treno", altra storia ambientata sulla Shoah che aveva messo in luce la sua sensibilità narrativa ricca di spunti e inventiva; ma "la bambina del treno" si era fermato all'uscio, allo sguardo volante tra Anna e Jarek, all'anticamera dell'inferno. 

 

Sara invece ci entra dentro a pieno titolo. Come scende dal treno, non fa in tempo a notare un piccolo pettirosso, che la separano a forza dalla madre e la rinchiudono in un alloggio di legno, dove la fanno spogliare dei suoi vestiti (l'ultimo ricordo della madre), le fanno indossare un pigiama a righe molto più grande della sua taglia con una stella gialla cucita sul petto, le tagliano i lunghi capelli scuri e la fanno coricare in una cuccetta ammassata insieme ad altri bambini, impauriti e infreddoliti come lei.

Come si racconta tutto questo? Con polso fermo, tanto tatto, una punta di lirismo e un escamotage onirico apertamente allusivo. Quel pettirosso, appunto, che dal momento in cui la bambina resta sola, decide di vegliare su di lei. Assumendo la funzione di voce narrante. 
 

"Fu allora che decisi che non l'avrei mai lasciata sola. Sarei stato io a farle da madre e da padre, sarei stato io la sua voce".


Sintomatica la scelta dell'uccellino a portare un barlume di umanità in quel lembo di terra e di storia in cui è buio pesto. Una sorta di "contrappasso dantesco". Gli uomini infatti spesso chiamano "bestie" gli animali; in un campo di concentramento in cui sono loro stessi a comportarsi da "bestie", spetta al piccolo pettirosso dare un saggio di umana comprensione, aiuto e solidarietà.


La poesia è tutta in certe finezze descrittive: "Poi le tagliarono i bei capelli scuri, che scivolavano come piume sul pavimento insieme al nastro azzurro che li tratteneva". Poesia che in quelle piume diventa simbolo, Sara e il Pettirosso sono ormai una cosa sola. Così lui va a trovarla di notte, per non lasciarla sola con le sue paure. Le fa delle carezze sul viso con le piume, le cinguetta delle storie sottovoce all'orecchio, fino a quando lei non si addormenta. Le racimola anche del cibo in mezzo alla neve.

 
 

Ma per spuntarla in quell'inferno manca ancora un ingrediente. Ci vuole la "luce" per squarciare le "tenebre". Allora entra in scena lei. Sonia Possentini, "Maria Luce" di nome e di fatto. E' tutto un delicato equilibrio tra bianco e nero, neve e filo spinato, ma la "luce", quella, non manca mai. Immagini forti, evocative e poetiche al tempo stesso, la forza suggestiva delle inquadrature (formidabile quella sul treno), quello stile illustrativo così fotografico che gioca con la "messa a fuoco", lo "sfocato" e la "profondità di campo". E poi quegli indelebili epitaffi di colore, come il baffo rosso della locomotiva e l'azzurro del nastro caduto a terra che legava i capelli di Sara. Fino all'arancio petto del piccolo uccello. I disegni di Sonia Possentini danno concretezza visiva alla potenza descrittiva delle parole di Lorenza Farina, un unicum inscindibile e imprescindibile.


E Sara?


"Una mattina non la trovai più nella baracca. Mi misi disperatamente alla sua ricerca sorvolando tutto il campo. Del fumo usciva lento da un altro camino. In fila la vidi con gli altri bambini. Sarà, appena udì il mio cinguettio, si girò di scatto, sorridendomi debolmente. Poi ondeggio com estrema lentezza le braccia esili, come se stesse per spiccare il volo. Mi avvicinai a lei incurante del ringhiare dei cani. Fu in quell'istante che decisi di prestarle le mie ali, perché fuggisse via al più presto da quel luogo."


Quello è un luogo troppo crudele per una bambina. "Poesia" e "Fantasia" si fanno "Catarsi". La storia decolla dal buio alla luce, dalla paventata morte alla ritrovata vita. Nel cielo della poesia, in un volo dal sapore fiabesco.

 

"La vidi librarsi nel cielo non più grigio, ma azzurro come il vestito che ora indossava, come il nastro che ora le cingeva i capelli. Dalle cime degli alberi spogli, uccelli, venuti da ogni parte, si alzarono in volo. Passeri, pettirossi, merli prestarono le loro ali ad altri bambini che, come Sara, volevano volare via, lontano. Sara precedeva il grande stormo, la più veloce di tutti. Poi sparì tra le nuvole mentre tutt'intorno si levava un coro di cinguettii, di trilli e di gorgheggi".


