lunedì 8 gennaio 2018

Syd Barrett, il "pifferaio" dei Pink Floyd


Le fiabe mi piacciono… Credo che questo sia dovuto in gran parte alla mia vita a Cambridge, con la natura e tutto il resto – è così pulita, come credo fosse una volta. Forse, se fossi rimasto al college, sarei diventato un insegnante. Lasciando la scuola rimani senza quella struttura e senza niente a cui relazionarti ..”

Così si esprime Syd Barrett in una dichiarazione rilasciata nel 1970. Roger Keith Barrett, in arte "Syd", fu il fondatore, chitarrista, nonché prima guida artistica, dei Pink Floyd, nonché autore della quasi totalità delle canzoni durante il periodo di permanenza attiva  nel gruppo.

Syd Barrett,  pittore e studente d’arte, prestato alla musica, era profondamente influenzato dalla letteratura dell’infanzia, non solo fiabesca; nei suoi testi si affacciano citazioni di Lewis Carroll e Kenneth Grahame; ma i suoi brani sono un continuo rimando al genere fantastico, con uno sguardo a  Tolkien, o alla letteratura universale in senso lato, come la poesia di James Joyce, o citazioni all'opera di Shakespeare.

Il marchio caratteristico della sua scrittura sta proprio nella grande capacità di trasferire  persone e cose della sua quotidianità in ambientazioni fantastiche. La sua parabola artistica come autore e guida artistica dei Pink Floyd inizia (e si esaurisce) nel corso dell’anno 1967, anno di pubblicazione dei primi singoli e del primo album della Pink Floyd, “The Piper of the Gates of Dawn”. Un’esperienza tanto breve quanto intensa, irripetibile; infatti quella che proseguirà negli anni a venire sarà una band profondamente diversa che non avrà più alcun punto di contatto con questa.

Arnold Layne


Il viaggio inizia il 1° febbraio del 1967, i Pink Floyd pubblicano il loro primo singolo, “Arnold Layne” che narra di un tizio che si diverte a rubare biancheria femminile stesa sui fili, con il vezzo di indossarli. “Gender!”, urlerebbe prontamente qualcuno, di questi tempi. Certo è che la canzone fu boicottata da alcune radio che giudicarono troppo audace e avveniristico il suo contenuto rispetto ai costumi dell’epoca, ma fu comunque trasmessa da altre emittenti, contribuendo ad una prima popolarità della band inglese.

Circa la nascita della canzone, racconta Roger Waters, bassista e compagno di stanza di Barrett, nonché futura guida dei Pink Floyd dopo la sua estromissione dalla band: “Sia mia madre sia quella di Syd affittavano stanze alle studentesse, perché c’era un collegio femminile dall’altra parte della strada. Così c’erano lunghe file di reggiseni e mutandine sui nostri fili per stendere, e Arnold o chi mai fosse, pescava qualcosa qua e là. Non lo presero mai”.

Leggiamo il testo.

Arnold Layne had a strange hobby
Collecting clothes, moonshine washing lines,
They suit him fine

On the wall hung a tall  mirror
Distorted view, see through, baby blue,
He dug it

Oh Arnold Layne, it’s not the same,
It Takes two to know, two to know,
Why can’t you see.

(Arnold Layne aveva uno strano passatempo/collezionava vestiti appesi al chiaro di luna sui fili della biancheria/gli stavano proprio bene  - Sul muro c’era appeso un grande specchio/che riflette in modo distorto, ci ha guardato dentro, ragazzo triste/e ci è rimasto intrappolato – Oh Arnold Layne, non è la stessa cosa/Bisogna essere in due par capire, due per capire/Perché non vuoi capirlo?)

Nella seconda strofa si prefigura un chiaro riferimento a Lewis Carroll e al suo “Alice oltre lo specchio”, evocato nell’immagine dello specchio in cui Arnold si trova imprigionato.

La canzone termina con il protagonista in prigione, accompagnata da un’immagine di porte chiuse e catene che lo tengono lontano dal mondo, in un isolamento sia fisico che mentale, perché non vuole rassegnarsi al fatto che “bisogna essere in due per capire”, che i sentimenti devono essere reciprochi e non possono essere sostituiti da un’illusione creata allo specchio. Con una conclusione moralistica espressa chiaramente nell’ultimo verso, “Arnold Layne, Don’t do it again” (Arnold Layne, non farlo più), finale obbligato per ogni favola che si rispetti.

