"Avrà avuto forse sei o sette anni, ma sembrava più piccola della sua
età. Si stringeva forte a sua madre. Ad un tratto la bambina sollevò lo
sguardo e mi vide. Mamma, guarda, un pettirosso - mormorò, sorridendo
appena..."
Beati gli ultimi perché saranno i primi. E questo
libro l'ho lasciato per ultimo, perché tra gli albi illustrati sulla
Shoah in mio possesso, "Il volo di Sara" resta il più bello. Ed è il più
bello perché è quello che, senza indugi, più si avvicina all'Inferno.
Lo punta, lo scruta, e giunto sul ciglio del baratro, di slancio, lo
supera in volo, lasciandolo a terra nella sua meschina mestizia.
Ci vuole coraggio ad infilarsi in una storia del genere, senza prendere
scorciatoie, e uscirne indenni; ma ci vuole soprattutto tanta bravura e
una sensibilità sopra le righe per trasfigurare l'orrore del secolo in
una sorta di favola a misura di bimbo. Coraggio, talento e, per dirla
con Fabrizio De André, "un pettirosso da combattimento".
Andiamo a scoprire chi sono le due temerarie che hanno compiuto l'impresa.
Lorenza Farina, bibliotecaria e scrittrice, è la raffinata autrice dei
testi, che sono al contempo lirici, onirici e crudi. Crudi perché
Lorenza non concede sconti alla "Storia", ci tiene a raccontare quello
che è stato per come si è svolto. Ci aveva già provato qualche anno
prima con "La bambina del treno", altra storia ambientata sulla Shoah
che aveva messo in luce la sua sensibilità narrativa ricca di spunti e
inventiva; ma "la bambina del treno" si era fermato all'uscio, allo
sguardo volante tra Anna e Jarek, all'anticamera dell'inferno.


Sara
invece ci entra dentro a pieno titolo. Come scende dal treno, non fa in
tempo a notare un piccolo pettirosso, che la separano a forza dalla
madre e la rinchiudono in un alloggio di legno, dove la fanno spogliare
dei suoi vestiti (l'ultimo ricordo della madre), le fanno indossare un
pigiama a righe molto più grande della sua taglia con una stella gialla
cucita sul petto, le tagliano i lunghi capelli scuri e la fanno coricare
in una cuccetta ammassata insieme ad altri bambini, impauriti e
infreddoliti come lei.
Come si racconta tutto questo? Con polso
fermo, tanto tatto, una punta di lirismo e un escamotage onirico
apertamente allusivo. Quel pettirosso, appunto, che dal momento in cui
la bambina resta sola, decide di vegliare su di lei. Assumendo la
funzione di voce narrante.
"Fu allora che decisi che non l'avrei
mai lasciata sola. Sarei stato io a farle da madre e da padre, sarei
stato io la sua voce".
Sintomatica la scelta dell'uccellino a portare un barlume di umanità
in quel lembo di terra e di storia in cui è buio pesto. Una sorta di
"contrappasso dantesco". Gli uomini infatti spesso chiamano "bestie" gli
animali; in un campo di concentramento in cui sono loro stessi a
comportarsi da "bestie", spetta al piccolo pettirosso dare un saggio di
umana comprensione, aiuto e solidarietà.
La poesia è tutta in
certe finezze descrittive: "Poi le tagliarono i bei capelli scuri, che
scivolavano come piume sul pavimento insieme al nastro azzurro che li
tratteneva". Poesia che in quelle piume diventa simbolo, Sara e il
Pettirosso sono ormai una cosa sola. Così lui va a trovarla di notte,
per non lasciarla sola con le sue paure. Le fa delle carezze sul viso
con le piume, le cinguetta delle storie sottovoce all'orecchio, fino a
quando lei non si addormenta. Le racimola anche del cibo in mezzo alla
neve.


Ma per spuntarla in quell'inferno manca ancora un
ingrediente. Ci vuole la "luce" per squarciare le "tenebre". Allora
entra in scena lei. Sonia Possentini, "Maria Luce" di nome e di fatto.
E' tutto un delicato equilibrio tra bianco e nero, neve e filo spinato,
ma la "luce", quella, non manca mai. Immagini forti, evocative e
poetiche al tempo stesso, la forza suggestiva delle inquadrature
(formidabile quella sul treno), quello stile illustrativo così
fotografico che gioca con la "messa a fuoco", lo "sfocato" e la
"profondità di campo". E poi quegli indelebili epitaffi di colore, come
il baffo rosso della locomotiva e l'azzurro del nastro caduto a terra
che legava i capelli di Sara. Fino all'arancio petto del piccolo
uccello. I disegni di Sonia Possentini danno concretezza visiva alla
potenza descrittiva delle parole di Lorenza Farina, un unicum
inscindibile e imprescindibile.
E Sara?
"Una mattina
non la trovai più nella baracca. Mi misi disperatamente alla sua ricerca
sorvolando tutto il campo. Del fumo usciva lento da un altro camino. In
fila la vidi con gli altri bambini. Sarà, appena udì il mio cinguettio,
si girò di scatto, sorridendomi debolmente. Poi ondeggio com estrema
lentezza le braccia esili, come se stesse per spiccare il volo. Mi
avvicinai a lei incurante del ringhiare dei cani. Fu in quell'istante
che decisi di prestarle le mie ali, perché fuggisse via al più presto da
quel luogo."
Quello è un luogo troppo crudele per una bambina.
"Poesia" e "Fantasia" si fanno "Catarsi". La storia decolla dal buio
alla luce, dalla paventata morte alla ritrovata vita. Nel cielo della
poesia, in un volo dal sapore fiabesco.
"La vidi librarsi nel cielo non più grigio, ma azzurro
come il vestito che ora indossava, come il nastro che ora le cingeva i
capelli. Dalle cime degli alberi spogli, uccelli, venuti da ogni parte,
si alzarono in volo. Passeri, pettirossi, merli prestarono le loro ali
ad altri bambini che, come Sara, volevano volare via, lontano. Sara
precedeva il grande stormo, la più veloce di tutti. Poi sparì tra le
nuvole mentre tutt'intorno si levava un coro di cinguettii, di trilli e
di gorgheggi".
Questo è un libro da amare, senza remore e senza riserve.
Soprattutto, è un libro da leggere. E allora rompete gli indugi e
leggetelo ai vostri figli. Compirete un atto d'amore nei confronti della
vita.
La vita di Sara - Testo di Lorenza Farina, Illustrazioni di Sonia M.L. Possentini -
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