Questo è un libro da amare, senza remore e senza riserve. Soprattutto, è un libro da leggere. E allora rompete gli indugi e leggetelo ai vostri figli. Compirete un atto d'amore nei confronti della vita.


La vita di Sara - Testo di Lorenza Farina, Illustrazioni di Sonia M.L. Possentini - ‪Fatatrac

La città che sussurrò


L'immane buco nero dell'Olocausto ha sviluppato a poco a poco degli anticorpi che hanno scritto piccole grandi pagine di riscatto umanitario. Azioni dettate dalla solidarietà, certo, ma non prive di una forte dose di coraggio, quelle operate dalle famiglie che nascondevano nelle loro case i perseguitati ebrei, mettendo a repentaglio la loro vita e quella dei rispettivi familiari. Azioni private, che tuttavia in taluni casi hanno raggiunto anche una dimensione collettiva, impedendo che questa già immane catastrofe umanitaria raggiungesse proporzioni ancora maggiori.
In Danimarca, per esempio, quasi tutti gli 8 mila ebrei sono scampati alla furia della persecuzione nazista; il piccolo villaggio di pescatori di Gilleleje protesse ben 1700 persone, tenendole nascoste, nutrendole, cercando di provvedere ai loro bisogni, guidandole alla salvezza, facendole imbarcare dal proprio porto per la vicina, neutrale e sicura Svezia.
A questa luminosa vicenda si ispira il libro scritto da Jennifer Elvgren, illustrato da Fabio Santomauro, edito da Giuntina, intitolato "La città che sussurrò". Protagonista della storia è la piccola Anett, che una mattina, svegliandosi, scopre dalla mamma che in casa sua sono ospitati due perseguitati ebrei: una donna e il suo bambino, di nome Carl. La mamma dice ad Anett di portare la colazione ai due ospiti: la bambina ha paura di scendere nel buio delle scale che conducono in cantina, ma le voci sussurranti che sente provenire da sotto la guidano infondendogli coraggio. I due nuovi amici devono trattenersi in casa loro giusto due notti, il tempo di organizzarsi per la fuga in barca fino in Svezia. Durante la permanenza necessitano di pane, le spiega la mamma. Ecco allora che la bambina "sussurra" al fornaio che ha due nuovi amici, e le serve del pane; sempre "sussurrando" si fa prestare dalla bibliotecaria dei libri da leggere per i nuovi amici; con un "sussurro" si procura delle uova dal contadino. Il sussurro diventa così l'elemento narrativo portante della storia, contenendo la premessa per il suo futuro positivo sviluppo. 
 
Nel frattempo i nazisti irrompono nelle case alla ricerca di ebrei. La notte della grande fuga il cielo è coperto, nuvoloso, e il papà di Anett teme che i rifugiati non riescano a raggiungere il porto nella completa oscurità, senza il favore della luce lunare. Ma la bambina ha un lampo di genio: ripensando a come i sussurri l'hanno guidata quando è scesa in cantina, escogita un piano. 
 

"Papà, e se la gente stesse vicina alle porte delle case e sussurrando guidasse i nostri amici fino alla barca?"

Serve la collaborazione di tutti, del fornaio, del contadino, del bibliotecario, di tutto il paese, che nelle illustrazioni tanto sintetiche quanto efficaci di Fabio Santomauro diventa un grande fumetto corale. "Di qua", "di qua", "di qua", di passo in passo, di sussurro, in sussurro, il paese di Gilleleje conduce 1.700 perseguitati ebrei al porto guidandoli alla salvezza in Svezia. 
Sembra una favola, invece è una storia vera, realmente accaduta, che ha dato vita ad un bel libro, che ha vinto il "Premio Andersen 2015" (miglior storia 6/9 anni); in cui tanti piccoli silenziosi attori tengono in scatto il roboante esercito del male. Come tante piccole gocce che unite insieme fanno un fiume. Di speranza e di luce, nella pagina più nera della nostra recente storia dell'umanità. 
Uniti, per non dimenticare.

La città che sussurrò - Jennifer Elvgren, Fabio Santomauro - ‪#‎Giuntina‬