See Emily Play

Il 12 maggio 1967 i Pink Floyd tennero un concerto spettacolare alla Queen Elizabeth Hall. Si trattava di una performance multimediale dal titolo “GAMES FOR MAY: rilassamento dell’era spaziale per l’acme della primavera – composizioni elettroniche, proiezioni d’immagini e colore, ragazze e i PINK FLOYD”. Un concerto che doveva rappresentare un’esplorazione musicale e visiva, non solo per se stessi, ma anche per il pubblico”, con l’ausilio di nuova strumentazione come lo “stereo a quattro vie”. Per l’occasione sarebbe stata prodotta anche musica nuova, tra cui un brano, divenuto anche singolo, originariamente intitolato appunto “Games for May”, poi trasformato “See Emily play”.  Circa l’origine della canzone, Barrett dichiarò, tra il serio e il fantastico, di aver incontrato la protagonista in un bosco mentre dormiva. L’origine del mito di Emily, nella sua matrice fantastica, ricalca un episodio de “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame.



Leggiamo i versi della canzone:

Emily tries but misunderstands
She’s often inclined to borrow
Somebody's dream till tomorrow.
There is no other day
Let’s try another way
You’ll lose your mind in play
Free games today
See Emily play

Soon after dark Emily cries
Gazing through trees in sorrow
Hardly a sound till tomorrow

Put on a gown that touches the ground
Float on a river
For ever and ever
Emily

(rit.)
There is no other day
….
(Emily tenta, ma fraintende sempre/Spesso finisce per prendere a prestito/I sogni altrui fini a domani – Non ci sarà un altro giorno/cerchiamo un’altra strada/lasciati andare e gioca/I giochi liberi di oggi/guarda Emily che gioca – Dopo il tramonto Emily piange/sguardo tra gli alberi perso in tristezze/quasi silenzio fino a domani – Metti una veste che sfiori il terreno/fluttua sul fiume/Per sempre e sempre/Emily)

Il testo, che sembra ritrarre una bimba che profuma di creatura fantastica, onirica, è in realtà una persona reale, tale Emily Kenneth, giovanissima modaiola fricchettona che frequentava l’UFO (il locale dove i Pink Floyd mossero i primi leggendari passi come musicisti); Emily, la “scolaretta psichedelica” era figlia dello scrittore Lord Kenneth; una ragazza che non godeva di buona reputazione nella cerchia di amici di Syd Barrett. E il testo, apparentemente zuccherato, si scopre in realtà pieno di frecciatine, sin dal primo verso in cui “tenta ma fraintende sempre” e “finisce per prendere in prestito i sogni altrui fino a domani” che sa di comportamento deliberatamente ingannevole. Ma il tiro a bersaglio continua con il riferimento a “mettere una veste che sfiori il terreno” e al successivo “fluttuare nel fiume per sempre” che, secondo taluni commentatori, riporta la mente all’Ofelia di Shakespeare, inserita da Barrett, consciamente o inconsciamente, per manifestare il suo disprezzo nei confronti delle persone che assumono atteggiamenti falsi.

The Piper at the Gates of Dawn


Nell’agosto del 1967 i Pink Floyd pubblicano il loro album, registrato negli studi EMI di Abbey Road, nello studio accanto a quello in cui I Beatles stavano incidendo il loro “Sergeant Pepper's Lonely Heart Club Band”.  “The Piper at the Gates of Dawn”, (il pifferaio ai cancelli dell’alba), è il titolo del settimo capitolo di “The Wind in The Willows” (il già citato “Il vento tra i salici”) di Kenneth Grahame, classico della letteratura inglese per ragazzi, pubblicato nel 1908, che ha per protagonisti degli animali antropomorfizzati,  ed è tra le letture più amate da Barrett. Tale capitolo narra l’incontro tra il Topo, la Talpa e il dio Pan, annunciato da una musica celestiale di flauto che funge da rappresentante stesso della natura. Un incontro che viene presentato come una visione al termine della quale i due animali, sconvolti, cadono in un sonno misterioso che farà loro dimenticare i fantastici avvenimenti delle ultime ore.

Tutto “Piper” è imperniato sul tema fiabesco e favolistico, sulla visione di mondi differenti, l’immagine “sorprendente e splendida e bellissima”, per usare le parole di Grahame ne “Il vento tra i salici”, che lascia stupefatti. Oltre a Grahame, non mancano riferimenti al “Signore degli Anelli” di Tolkien, allora, ma in parte anche oggi, per motivi diversi, al centro dell’attenzione di tanto pubblico giovanile (e dei musicisti di quegli anni).

Certo, delle atmosfere bucoliche del testo originale di Grahame, nella musica di Piper resta poco; qui la fiaba, intesa come visione, non è riferita soltanto alle classiche ambientazioni della letteratura, anzi si sposta in direzione completamente diverse. Un primo filone è quello “spaziale”, ben rappresentato da brani come Astronomy Domine e Interstellar Overdrive  (probabilmente generato dalla passione di Barrett per l’astronomia); un secondo filone si ispira ad una visione distorta della vita quotidiana, come in Lucifer Sam e Bike. Altre composizioni paiono ispirarsi agli effetti lisergici dell’LSD di cui Barrett faceva un uso smodato.

Per brevità e una maggiore attinenza agli argomenti attinenti alla letteratura dell’infanzia, ci limiteremo ad una presentazione di quei brani che, sia sotto l’aspetto testuale che espositivo, presentano maggiori legami con l’immaginario fiabesco e letterario fantastico.

Matilda Mather

Questa canzone descrive quella zona grigia tra la fiaba narrata dalla mamma e il sonno.

There was a king who ruled the land
His majesty was in command
With silver eyes the scarlet eagle
Showered silver on the  people

Oh mother, tell me more
Why do you have to leave me there
Hangong in my infant air
Waiting

You only have to read the lines
They’re scribbly black
And everything
Shines

(C’era un re che regnava sulla contrada/Sua Maestà aveva il dominio/Con occhi argentati, l’aquila scarlatta/Inondava gli uomini d’argento – Oh madre, raccontami ancora/Perché vuoi lasciarmi là/proteso in un aria di infantile/Attesa? – Devi solo leggere tra le righe/Neri scarabocchi/ e tutto/riluce).

L’attacco è il classico “c’era una volta”, un marcatore stilistico della fiaba, mentre il ritornello mostra tutta la disperazione del bimbo, abbandonato nell’oscurità della notte, che supplica la propria madre di continuare a leggere per scacciare con l’incantesimo della sua voce i mostri in agguato nel buio.

Across the stream with wooden shoes
Bells to tell the king the news
A thousand misty riders climb up
Higher, once upon a time

Wandering and dreaming
The words had different meaning
Yes they did

For all the time spent in that view
The doll’s house darkness old perfume
And fairy stories held me high
On clouds of sunshine floating by

Oh Mother, tell me more
Tell me more

(Attraverso la corrente con scarpe di legno/Campane annunciano le novità al re/mille cavalieri nebulosi si arrampicano/Alti, più in alto, tanto tampo fa – Sognare e vagabondare/parole di senso diverso/di sensi diversi – Per tutto il tempo di quella visione/Vecchio profumo dell’oscurità  della casa delle bambole/E antiche fiabe mi hanno innalzato/in un fluttuare di nuvole lucenti – Oh madre, raccontami ancora/raccontami ancora).

Nella seconda parte, che prosegue tra cavalieri con scarpe di legno e campane in cerca del re, narrazione e realtà si fondono per comporre l’immagine di quella stanza di quel  “vecchio profumo dell’oscurità della casa delle bambole” che è stato lo sfondo di tutte le storie raccontate a Syd quando era un bambino. Uno sguardo all’indietro, verso un’infanzia felice ma anche irragiungibile, come il sogno di quella tranquillità interiore cui Barrett aspirava, ma non riusciva a trovare, nonostante il successo professionale,la stima dei compagni, l’ammirazione da parte del pubblico.

Flaming

Anche questa canzone guarda all’infanzia e all’immaginario fiabesco come sua principale fonte d’ispirazione. In questa canzone Barrett accosta le visioni bucoliche della campagna della sua verde Cambridge alle visioni provocate dall’uso di stupefacenti. Nel gergo della droga in uso all’epoca, infatti, “Flaming”descrive l’effetto di maggiore luminosità percepito nei confronti di alcuni oggetti durante il trip da lsd e l’effetto liberatorio e di regressione tipico dell’effetto dell’acido lisergico ha suggerito a molti un immaginario fatato.

Alone in the clouds all blue
Lying on an eiderdown
Yippie, you can’t see me
But I see you

Lazing in a foggy dew
Sitting on an unicorn
No fear, You can’t hear me
But I can you

Watching buttercups the light
Sleeping on a dandelion,
Too much. I won’t touch you
But then I might

Swimming through the starlit sky
Travelling by telephone
Hey, ho, here we go
Ever so high.

(Solo tra le nubi blu/sdraiato su un piumino/Ehilà tu non mi vedi/Ma io si – Ozioso tra brume di rugiada/cavalco un unicorno/tranquilla: tu non mi senti/ma io si – Guardo ranuncoli che catturano luce/dormo su un dente di leone/E’ troppo: non ti toccherò/eppure potrei – Nuoto per il cielo   stellato/ viaggio per telefono/ehilà, su andiamo/sempre più alti).

Il protagonista guarda le nuvole, sdraiato su un prato, una coperta alle spalle, i suoi amici intenti a giocare a nascondino. Subito nel testo entrano elementi fantastici, un unicorno pronto a farsi cavalcare, si può dormire cullati all’interno di un fiore, si può viaggiare attraverso i fili del telefono, come scrive Barrett con estrema naturalezza.

The gnome

E arriviamo al fantasy. Come tanti giovani della sua età Barrett amava Tolkien, al punto da dedicare una canzone allo gnomo Grimble Grumble, che rircoda molto da vicino nelle sue abitudini gli hobbit protagonisti delle sue opere più famose. La narrazione segue sin dall’incipit lo schema di una storia che viene raccontata.

I want to tell you a story
‘bout a little man, if I can
A gnome named Grimble Grumble
A little gnomes
Stay in their homes
Eating, sleeping, drinking their wine

He wore a scarlet tunic
A blue-green hood
He looked quite good
He had a big adventure
Amidst the grass
Fresh air at last
Wining, dining, biding his time

And then one day, hooray,
Another way for gnomes to say, hooray

Look at the sky, look at the river,
Isn’t it good
Look at the sky, look at the river
Isn’t it good
Wining, finding places to go

Ant then one day, hooray
Another way for gnomes to say, hooray

(Vorrei raccontarvi una storia/Parlo di un piccolo uomo/se ci riesco/uno gnomo di nome Grimble Grumble/e I piccolo gnomi/se ne stanno a casa/a mangiare, dormire/bersi il vino – Portava una tunica scarlatta/un cappuccio verde e blu/niente male/visse una grande avventura/in mezzo all’erba/all’aria infine fresca/bevendo, mangiando, passando il tempo – E infine un giorno: urrà – Un altro modo da gnomi per dire: urrà – Guarda quel cielo, guarda quel fiume/non è bello? Guarda quel cielo, guarda quel fiume/non è bello?/ Vino, scoperta di luoghi nuovi – E infine un giorno: urrà/Un altro modo da gnomi per dire:urrà.)

Barrett evoca un mondo di colori e di sensazioni, immagini, con poche pennellate, sicure e incisive, che formano con la musica che le accompagna un unicum inscindibile.

The Madcap Laughs – GOLDEN HAIR


La formidabile parabola barrettiana alla guida dei Pink Floyd durò giusto un anno, quell'irripetibile 1967.  Poi, a causa della sua labilità mentale, della sua inaffidabilità sul palco, verrà estromesso dagli altri componenti del gruppo, mentre stavano incidendo i primi brani del secondo album, sostituito dal suo amico d’infanzia, il chitarrista David Gilmour. La storia del Barrett compositore prosegue con due album solisti pubblicati nel 1970, “The Madcap Laughs” (Testamatta ride) e l’omonimo “Barrett” con l’aiuto, in sede di registrazione, degli altri componenti dei Pink Floyd (Waters, Gilmour, Wright). Più una raccolta di canzoni, uscita postuma nel 1988, dal titolo “Opel”.

Ai fini della nostra trattazione, preme citare come Barrett si ispiri all’opera di James Joyce, musicando la sua Golden Hair, poesia appartenente alla raccolta “the Chambers Music”, pubblicata la prima volta a Londra nel 1907. Con un semplice tessuto composto da chitarra acustica e voce Barrett restituisce le intime suggestioni della poesia di Joyce. Con una piccola modifica al testo di Joyce, dove “A marry air” diventa “in the midnight air”, forse per dare un alone di maggiore mistero al testo. Golden Hair, che inizialmente pareva doveva essere compresa in "The Piper at the Gates of Dawn", sarà poi inclusa nel suo primo disco solista, "The Madcap Laughs", Altre due versioni, solo strumentali, saranno invece recuperate nella raccolta postuma "Opel".


Lean out your window
Golden hair
I heard you singing
In the midnight air (a marry air, Joyce)
My book is closed
I read no more
Watching the fire dance
On the floor
I've left my book
I've left my room
I heard you singing
Through the gloom
Singing and singing
A merry air
Lean out of the window
Golden Hair

(Vieni alla finestra/Capelli d’oro/Ti ho sentita cantare/Nell’aria della notte (un’allegra melodia)/Il mio libro è chiuso/io non leggevo più/Mentre guardo le lingue di fuoco/Ho lasciato il mio libro/ho lasciato la stanza/ti ho sentita cantare/attraverso l’oscurità/cantando e cantando/un’allegra melodia/vieni alla finestra/Capelli d’oro).

Bibliografia:
(a cura di) Bertrando Paolo – Pink Floyd – Syd Barrett (volume primo) – Tutti i testi dal 1967 al 1970 – Arcana editrice
Bratus, Alessandro – Le canzoni di Syd Barrett – Commenti e traduzioni ai testi – Editori Riuniti
Bratus, Alessandro – Pink Floyd  1965-2005 – 40 anni di suoni e visioni – Editori Riuniti
Schafffner Nicholas – Pink Floyd. Uno scrigno di segreti – Arcana editrice

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